Mistretta

IL SANTO CON LE FRECCE – San Sebastiano, protettore della peste, nella tradizione religiosa locale e siciliana

“San Sebastiano” – VII secolo Mosaico di autore sconosciuto conservato nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma.

San Sebastiano, (dal greco sebastos = venerabile) martire di Roma, dove figura tra i protettori della città insieme ai santi Pietro e Paolo, è uno dei più famosi martiri della tradizione ecclesiastica occidentale. Viene ricordato per la prima volta nella Depositio Martyrum, inserita nel Cronografo dell’anno 354, che pone il suo anniversario il 20 gennaio e che indica come luogo della sua sepoltura il cimitero in catacumbas sulla via Appia a Roma.
S. Ambrogio ritiene che Sebastiano sia di origine milanese, mentre altre notizie dedotte dalla Passio Sancti  Sebastiani, attribuita a Sant’Ambrogio, ma opera di autore del V secolo (riconosciuto da molti nel monaco Arnobio il Giovane) si desume che egli è oriundo di Narbona in Francia, ma educato a Milano (probabile città di origine dei genitori). Un’ulteriore diffusione del suo culto in periodo rinascimentale fu attribuito alla “Leggenda Aurea” di Jacopo da Voragine (1230-1298), uno scritto di scarsa fattura che fondeva tra loro vari elementi narrativi religiosi, uniti a dicerie e leggende popolari. Da tutte queste fonti si evince che Sebastiano fu un cristiano attivo in Roma al tempo di Papa Caio (283-296), che lo avrebbe nominato difensore della chiesa (Defensor Ecclesiae) per aver aiutato i suoi compagni di fede, ma fu particolarmente apprezzato anche dagli imperatori Diocleziano e Massimiano che, ignari della sua fede cristiana, lo avevano nominato capo della prima coorte delle guardie imperiali. Sebastiano si sarebbe prodigato in favore dei cristiani in carcere, operando miracoli, opere di carità e conversioni tra la nobiltà romana e curando la sepoltura dei martiri. Scoperto dagli imperatori, fu condannato al supplizio delle frecce. Denudato e legato a un palo, fu trafitto dalle frecce dei suoi stessi commilitoni, che lo colpirono in tutte le parti del corpo tanto da sembrare un riccio (ut quasi hericius videretur). Ritenuto morto e abbandonato sul luogo del supplizio, fu soccorso dalla pia vedova Irene, che lo avrebbe curato fino al pieno ristabilimento della salute. Rifiutati gli inviti alla fuga suggeritigli dai compagni di fede, Sebastiano avrebbe provocato gli imperatori attaccando la fede pagana, venendo così condannato da Diocleziano a morire fustigato nell’Ippodromo del Colle Palatino. Il suo corpo sarebbe stato gettato nella Cloaca Massima. Apparso in sogno alla matrona Lucinia, Sebastiano indico’ il luogo in cui giaceva il suo corpo, chiedendo di essere sepolto nel cimitero in catacumbas, all’entrata della cripta degli Apostoli Pietro e Paolo (dal IX secolo Basilica S. Sebastiano).
Nell’iconografia popolare il santo, a causa del primo supplizio subito, divenne colui che protegge gli uomini dalla peste (depulsor pestis, come si legge nella Passio), perché sin dalle origini più remote le frecce furono legate simbolicamente alla peste. Secondo la mitologia, infatti, fu Apollo a mandare la peste tra gli uomini con frecce mortifere, come racconta anche Omero nell’Iliade.

