Rodì Milici

Indagini archeologiche nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto

Nel mese di novembre del 2010, a seguito di alcuni lavori edilizi, mi fu segnalata l’esistenza di una tomba a grotticella artificiale ricavata nel tufo. Alcune ricognizioni nell’area portarono al rinvenimento di altre tombe site nelle strette prossimità.
I ritrovamenti effettuati, ubicati nelle prossimità del torrente San Giacomo (affluente del Longano), non erano menzionati nelle pubblicazioni e nelle ricerche archeologiche che furono effettuate nel secolo scorso nel comprensorio barcellonese per opera di Vincenzo Cannizzo (necropoli di Pozzo di Gotto), Luigi Bernabò Brea (monte Ciappa e aree limitrofe, Rodì Milici), Carmelo Famà (Maloto, Barcellona Pozzo di Gotto) e Pietro Genovese (monte S. Onofrio e Lando, Barcellona Pozzo di Gotto). La presenza di frequentazione nel periodo preistorico, protostorico e greco, che era stata rilevata in queste indagini, non aveva evidenziato l’esistenza dell’area che era stata casualmente rinvenuta.
I positivi risultati ottenuti nelle prime ricognizioni hanno indotto a eseguire indagini più estese e approfondite. Partendo dall’area limitrofa al torrente San Giacomo, le ricerche in corso hanno consentito di creare una continuità archeologica che abbraccia senza interruzione tutta la fascia medio-collinare del territorio barcellonese, secondo una direttrice di massima che, provenendo dai territori di Castroreale, Rodì Milici e Terme Vigliatore, prosegue per le contrade monte S. Onofrio, Gurafi, Mortellito, Santa Venera, torrente San Giacomo, Maloto, San Paolo, Pozzo di Gotto, Praga, Migliardo, Spadolelle e Lando. All’interno dell’area individuata, allo stato attuale delle ricerche, i rilievi e le tipologie riscontrate (tombe a grotticella, strutture megalitiche, tracce di antichissimi insediamenti e di fortificazioni, luoghi di culto e altro ancora) si presentano in molti casi uguali tra loro. I numerosi rinvenimenti effettuati (in gran parte sconosciuti) orientano verso la presenza di un antichissimo insediamento, stratificatosi nei secoli, il quale, con elementi più ricchi nella fase compresa tra l’età del bronzo (cultura Rodì-Tindari-Vallelunga) e il periodo pre-greco e greco, occupava le colline barcellonesi, proseguendo verso i territori dei comuni limitrofi.
Al comprensorio barcellonese è legato l’antichissimo insediamento di Longane, la cui esistenza è attestata dal ritrovamento di litre (d’incerta provenienza) riportanti l’iscrizione ΛΟΓΓANAION = Longanaion (raffiguranti nel diritto la testa giovanile di Eracle e nel rovescio la testa di un dio fluviale) e di un caduceo di bronzo, oggi conservato al British Museum di Londra (proveniente da un sepolcro imprecisato della Sicilia e recante l’iscrizione ΛΟΝΓΕΝΑΙΟΣ EMI HMOΣ[IOΣ] = sono [l’araldo] pubblico longanese), che furono collegati, tramite Diodoro Siculo e Polibio1, al fiume logg¦noj (Longanos), sulle cui rive, nel 269 a.C., si svolse la battaglia fra i vittoriosi Siracusani, guidati da Gerone II, e i Mamertini, guidati da Chione.
I numerosi punti oscuri delle descrizioni storiche e la mancanza di riscontri portarono numerosi studiosi a formulare varie ipotesi  sull’ubicazione del fiume Longanos, e di conseguenza a cercare di localizzare il nucleo abitato di Longane.
Tra le varie tesi ebbe maggiore credito quella dell’ingegnere milazzese Domenico Ryolo, che identificò il Longanos con l’attuale torrente Termini o Patrì. In seguito a tale identificazione, Luigi Bernabò Brea, ricercando antichi insediamenti nelle prossimità del torrente Termini, individuò, tramite campagne di scavo dirette da dirette da G.F. Carrettoni, un’area costituita da una cinta muraria e da scarse tracce di antichi edifici su monte Ciappa, nel territorio di Rodì Milici. La ceramica rinvenuta e alcune tombe a grotticella annesse all’area indicarono un nucleo abitato fin
dalla prima età del bronzo (XVIII-XV secolo a.C.), con livelli più ricchi nel V secolo a.C.. I ritrovamenti effettuati portarono Luigi Bernabò Brea ad affermare che l’area individuata corrispondeva «all’antica Longane, centro popoloso situato in posizione fortissima su un piccolo altipiano che domina la valle del fiume omonimo»2.
Negli anni ‘70 del secolo scorso, l’architetto barcellonese Pietro Genovese, a seguito dell’individuazione dei resti di un villaggio fortificato posto sulla sommità di monte S. Onofrio e di una campagna di scavi (che portò alla luce fortificazioni ad aggere del V sec. a.C. e resti di ceramica risalente al VI-V sec. a. C.), ipotizzò che i rinvenimenti effettuati corrispondessero all’antica città di Longane, data la presenza nel territorio barcellonese del torrente Longano3. Altre importanti evidenze archeologiche nell’area in questione si evincono dalle ricerche di Vincenzo Cannizzo4 a Pozzo di Gotto (che indussero Paolo Orsi ad affermare che sulla collina Oliveto «esisteva un abitato siculo colla rispettiva necropoli, la cui età viene a cadere in media nel secolo VIII a. C.») e dagli scavi condotti nel 1995 su pizzo Lando, che portarono al rinvenimento di strutture murarie di grandi dimensioni (non fortificate), con annessi frammenti fittili dell’età del bronzo e resti di abitazioni stratificate di epoca greca (VI-IV e III sec. a. C.). I ritrovamenti effettuati nel 1995 indussero l’archeologa Carmela Bonanno a formulare l’ipotesi che monte Ciappa, monte S. Onofrio e pizzo Lando facessero «parte di un sistema di fortificazioni erette a difesa di un centro ellenizzato, quale potrebbe essere Longane o addirittura Abakainon»5. Le attuali ricerche, volte anche alla redazione di una mappa e di una pubblicazione, evidenziando un’estensione archeologica che occupa senza soluzione di continuità tutta la fascia medio collinare del territorio barcellonese e di altri comuni limitrofi (mai prima di adesso rilevata), inducono a ritenere Longane una città-territorio ricadente nel comprensorio barcellonese, essendo poco probabile che necropoli, resti di fortificazioni ed elementi archeologici tra loro vicini, coevi e con identiche caratteristiche siano stati singole unità non facenti parte di un’unica entità territoriale.

