Sant’Annibale Maria di Francia

Annibale Maria di Francia e la poesia

Un aspetto della personalità di Sant’Annibale Maria di Francia spesso sottovalutato o tenuto in poco conto è quello relativo alla sua attività poetica. E’ vero che questa passa nell’immaginario comune in secondo piano rispetto alle opere caritative e alle virtù cristiane esercitate dal canonico messinese, ma è pur vero che costituisce anche un elemento importante della sua formazione culturale e religiosa.
In un libro di poesie dal significativo titolo di «Fede e Poesia», pubblicato a Oria nel 1926, presso la Tipografia Antoniana dell’orfanotrofio da lui fondato, lo stesso Padre Annibale in una breve prefazione spiega il suo rapporto con la poesia ed espone i punti fermi della sua poetica.
Raccontava come fin dall’età di nove anni avesse cominciato a comporre versi e che egli stesso ritenesse questo suo interesse ereditato dal padre (che non conobbe mai perché morto quando lui aveva appena due anni) che aveva studiato i classici e aveva anche scritto poesie, e dalla madre che possedeva un buon gusto poetico. All’età di sedici anni ebbe come insegnante il poeta messinese Felice Bisazza che giudicava pari ai più grandi poeti moderni, distinguendo a quel  punto i poeti “moderni” dai “contemporanei”, coloro che hanno per capofila Carducci. Ed è proprio contro la poetica di Giosuè Carducci che il poeta Annibale Maria di Francia scaglia la sua critica, scriveva infatti:

«[…]perchè ho sempre ritenuto e ritengo, che Carducci, sia stato un dotto, uno scrittore, un letterato, ma non un poeta. Gli mancò quella che dicesi scintilla del genio; oltre che non ebbe il cuore capace dell’amore del bello, perché scettico, antireligioso, fino ad inneggiare a Satana, che fu il suo ideale! In una parola: egli non nacque poeta  volle esserlo a tutta forza: ebbe la monomania di esserlo, e si dedicò a verseggiare; il che, per altro, non è cosa impossibile per uno studioso ed erudito. Da lui venne poi una degenerazione in poesia; poiché non si cercò più il sentimento nobile, gentile, spontaneo; ma, distrutto il principio religioso, smontata la base del sentimento estetico, soppresso il puro ideale, era inevitabile che la poesia scendesse troppo basso, anche nella forma!
Ed è una pietà o una indignazione, leggere certi componimenti in versi che non sono affatto versi, ma prosa divisa in linee, senza metro, senza ritmo, senza concetti poetici. Paragonerei questa scuola veramente barbara, al suono confuso e discordante che si trarrebbe da un cembalo, sul quale si gettassero a caso le mani, battendo e ribattendo i tasti. Povera gioventù che ritiene come stile poetico tale foggia di scrivere![…]»

«[…] Ho scritto parecchi componimenti in poesia da giovinetto, perché ne sentivo l’estro, e ancor di più quell’intimo e indefinito sentimento del bello, del puro e dolce amore di tutto ciò che è buono e santo. Avviene che ciò che si sente con un po’ di poesia, si ama di estrinsecarlo in quelle forme poetiche che rispecchino l’interno sentimento.[…]»

Quindi, secondo Padre Annibale, quando cominciano a mutare gli intenti, quando  cioè il fine non è più la ricerca di sentimenti spontanei e quindi naturali, di conseguenza anche l’arte poetica degenera provocando uno scadimento di qualità. E Carducci veniva considerato da padre Annibale il punto di partenza di questa degenerazione, avendo egli per primo rinunciato a cercare il bello nel suo inno a Satana.
Lo stesso Padre Annibale non si riteneva degno di essere paragonato al suo maestro Felice Bisazza ma era comunque figlio di quella scuola di poesia che ricercava il Bello e l’armonia, sentendosi erede della tradizione plurisecolare della poesia italiana. Non poteva far altro che proporre un modello di poesia antitetico a quello dei suoi contemporanei.
L’analisi della degenerazione della poesia, e potremmo aggiungere dell’arte in generale, appare organica. Padre Annibale infatti individuava un preciso processo di decadimento che oggi chiameremmo dei “piani inclinati”, tendente cioè a andare verso il basso:

