Stretto di Messina

Gli ultimi sistemi difensivi dello Stretto di Messina

1Il dispositivo eretto a fine Ottocento a difesa dello Stretto di Messina, di fatto si componeva di batterie costiere alte a basso parapetto per il puntamento diretto, con artiglierie principali in ghisa (obici “C”) di grosso calibro con sistemazione in barbetta, utili al tiro curvo di sfondo contronave.

Tali batterie rappresentavano un esempio di strategia difensiva dei litorali basata su piazzeforti ben protette e fortemente armate, aventi il compito di operare in sinergia con le flotte navali per la difesa attiva in mare e le difese territoriali per l’opposizione a sbarchi o invasioni.
Tuttavia già nei primi anni del Novecento, il progresso delle artiglierie aveva posto il problema dell’adeguamento delle difese, suggerendo la realizzazione di un preciso programma di opere moderne.
Dal 1906 al 1943 lo SME e le varie Commissioni di difesa e studio, produssero sistematicamente tutta una serie di atti utili a meglio organizzare la protezione costiera.
In particolare dopo la fine della grande guerra lo SME ribadì l’ulteriore inefficacia delle batterie rispetto agli anni precedenti, ritenendo opportuna la sostituzione delle fortificazioni permanenti con quelle di tipo campale e la riduzione e l’adattamento delle vecchie fortificazioni alle offese aeree.
Nel frattempo si erano redatte nuove Istruzioni per la difesa costiera nel 1919, 20 e 21 e 1924-25 con la decisone, riguardo la Piazza marittima di Messina, di rimandare a tempi successivi l’allestimento delle batterie, rimanendo però la preminenza di interessi circa la gestione della Marina della Piazza stessa, con la gestione delle batterie di obici e quelle di grosso calibro a cura dell’Esercito.
Nel 1928 fu approvata la Relazione sulla difesa controarea territoriale attiva, che per Messina prevedeva l’organizzazione a cura della Marina. Nel 1931 seguì la nuova Istruzione per la difesa delle coste e nel 1935, nell’ambito della nuova organizzazione territoriale, Messina fu inserita alle dipendenze dell’Ispettorato di gruppo di zona di Napoli, diretto da un generale di divisione.
Lo stesso anno fu istituita una nuova specialità della MVSN da impiegare nelle Piazze marittime solo come artiglieria, ovvero la Milizia da COS., erede dell’Artiglieria da Costa e avente i comandi superiori in comune con la M. DICAT.
Nel 1939 la M. da COS. a sua volta divenne Milizia Marittima di Artiglieria, con compiti di gestione delle batterie contraeree, doppiocompito e costiere nelle Piazze marittime. 2
Dal 1940 al 1943 furono emanate importanti circolari e direttive circa la difesa delle coste, il potenziamento della difesa costiera e delle Piazze M. M., la protezione delle vie di comunicazione ed impianti e la difesa antiparacadutisti; sulla difesa delle frontiere marittime e riguardo la sistemazione difensiva e i lavori di fortificazione alle frontiere marittime.
Le ormai datate e vecchie batterie costiere di fine Ottocento dello Stretto, già drasticamente ridotte a 4 nel 1915 (all’epoca per la difesa antisom erano previsti i punti rifugio, ovvero apposite postazioni non permanenti di artiglieria di piccolo calibro distribuite lungo le coste), ancora dotate degli originari complessi da 280/9 in ghisa montati in piazzole circolari, su affusti da posizione e sott’affusti a molle a perno centrale, aventi cadenze di tiro, gittate e caratteristiche in genere ormai da considerarsi risibili; erano nel frattempo state in massima parte disarmate e destinate a depositi. Ne rimanevano infatti attive soltanto 8 nel 1942 e 4 nel 1943 a gestione MilMArt,
Ci si domanda a tal proposito:
1) durante quello che di fatto fu un conflitto mondiale innovativo dal punto di vista dei mezzi, delle tattiche e strategie belliche, erano tali poche e vistose opere costiere, concepite e progettate nell’ultimo ventennio dell‘Ottocento e dichiarate obsolete già a partire dai primi anni del Novecento, da sole in grado di difendere il fronte a mare, lo Stretto e il territorio della Piazza, evitando attacchi navali e sbarchi nemici in qualsiasi punto della costa?
2) Essendo state concepite in un periodo in cui per ovvi motivi il massimo sforzo difensivo si concentrava soltanto sulla protezione antinave e antisbarco dell’epoca; potevano esse a distanza di 60 anni, di offrire sorveglianza e dare effettiva protezione contro l’aereo, cioè uno dei principali strumenti di attacco, enormemente evolutosi e fortemente impiegato proprio come determinante arma di avvistamento e offesa nonché di risoluzione dei conflitti?

Le risposte sono semplici, dato che non furono di certo tali vecchie batterie, tra l’altro fantasiosamente denominate “forti umbertini”, ad ottemperare a tali gravosi compiti, rivestendo solo un ruolo marginale nell’ambito delle attività difensive.

