Tindari

Recenti ritrovamenti archeologici a Rometta Marea

E’ di pochi giorni fa, la notizia del ritrovamento di resti archeologici nel piccolo paese della provincia messinese di Rometta marea. Durante i lavori di realizzazione di uno scantinato in via Fondaco Nuovo, infatti sono stati riportati alla luce, frammenti di terracotta e ceramica, risalente al I secolo d.C.. I reperti sono affiorati ad una profondità di circa 3 metri e apparterrebbero  probabilmente ad una costruzione. Diversi son stati fino ad ora i ritrovamenti nelle aree limitrofe al paese di Rometta, in una zona inscrivibile in un’area che si estende dal Capo Peloro al promontorio del Tindari, ad attestare proprio lo stanziamento di popolazioni in età augustea su tutto il tratto costiero, come dimostrato, peraltro, da altri ritrovamenti nella zona di Spadafora. In questo periodo, infatti, la vita economica pulsava nei piccoli centri urbani della costa della Sicilia settentrionale. La zona, ricordiamo, era di grande interesse, grazie al passaggio delle navi commerciali che facevano rotta per l’Africa.

fonte: http://www.assomarduk.it/reperti%20rometta%20marea.htm

L’alleanza di Alesa con Roma (263 a.C.) e la conquista romana di Tindari e Lipara (260-252 a.C.)

