Teatro Vittorio Emanuele

Il Teatro Vittorio Emanuele di Messina

In posizione di classifica il teatro “Vittorio Emanuele” di Messina, già “Santa Elisabetta”, ricopriva uno dei primi posti in Italia per grandezza e lusso dopo i teatri “Alla Scala” di Milano, “La Fenice” di Venezia, “San Carlo” di Napoli e “Massimo” di Palermo.
Al turista in visita a Messina saltava subito all’occhio, con grande piacevolezza, la mole del teatro, costruito secondo i canoni dell’Ottocento italiano ed europeo in stile Neoclassico. La costruzione dell’imponente edificio non ebbe un solo motivo catalizzatore, ma diversi. Innanzitutto, bisogna fare un passo indietro per capire la situazione dello spettacolo a Messina agli inizi del XIX secolo.
Nel giornale “Il Faro” del 29 giugno, dell’anno 1836, Carlo Gemelli, prendendo spunto da una polemica che un ignoto viaggiatore, in visita a Messina, aveva mosso contro la Cittadinanza, affermando che
«I Messinesi hanno gusto pe’ divertimenti e per ogni sorta di piaceri, meno che di teatro», replicava: «Sappia il nostro censore che l’aver noi un “infelicissimo teatro” non porta quella sua “gentile illazione” di non avere i Messinesi alcun gusto teatrale. Venga egli a vedere come presso di noi la musica è universalmente coltivata, vegga i progressi che la nostra Filarmonica Società ha fatto nel breve periodo di pochi anni nella sublime scienza musicale, e poscia di noi di non aver nessuno gusto per il teatro…».
Messina quindi, da quanto raccontatoci dal nostro Carlo Gemelli, aveva un “infelicissimo teatro”…Ma a quale teatro si riferiva?
L’angusto edificio teatrale era il teatro “Della Munizione”, vecchio di circa un secolo. Non fu solo Gemelli a lamentarsi del vecchio teatro, ma anche il celebre patriota messinese Giuseppe La Farina, che in seguito ai rifacimenti subiti dal teatro all’indomani del sisma del Febbraio 1783 così diceva: «Oggi [il teatro nda.] è reputato opera sconcia e barbara. I corridoi sono angustissimi, le scale incomode e meschine, la platea lunga e disarmonica…».
Altro motivo che portò alla nascita del “Vittorio Emanuele” trae origine dalla secolare rivalità tra le città di Messina e Palermo. Il Re Ferdinando di Borbone delle II Sicilie, concedendo la costruzione del nuovo teatro, inaugurava la tattica delle concessioni nella logica di un disegno politico subdolo, volto ad acuire la secolare rivalità tra le due città siciliane.
I messinesi,approfittando della disponibilità dimostrata dal monarca volta ad accattivarsi la classe egemone della città,riuscirono ad ottenere la concessione di ulteriori privilegi come l’ormai famosa concessione del “Portofranco” (di cui la statua di Giuseppe Prinzi al porto ricorda lo storico avvenimento) e l’istituto “Maurolico”.
Altri segni di distensione da parte della corona sono riscontrabili nella concessione di un servizio postale inaugurato nel 1838 con la prima vettura corriera postale Messina-Palermo.
Messina aveva richiesto al governo dei Borboni, già a partire dal 1827, un nuovo teatro, degno delle fiorenti condizioni culturali. Tuttavia, la risposta della corona borbonica non fu repentina. Bisognò aspettare qualche anno affinché il sogno ambito dai Messinesi diventasse realtà. Le cause che ritardarono la costruzione del nuovo teatro furono di ordine squisitamente finanziario. Ma improvvisamente avvenne il miracolo.
Nel 1838, per Regio Decreto, si decise la costruzione del “Novello Real Teatro della città di Messina”.
Le autorità, interpellate da S.M. Ferdinando II delle Due Sicilie, scelsero come luogo l’area ricavata dalla demolizione del teatro “Della Munizione”, ma la posizione non felice dell’edificio eliminò questa proposta. E non fu la sola a decretare il rifiuto di costruire in quel luogo il nuovo teatro.
Sulla via Ferdinanda (pressoché l’attuale via Giuseppe Garibaldi), infatti, sorse all’indomani del terremoto del 1783 un carcere costruito sulle rovine della chiesa e convento del Carmine, dove erano stati precedentemente sepolti numerosi uomini illustri messinesi, come ad esempio lo storico Costantino Lascaris e il pittore lombardo Polidoro Caldara da Caravaggio.
Si decretò quindi di costruire proprio in questo luogo il nuovo teatro. Ferdinando II delle Due Sicilie inviava così da Catania all’Intendente del Vallo di Messina, Don Giuseppe De Liguoro, un rescritto con cui ordinava di costruire il teatro sull’area delle vecchie prigioni, che erano considerate come uno scempio alla bellezza architettonica della lunga via Ferdinanda, che era il centro propulsore della vita economica e sociale della città.