Infatti a partire dalla seconda metà degli anni Trenta fu edificata una prima ossatura del nuovo sistema difensivo attivo permanente, in sostituzione delle vecchie opere di GC di fine Ottocento, come detto assolutamente inadatte ad assicurare la difesa della Piazza da più evoluti strumenti, sistemi e tattiche offensive.
La protezione spettava dunque alle nuove batterie concepite in netto contrasto con le vecchie opere, secondo più adeguati criteri basati sulle ridotte dimensioni (elementi puntiformi), massimo mimetismo, economia e celerità di realizzazione e l’impiego di appositi sistemi d’arma. A queste opere seguirono a secondo conflitto mondiale già iniziato, quelle costituenti il nuovo fronte a terra, che aveva il compito specifico di controllo, impedendo eventuali penetrazioni nemiche nel territorio della Piazza.
Nel 1939 Messina in quanto località di primo grado armava 5 batterie da 75 mm in posizione più 5 assegnate e 22 mitragliatrici. In breve volgere di tempo, sorsero inoltre opere difensive a largo raggio, che integrati da servizi di vigilanza armata, valsero ad assicurare l’inviolabilità delle zone portuali mediante il controllo costante ed accurato sul traffico delle persone e dei mezzi e sui materiali e generi in approntamento per il carico a bordo delle unità da guerra.
Nel 1943 lo Stretto risultava difeso da un sistema permanente composto da 21 batterie per cannoni da 90/53, 4 da 90/42, 22 da 76/40, 3 da 75/46 e 2 da 20 mm, in posizione.
In particolare nel luglio- agosto di quell’anno, tra fisse e mobili contava circa 29 batterie italiane da 76, 90, 120, 149 e 152 mm e 22 tedesche da 88, 105 e 170 mm, più vari pezzi leggeri da 20 e 37 mm. A tal proposito circa la difesa contraerea vari autori tra cui Santoni, Jacason, Gundelach, Hooton e D’Este indicano notizie differenti, come ad es. 235 pezzi di cui 123 da 88 e 90 mm e 112 di calibro inferiore, oppure 70 batterie o 65 batterie, o ancora 164 pezzi pesanti e 112 leggeri. La difesa costiera era invece assicurata da batterie 152 mm italiane e 4 tedesche da 170 mm, oltre alle sopracitate quattro batterie da 280.
Fu l’azione di tali più moderne batterie, facenti parte del cronologicamente ultimo dispositivo eretto, ed effettivamente impiegato in guerra, a consentire l’efficace protezione dello Stretto durante il secondo conflitto mondiale, assicurando il pieno successo delle operazioni di trasferimento delle divisioni italiane e tedesche in Calabria nel luglio- agosto 1943, ed evitando dunque l’accerchiamento da parte delle due armate angloamericane sbarcate sull’isola.

Armando Donato

L’origine del conio a Messina

Le memorie attestate al Messenion d’oro, erroneamente limitate a fatti successivi al 1907, che alcuni studiosi rilanciano, motivando l’impossibilità di attestare con i documenti fatti antecedenti, sul tema lamentano una scarsa documentazione adesso colmata. Nel 1907 veniva battuto in un asta londinese, un esemplare del Messenion d’ro allora posseduto dal Marchese Pucci di Firenze, già segnalato nel 1824 da diversi numismatici, italiani ed esteri.
Nuovi documenti su fondi antiquari, gettano una luce foriera di verità, sulle memorie del Messenion d’oro.
James Millingen (London 1837 a pag 28 e successive), il noto studioso inglese, ricostruendo con docuneti storici gli avvenimenti del Messenion d’oro, secondando le fonti provenienti da Strabone e Pausania, rivelava alcune peculiarità della moneta: studiando la leggenda espressa nel conio, in modo particolare, in rapporto al sigma “me(SS)enion”
[qui, segnalato in caratteri non oschi ne tanto meno greci per comodità]. Sempre grazie alle segnalazioni pubblicate nel 1827 da sir James Millingen, un grande numismatico inglese dell’epoca, si apprendevano delle peculiarità storiche in rapporto all’emissione delle prime monete dell’antica Zankle. La prima emissione monetale di zankle ( 492 al 489 ) avviene, quando i Sami alleati di Anassila governano la città riproducendo un tetradramma che esponeva nel diritto la siluette di un leone e nel retro la prua di una nave con emissioni in bronzo ed argento.
Quando Anassila rompe l’alleanza con i Sami 489 a. C., che si erano nel frattempo alleati con Siracusa, ed insedia nella antica Zankle dei profughi Messeni, avviene un mutamento politico, che provoca fra le tante complicazioni, anche la necessità identitaria nel nostro caso monetale, producendo un nuovo conio che esponeva nel diritto,la siluette di un leone e nel rovescio un vitello in bronzo ed argento. Verso la fine del 481 a. C. e gli inizi del 480 a.C. viene emesso il conio della lepre e della biga trainata da un cavallo; alcuni presumono si tratti, dei primi abboccamenti o delle prime gare sportive verso le quali, si era aperto il regno del dittatore di Reggio per essere, successivamente soppiantate, dalla famosa emissione in oro. In questo frangente storico, compaiono monete che espongono la famosa lepre e la quadriga trainata dai muli con o senza nike 481- 480. Come si deve collocare il conio con lepre e quadriga trainata da muli dove compare la nike? logica vuole successivamente a questi riferimenti.
Solo al tempo in cui Anassila fu detronizzato, quindi successivamente al 480 a.C. sarà emesso il conio del delfino e del quadrato incusso.