«[…] Ma dove si è giunti in fatto di idee e di poesia? Dal verismo, al più erotico sentimentalismo, e da questo al sensualismo. Così la poesia che, al disopra di ogni arte bella, ha la missione di educare, di muovere, di entusiasmare, è diventata ludibrio del pervertimento delle idee, dei costumi, della lingua![…]»

E’ proprio questa crisi del mondo contemporaneo, che rintraccia anche nella poesia, che Annibale Maria di Francia vuole combattere con i suoi versi, ed è questo l’unico motivo che lo spinge a pubblicarli accettando le richieste dei suoi orfani che  da tempo avevano raccolto molti dei suoi componimenti poetici.

«[…]Ma non pretendo che ricordare ai giovani che prima del Carducci e compagni, c’é stata una poesia italiana che tutti, i quali abbiano un briciolo di genio poetico e di vero sentimento artistico, debbono mettersi d’innanzi, se vogliono riuscire a qualche cosa. Sia pure che si rifugga dall’imitazione servile, e che si voglia eseguire l’impulso di nuove ispirazioni; ma bisogna formarsi il gusto al bello estetico e poetico. E che gusto può formarsi con le odi barbare del Carducci e compagni? con la pornografia dello Stecchetti? con l’arruffamento del Rapisardi, e simili? Il gusto vero può formarsi sui nostri poeti Italiani dell’epoche della Letteratura classica e romantica. Ivi é robustezza di verso, eleganza di lingua, frase poetica, immaginazione, cuore, elevazione, poesia.[…]».

Così l’azione caritativa di Padre Annibale è presente anche nelle sue poesie che si trasformano in una sorta di apostolato culturale. La poesia e l’arte divengono quindi campo di battaglia e strumento privilegiato di educazione in cui la ricerca del Bello equivale ad aprire una via verso Dio.
Infine Padre Annibale, in questa sua breve prefazione distingueva tra i suoi componimenti quelli letterari, «che conservano una forma ed uno stile non andante e popolare, ma piuttosto elevato e poetico», da altri componimenti come novene per santi e preghiere che non potevano essere classificati come letterari per il loro stile umile e popolare. Riferendosi a queste ultime rime concludeva:

«[…]E forse queste cosucce, perché dirette al sacro culto e all’onore dei Santi del Signore, mi saranno di maggior profitto pel bene della povera anima mia, e qualche volta mi parranno più belle di tante altre, tinte della mia vanagloria!».