Statua di San Sebastiano (XIII secolo) custodita a Melilli. E’ la piu’ vecchia statua del santo di tutta la Sicilia

Nonostante gli storici pongano la data della morte di San Sebastiano tra il 303 e il 305 (anni in cui Diocleziano, prima di ritirarsi a vita privata nel suo palazzo di Spalato, promulgò quattro editti contro i cristiani), il suo culto si comincia ad affermare solo a partire dal VI secolo, parallelamente alle prime pestilenze di una certa portata di cui si abbia cognizione storica. Un notevole impulso alla diffusione del suo culto fu lo smembramento, presunto o reale, delle ossa del suo corpo che furono traslate in varie zone dell’Italia centro-settentrionale e dell’Europa, e utilizzate come segno di protezione dalle epidemie.
San Gregorio Magno, intorno al 602, scrisse nei suoi Dialoghi di essere stato testimone di molti miracoli al semplice tocco delle sue reliquie.
Paolo Diacono, nella Storia dei Longobardi, riferisce che la peste del 680 cessò quando fu intitolato a San Sebastiano un altare nella Chiesa di San Pietro in Vincoli. Lo storico ci informa anche di una traslazione delle reliquie del Santo a Pavia, in occasione di quella stessa pestilenza. Altre traslazioni di reliquie sono attestate nell’826, sotto il pontificato di Eugenio II (che ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons), e sotto Gregorio IV (che traslò l’anno successivo il resto del corpo nell’oratorio romano di S. Gregorio, sistemando il capo in un prezioso reliquiario). Tutte le reliquie furono poi definitivamente ricomposte nell’antica cripta da Onorio III (1218).
Tutto ciò favorì una grande diffusione del culto di San Sebastiano con la dedicazione di chiese e con la compilazione di raccolte di miracoli.
In questi secoli (VI –XIII) prevarranno sacre rappresentazioni del santo visto come un vecchio, con vesti di militare o cavaliere, talora con una corona nelle mani, per esaltarne le doti di grande paladino. Ciò avveniva soprattutto per divulgare un esempio di cristianità nei secoli delle Crociate.

I nuri di Palazzolo Acreide

La vara di San Sebastiano trainata di corsa dai “nuri” a Mistretta

In Sicilia le tracce più antiche del culto di San Sebastiano riportano al 1347, quando, in occasione della terribile epidemia di peste bubbonica che colpì tutta l’Europa, il santo fu proclamato compatrono e protettore di Palermo.
Questa epidemia fece diffondere una grande devozione per San Sebastiano poiché il santo, legato a una colonna e colpito dalle frecce, veniva considerato il simbolo dell’umanità trafitta dagli strali della peste. E’ attribuibile a questo periodo la preghiera latina (della quale esiste anche una variante dedicata a San Rocco) che invoca la sua protezione dal contagio: SANCTO SEBASTIANO, FAC ME AB OGNI CONTAGIONE SECURUM (San Sebastiano, rendimi immune da ogni contagio).
Nasce proprio in quest’occasione la sacra rappresentazione di Sebastiano giovane, raffigurato nella scena del suo primo supplizio e caratterizzato dall’attributo della freccia, elemento comune a tutte le opere che da allora in poi lo rappresenteranno. Essendo un santo di origine narbonese, si può dedurre che il suo culto fu introdotto in Sicilia da quel gruppo di Longobardi che, scesi nell’isola al seguito di Ruggero I, si stabilirono poi in Val Demone. Fu però con l’avvento della dominazione spagnola (XV secolo) che il suo culto subì una grandissima espansione, poiché in tutta la Spagna il santo era, ed è tutt’oggi, molto venerato.
E’ proprio a questo periodo (1414) che si fa risalire, secondo la tradizione, il ritrovamento sulla spiaggia di Stentino (Augusta) dell’attuale statua di S. Sebastiano (poi venerata a Melilli).
A Siracusa, dove il santo è patrono insieme a S. Lucia, la primitiva chiesa di San Sebastianello fu costruita per devozione nel 1449, in occasione di una pestilenza di quegli anni.
Ad Avola la chiesa del patrono San Sebastiano, ubicata nel quartiere delle Balze, risale all’anno 1450.
A Palazzolo Acreide il culto del santo si fa riferire alla pestilenza del 1455.
A Palermo, in seguito a una pestilenza, gli furono intitolate due chiese, una vicino al porto (1482) e una presso il quartiere militare (1493).
Attraverso i Nebrodi, il culto del “santo con le frecce” si diffuse anche nel versante orientale della Sicilia (dove esistono oggi circa metà delle chiese a lui intitolate di tutta l’isola) in seguito all’epidemia di peste del 1575/1578, di gravità paragonabile a quella del 1347. Molti comuni (tra cui Barcellona P.G ., Gaggi e Mistretta), proprio in quegli anni, come ringraziamento per lo scampato pericolo, lo elessero patrono.
Un grande impulso alla diffusione del culto di San Sebastiano, tra il XV e XVI secolo, fu dovuto soprattutto all’operato di numerosissime confraternite a lui intitolate (nelle Relationes ad Limina del 1594 sono presenti numerosissime Confraternitates Sancti Sebastiani, in numero nettamente superiore a quelle intitolate ad altri santi). Molti altri comuni, in occasione di altre pestilenze, lo elessero successivamente patrono (Ferla e Mongiuffi Melia).
Solo a Tortorici e Maniace il santo divenne patrono a causa del cosiddetto diluviu, la disastrosa alluvione del 1682.
La notevole libertà di culto che si venne a generare in Sicilia alla fine del XVI secolo (limitata da papa Urbano VIII nel 1630) e la profanazione a Soisson delle sue reliquie a opera degli Ugonotti nel 1564 (salvate poi, come vuole la tradizione, da una donna che le restituì nel 1578), favorì la comparsa in Sicilia di moltissime sue reliquie, sulla cui veridicità esistono molti dubbi (vale la pena ricordare in tal senso la processione di ben 21 reliquie del santo avvenuta il 9 agosto del 2000 in occasione dei festeggiamenti di San Sebastiano a Palazzolo Acreide, in cui confluirono molti doppioni di ossa del santo).
Il culto di San Sebastiano cominciò a perdere importanza verso gli inizi del XVII secolo, soprattutto perché cominciò a diffondersi il culto di San Rocco, altro santo che nell’iconografia siciliana ha il privilegio di proteggere dalla peste.