Alessandro Fumia

Cannoni di Grotte: riconosciuta ufficialmente l’errata attribuzione alla marina britannica

La spettabile U.O. XII- Beni Storico Artistici e Iconografici della Soprintendenza di Messina, ha recentemente approvato la richiesta per la sostituzione dei cartelli che erroneamente indicano come britanniche, quelle che in realtà sono due artiglierie navali della marina borbonica, visibili lungo la riviera nord di Messina in zona Grotte. Dunque per la prima volta a distanza di vari decenni dal ritrovamento, è stata  ufficialmente riconosciuta la corretta appartenenza borbonica dei cannoni.
La segnalazione supportata dell’apposito studio a cura di Armando  Donato (coadiuvato nelle specifiche operazioni di  misurazione dei pezzi, dai giovani studiosi  Antonino Teramo e Giovanni Arigò) era stata fatta nel mese di ottobre su iniziativa del MoVimento  5 Stelle, rappresentato da Gabriele Lando.
Adesso la parola passa al Comune, ente competente anche per un eventuale restauro, ed al quale sarà inviata una nuova comunicazione con relazione aggiornata.
Si ricorda che l’art. 9 della Carta Costituzionale, promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Nello specifico il D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42. (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) tutela i beni in oggetto, con  agli artt. 1, 6, 7 (valorizzazione  e funzioni e compiti in materia), 10 (oggetto della tutela) 20 (protezione e conservazione), 21 (spostamento), 29, 30, 38 e 40 (conservazione, obblighi conservativi, accessibilità al pubblico, interventi conservativi), 101, 111, 112 (fruizione dei beni culturali e  le attività di valorizzazione), 118 (promozione e attività di studio e ricerca), 119 (diffusione della conoscenza del patrimonio culturale) e 120 (sponsorizzazione dei beni culturali).
Ci auguriamo che il Comune di Messina accolga la richiesta della sostituzione dei cartelli. Iniziativa che pur nel suo piccolo sarà utile a dare un bel contributo circa questi due beni di interesse storico, che rappresentano un significativo e tangibile esempio del mondo politico-militare, commerciale e industriale di oltre duecento anni or sono, e testimoniano alcuni importanti momenti storici vissuti da Messina in quanto luogo strategico di importanza capitale, nel contesto politico- economico e bellico europeo.

Armando Donato M.

1941-1943: gli abbattimenti degli aerei alleati nell’area dello Stretto, ad opera della contraerea e della caccia italotedesca

Come già accennato  e documentato  in varie occasioni, il secondo  conflitto mondiale è da  considerarsi uno dei più tragici ma nel contempo significativi periodi della storia di Messina; fonte di innumerevoli notizie e fondamentale  base per studi e ricerche. Periodo ancora a noi vicino, quindi ricco di testimonianze umane, documentali ma anche architettoniche, date le tante opere protagoniste di quei fatti, ancora oggi perfettamente integre.
Uno degli aspetti più significativi è quello relativo  alle incursioni aeree a cura dell’aviazione prima inglese (1940, 41 e 42)  e successivamente anche americana (1943). Messina infatti fu sin dall’inizio della guerra (la prima incursione avvenne nel luglio 1940) un  obiettivo primario,  in quanto importante Piazza marittima, punto strategico circa i trasporti nel mediterraneo quindi di  approvvigionamento bellico e successivamente obiettivo finale dell’ Op. Husky, ovvero lo sbarco alleato in Sicilia.
Allo scopo di fornire notizie storiche interessanti  mediante l’elaborazione dei dati estrapolati dai bollettini di guerra ufficiali raccolti in vari volumi dell’USSME, sarà inserita una inedita e sintetica scheda cronologica, relativa  al numero degli aerei angloamericani perduti durante i numerosi attacchi nell’area dello Stretto tra il 1941 al 1943,  a causa della contraerea o della caccia italotedesca, la cui organizzazione ed azione furono sempre importanti se non determinanti ai fini della difesa, in modo particolare nel 1943.