Moneta bronzea di Alunzio

La comparsa di Roma all’orizzonte della storia siciliana fu accolta con grande sollievo da Alesa, che tradizionalmente era stata ostile a Cartagine. Nata per volontà di Arconide II a salvaguardia del territorio costiero di Erbite minacciato dai Cartaginesi, essa aveva aderito con entusiasmo al progetto timoleonteo e, anche quando la protezione della declinante Siracusa era venuta meno e Cartagine si era impadronita di Lipara, Tindari e Messana, si ostinava nella sua politica anticartaginese, correndo per questo grave pericolo. Così nel 263 a.C., alla notizia dei primi successi delle armi romane a Messana, per prima fra tutte le città siciliane, Alesa offrì la propria amicizia a Roma. E com’era già avvenuto per la simmachia timoleontea, anche questa volta abbiamo delle monete che alludono all’alleanza degli Alesini con Roma.
Queste monete recano: sul d. Testa di Apollo; sul r. Due destre che si stringono. L’anno seguente (262 a.C.) anche Tindari avrebbe voluto passare dalla parte dei Romani, ma non poté farlo, perchè i Cartaginesi detenevano un certo numero di ostaggi tratti dalla sua popolazione.
I Cartaginesi, quindi, sebbene fossero stati costretti a ritirarsi da Messana, tenevano ancora Tindari e ancor più saldamente Lipara, da dove mai avrebbero potuto snidarli una potenza che non possedesse una flotta poderosa. D’altra parte era impossibile per i Romani mantenere un sicuro possesso di Messana, fintanto che Lipara rimaneva una base navale cartaginese. Si capisce quindi perchè la prima azione di guerra sul mare dei Romani, non appena poterono disporre di una flotta competitiva, fu proprio quella di attaccare Lipara.
Nella primavera del 260 a.C. cento quinqueremi e venti triremi, agli ordini del console Cneo Cornelio, salparono alla volta di Messana. Il console, che con diciassette navi precedeva il resto della flotta, per via seppe esservi la possibilità di prendere Lipara, momentaneamente sguarnita di difesa, e vi gettò subito l’ancora. Non appena il comandante della flotta cartaginese di stanza a Panormo ebbe notizia di questa incursione del console Cornelio, mandò venti navi per chiuderlo nel porto. Al primo apparire delle forze cartaginesi l’equipaggio romano fu preso dal panico e si rifugiò a terra, sicchè il console fu costretto ad arrendersi ai nemici con tutte le sue navi.
Alla notizia della sconfitta toccata a Cornelio, l’altro console, Caio Duilio, che aveva il comando supremo delle forze terrestri, assunse la direzione della flotta. Fu in questa occasione che i Romani introdussero sulle loro navi i corvi uncinati, un accorgimento che avrebbe consentito di rendere lo scontro navale più simile ad una battaglia terrestre. Duilio incontrò la flotta punica a Mylai. I Cartaginesi, racconta Polibio, dopo la prima maldestra prova sul mare dei Romani, forti di ben 130 navi, andarono spavaldamente incontro agli avversari senz’ordine e sicuri della vittoria. La battaglia si concluse, invece, con una strepitosa vittoria dei Romani: i Cartaginesi perdevano cinquanta navi e Roma si ritrovava improvvisamente potenza marittima.
Ma il dominio sul mare non si conquista mai in una sola battaglia. Per cui la vittoria di Mylai, se ebbe un effetto galvanizzante per i Romani, non produsse nell’immediato alcuna conseguenza concreta. Per cinque-sei anni ancora Cartaginesi e Romani si sarebbero fronteggiati sul nostro specchio di mare, senza addivenire a uno scontro risolutivo. Un nuovo tentativo dei Romani contro Lipara nel 258 a.C. si risolse in un nulla di fatto. L’anno seguente (257 a.C.) uno scontro di esito incerto si svolse nelle acque di Tindari. Ma quando nel 254 a.C. i Romani conquistarono Panormo, i Cartaginesi furono costretti a ritirare dallo scacchiere tirrenico buona parte delle loro forze, lasciando solo un manipolo a difendere Lipara. Tindari poté allora consegnarsi ai Romani, che da qui iniziarono ad attaccare Lipara più sistematicamente.
I Cartaginesi, con l’aiuto attivo degli abitanti di Lipara, resistettero ancora per due anni. Alla fine, quando la città fu presa, i Liparoti pagarono l’appoggio dato ai Cartaginesi con il feroce saccheggio della città e il massacro dei difensori (252 a.C.). Con la conquista di Lipara, Roma deteneva saldamente il controllo dello Stretto e di tutto il Tirreno. La scena dell’epico scontro fra Cartagine e Roma si spostava nel Canale di Sicilia.
Questa guerra fra Cartagine e Roma durò, lunga e senza quartiere, fino al 241 a.C., segnata da battaglie durissime per mare e per terra. Le perdite furono assai pesanti da entrambe le parti: almeno centomila uomini dal solo lato dei Romani. Essa fu ritenuta la più costosa e la più cruenta delle guerre antiche. L’accanimento e la durata della lotta produssero danni gravissimi e costi umani enormi alle città della Sicilia: il massacro della popolazione di Lipari ne è solo un esempio.
Per quanto coinvolte nei profondi rivolgimenti politici che fra il 288 e il 241 a.C. sconvolsero e ridisegnarono i rapporti di forza fra le grandi potenze e negli eventi bellici che tali rivolgimenti accompagnarono, le nostre città mantennero nel III sec. a.C. un  notevole grado di proseperità, come attestano, fra l’altro, le numerose emissioni monetali coniate da Tindari, Alesa e Alunzio nella prima metà del secolo. Nei decenni successivi alla conquista romana, fra il 241 e il 210 a.C., sono addirittura sette le città dei Nebrodi che battono moneta, essendosi aggiunte a quelle di Tindari, Alesa e Alunzio le prime emissioni di Calacte, Apollonia e Amestrato, nonchè una nuova episodica emissione di Abaceno. Per quanto scadute nel peso e nello stile, sono queste le ultime monete all’altezza della tradizione greca. Dopo di che abbiamo monete sempre più brutte e striminzite, fino a quando, per decreto di Augusto, insieme alle altre città siciliane, anche le nostre perderanno il diritto di battere moneta.

A.A.

