Palazzo dei Bottini dell’Olio

Il cannone di marina napoletana presso il Palazzo dei Bottini dell’Olio – Livorno

Premesse

In Italia esistono ancora vari esemplari di artiglierie in ghisa  di marina napoletana di fine Settecento. Vari sono come già detto in altre occasioni, i luoghi in cui sono osservabili, in modo particolare a Napoli (Castel Sant’Elmo e il Palazzo dell’Ammiragliato) a Procida (belvedere), a  Ustica (fortezza), a Messina (lungomare), Palermo  (Arsenale di Palermo- Museo del Mare e palazzo dei Normanni  presso all’ingresso del Comando Regione Militare Sud dell’Esercito). Quindi reperti che attestano le capacità belliche di una Marina di tutto rispetto come quella borbonica, tra le poche in grado di poter commissionare artiglierie di tal genere in grandi quantità.
Si premette che il luogo di fusione di un pezzo d’artiglieria non corrispondeva necessariamente alla sua nazionalità, poiché l’importazione da altri Stati era già da tempo piuttosto comune. I maggiori produttori ed esportatori erano l’Inghilterra, che fabbricava o rifondeva artiglierie testandole presso Moorfield, Woolwich, Salisbury, Chelsea e in altri luoghi, e la Svezia, le cui più famose fonderie erano quelle di Julita e Stavsjö, e altre fonderie come quelle di Navekvarn, Ackers, Bram-Ekeby, Fada, Huseby, Svarta, Halleforts, Ehrendal, ognuna delle quali poteva produrre fino a 150 tonnellate di cannoni in ferro all’anno. Nel 1748 esistevano in Svezia ben 496 diverse fonderie. Il primato svedese in tema di produzione di artiglierie non era casuale, ma dovuto alla presenza di abbondanti depositi di minerali di rame, stagno e ferro, alle foreste da cui trarre carbone e legna, nonché ai numerosi corsi d’acqua per il trasporto dei materiali e la produzione di energia idraulica. La Svezia era infatti il regno che maggiormente soddisfaceva la domanda di artiglierie in Europa.

Luogo di fusione, stemmi, date, marchi e design.

Alla categoria dei cannoni navali succitati, appartiene anche quello conservato presso il Palazzo dei Bottini dell’Olio a Livorno. Premettendo che marchi, date di fusione e monogrammi reali, costituiscono gli indizi basilari per il riconoscimento nell’immediato di un pezzo di artiglieria d’epoca,  e così come è avvenuto per gli altri cannoni di uguale fattura, risulta facile l’identificazione del pezzo in questione, per via dello stemma posto tipicamente tra il primo e il secondo rinforzo di culatta.
Lo stemma si compone di una corona reale borbonica con àncora sormontata dall’evidente monogramma “FR”, quindi Ferdinando Rex, ovvero Ferdinando IV di Napoli, re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III, nonché Ferdinando I delle Due Sicilie dal 1816 al 1825.
Sotto lo stemma si nota la data di fusione (1782), riportata anche sull’orecchione sinistro. Le diverse date di fusione riscontrate sui vari pezzi rilevati, si rifanno al progetto (Napoli 1780) di istituire una grande flotta di navi e le successive produzioni dei cannoni in base al varo delle navi. Le artiglierie di questo tipo facevano infatti parte a seconda dei calibri (36, 24, 18, 12 libbre napoletane, ecc), dell’armamento dei vascelli, fregate e  corvette.
L’orecchione destro, di cui al momento non si dispone di immagini, dovrebbe riportare il classico marchio di fusione AB, che  indica la fonderia svedese Akers Bruk (o Stickebruk). La fusione  dei pezzi  borbonici di fine Settecento  fu non a caso commissionata in Svezia, a causa della scarsa qualità del “ferro del regno”. Infatti  dal 1772  nacquero negoziati per la fusione e l’acquisto di artiglierie in Svezia. Di conseguenza partirono  varie commissioni di artiglierie in sostituzione di quelle ormai obsolete e decrepite.
Il design del cannone evidenzia una tipologia di artiglieria navale sobria, con forme massicce e poco slanciate per facilitare la manovra sulle navi e quindi dotata di grossi spessori e culatte allo scopo di resistere alle fortissime pressioni esercitate dallo scoppio delle cariche, utili ad assicurare le prestazioni ottimali contro le navi nemiche, la cui progettazione era parecchio migliorata rispetto ai primi anni del secolo.
In conclusione, per poter determinare la potenza del cannone è bene innanzitutto considerare  che essa è data dal peso della palla in uso, avente diametro logicamente minore dell’alesaggio, poiché  il vento o spazio vuoto è uguale alla differenza tra diametro della palla e diametro della volata. E’ di conseguenza  necessario conoscere la libbra in uso al regno borbonico, poiché ogni regno adottava la propria.
Quindi si  dovrebbe pesare il pezzo e misurarne la lunghezza totale dal bottone di culatta alla gioia (il bottone risulta quasi del tutto consunto rimanendo il collo), l’alesaggio,  tenendo conto che la misura potrebbe essere fuorviante a causa della sventatura della bocca e delle cattive condizioni dell’anima (da misurare in calibri). Quindi è opportuno misurare  anche la lunghezza e le circonferenze dei rinforzi, i diametri e le circonferenze degli orecchioni e della culatta in modo particolare.
Nel frattempo sarebbe  utile risalire alla storia del reperto, considerato il probabile riuso come bitta da ormeggio,  provvedendo anche alla valorizzazione e la più consona sistemazione su una riproduzione di affusto alla marina dell’epoca.

Armando Donato

Si ringraziano Gianpiero Vaccaro e Claudio Pardini