Statua di San Sebastiano venerata a Palazzolo Acreide

Statua di San Sebastiano (XVII secolo), venerata a Barcellona P.G.

San Sebastiano è festeggiato in Sicilia in moltissimi modi che, per rassodate tradizioni popolari, sono pervenuti in molti casi fino ai nostri giorni. La festa religiosa cade il 20 di gennaio, giorno in cui è celebrato in modo contenuto e sommesso, per poi essere degnamente rifesteggiato in molti comuni in estate, con manifestazioni in cui ad aspetti folkloristici si uniscono elementi della tradizione religiosa locale.
Uno degli elementi che accumuna gran parte di queste manifestazioni nasce dalla constatazione che è l’unico santo cristiano martirizzato nella sua totale nudità. Questa credenza ha generato la famosa processione dei “nuri”(i nudi), praticata a Melilli, Avola, Limina, Tortorici, Maniace, Mistretta e Palazzolo Acreide, cioè fedeli del santo che portano la vara vestiti di bianco (a volte con fasce rosse a tracolla) e scalzi. Quest’usanza prende origine dall’imitazione del martirio del santo, in cui il colore bianco delle vesti e i piedi scalzi richiamano la nudità del primo supplizio. Nella Sicilia occidentale, fino agli inizi del secolo scorso, in occasione della festa del santo, i fedeli adulti di moltissimi comuni si davano appuntamento interamente nudi per fare un pellegrinaggio a Melilli, suscitando l’indignazione delle autorità ecclesiastiche, che intervennero nel 1908 tramite il Vescovo di Noto Mons. Blandini, il quale sospese a divinis i parroci delle chiese locali, dichiarando indecente tale usanza. La Curia ha così operato anche in molti altri comuni siciliani, in alcuni dei quali sopravvive oggi solo la processione a piedi scalzi (Acireale e Cerami).
Un altro elemento comune delle processioni è il pane (simbolo della vita cristiana, presente in moltissimi altri culti, come ad esempio per S. Antonio, San Biagio e Santa Lucia) che, sfornato nelle forme più varie e benedetto, viene distribuito ai fedeli (Tortorici, Melilli e Palazzolo Acreide.). La tradizione popolare vuole che il pane simboleggi, nel caso di San Sebastiano, il fatto che egli abbia sfamato i prigionieri e i poveri di Roma.
Altro elemento comune è ancora l’alloro (l’albero al quale si crede che il santo sia stato legato nel primo supplizio), che, riunito in mazzetti, viene portato in processione (Melilli, Cerami, Tortorici e Maniace).
Un ultimo elemento sono i zagareddi o nzareddi, cioè nastri colorati lunghi dai tre ai cinque metri (generalmente rossi o gialli), che vengono sparati in aria all’uscita della vara del santo (Palazzolo Acreide, Mistretta e Melilli). Essi rimandano alla tradizione religiosa siciliana dove, fino alla fine del XIX secolo, erano semplici nastrini legati ai polsi che, benedetti il giorno della festa di San Sebastiano, venivano mantenuti fino a quando non si consumavano, poiché si credeva avessero il potere di scongiurare il contagio dalla peste (presenti anche nel culto di San Rocco).
Nei numerosi paesi siciliani che organizzano manifestazioni celebrative per San Sebastiano emergono, soprattutto per i festeggiamenti estivi, alcune particolarità di rilievo.
