Milazzo

Le alluvioni secolari che hanno colpito Messina: resoconto storico-documentale

L'alluvione a saponara

La memoria storica sui cataclismi che si sono abbattuti, sul territorio provinciale di Messina nel recente passato, racconta fatti e aneddotiche, tristemente di attualità anche oggi.
Molte volte, il pensiero storico, lambisce i contenuti che porta perché, resta difficile trasmettere al lettore, il pathos vissuto dai testimoni, soggetti a lutti e disastri indicibili. Alcune volte capita però, che il pathos, viene condiviso, da coloro i quali, pur ricadendo nel territorio presso il quale, anche nel passato è stato teatro di sventure, adesso le medesime rovine, rese attuali da un destino crudele, recuperano una cronaca condivisibile nei risvolti degli accidenti. Per tanto, quando si ricordano le alluvioni di più di un secolo fa, non si comprende lo sgomento se non condiviso. Quindi, raccontare di fenomeni sunto di analisi, frettolosamente divenuti, figli degli errori commessi dall’uomo in simbiosi di un dare e di un avere etichettato come inquinamento industriale; diventa inspiegabile alle future generazioni, quando recuperando i risvolti di racconti passati alla storia, si debbono spiegare quegli accidenti sotto una voce, meteorologia applicata a un territorio. Cioè, quel fenomeno oggi spiegabile con l’allerta meteo, che sta a segnalare, potenziali disastri in rapporto a un dato territorio, geologicamente instabile. Il territorio provinciale di Messina, si è detto che è sintomo del tempo e dell’incuria degli uomini moderni. In quanto che nel passato, questi fenomeni, erano occasionali e rari: e che gli effetti ricadenti su quel territorio, meno devastato, meno sconvolto dall’uomo più attento alla sua salvaguardia, al suo accomodamento, permetteva di gestire il patrimonio del territorio di Messina con meno drammi e con più soluzione di continuità con il passato, grazie alle cure arrecate dalle generazioni precedenti che lo hanno governato. Bene! vi invito a leggere allora, cosa accadde il 13 novembre del 1855. Il territorio oggetto del disastro, è lo stesso dell’ultima alluvione siciliana, presso il quale, sono cadute in rovina, i centri di Barcellona pozzo di Gotto, Milazzo, Saponare, Villa franca tirrena ed altri luoghi ivi ricadenti. Il territorio dunque per tipologia geologica e per insediamento, praticamente uguale rispetto ai fatti della seconda metà del XIX secolo, racconta di avvenimenti, oggi inseriti in una casista precisa: “inquinamento e dissesto ambientale, causa di una politica insediativa miope arrecata al territorio.”
Dalle lettere di famiglia, scritte e raccontate da Michele Verino, pubblicate dalla tipografia Galilea, in quel di Firenze, l’anno 1855, pp. 454, 455.
Un altra tremenda sciagura piombò il 13 del decorso Novembre, sulla città di Messina, che appena incominciava a risorgere dalla desolazione che vi aveva lasciata nel 1854 il colera. Un impetuoso uragano preceduto dallo spesseggiare dei lampi e dal cupo rumore dei tuoni, si scaricò nelle prime ore della mattina sulla desolata città. Un turbine d’acqua e di grossa grandine resa più impetuosa dall’infuriare dei venti, percoteva orribilmente i tetti delle case e minacciava di farli crollare I due torrenti che scorrono in mezzo della città; in brev’ora superarono le dighe, allagarono le vie, invasero i piani terreni delle case e nella loro violenza rovesciarono e travolsero quanto opponevasi al loro corso. La campagna all’intorno era sconvolta dai torrenti di Trapani e della Giostra, che usciti dall’alveo scorrevano senza freno e seco portavano enorme quantità di rena e di melma, che in alcuni luoghi depositandosi si alzò quasi a livello dei primi piani delle case. Il ridentissimo borgo di S Leone in parte crollò, investito dalle correnti e tali i piani inferiori dei fabbricati, furon ripieni di terra. La vasta pianura di S Maria al Gesù, divenne un lago ed una medesima sorte toccò alle misere case dei poveri e alle belle e ridenti ville coronale da vaghi e fiorili giardini, di cui sparsa era tutta la campagna. Anche il torrente della Zaera si rovesciò sul prossimo borgo recandovi consimili danni e nel caseggiato di S Clemente, dove distrusse i giardini, sradicò alberi, rovesciò muraglie e copri squallore infino al mare, quella poc’anzi ridente pianura. L’uragano torribile durò 5 ore e queste bastarono a spargere la desolazione per quasi tutto il distretto di Messina. Varie vittime della inondazione 100 vite, si ebbero a deplorare nella città, ma più assai ve ne furono nella campagna e in specie nel villaggio del Bauso che fu in gran parte distrutto dalle acque; in Mile superiore, dove crollò la Chiesa Parrocchiale salvandosi quasi miracolosamente il ciborio ove chiudevasi il Sacramento, e insieme alla chiesa caddero quasi metà delle case con la morte di non pochi abitanti in Saponara, dove morirono 22 individui 18 dei quali, avevano cercato invano un refugio sul letto di una casa perché, l’onda sempre crescente li travolse nei suoi gorghi colla rovina dell’edilìzio. Le autorità locali fecero e fanno tuttora quello che è possibile per riparare a tanta sventura, ma il riparare i danni di quella orribil procella è cosa che supera le limitate forze dell’uomo. Un calcolo approssimativo dei danni, li fa ascendere a 5 milioni di scudi.