Antonino Teramo

Sant’Annibale Maria Di Francia

Nacque a Messina il 5 luglio 1851, morendovi la mattina del 1 giugno 1927 presso la sua residenza di campagna in contrada Guardia, per una congestione cerebrale.
Era il terzo di quattro figli di una nobile famiglia messinese (il padre era il cavaliere Francesco di Francia, marchese di Santa Caterina dello Ionio, Vice Console Pontificio e Capitano Onorario della Marina reale Borbonica, la madre era Anna Toscano, figlia del Commissario Guglielmo e di Donna Matilde dei Marchesi di Montanaro).
Dopo la morte prematura del padre, quando aveva solo 15 mesi, fu affidato alla zia dove trascorse l’infanzia fino a che non venne a mancare anche la zia per una epidemia di colera che nel 1859 colpì la città di Messina. A 7 anni venne trasferito presso il Collegio dei Gentiluomini dai Padri monaci cistercensi del convento di S. Nicolò di Messina, dove insegnava lo zio paterno, per poter iniziare gli studi.
Probabilmente fu dopo aver concluso brillantemente il periodo di studi, a 17 anni, durante una sosta in preghiera  dinanzi al Santissimo Sacramento esposto solennemente nella Chiesa di San Giovanni di Malta, che si soffermò a leggere le seguenti frasi presenti nel Vangelo secondo Matteo:  “La messe è molta, ma gli operai sono pochi: pregate dunque il Padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe”.
Fu così che avvertì in lui la chiamata “improvvisa, irresistibile e sicurissima” al sacerdozio, come una risposta alle ansie che da tempo coltivava in sé, rinunciando a tutti i suoi beni per dedicare la sua vita a diffondere la Parola di Dio ed aiutar i più bisognosi.
L’8 Dicembre 1869 Annibale Di Francia veste l’abito Ecclesiastico con il fratello Francesco. Nel gennaio 1878 fondamentale fu l’incontro che ebbe con Francesco Zancone, in un vicolo di Messina. Avvicinandosi al povero mendicante cieco, cominciò ad interrogarlo, chiedendogli come si chiamasse, dove abitasse e se conoscesse Dio. Proveniva dal quartiere Avignone, (nei pressi dello Zaera) che era allora il più degradato quadrilatero di Messina, formato di catapecchie a pian terreno e abitato da 200 poveri, tra cui numerosi bambini, erano dediti all’accattonaggio. Gli fece scivolare nel cappello alcune monete, promettendogli che sarebbe tornato a trovarlo molto presto.
Un mese dopo fu ordinato sacerdote nella Chiesa di Santa Maria dello Spirito Santo di Messina, insieme al fratello minore Francesco, mentre a Roma si stava aprendo il Concilio Vaticano.
A 30 anni, successe allo zio nella direzione del settimanale “La Parola Cattolica”. Stampò il bollettino “Dio e il Prossimo”, per meglio propagandare tra i fedeli la preghiera per le vocazioni e la devozione a Sant’Antonio.
Divenne Canonico Statutario della Cattedrale e Prefetto dei Chierici esterni del Seminario. Scrisse e compose inni e cantici, con oltre 14.000 versi. Partecipò a vari Congressi Eucaristici presentando il carisma del Rogate ed il rapporto Eucaristia-Vocazioni-Sacerdozio.
Lavorando a tempo pieno, seppe raccoglier così i soldi necessari per acquistar una per una le casette di Avignone, ridandone miracolosamente vita, pur tra molte difficoltà e nella diffidenza di alcuni, con diverse iniziative quali:
-istituì la “Caldaia del povero”, per la somministrazione di un piatto caldo giornaliero ai poveri che vi accorrevano;
-inventò le “Passeggiate di beneficienza” per la città per raccogliere cibo e vestiario per i diseredati;
-difese la causa dei poveri con un appello “La caccia ai poveri”, inviato a sostegno dei mendicanti, a tutti i giornali cittadini;
-rinverdì l’antica tradizione del “Pane di Sant’Antonio”.
In quel quartiere vi avviò le scuole di arti e mestieri e fondò le prime organizzazioni caritative a favore dei bambini e dei poveri. Fondò l’8 settembre 1882 gli Orfanotrofi femminili e, dopo poco più di un anno, quello maschile, definendoli Istituti Antoniani, in onore del santo.