A Mistretta i devoti depongono in chiesa gli ex-voto, pesanti torce di cera, abbellite con immagini sacre, successivamente depositate sulla vara che contiene le reliquie del Santo, la quale sarà poi portata in processione a spalla e di corsa da centinaia di giovani che durante il tragitto si danno il cambio.
A Mongiuffi Melia, fino al secolo scorso, il santo era festeggiato con una novena e un inno composto da vari dialetti siciliani e latino, segno di molte influenze etniche.
Ad Avola, nella processione, i fedeli recano con loro dei fiori votivi, che saranno poi in parte depositati nelle tombe dei cari defunti.
A Maniace, i festeggiamenti prevedono che durante la processione della statua del santo si compiano alcuni giri attorno alla croce celtica che si trova nel cortile del castello di Nelson. Tali giri ricordano che in passato la città aveva conosciuto il dominio feudale (con essi il popolo vuole simboleggiare la richiesta al duca di allentare il suo potere).
A Melilli i devoti spesso si recavano a contemplare la statua del Santo (al grido di semu vinuti i tantu luntanu, prima diu e poi sam bastianu) con le parti intime coperte da mutandoni, per sciogliere i loro voti.
A Palazzolo Acreide  i genitori mostrano i loro figli (fino ad un massimo di due anni) interamente nudi al santo, per dimostrarne l’innocenza. I loro vestiti sono offerti al santo e gli stessi genitori li ricomprano elargendo cospicue offerte.
A Tortorici, una settimana prima della festa, si svolge “a bura” il falò di infiorescenze di ampelodesmo sulle cui fiamme i giovani saltano spargendo brace  ovunque.
A Francofonte la festa presentava fino all’inizio del secolo scorso aspetti molto discussi: schetti e maritati si contendevano il fercolo del santo, spingendosi fino allo scontro fisico. Per queste caratteristiche la festa era diventata addirittura un appuntamento per la resa dei conti tra i più facinorosi del paese: ogni disputa sorta durante l’anno veniva risolta col detto: “a Sammastianu ni videmu!”. Di questi scontri (eclatante quello del 1861, quando schetti e maritati, dopo essersi malmenati, si unirono contro un gruppo di soldati che si era dato da fare per sedare la rissa, i quali a loro volta per difendersi ricorsero all’artiglieria), oggi sopravvive solo a ricordo un’atmosfera chiassosa durante la processione.
Ciò che caratterizza la festa di San Sebastiano a Cerami è la preparazione ai festeggiamenti veri e propri, che si protrae per circa un mese, durante il quale donne e uomini, a piedi scalzi, si recano ogni sera in chiesa per implorare il santo.
A Buscemi la vara viene portata in corsa al suono della marcia dei bersaglieri.
A Barcellona P.G., nonostante la notevole solennità dei festeggiamenti, sopravviveva fino ai primi decenni del secolo scorso un aspetto curioso: era costume, infatti, colpire con i ceci la statua del santo in processione. Questa strana usanza ricorda alcuni culti della Sicilia occidentale, dove colpire il santo con pane, pietre, fiori significava liberarsi dei peccati.
In altri comuni il santo viene festeggiato esclusivamente con una celebrazione liturgica e con una processione molto contenuta (Gaggi e Limina).