Numero aerei abbattuti anno 1941

11 settembre: 1
10 novembre: 1
5 dicembre: 5
Totale: n 7 aerei

Numero aerei abbattuti anno 1942

27 febbraio: 1
27 aprile: 1
28 maggio:  4
31 maggio: 1
1 giugno: 1
7 giugno: 1
8 luglio: 1
Totale: n 10 aerei

Numero aerei abbattuti anno 1943

27 gennaio: 2
30 gennaio : 4
31 gennaio: 2
9 febbraio: 1
21 febbraio: 2
25 marzo: 2
7 aprile: 3
12 aprile: 1
13 aprile: 1
29 aprile: 2
1 maggio: 9
7 maggio: numero imprecisato
10 maggio: numero imprecisato
11 maggio: 1
14 maggio: 4
18 maggio : 1
22 maggio: 3
25 maggio: numero imprecisato
26 maggio: 6
7 giugno: 4
14 giugno: 2
19 giugno: 2
20 giugno: 3
22 giugno: 2
23 giugno: 2
26 giugno: 18
28 giugno:2
29 giugno: numero imprecisato
6 luglio: numero imprecisato
14 luglio: numero imprecisato
15 luglio: 6
17 luglio: 5
24 luglio: numero imprecisato
27 luglio: numero imprecisato
28 luglio: 1
3 agosto: 2
7 agosto: 1
12 agosto: 3
15 agosto 11
Totale: n 108 aerei

Totale generale: n 135 aerei

Il totale degli abbattimenti è di almeno 135 aerei alleati di vario tipo (dai caccia monoposto ai grossi quadrimotori). Le cifre più terrificanti  per l’aviazione alleata sono però quelle relative al 1943, con almeno 108 aerei abbattuti in 8 mesi e picco massimo nel mese di giugno con 35 aerei abbattuti in 9 distinte incursioni.
Il 1943 fu un anno decisivo circa gli equilibri politici e militari, in relazione all’attacco all’Europa tramite lo sbarco in Sicilia. Dall’analisi delle cifre dei tre distinti anni si evince infatti un volume di incursioni crescente e nel 43 uno sforzo bellico non indifferente, nel tentativo di interdire le operazioni nemiche nello Stretto e nelle ultime fasi della campagna di Sicilia, di bloccare e impedire la ritirata ordinata in Calabria dell’esercito italotedesco, facilitando l’avanzata delle forze di terra con l’obiettivo di chiuderlo a Messina. Operazione non riuscita e pagata a caro prezzo sotto molteplici aspetti.

Armando Donato M.

