Stretto di Messina

Gli ultimi sistemi difensivi dello Stretto di Messina

1Il dispositivo eretto a fine Ottocento a difesa dello Stretto di Messina, di fatto si componeva di batterie costiere alte a basso parapetto per il puntamento diretto, con artiglierie principali in ghisa (obici “C”) di grosso calibro con sistemazione in barbetta, utili al tiro curvo di sfondo contronave.

Tali batterie rappresentavano un esempio di strategia difensiva dei litorali basata su piazzeforti ben protette e fortemente armate, aventi il compito di operare in sinergia con le flotte navali per la difesa attiva in mare e le difese territoriali per l’opposizione a sbarchi o invasioni.
Tuttavia già nei primi anni del Novecento, il progresso delle artiglierie aveva posto il problema dell’adeguamento delle difese, suggerendo la realizzazione di un preciso programma di opere moderne.
Dal 1906 al 1943 lo SME e le varie Commissioni di difesa e studio, produssero sistematicamente tutta una serie di atti utili a meglio organizzare la protezione costiera.
In particolare dopo la fine della grande guerra lo SME ribadì l’ulteriore inefficacia delle batterie rispetto agli anni precedenti, ritenendo opportuna la sostituzione delle fortificazioni permanenti con quelle di tipo campale e la riduzione e l’adattamento delle vecchie fortificazioni alle offese aeree.
Nel frattempo si erano redatte nuove Istruzioni per la difesa costiera nel 1919, 20 e 21 e 1924-25 con la decisone, riguardo la Piazza marittima di Messina, di rimandare a tempi successivi l’allestimento delle batterie, rimanendo però la preminenza di interessi circa la gestione della Marina della Piazza stessa, con la gestione delle batterie di obici e quelle di grosso calibro a cura dell’Esercito.
Nel 1928 fu approvata la Relazione sulla difesa controarea territoriale attiva, che per Messina prevedeva l’organizzazione a cura della Marina. Nel 1931 seguì la nuova Istruzione per la difesa delle coste e nel 1935, nell’ambito della nuova organizzazione territoriale, Messina fu inserita alle dipendenze dell’Ispettorato di gruppo di zona di Napoli, diretto da un generale di divisione.
Lo stesso anno fu istituita una nuova specialità della MVSN da impiegare nelle Piazze marittime solo come artiglieria, ovvero la Milizia da COS., erede dell’Artiglieria da Costa e avente i comandi superiori in comune con la M. DICAT.
Nel 1939 la M. da COS. a sua volta divenne Milizia Marittima di Artiglieria, con compiti di gestione delle batterie contraeree, doppiocompito e costiere nelle Piazze marittime. 2
Dal 1940 al 1943 furono emanate importanti circolari e direttive circa la difesa delle coste, il potenziamento della difesa costiera e delle Piazze M. M., la protezione delle vie di comunicazione ed impianti e la difesa antiparacadutisti; sulla difesa delle frontiere marittime e riguardo la sistemazione difensiva e i lavori di fortificazione alle frontiere marittime.
Le ormai datate e vecchie batterie costiere di fine Ottocento dello Stretto, già drasticamente ridotte a 4 nel 1915 (all’epoca per la difesa antisom erano previsti i punti rifugio, ovvero apposite postazioni non permanenti di artiglieria di piccolo calibro distribuite lungo le coste), ancora dotate degli originari complessi da 280/9 in ghisa montati in piazzole circolari, su affusti da posizione e sott’affusti a molle a perno centrale, aventi cadenze di tiro, gittate e caratteristiche in genere ormai da considerarsi risibili; erano nel frattempo state in massima parte disarmate e destinate a depositi. Ne rimanevano infatti attive soltanto 8 nel 1942 e 4 nel 1943 a gestione MilMArt,
Ci si domanda a tal proposito:
1) durante quello che di fatto fu un conflitto mondiale innovativo dal punto di vista dei mezzi, delle tattiche e strategie belliche, erano tali poche e vistose opere costiere, concepite e progettate nell’ultimo ventennio dell‘Ottocento e dichiarate obsolete già a partire dai primi anni del Novecento, da sole in grado di difendere il fronte a mare, lo Stretto e il territorio della Piazza, evitando attacchi navali e sbarchi nemici in qualsiasi punto della costa?
2) Essendo state concepite in un periodo in cui per ovvi motivi il massimo sforzo difensivo si concentrava soltanto sulla protezione antinave e antisbarco dell’epoca; potevano esse a distanza di 60 anni, di offrire sorveglianza e dare effettiva protezione contro l’aereo, cioè uno dei principali strumenti di attacco, enormemente evolutosi e fortemente impiegato proprio come determinante arma di avvistamento e offesa nonché di risoluzione dei conflitti?

Le risposte sono semplici, dato che non furono di certo tali vecchie batterie, tra l’altro fantasiosamente denominate “forti umbertini”, ad ottemperare a tali gravosi compiti, rivestendo solo un ruolo marginale nell’ambito delle attività difensive.