La popolarità di San Sebastiano ritorna anche in molti detti popolari che collegano il santo al freddo invernale (ciò perché il popolo siciliano fu sempre colpito dal contrasto stridente tra le nudità del santo e i rigori invernali).
Alcuni di essi più conosciuti così recitano:
A san Bastianu a nivi è ghianu ghianu;
Ora chi vaci lu nuru pi li stradi,/ non è ttantu luntana a nui la stati
Uno dei detti popolari (originario dei comuni di Tortorici e Maniace) che invece racchiude elementi caratteristici del suo culto, così recita: “San Bastianu, cavaleri ranni / cavaleri di Diu senza disinni / quannu lu ‘ssicutavanu i tiranni / sutt’on peri di dauru mantinni; / calaru l’angjleddi cu li parmi / dicennu: Bastianu, ‘cchianatinni. / Lassa l’oru, la sita e li panni: / la grazia di lu cielu ‘nterra scinni…” In esso si accenna al dauro (l’alloro), albero al quale il martire sarebbe stato legato per essere trafitto dalle frecce dei soldati romani, all’oro e alla seta indici della ricchezza che Diocleziano voleva offrirgli e alle vesti di cui venne privato nel suo martirio.
Altri detti popolari rimarcano una forma di pomposità e grandezza legata al culto del santo, per il quale ogni manifestazione di devozione era giudicata riduttiva.
Infatti a Palazzolo Acreide si usa dire ma cà fari a Chiesa di Sam Mastianu?, a Melilli e cu è, Sam Bastianu?; molto simili al detto barcellonese  ma chi è u brazzu i Sam Bastianu? (riferito alla reliquia cittadina).

La tradizione gastronomica legata alla festa di San Sebastiano assume contorni diversi a seconda del comune in cui il santo è festeggiato.
Ad Acireale e Ferla torroni bianchi e paste di mandorla; a Melilli torroni bianchi; a Palazzolo Acreide, Tortorici, Maniace torroni neri e mandorle; a Cerami e Mongiuffi Melia torroni e mandorle coperte da una crosta di zucchero.
L’unico elemento con un forte linguaggio simbolico é la giaurrina (dolce di origine araba, a base di zucchero e miele) venduta durante la festa del santo a Barcellona Pozzo di Gotto. Essa viene stirata a strisce longitudinali che vorrebbero, nella tradizione locale, simboleggiare le freccie.

Foto di Bruce Weber per un costume di Gianni Versace del 1992

Scena tratta dal film TV “The Martyrdom of Saint Sebastian”, diretto da Petr Wiegl nel 1983