Messina tra Ottocento e Novecento

Alla fine dell’800, quando Gaetano La Corte Cailler cominciò ad operare, Messina viveva una delle sue piu brillanti stagioni.
Si era da poco pervenuti all’Unità d’Italia e, malgrado la perdita del privilegio del Porto Franco, la città era in grande sviluppo. Città non grande, strettamente a misura d’uomo (contava 147.106 abitanti all’alba del secolo, mentre la più grande città d’Italia, che era Napoli, ne contava 547.503).
Lo speciale regime di franchigie aveva attirato molti capitali stranieri che avevano reso la città un vero e proprio emporio commerciale. I diversi banchi privati favorivano ogni iniziativa commerciale ed industriale, consentendo appunto che attività, già artigianali, venissero ad assurgere a vere e proprie attività industriali. Oltre all’industria della seta si ebbero veri e proprii opifici industriali per la lavorazione dei filati e tessuti di cotone, concerie, saponifici, fabbriche di cremor di tartaro, di estratto di sommacco (legate strettamente all’industria conciaria), alimentari come pasta e biscotto per le navi, letti in ferro ed in rame, mobili, guanti, finimenti in cuoio, carri e carrozze, ecc. A questo si aggiunga il movimento portuale che vide il suo massimo splendore, proprio nell’ultimo ventennio del secolo, con una marineria, anche velica, che portava lavoro per tutti.
È oggi impensabile ed indescrivibile, la massa di lavoro e di benessere che ne ricavava la città che era tutta protesa attorno al suo porto. Le necessità erano immense e c’era lavoro per tutti. Le navi si dovevano rifornire dagli alimentari alle verdure fresche, cordami, vernici, parti metalliche, vele e bandiere, fanali; insomma una infinità di prodotti che sarebbe impossibile descrivere.
Altra massa di lavoro veniva dalle opere pubbliche che si andavano realizzando. Si era posto mano al piano regolatore Spadaro con la creazione dei quartieri nuovi che erano quelli dal Piano di Terranova sino al torrente, poi via Santa Cecilia. Era tutta la zona nuova, allora creata attorno a piazza San Martino, più tardi detta Piazza Cairoli. Si erano costruite le ferrovie sicule: Messina/Giardini/Catania e la più impegnativa Messina/Cefalù/Palermo con i grandi lavori del Ponte sul Camaro, Galleria Peloritana, Ponte Gallo; mentre erano in corso i lavori per la realizzazione dei Magazzini Generali, del Bacino di Carenaggio (il primo costruito in Sicilia) e si terminavano i grandi lavori delle fortificazioni umbertine che guarnivano di “forti” tutte le colline del messinese e della dirimpettaia costa calabra. Si costruiva anche l’acquedotto della Santissima.
L’hinterland o retroterra di Messina era la Calabria. Tutti indistintamente i prodotti della Calabria affluivano a Messina per essere manipolati o semplicemente commercializzati per trovare collocazione oltremare.
Come accennato, si costruirono i Magazzini Generali ed il Bacino di Carenaggio, che sono stati realizzati nella città a spese dello Stato per indennizzare la stessa dalla perdita del porto franco. Si volle celebrare il completamento dei Magazzini con la grande esposizione che risultò una rassegna dell’ operosità di Messina.
La città era anche piazzaforte di prima classe per cui era presente una forte guarnigione, base navale,. ecc. compreso un fiorente Collegio Militare che veniva soppresso poco prima del 1908.
Era tale il prestigio che godeva Messina all’inizio del secolo da venire scelta quale sede del II congresso dei Sindaci d’Italia che, auspice il sindaco Martino e sotto la Presidenza del Sindaco di Milano, si tenne nel 1902 nei grandi saloni della Società Operaia. Proprio in quella occasione, il Comune si rese promotore della edizione di quella Guida che doveva divenire famosa e preziosa, perché rappresentò il canto del cigno di Messina, prima di sparire per sempre. E tale Guida fu dovuta, principalmente, all’opera di Gaetano La Corte Cailler del quale ci occupiamo.
Egli si muoveva nell’ambiente che è stato solo tratteggiato.
Ambiente tranquillo di una città onesta di gloria ed immersa nel benessere. Città ricca di opere d’arte accumulatesi nei secoli per cui si pensava a renderla sempre più bella ed accogliente trasformando piazze, sistemando ville, tracciando nuove strade e cercando di recuperare e conservare ai posteri quanto veniva a rendersi disponibile a seguito dello scorporo dei beni monastici per cui una massa ingente di opere d’arte si rese disponibile e permise l’incremento del Civico Museo di San Gregorio dove operò largamente appunto il La Corte. Proprio nel 1900 nacque, sotto i migliori auspicii questa Società Messinese di Storia Patria che vide fra i suoi fondatori proprio il La Corte Calller il quale iniziò, già nel suo primo numero, la collaborazione nella gloriosa rassegna sociale. Altri parlerà a questo riguardo, altri dirà quale è stata la collaborazione data dal La Corte al sodalizio che ebbe per primo Presidente il Prof. Giacomo Tropea, nonché collaboratori del livello del Prof. Oliva, di Lodovico Perroni-Grande, del barone Giuseppe Arena Primo, Giacomo Galatti, Gioacchino Chinigò, Giacomo Macrì, Virgilio Saccà, il notaio Luigi Martino e Francesco Guardione.
Come detto, la città era a misura d’uomo ed il La Corte vi si muoveva a suo agio. La vita si svolgeva tranquilla in uno spazio circoscritto. L’orgoglio cittadino era la cosidetta “palazzata”, celebre in tutto il Mediterraneo. Questa era una fila di sontuosi ed armoniosi palazzi, formanti un tutt’uno, in quanto fra loro collegati con le cosidette “porte” che lasciavano libero il passaggio a tutte le vie che dal centro cittadino scendevano sino al mare.
La “palazzata” era relativamente recente in quanto ricostruita – e peraltro non completata -dopo il disastro del 1783 che aveva distrutto quella precedente, opera di Simone Gulfi e di Iacopo Del Duca che aveva realizzato il Palazzo Senatorio. In essa avevano sede i più importanti ufficii aventi attinenza con il porto; varii alberghi (Trinacria, Bellevue, ecc.) nonché lussuosi appartamenti abitati dai pili facoltosi cittadini nonché dalla residua nobiltà. Tutto era improntato ad una signorilità che incuteva rispetto.
Davanti alla Palazzata vi era un magnifico mercato coperto, interamente costruito in ghisa nel 1864 ed in detto mercato, le dovizie del mare non inquinato e la ricchezza delle campagne circonvicine, facevano affluire ogni ben di Dio e “fare la spesa” per i messinesi era un vero e proprio rito.
Lungo la cosidetta “Marina” sorgeva la maestosa fontana del Nettuno e, davanti al portone del Palazzo Municipale, c’era un elegante sbarcatoio semicircolare, tutto bianco di marmi ed adornato di due grandi leoni ricavati dai basamenti dei distrutti monumenti a Carlo III e Francesco I.
La sistemazione l’aveva curata l’architetto Giacomo Fiore.