Sipario del Teatro Santa Elisabetta di Michele Panebianco disperso

Molti cittadini, all’indomani della decisione di demolire il tetro edificio, vollero portarsi il vanto di aver demolito, anche loro, una o più pietre della prigione, al momento in cui venne fatta “tabula rasa” dell’area (di circa mq.2.971) su cui sorgerà il teatro.
Ma a chi poter intitolare questo nuovo “tempio delle Muse”? La risposta era semplice. Per rendere omaggio alla madre di Ferdinando II delle Due Sicilie, la regina Isabella, si decide di chiamare l’edificio con il titolo di “Teatro Regina Isabella”, in seguito cambiato in “Santa Elisabetta”, in onore sempre della medesima.
Il giorno 20 Dicembre del 1838 cominciava così la demolizione dell’edificio carcerario. I detenuti furono trasferiti nel castello di Roccaguelfonia (dove attualmente sorge il sacrario di “Cristo Re”). Fu quindi bandito il concorso per la costruzione del teatro, che vide tra i partecipanti molti illustri uomini della Messina del tempo, quali Letterio Subba e Carlo Falconieri.
Presidente della commissione giudicatrice fu Antonio Niccolini, uomo di origine toscana ma napoletano per adozione. E forse fu proprio per volere di quest’ultimo, che vincitore del concorso non fosse un Messinese, ma un napoletano, il cui nome era Pietro Valente. Questi, uomo molto colto e apprezzato nell’ambiente partenopeo, era, infatti, docente di Architettura civile presso l’Università di Napoli.
I concorrenti Messinesi contestarono tale assegnazione, e le critiche al Niccolini non furono poche. Tuttavia, il Valente, rimase il fautore del nostro teatro Vittorio Emanuele II. Il progetto prevedeva una facciata a tre ordini con un corpo avanzato munito di portico. Lateralmente, invece, il teatro prevedeva nel progetto numerose finestre distinte fra i tre piani totali del nuovo edificio.
La prima pietra fu posta il 23 Aprile 1842, con solenne cerimonia, tra la generale euforia del pubblico presente. Il rustico del teatro fu pronto straordinariamente in pochi mesi. L’ 8 Giugno del 1846 fu bandito invece il concorso per il sipario del novello edificio. Vincitore risultò il messinese Michele Panebianco. L’apertura del teatro fu decisa per il 12 Gennaio 1852, giorno del quarantaduesimo compleanno di Ferdinando di Borbone. Il teatro,la serata inaugurale,risultò stracolmo di persone. Si decise l’apertura con l’opera “Il Trionfo della Pace”, azione melodrammatica di Felice Bisazza con musiche di Antonio Laudamo.
Per ricordare l’evento fu fatta collocare nel peristilio del “Santa Elisabetta” una lapide marmorea, oggi non più esistente, che così recitava:

«I messinesi
Avendo edificato questo Teatro
Lo aprirono nell’anno MLCCCLII
Il di’ 12 del mese di Gennaio
Natale di Re Ferdinando II
Per attestare solennemente la loro profonda gratitudine
E la divozione non peritura verso il Principe Generoso
Il quale dopo aver restituito con la Università degli Studi
Un domicilio alle più severe discipline
Accrebbe la magnificenza della Città
Concedendole
Uno splendido albergo delle arti più gentili»

Nel 1853 il Municipio di Messina affidava a Saro Zagari, l’incarico di eseguire le decorazioni esterne del nuovo tempio della musica messinese.
Il “Vittorio Emanuele” si inserì così nella vita del popolo messinese, tra la contentezza generale. Dopo 56 anni, però, si giunse così a quella fatidica alba del 28 Dicembre 1908. Il terremoto risparmiò quasi per interno il teatro (se si esclude la parte posteriore), ma l’ignoranza, l’abbandono, e la distruzione da parte dell’uomo, lo ridussero ad un rudere.
Già la ditta Ciocchetti negli anni 50, con la scusa dei danni bellici causati dall’ultimo conflitto mondiale al vecchio edificio, eliminava la bellissima sala del teatro, che anche i manuali di fisica, per la sua acustica, avevano definito perfetta.
Nel 1980 ciò che rimaneva del teatro “Vittorio Emanuele”, distrutto per mano dell’uomo a partire dagli anni 50 del XX secolo, lasciava il cittadino messinese per sempre, ormai lontano dal vissuto storico. Ciò che rimaneva dello stabile venne distrutto e gettato nella discarica di Maregrosso. I messinesi, comunque, riuscirono a riappropriarsi del loro teatro e la scommessa durata ormai 77 anni fu così vinta.
Il 25 Aprile del 1985, a centotrentatré anni dalla prima storica inaugurazione, il “Vittorio” ritornava a nuova vita, tra la commozione generale.

Daniele Espro