Le raffigurazioni artistiche del santo in Sicilia alludono tutte al suo protettorato dalla peste. Non esistono opere nella cultura siciliana che lo ritraggono alla vecchia maniera, anziano, barbuto e vestito con i ricchi abiti del palatinus (tutte soprattutto dell’Italia centrosettentrionale). Il Rinascimento lo reinventa santo nudo, scegliendo il momento in cui è già stato spogliato e legato per far da bersaglio alle frecce.
Molte opere lo ritraggono in sacra conversazione con S. Giobbe, S. Rocco e S. Rosalia, altri martiri che vantano protettorati dalle epidemie. In altre opere prevale la sua glorificazione attraverso gli angeli che portano la corona del martirio e le palme, in direzione di una bellissima Madonna (la Gloria di San Sebastiano di Olivio Sozzi a Melilli, il S. Sebastiano di Giuseppe Conti a Barcellona). Molti polittici lo inquadrano con la Madonna e qualche altro santo locale (si tratta di ex voto commissionati dalla comunità per la fine della peste).
Quasi tutte le sue statue (Melilli, Palazzolo Acreide, Maniace, Cerami e Limina) lo raffigurano con caratteristiche effeminate molto evidenti (ciò perché i suoi fedeli furono da sempre attirati dalla nudità del martirio e dalla sua figura di giovane efebo), mentre raramente prevalgono aspetti più rigidamente seri (tra cui la statua di Maniace). Molte tele minori sono dedicate ai suoi miracoli (tra le quali emergono quelle di Limina, Avola e Maniace), altre lo raffigurano con il dito rivolto al cielo (in segno di risposta alla domanda fattagli da Diocleziano: scegli il tuo Dio o i miei dei?), in altre  ancora è intento a dare l’eucaristia ai primi cristiani nelle catacombe.
Il martirio di San Sebastiano ispirò  moltissime rappresentazioni teatrali e opere letterarie. Infatti, il santo fu uno dei protagonisti del romanzo Fabiola di Nicholas Wiseman (1854) e la sua vicenda fu ripresa, con toni decadenti ed estetizzanti, nel Le martyre de Saint Sebastien di Gabriele D’Annunzio, musicato da Claude Debussy nel 1911. Quest’opera teatrale suscito’ gli anatemi delle gerarchie ecclesiastiche poiché si accennava a un presunto rapporto  di omosessualità tra San Sebastiano  e  l’imperatore Diocleziano (in quell’occasione il vescovo di Parigi scomunico’ tutti i cattolici che vi avevano partecipato). Fu probabilmente da quest’opera che Derek Jarman prese lo spunto per il film Sebastiane (1977), che riprese con toni più accentuati la presunta omosessualità del santo (e che scatenò di pari modo la censura del film). A esso seguì nel 1983 l’unico film serio finora realizzato, dal titolo The Martyrdom of Saint Sebastian (Il martirio di San Sebastiano), diretto da Petr Wiegl.
A livello locale vale la pena ricordare per l’alta qualità raggiunta il dramma Il Sebastiano, del mistrettese T. Aversa, pubblicato a Palermo nel 1643; l’opera in vernacolo Il Martirio di S. Sebastiano (di P. Livrera e B. Filetto) dei primi anni del ‘900;  e il dramma teatrale San Sebastiano di Narbona, realizzato a Barcellona P.G. nel 1957, con la regia di Michele Stilo e con interprete principale l’attore Alberto Lupo.
La figura di San Sebastiano é stata, soprattutto negli ultimi anni, filtrata nell’immaginario collettivo per le vie più impensate. Infatti, l’immagine del santo fu sfruttata in moltissimi campi: dalla pubblicità (famosa quella di una nota marca di scarpe, che propose nel 1984, in un manifesto pubblicitario, un modello legato al palo, trafitto dalle frecce e con le scarpe da tennis), alla politica (un assessore comunale, nei primi anni 90, defenestrato dai suoi stessi membri di partito, fu paragonato dalla stampa locale a San Sebastiano, trafitto dalle frecce dei suoi stessi commilitoni); dalle manifestazioni di protesta (in uno sciopero a Palermo alla fine degli anni 80, i lavoratori di una cooperativa si “travestirono” da San Sebastiano, paragonando le frecce ai torti da essi subiti) alla moda (Gianni Versace, nei primi anni 90, propose un  costume da bagno maschile ispirato al primo martirio del santo).

La notevole popolarità acquisita nel corso di secoli da San Sebastiano (qui sommariamente trattata), rende il santo  una delle figure più venerate di tutta la Sicilia.  Anche se il suo martirio ha dato origine a espressioni figurative (sicuramente da abolire o limitare) totalmente diverse dal concetto religioso del suo supplizio e a evidenti caratteri arcaici ancora presenti nel suo culto in Sicilia, la straordinaria molteplicità di segni che San Sebastiano riesce ancora oggi a esprimere rende il santo con le frecce una delle figure più importanti dell’intero panorama religioso siciliano.