Vi passava la tranvia Messina-Barcellona, mentre la cittadinanza ottenne di non farvi passare la più ingombrante ferrovia per Palermo, deviata mediante il “curvone” di Gazzi, alle spalle della città, per cui si rese appunto necessaria la costruzione del Ponte sul Camaro, la grande Galleria Peloritana ed il viadotto di Ponte Gallo. Le spese furono notevoli, ma si salvò una delle zone più belle del mondo, di allora.
Le strade interne erano una più bella dell’altra: via Garibaldi che andava dal Largo delle Anime del Purgatorio sino a poco oltre Piazza Ottagona con la bella fontana di Carlo Falconieri piazzatavi nel 1842. La Chiesa delle Anime del Purgatorio, di patronato della famiglia Loffredo, era prospiciente alla esistente abside dei Catalani e chiudeva la via Garibaldi dal lato Sud. A Nord finiva, come detto, a Piazza Ottagona che non avendo subito spostamenti è uno dei punti di riferimento tuttora validi.
Poco a monte scorreva il corso Cavour o Strada del Corso come si continuò a chiamarla. Strada un po’ tortuosa, ma ricca dei negozii più eleganti e che seguiva presso a poco l’attuale tracciato. Andava dalla villa Mazzini al Ponte Ospedale, dove appunto, c’era un primo tratto coperto del Torrente Portalegni.
Dal Largo delle Anime del Purgatorio, proprio all’altezza dei Catalani, partiva la lunga e popolare Via Cardines che aveva bonificato l’antica Giudecca. Intersecava leggermente a sbieco la via I Settembre, formando il grazioso quadrivio delle Quattro Fontane che lo avevano realizzato fra il 1600 ed il 1700 gli artisti Buceti, messinese, e Magnani, toscano ed altri.
Andando verso sud, la Via Cardines, lasciava sulla destra la vecchia Porta della Zecca, già gloria dei Messinesi e subito dopo c’era il Tempio di San Filippo Neri. Nell’annesso collegio, dopo lo scorporo dei beni monastici, venne allogato l’Istituto Tecnico Jaci, mentre i filippini nella sagrestia della Chiesa tenevano un piccolo osservatorio astronomico che a mezzogiorno in punto lasciava scendere una nera palla che serviva da segnale all’artigliere che dalla Cittadella lasciava partire un colpo di cannone per dare l’ora esatta.
La strada proseguiva sino al Tempio della Maddalena dopo aver lasciato sulla sinistra il Grande Ospedale e proseguiva verso la periferia sud.
A monte del Corso Cavour c’era la via Monasteri (ora XXIV maggio) che era la strada principale della Messina medioevale.
Lungo il suo corso sorgevano varie chiese e conventi racchiudenti tesori d’arte inestimabili, tanto da indurre, alla fine del 1700, il pittore Filippo Hackert, venuto qua a ritrarre il porto per incarico di Ferdinando I, a scrivere un volumetto sui tesori d’arte che aveva visto nella città appena uscita dal disastro del 1783.
Venendo da Nord c’era la Chiesa di San Matteo con la grande cupola del Maffei poi la Casa Pia, la Chiesa e Convento di San Francesco d’Assisi le cui absidi furono riprodotte in più di un quadro di Antonello da Messina che abitava in quei pressi. All’angolo con il piccolo torrente Boccetta c’era la cinquecentesca Chiesa di Santa Maria della Scala dalla bellissima facciata bugnata. All’angolo opposto c’era l’ottocentesca Chiesa di Santa Chiara ivi trasferita dalla zona di Terranova dopo i fatti del 1848 ed era opera di Leone Savoja. Più avanti, Chiesa e Convento di Montevergine, più avanti ancora il Monte di Pietà, mentre nel lato mare c’era il Teatro della Munizione, vero tempio messinese dell’arte e che ospitò fra l’altro Vincenzo Bellini.
Proseguendo ancora verso sud, attraverso un vico letto si accedeva alla terrazza e quindi al Convento ed alla Chiesa di San Gregorio. Non grande, ma di una bellezza ed una ricchezza, veramente rare. Le tarsie marmoree erano veramente favolose e tutte opera di botteghe messinesi. Lo scorporo dei beni monastici aveva trasformato il convento in scuole e museo, dove appunto già operava il La Corte Cailler. Dalla terrazza antistante tale chiesa, si vuole che Wolfango Goethe, si sia ispirato per la famosa ballata della “Mignon”.
La più grande piazza cittadina era quella del Duomo, tutta cinta di palazzi bellissimi ed adornata dalla esistente fontana di Orione la quale venne ivi collocata nel ‘500 in perfetto asse con la via Austria (ora I settembre). Oggi può sembrare fuori posto, ma non lo è, anche perché faceva pendant con il monumento a Carlo II distrutto nel 1848. Il vero “salotto” di Messina era la piazza del Municipio, priva di monumenti perché quelli esistenti erano stati rimossi, ma sistemata a palmizi provenienti dalle piti belle ville di Messina; e tornando verso nord c’era la piazzetta di San Giovanni di Malta e c’erano naturalmente le vie e piazze popolari, il magnifico Viale Principe Amedeo, la Piazza Vittoria con a fianco il Giardino a Mare o Chalet come amavano chiamarlo i messinesi. La città era splendidamente illuminata a gas e già apparivano le prime artistiche lampade elettriche. C’erano sempre aperti i due grandi Teatri (Vittorio Emanuele e Munizione) nonché teatri minori, specie estivi, e le prime piccole sale cinematografiche.
Purtroppo il 1908 doveva dare un colpo mortale a tutto.
In pochi secondi ogni cosa doveva cambiare a seguito della sparizione di ricchezze immense e tesori d’arte inestimabili.
Tutto fu travolto sino al risorgere della città baraccata che andava occupando tutti gli spazii liberi e tutta la zona sud del vecchio perimetro abitato. I vari comitati di soccorso fecero a gara nel dare aiuti. I primi insediamenti si ebbero nella zona di San Martino dove sorse Michelopoli dal nome del deputato clericale Micheli. Sorse il grande baraccamento detto degli” americani”, le baracche svizzere, le baracche romane, il quartiere Lombardo, i vari orfanotrofii (Lombardo, Regina Elena, ecc.) e poi, la scuola Verona-Trento, l’Ospedale donato dal Piemonte e così di seguito.
Il La Corte si mosse nella nuova Messina. Lottò disperatamente con i “ricostruttori”. Egli che da vero messinese vedeva distruggere con la dinamite quanto non aveva distrutto la natura, scrisse centinaja e centinaja di articoli. Inveì contro tutti, si battè per la conservazione della palazzata, per la conservazione, almeno del palazzo municipale. Scrisse contro chi fece distruggere con la dinamite San Giovanni di Malta, annotando scrupolosamente che si era fatto in modo di far esplodere le mine verso l’interno della chiesa per non lasciare traccia di quanto vi esisteva. Annotò pure con entusiasmo i passi che si facevano per la ricostruzione, quando veniva tracciata una strada, quando veniva inaugurato un nuovo ricostruito palazzo od una chiesa sino a quando, in ancora relativamente giovane età lasciava tutto, ma almeno ha avuto la fortuna di veder ricostruito il Duomo dopo l’avvenuto ripristino delle feste di mezz’agosto per le quali si era energicamente battuto.