Infatti a partire dalla seconda metà degli anni Trenta fu edificata una prima ossatura del nuovo sistema difensivo attivo permanente, in sostituzione delle vecchie opere di GC di fine Ottocento, come detto assolutamente inadatte ad assicurare la difesa della Piazza da più evoluti strumenti, sistemi e tattiche offensive.
La protezione spettava dunque alle nuove batterie concepite in netto contrasto con le vecchie opere, secondo più adeguati criteri basati sulle ridotte dimensioni (elementi puntiformi), massimo mimetismo, economia e celerità di realizzazione e l’impiego di appositi sistemi d’arma. A queste opere seguirono a secondo conflitto mondiale già iniziato, quelle costituenti il nuovo fronte a terra, che aveva il compito specifico di controllo, impedendo eventuali penetrazioni nemiche nel territorio della Piazza.
Nel 1939 Messina in quanto località di primo grado armava 5 batterie da 75 mm in posizione più 5 assegnate e 22 mitragliatrici. In breve volgere di tempo, sorsero inoltre opere difensive a largo raggio, che integrati da servizi di vigilanza armata, valsero ad assicurare l’inviolabilità delle zone portuali mediante il controllo costante ed accurato sul traffico delle persone e dei mezzi e sui materiali e generi in approntamento per il carico a bordo delle unità da guerra.
Nel 1943 lo Stretto risultava difeso da un sistema permanente composto da 21 batterie per cannoni da 90/53, 4 da 90/42, 22 da 76/40, 3 da 75/46 e 2 da 20 mm, in posizione.
In particolare nel luglio- agosto di quell’anno, tra fisse e mobili contava circa 29 batterie italiane da 76, 90, 120, 149 e 152 mm e 22 tedesche da 88, 105 e 170 mm, più vari pezzi leggeri da 20 e 37 mm. A tal proposito circa la difesa contraerea vari autori tra cui Santoni, Jacason, Gundelach, Hooton e D’Este indicano notizie differenti, come ad es. 235 pezzi di cui 123 da 88 e 90 mm e 112 di calibro inferiore, oppure 70 batterie o 65 batterie, o ancora 164 pezzi pesanti e 112 leggeri. La difesa costiera era invece assicurata da batterie 152 mm italiane e 4 tedesche da 170 mm, oltre alle sopracitate quattro batterie da 280.
Fu l’azione di tali più moderne batterie, facenti parte del cronologicamente ultimo dispositivo eretto, ed effettivamente impiegato in guerra, a consentire l’efficace protezione dello Stretto durante il secondo conflitto mondiale, assicurando il pieno successo delle operazioni di trasferimento delle divisioni italiane e tedesche in Calabria nel luglio- agosto 1943, ed evitando dunque l’accerchiamento da parte delle due armate angloamericane sbarcate sull’isola.

Armando Donato

L’origine del conio a Messina

Le memorie attestate al Messenion d’oro, erroneamente limitate a fatti successivi al 1907, che alcuni studiosi rilanciano, motivando l’impossibilità di attestare con i documenti fatti antecedenti, sul tema lamentano una scarsa documentazione adesso colmata. Nel 1907 veniva battuto in un asta londinese, un esemplare del Messenion d’ro allora posseduto dal Marchese Pucci di Firenze, già segnalato nel 1824 da diversi numismatici, italiani ed esteri.
Nuovi documenti su fondi antiquari, gettano una luce foriera di verità, sulle memorie del Messenion d’oro.
James Millingen (London 1837 a pag 28 e successive), il noto studioso inglese, ricostruendo con docuneti storici gli avvenimenti del Messenion d’oro, secondando le fonti provenienti da Strabone e Pausania, rivelava alcune peculiarità della moneta: studiando la leggenda espressa nel conio, in modo particolare, in rapporto al sigma “me(SS)enion”
[qui, segnalato in caratteri non oschi ne tanto meno greci per comodità]. Sempre grazie alle segnalazioni pubblicate nel 1827 da sir James Millingen, un grande numismatico inglese dell’epoca, si apprendevano delle peculiarità storiche in rapporto all’emissione delle prime monete dell’antica Zankle. La prima emissione monetale di zankle ( 492 al 489 ) avviene, quando i Sami alleati di Anassila governano la città riproducendo un tetradramma che esponeva nel diritto la siluette di un leone e nel retro la prua di una nave con emissioni in bronzo ed argento.
Quando Anassila rompe l’alleanza con i Sami 489 a. C., che si erano nel frattempo alleati con Siracusa, ed insedia nella antica Zankle dei profughi Messeni, avviene un mutamento politico, che provoca fra le tante complicazioni, anche la necessità identitaria nel nostro caso monetale, producendo un nuovo conio che esponeva nel diritto,la siluette di un leone e nel rovescio un vitello in bronzo ed argento. Verso la fine del 481 a. C. e gli inizi del 480 a.C. viene emesso il conio della lepre e della biga trainata da un cavallo; alcuni presumono si tratti, dei primi abboccamenti o delle prime gare sportive verso le quali, si era aperto il regno del dittatore di Reggio per essere, successivamente soppiantate, dalla famosa emissione in oro. In questo frangente storico, compaiono monete che espongono la famosa lepre e la quadriga trainata dai muli con o senza nike 481- 480. Come si deve collocare il conio con lepre e quadriga trainata da muli dove compare la nike? logica vuole successivamente a questi riferimenti.
Solo al tempo in cui Anassila fu detronizzato, quindi successivamente al 480 a.C. sarà emesso il conio del delfino e del quadrato incusso.

Alessandro Fumia