Nel 1885 inaugura la prima tipografia, stampando la «Preghiera al Cuore SS. di Gesù per ottenere i Buoni operai alla Santa Chiesa”.
Il 1° luglio 1886, dopo due anni di fervorosa ed intensa preparazione, inaugura la prima chiesetta del quartiere; il 19 marzo 1887 fondò la Congregazione delle Suore Figlie del Divino Zelo, per poter diffondere il messaggio di Gesù e invitare alla vocazione. Dieci anni dopo fondò quella dei Padri Rogazionisti (dal verbo latino Rogate). Cercò di coinvolgere anche il clero, (organizzando nel 1897 una Crociata di Preghiera per le Vocazioni con l’istituzione della “Sacra Alleanza”), e il popolo con la “Pia Unione della Rogazione Evangelica”(1900).
Tra il 1902 e 1903 fonda le prime case in Sicilia, a Taormina e Giardini.
Nel 1908, pur vedendo sotto le macerie quel che erano state tutte le sue opere, distrutte dal terremoto, decise di non arrendersi, continuando la sua missione, senza risparmio di forze e mezzi, con lo scopo di aprire più orfanotrofi possibili in quasi tutta Italia (Oria, Trani, San Pier Niceto, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Altamura, Padova e Roma).
L’11 luglio 1909 Padre Annibale è ricevuto in udienza privata dal Papa San Pio X, il quale gli concede il permesso di poter inserire nelle Litanie dei Santi l’invocazione: Ut dignos ac sanctos operarios in messem tuam copiose mittere digneris, Te rogamus, audi nos.
L’ 8 aprile 1921 l’Arcivescovo di Messina, Mons. Letterìo D’Arrigo, benedice la prima pietra dell’erigendo Tempio della Rogazione Evangelica, che verrà inaugurato 5 anni dopo (quello che ora è chiamato Santuario di Sant’Antonio), prima chiesa ricostruita in muratura dopo il terremoto e dedicata alla Preghiera per le Vocazioni.
Il 4 maggio 1921 Padre Annibale viene ricevuto in udienza particolare dal Papa Benedetto XV, che si volle iscrivere quale «Socio» della Pia Unione della Rogazione, chiamandosi «Primo Rogazionista».
Il 6 agosto 1926 l’arcivescovo di Messina Mons. Angelo Paino con due decreti distinti approvò le sue Congregazioni Religiose. Nel giorno della sua morte, avvenuta l’anno successivo, un anziano esclamò: “Si è chiusa la bocca che non disse mai no!”.
La salma fu condotta nel Tempio della Rogazione Evangelica a Messina e vi rimase per 3 giorni fino alle solenni esequie, celebrate da monsignor Paino, seguite con una partecipazione popolare spontanea, immensa e commovente per le vie della città di Messina. La salma fu poi tumulata nel Tempio e oggi esposta alla venerazione dei fedeli sotto l’altare dell’Addolorata.
Furono in tanti a chiederne la sua beatificazione e canonizzazione, ma solo al termine della guerra, il 21 aprile 1945, Mons. Angelo Paino poté aprire il “Processo Informativo Diocesano”.
Altri processi diocesani si aprirono a Oria (in provincia di Brindisi) e a Foggia. Il 19 gennaio 1979 la Santa Sede aprì il “Processo Apostolico”, per verificare se la fama di santità accertata fosse accompagnata dall’eroicità delle virtù. Una volta che ciò fu documentato, il 21 dicembre 1989, la Santa Sede emise il decreto che permise a Padre Annibale di esser dichiarato “Venerabile”.
Il 7 ottobre 1990 Giovanni Paolo II lo proclamò Beato, grazie ad un miracolo a lui attribuito in favore di una giovane brasiliana, Gleida Danese, additandolo alla Chiesa intera quale “Campione di Santità e Testimone di Carità”.
Con la guarigione miracolosa della piccola Charisse Nicole Diaz, a Iloilo (Filippine), dopo 36 giorni di degenza per meningite batterica, attribuita alla intercessione del Beato Padre Annibale, si avviò quel processo che portò il 16 maggio 2004 Giovanni Paolo II ad iscriverlo ufficialmente nell’albo dei Santi, così com’era stato richiesto dalla sua gente il giorno della sua morte.
Oggi le Congregazioni della Figlie del Divino Zelo e dei Rogazionisti, sono presenti nei cinque Continenti per proseguire la missione iniziata dal suo santo fondatore.