(tratto dal volume 41° della Società Messinese di Storia Patria, a cura del Prof. Vittorio Di Paola)

La Costardella dello Stretto di Messina

Pesce beloniforme (scombresoxaurus) della famiglia Scombresocidi caratterizzato da corpo affusolato e allungato da un becco. Lungo oltre 30 cm, presenta colorazione verde con riflessi blu sul dorso, mentre il ventre è argenteo. Si nutre esclusivamente di platon. E’ oggetto di pesca speciale per le sue carni pregiate: viene anche attirato dalle luci delle lampare e nello Stretto di Messina era catturato frequentemente con rete di circuizione con l’ausilio di una barca principale (raustina) e di una più piccola (luntru, usata come punto di partenza di arrivo nella cicuizione); un’altra barca (bacca ‘i stagghiu) veniva usata per tagliare la strada al banco e da cui venivano lanciati sassi bianchi per impaurire e fermare la corsa dei pesci.
Nello Stretto di Messina le uova di questa specie si pescano nei mesi da novembre a gennaio e nel golfo di Napoli dal mese di ottobre a dicembre. Nel gennaio-marzo già si trovano stadi giovanili lunghi 12-25 mm. In questi stadi non si nota ancora la presenza del becco che incomincia a svilupparsi solo quando hanno raggiunto i 40 mm.

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Anche tra i pesci esistono distinzioni, privilegi, gerarchie. La costardella, per esempio, se le si dovesse riconoscere uno status sociale, certamente finirebbe ad ingrossare la massa proletaria. Primo, perchè costa relativamente poco. Secondo, perchè la sua carne, saporitissima e fragrante, presenta al gusto qualcosina che non si addice del tutto ai palati delicati, quelli che puntano, sempre e dovunque, al pesce da taglio, al pesce grosso.
La costardella è piccola, fa parte dell’azzurro, è guizzante. L’aspetto richiama in piccolo, anzi in minimo, il pesce spada. Anch’essa si allunga e si assottiglia in punta di siluro. La qualità più prelibata è naturalmente quella dello Stretto. Al riguardo c’è da spendere una parola. Tutti i pesci che frequentano lo Stretto, a detta di chi se ne intende, pescatori e pescivendoli, sono di qualità diversa, superiore. Il pesce spada è inarrivabile perchè le acque, fatte sempre nuove dalle fortissime correnti, lo lavorano ai fianchi, lo levigano, lo tengono in strenuo esercizio: nulla a che vedere con quei mari caldi e stagnanti dove il pesce si dà a dolce vita e il risultato è carne flaccida, che sa di nulla. I pesci dello Stretto sono agili, scattanti, sodi come atleti. La costardella è tra questi.
Nell’immediato dopoguerra, quando le risorse dei ceti popolari non erano floride (quando mai lo sono state?), la costardella, d’estate, era la manna che veniva dal mare. E quando la pesca era particolarmente abbondante, il vocio delle strade non aveva nulla di petulante, era festa, un dilagare di contentezza. I pescivendoli non usano più bilance e stadere, buttano via tutto: gli si dà un piatto, e loro te lo ricolmano di pesce. Cento lire a piatto.
La costardella è duttile. Puoi trattarla in mille modi. Ma, com’è in ogni cosa, anch’essa, “ha la sua morte”. E la morte sua è la frittura. Frittura, si capisce, d’olio d’oliva se intendi esaltarne il gusto, rallegrarti del suo aroma: in questo è selettiva ed esigente, e non ammette altri oli, aborre i futili oli di semi.
Qualche volta si affaccia, un po’ timida in verità, la domanda se nella evangelica moltiplicazione dei pani e dei pesci ci fosse un posto per l’umile costardella. Piace immaginare che un posto per lei doveva pur esserci. E sfamare cinquemila persone anche a costardelle doveva, potrebbe essere cosa non da poco, un tripudio per tutti.