NOTE: 1 Polibio, 9,7; Diodoro XXII, 13,2. Diodoro Siculo (ca. 90 a.C – ca. 27 a.C) menziona il loˆtanon potamÕn (da correggere, come evidenziato dal Mirone e da altri autori, con logg¦non potamÕn = fiume Longanos), mentre Polibio (ca. 206 a.C – ca. 124 a.C) riporta che il logg¦non potamÕn (fiume Longanos) era situato ™n tù Mulˆw pedˆw (nella piana di Milazzo).
2 L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, Il Saggiatore, Milano, 1966, p.183.
3 Pietro Genovese, Testimonianze archeologiche e paleontologiche nel bacino del Longano, in Sicilia Archeologica, rivista periodica di studi, notizie e documentazione edita dall’Ente Provinciale per il Turismo di Trapani, anno X, n. 33, aprile 1977.
4 P. Orsi, Necropoli sicula a Pozzo di Gotto in quel di Castroreale, Parma, Tipografia Federale, 1915.
5 C. Bonanno, Recenti esplorazioni a Pizzo Lando nel territorio di Barcellona P.G., in Kokalos – Studi pubblicati dall’Istituto di Storia Antica dell’Università di Palermo, Giorgio Bretschneider editore, 1997-1998, t. II 1, p. 396.

I rinvenimenti effettuati e le ricerche in corso possono essere visionate sul gruppo facebook BARCELLONA RICERCHE ARCHEOLOGICHE (http://www.facebook.com/profile.php?id=100003093194713).

E’ possibile visionare e filmare i siti rinvenuti. Contattare l’arch. Filippo Imbesi (filippo.imbesi@tiscali.it).

Carnevale di Rodì Milici dal 3 all’8 marzo

La rappresentazione carnevalesca dei “Mesi dell’Anno”, che si svolge a Rodì Milici è una sorta di personificazione dei dodici mesi dell’anno, in chiave satirico-umoristica.
I Mesi dell’Anno rientrano nella tipologia dei Carnevali “strutturati” (Allegoriche), quelli cioè che prevedono una prescrittiva e inderogabile forma rappresentativa. Più in particolare, nel caso di Rodì Milici, si fa anche riferimento ad un copione, dove sono riportate le “parti” che ogni singolo Mese, il Re, il Poeta e il Borghese – questi i protagonisti dei cerimoniale – devono interpretare, nel rispetto di un modello recitativo-declamatorio, affine a quello un tempo usato dai cantastorie e dagli opranti. A differenza poi di altri rituali carnevaleschi messinesi, i Mesi dell’Anno di Rodì Milici vantano, o per lo meno così riferisce la tradizione, un’origine storica ben precisa.
La rappresentazione ha luogo nelle prime ore della domenica e del successivo martedì Grasso. I dodici mesi distinti da un mascheramento referenziale allegorico, realizzato con soluzioni povere ma di grande efficacia visiva ed evocativa, un tempo in groppa a degli asini e oggi su cavalli, anche loro bardati a festa , e accompagnati dai loro attendenti, giungono in piazza. Qui, a turno, con fare minaccioso si rivolgono al Re (Principi, Re e Cavalieri) e, dopo, aver vantato i privilegi insuperabili che recano al benessere della comunità, chiedono, nella provvisoria inversione dei ruoli che mette in crisi l’autorità costituita, in maniera perentoria ed esclusiva la corona, espressione massima dei potere.
Spetterà al Poeta, alla fine delle appassionate perorazioni dei Mesi, il compito di ricomporre l’insanabile conflitto, ristabilendo così le consolidate certezze del vivere quotidiano. La parte finale del copione, che chiude e suggella il cerchio allegorico del cerimoniale, è recitata dal cosiddetto Borghese, una sorta di io narrante, identificatile con l’autore dei versi, che esalta la figura del Re e non solo quella allegorica, ma anche quella storica.