(Fabio Marletta)

La festa di Sant’Annibale Maria di Francia

Sant’Annibale Maria Di Francia nacque a Messina il 5 luglio 1851, terzogenito del cavaliere Francesco, marchese di Santa Caterina dello Ionio, Vice Console Pontificio e Capitano Onorario della Marina reale Borbonica e dalla nobildonna Anna Toscano dei Marchesi di Montanaro, Annibale divenne orfano di padre il 10 ottobre 1852, ancor prima di compiere il secondo anno di vita e, forse, da questo luttuoso evento personale, nacque in lui quella particolare sensibilità verso gli orfani che contraddistinse tutta la sua opera.

Il piccolo orfano, conobbe anche il distacco dall’affetto materno, venendo affidato ad una anziana zia, ma nel 1859, quando un’epidemia di colera, colpì la città dello stretto, anche la zia venne a mancare ed Annibale Maria, ritornò nella casa materna. A sette anni iniziò gli studi presso il Collegio dei Gentiluomini dai monaci cistercensi del convento di S. Nicolò di Messina ove insegnava lo zio paterno Raffaele Di Francia. Intelligente e di chiarissime capacità umanistiche ad appena diciotto anni sentì fortissima la chiamata del Signore e, completati gli studi, il 16 marzo 1878 fu ordinato sacerdote.
Qualche mese prima della sua ordinazione sacerdotale, un incontro particolare segnò per sempre la vita terrena del Padre Di Francia. Il religioso era sicuramente aduso all’incontro con i diseredati ed i bisognosi, ma quel povero che aveva davanti gli aprì una nuova visione della carità Cristiana, questi era il Cieco Zancone. Quell’uomo lo mise a contatto con la triste realtà sociale e morale del quartiere periferico più misero di Messina, le cosiddette « case Mignuni» (Case Avignone) di proprietà dei Marchesi Avignone. Al di là del ponte Zaera, Padre Annibale si inoltrò nella miseria reale dei bassifondi cittadini, dove avrebbe dovuto trovare le case dei marchesi Avignone, trovò solo un quartiere di baracche addossate l’una all’altra, sporcizia, squallore e tanta disperazione e li ebbe inizio il cammino dell’opera pia di Sant’Annibale Maria. Con la paterna benedizione del suo Vescovo, Mons. Guarino, andò a vivere in quel «ghetto» ed impegnò tutte le sue forze morali e materiali, per affrancare a tutti i costi quei derelitti e, soprattutto i loro bambini da quella condizione di miseria materiale e morale ed approntò per loro, alle Avignone, una scuola per i maschietti e un asilo per le bambine. Non fu un’esperienza facile; incomprensioni, ostilità e minacce, caratterizzarono quell’embrione di carità Cristiana, ma egli superò ogni ostacolo con l’aiuto della sua grande fede, per realizzare quella che definiva:
« …doppia carità: l’evangelizzazione e il soccorso dei poveri »

Il 20 febbraio 1927, Annibale Maria Di Francia celebrò l’ultima Messa, il 15 marzo  1927 ricevette l’unzione degli infermi e morì il 1 giugno 1927 all’età di 76 anni, nella sua casa di Fiumara Guardia, dove sorge il Santuario della Madonna della Guardia.
A Messina la festa di sant’Annibale viene celebrata il 16 maggio di ogni anno con particolare solennità, dal momento che la città dello Stretto è il luogo nel quale il Santo delle vocazioni ha impegnato l’intera sua vita al servizio dei poveri e dei piccoli nella realizzazione del comando di Gesù “Pregate il Signore ella messe perchè mandi gli operai”. La basilica-santuario del S. Cuore e di sant’Antonio di Padova è il cuore delle manifestazioni religiose. Inoltre, in preparazione alla festa, gli alunni del Liceo Artistico, Scientifico e la scuola Primaria e Secondaria di 1° grado dell’Istituto scolastico Paritario Canonico Annibale Maria Di Francia delle Figlie del Divino Zelo, con la partecipazione degli infioratori di S. Pier Niceto, hanno realizzato la III infiorata messinese con tappeti floreali in onore di sant’Annibale verso la piazza del popolo. In mattinata, è stato anche distribuito il “Pane Padre Di Francia” e, a sera, la processione con la reliquia del cuore e l’esibizione della Banda Musicale di Larderia.

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