I mostri che infestano lo Stretto: la vicenda di Cola Pesce

Di sicuro è la leggenda più nota nella cultura del popolo messinese. Provate a chiedere ad un bambino, su cosa si erge Messina, lui vi risponderà che la città è sostenuta da due colonne e da Cola Pesce. La leggenda, risale ai tempi di Federico II di Svevia e venne trascritta poi da diversi autori come ad esempio Italo Calvino, che la inserì nella sua raccolta di Fiabe italiane del 1965. Cola era un ragazzino che amava particolarmente il mare tanto da riuscire a stare in acqua dalla mattina alla sera. Un giorno d’estate, Cola era insieme alla madre sulle coste Messinesi e come era suo solito, se ne stava in acqua già dalle prime ore del dì, si sentiva urlare ed era proprio la donna che a squarciagola invitava il figlio ad uscire dall’acqua, ma il ragazzo amava talmente il mare che di uscire non ne voleva sapere. La madre stanca di urlare si rivolse al cielo e gli mandò una maledizione, dicendo “ che tu possa diventare un pesce”. Quel giorno, il cielo parve voler esaudire le parole della donna, e in meno che non si dica, Cola iniziò a mutarsi in pesce, da quel momento in poi, Cola non mise più piede sulla terraferma. Intanto la voce che questo ragazzo di Messina si fosse tramutato in pesce, faceva il giro del regno ed arrivò alle orecchie del re, il quale ordinò ai pescatori, che chiunque lo vedesse, di dirgli che il re voleva parlargli. Un giorno un pescatore, lo vide nuotare e lo chiamò, riferendo il messaggio del re. Cola nuotò verso il palazzo del re, ed il re gli disse che essendo un ottimo nuotatore, voleva che scoprisse cosa ci fosse nei fondali della Sicilia, Cola obbedì, si immerse e dopo poco tempo fu di ritorno al palazzo. Il ragazzo disse di aver visto tra i fondali, affiorare montagne, valli, caverne e pesci di mille colori. Cola però riferì di non aver visto i fondali del Faro, perché troppo profondi. Il re ordinò al ragazzo di scendere più a fondo e riferire cosa ci fosse, perché voleva sapere su cosa fosse sostenuta la città di Messina. Cola pesce, si immerse e dopo qualche giorno riemerse e disse al re che la città era sostenuta da tre colonne di cui una integra, una scheggiata ed una rotta. Esaudita la curiosità del re, costui volle che Cola Pesce lo seguisse fino a Napoli, per riferire cosa ci fosse sul fondo del vulcano. Cola si immerse e disse che aveva trovato, l’acqua fredda, l’acqua calda ed in fine sorgenti di acqua dolce. Il re, non credeva alle parole di Cola Pesce e gli diede delle bottiglie affinchè queste potessero essere riempite delle diverse tipologie di acqua. Cola tornò nel fondo del vulcano le riempì e le portò al re. Intanto la curiosità del re era tanta e voleva a tutti i costi sapere cosa ci fosse nei fondali del Faro e quanto esso fosse profondo. Entrambi tornarono a Messina e il re ordinò a Cola di scendere nuovamente tra i fondali, dopo due giorni riemerse, e disse di aver visto una colonna di fumo provenire da uno scoglio. Il re, che non stava nella pelle per la curiosità chiese a Cola di tuffarsi dalla cima della Torre Faro, che si ergeva sulla punta del capo Peloro. Cola si tuffò e riemerse dopo diversi giorni, era spaventato e pallido. I re gli chiese a cosa fosse dovuto quel pallore e Cola narrò di aver visto un pesce dalla bocca gigante, capace di mangiare un bastimento e che per sfuggire alle sue fauci, dovette nascondersi dietro una delle colonne che reggono la città. Il re rimase pietrificato dal racconto, ma la curiosità di sapere quanto profondo fosse il mare nella zona del Faro era troppa, e ordinò a Cola di ritornare in mare, ma il ragazzo era talmente terrorizzato che non volle più scendere, allorchè il re, prese la sua corona ricca di gemme preziose e la lanciò in acqua e disse a Cola di andarla a riprendere. Il ragazzo, senza esitare si gettò in acqua, poiché quella era la corona del Regno, ma disse al re di dargli delle lenticchie. Cola nel cuor suo sentiva di non riemergere più dall’acqua e il re gli chiese a cosa servissero delle lenticchie. Il ragazzo disse, Maestà, se vedrete risalire le lenticchie, vorrà dire che io non tornerò più in superficie. Vennero date le lenticchie al fanciullo che si immerse. Passavano i giorni e Cola non risaliva, fin quando un giorno, il re vide risalire a galla le lenticchie e da allora in poi molti aspettano ancora oggi che Cola risalga in superficie. Ma si dice che il ragazzo sia ancora sott’acqua a reggere Messina al posto di quella colonna che si ruppe. Chissà se un giorno scopriremo se questa è una leggenda.

Laura Gangemi