Nigra sum sed formosa

Intriso di mistero è il fascino della Madonna di Tindari. Antica icona lignea, custodita sulla vetta della collina antistate il Golfo di Patti, in un magnifico Santuario di recente costruzione, che si trova all’estremità orientale del promontorio, a strapiombo sul mare, in corrispondenza dell’antica acropoli, dove una piccola chiesa era stata costruita sui resti della città abbandonata, proprio per ospitare il simulacro della Madonna nera.
Tessuta di tradizioni e fioretti è la vicenda di questo simulacro, che si dice proveniente dalla Siria o dall’Egitto, in epoca iconoclasta, tra la fine del VIII secolo e gli inizi del IX. Questa tradizione trova motivo di credibilità nel fatto che Tindari fu sotto la dominazione dei Bizantini per circa tre secoli, dal 535 all’836; che la Sicilia si oppose energicamente alla persecuzione iconoclasta; che a Tindari, essendo stata sede di diocesi per circa cinque secoli, fosse fiorente una comunità cristiana.
Si racconta che la statua, sia giunta su una nave proveniente dall’Oriente, nascosta nella stiva per essere sottratta alla persecuzione iconoclasta. Mentre la nave solcava le acque del Tirreno, a causa di una tempsta, fu costretta ad interrompere il viaggio e a ripararsi nella baia del Tindari, oggi Marinello. Quando la tempesta si placò, i marinai decisero di riprendere il viaggio, ma levata l’ancora non riuscirono a muovere la nave che sembrava incagliata nella baia.
Pensarono allora di alleggerire il carico e, solo quando, tra le tante cose, scaricarono la cassa contenente il simulacro della Vergine, la nave si mosse. Partita la nave che aveva lasciato il carico, i marinai del luogo tirarono in secco la cassa, la aprirono e, con grande stupore trovarono l’Immagine della Vergine. Dalla spiaggia la stata venne trasportata sul colle soprastante, all’interno di un tempietto preesistente, nel luogo più alto e più bello della zona.
La storia della Madonna nera non può non essere accompagnata da qualche cenno storico inerente il bellissimo luogo che l’ospitò. Ecco, allora, qualche pillola di storia, su Tindari. Naturalmente, come tutte le storie siciliane che si rispettano, anche questa è intrisa di leggenda. Perchè qui, in quest’isola tutto è possibile, soprattutto l’inverosimile. E non c’è un mare, un anfratto, uno scoglio, una fonte, una pietra, che non furono vivificati dal meraviglioso mistero dell’irreale e del miracoloso.
Posta sulla vetta del Capo omonimo, dove sorgeva un’antica città greca, Tindari è un promontorio sulla costa nord orientale della Sicilia a 280 mt s.l.m. e a 10 ad est del centro di Patti. Osservando, a picco sotto il Santuario, si resta affascinati dai Laghetti di Marinello, piccoli specchi di acqua che il mare crea insinuandosi nella baia sabbiosa, dalle forme sempre diverse. La nascita di questi laghetti è legata ad una leggenda. Una signora che aveva la figlia gravemente ammalata si rivolge alla Madonna del Tindari, facendo voto per la guarigione della bambina. Ottenuta la grazia si reca a Tindari, per rigraziare la Madonna. Vedendola scura nel viso rimane, però, delusa e dubitando della sua natura miracolosa esclama: “sono partita da lontano per vedere una più nera e più brutta di me”. E riparte alla ricerca della sua bella Madonna Miracolosa. Nel frattempo la bambina, rimasta sola sulla terrazza del Santuario, precipita nella sommità del promontorio. La madre, disperata, torna a pregare: “Se siete voi la miracolosa Vergine che per la prima volta mi avete salvata la figlia, salvatela una seconda volta”.
Per miracolo della Madonna le acque impetuose si ritirarono, lasciando il posto ad una coltre di soffice sabbia che accolse la bambina, attutendo la caduta. Un marinaio passando da lì, la ritrova su quel piccolo arenile formatosi miracolosamente nel mare, proprio alla base del promontorio e la restituisce sana e salva alla madre. La donna commossa ringrazia la Madonna esclamando: “Veramente voi siete la gran Vergine miracolosa”. Quella zona sabbiosa che salvò la bambina diede origine ad una spiaggia, il “mare secco”, più noto con il nome di Marinello. Nel 1982 uno dei laghetti assunse una forma simile ad una donna velata di profilo nella quale la gente riconobbe la Madonna del Santuario.