Filippo Imbesi

Il museo silvo-pastorale di Mistretta “Giuseppe Cocchiara”

Circondata da monti e boschi favolosi, Mistretta, piccolo borgo scolpito nell’ocra di una caratteristica pietra arenaria, s’accoccola ai piedi di uno sperone di roccia fra le vette dei Monti Nebrodi, custodendo con cura i suoi tesori di arte, gusto e tradizione.
E, proprio in questa “perla” dei Nebrodi  vi è un prezioso scrigno di memoria: il Museo “Giuseppe Cocchiara”.
Il Museo Regionale delle Tradizioni Silvo – pastorali è articolato, al suo interno, in una serie di sezioni, che riguardano i vari cicli produttivi, le attività lavorative e artigianali, le testimonianze di cultura materiale e “volatile”, relativi soprattutto al contesto silvo – pastorale, ma anche a quello agricolo .
Nonostante il Museo voglia privilegiare le testimonianze della cultura relativa all’ambito agro – silvo – pastorale, non bisogna pensare che si voglia trascurare il rapporto con il contesto sociale di cui tale cultura fa parte.
In sostanza, da un lato vengono rappresentate anche forme culturali poco affini all’ambito silvo – pastorale, dall’altro viene approfondita la conoscenza dei contesti in cui vengono fruite le testimonianze culturali proprie dell’ambito locale.
Il Museo espone materiali, opere, documenti, reperti di interesse naturalistico, riguardanti coloro che appartenevano ai ceti propri della società agro – silvo – pastorale.
Dal punto di vista cronologico i reperti museali possono essere circoscritti al periodo compreso tra la fine del XVIII e la metà del XX secolo .
Tra i cicli produttivi presi in esame annoveriamo: la coltivazione del grano e la produzione del pane, la coltivazione della vite e la produzione del vino, la coltivazione dell’ulivo e la produzione dell’olio, la pastorizia e la produzione casearia, la coltivazione e la produzione del lino, i mestieri del bosco, le attività dei carbonai e dei vistiamara, la coltivazione del frassino, la produzione della manna, l’arte dei pastori, l’attività della caccia, il lavoro di fabbri e maniscalchi, l’attività di dolcieri, mielai, carrettieri e carradori, la tecnica dell’intreccio, tutte botteghe tipiche dell’ambiente silvo – pastorale tradizionale.
Le testimonianze esposte nelle varie sale del Museo sono accompagnate, per una loro maggiore intelligibilità, da pannelli didattici, schede tecniche, modellini, realizzati in scala, di macchine agricole, strutture produttive e architetture pastorali, gigantografie.
Sono presenti inoltre, lungo tutto il percorso espositivo, delle postazioni multimediali, pensate per dare ai visitatori e agli studiosi la possibilità di godere in modo più vasto dei beni esibiti, ma anche per creare un trait d’union interattivo tra la realtà museale e i suoi fruitori.
Tramite questi monitor vengono resi noti i contesti e i modi in cui gli oggetti esposti si fanno testimonianza di forme di vita e di cultura peculiari.
I criteri di allestimento si basano sull’utilizzo di supporti espositivi dislocati in modo flessibile e versatile, eventualmente rinnovabili lungo il percorso del Museo.
Inoltre, poiché il Museo in questione si proietta sul territorio ad esso circostante, si è ritenuto opportuno dar vita ad un allestimento che suggerisse delle emozioni e sollecitasse delle suggestioni; a tal proposito non è difficile trovare al suo interno, in quanto Museo delle Tradizioni Silvo – pastorali, tronchi, cortecce ed elementi vegetali durante tutto il percorso espositivo.
Ciò è stato messo in atto non per copiare la realtà nella sua componente naturalistica, bensì perché in un luogo destinato a fungere da collegamento tra la realtà ed i suoi metodi di rappresentazione l’ago della bilancia non pendesse unicamente in direzione dei secondi.
Per lo stesso motivo, all’interno del Museo, non si è tenuto conto di un ordinamento degli oggetti effettuato seguendo il criterio tassonomico tradizionale, poiché esso si attiene ad una metodologia inadatta dal punto di vista scientifico e superata da quello estetico.
Il Museo non è stato interpretato come un magazzino di cose antiquate, anzi i reperti mostrati sono relativamente pochi, di grande effetto dal punto di vista estetico, e con  una grande potenzialità di partecipazione emotiva.
Il Museo di Mistretta dunque è il risultato della contezza del legame in atto tra i beni demo – etno – antropologici ed il territorio che li ha generati.