Alessandro Fumia

Luigi Rizzo

Nato a Milazzo, in provincia di Messina, l’ 8 ottobre 1887, apparteneva a una famiglia di grandi tradizioni patriottiche e marinare:
-suo nonno si era arruolato nel 1848 tra i militi della « Patria risorgente »;
-suo zio, appena diciassettenne, aveva seguito Garibaldi sbarcato coi Mille a Marsala;
-suo padre (da comandante) e il fratello maggiore appartenevano alla marina mercantile.
Da quel verde promontorio, il piccolo Luigi aveva cominciato a guardare il mare e dalla famiglia aveva assorbito la tradizione patriottica. A già 8 anni si trovava a bordo come a casa propria. Dieci anni più tardi conseguiva la licenza d’onore presso l’istituto nautico di Messina.
A vent’anni fu ammesso all’Accademia Navale di Livorno per la frequenza del Corso Allievi Ufficiali di Complemento e l’anno successivo conseguì la nomina a Guardiamarina. Cominciò la sua carriera di navigante nel 1910, prestando servizio come capitano e pilota alle dipendenze della Commissione internazionale dei Danubio, a Sulina, in Romania.
Un giorno uscì a salvare un piroscafo che stava per naufragare durante la tempesta, meritando la prima medaglia al valore civile e nel 1912 ebbe la promozione a Sottotenente di Vascello della Riserva. Partecipò al conflitto Italo-turco (1911-1912) per il controllo della Libia.
Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale, fu tra i primi a prestar servizio volontario nella Regia Marina, dal giugno 1915 alla fine del 1916, dando da subito dimostrazione di importanti azioni eroiche, per le quali fu anche definito da Gabriele D’Annunzio “il corsaro” e “l’affondatore”.
Nel 1916 aiutò il comandante della piazza, capitano di fregata Alfredo Dentice di Frasso, nel cercare di rendere inoffensiva una torpedine austriaca che si era arenata sulla spiaggia. Servì ad accrescere il prestigio dell’Italia e gli valsero la sua prima medaglia d’argento al valor militare.
Per il sangue freddo e l’intraprendenza, fu ben presto trasferito nella neonata squadriglia di difesa marittima, sezione di Grado, prendendo parte a varie missioni di guerra con i gradi di comandante. Iniziò una lunga serie di scorribande notturne nel golfo di Trieste, in faccia alla città che trepidava per essere a sua volta liberata.
Durante un’azione contro quattro torpedinieri austriaci catturò… un dentice decapitato dall’esplosione di una bomba proprio a pochi metri dal suo Mas (motobarca o motoscafo armato silurante).  Al ritorno, ornò la preda con fiocchi tricolori e la inviò al duca d’Aosta, popolarissimo comandante della III Armata, la cui ala destra era schierata fino a Grado.
Nel maggio 1917 cattura due aviatori austriaci finiti in mare con un idrovolante ammarato per avaria, rimase impassibile col suo motoscafo sotto il fuoco incrociato di batterie e aeroplani nemici.
Tra un’impresa e l’altra, ebbe poche ore di permesso per sposare la fidanzata e, subito dopo, accompagnando all’imbarco su un mezzo per Venezia la sposa, tornò al comando dei suoi Mas poiché era in atto un’offensiva austriaca.
L’obiettivo in programma era tra i più ambiziosi: centrare coi siluri la corazzata “Wien”, orgoglio della flotta austroungarica, che difendeva la rada di Trieste pronta a minacciare le nostre unità.
Rizzo si preparò con cura, passando notti di perlustrazioni, di prove e rilevamenti. Infine, al comando del Mas 9, la notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917 penetrò nella rada di Trieste. Centrata da un paio di siluri, la «Wien» esplose, cominciando subito ad affondare. Il giovane comandante, tornato indenne alla base, ebbe accoglienze trionfali, la prima medaglia d’oro al valore militare e la sospirata, anche se ritardata, luna di miele.
Nello stesso mese, per le missioni compiute nella difesa delle foci del Piave venne promosso tenente di vascello per meriti di guerra, ottenendo il passaggio in s.p.e. (servizio permanente effettivo).
Nel febbraio successivo partecipò con Costanzo Ciano e Gabriele D’Annunzio alla beffa di Buccari, riprendendo con le incursioni e le snervanti attese notturne.
Il 10 giugno 1918, al largo di Premuda, vi si svolse un’altra azione leggendaria: l’attacco e l’ affondamento della corazzata Szent István (Santo Stefano). Per tale azione, Luigi Rizzo venne insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, che rifiutò in quanto di ferventi idee repubblicane. La decorazione venne perciò tramutata in Medaglia d’oro al valor militare con R.D. 27 maggio 1923.
Servì a vendicare la tragedia di Caporetto e l’umiliazione di Lissa, (in cui morì lo zio di Rizzo), stabilendo la nostra superiorità navale sugli austriaci, che avevano avuto la supremazia e si stavano preparando a dare la definitiva spallata sul Piave.
Esplose un entusiasmo popolare verso quest’uomo che, con due gusci di legno, era riuscito a penetrare nello schieramento di una possente e numerosa squadra di giganti d’acciaio, silurando due di quelle corazzate che orgogliosamente si definivano dreadnoughts (“che non teme nulla”), affondandone una uscendone illeso e irridente.
L’importanza di quell’evento viene ogni 10 giugno sottolineata in tutta Italia con la cosiddetta Festa della Marina. Il suo Mas 15 viene tuttora conservato a Roma, al Museo Storico del Risorgimento di Piazza Venezia (al Vittoriano).
Al termine del primo conflitto mondiale si ritroverà nuovamente, al fianco di Gabriele d’Annunzio quale volontario fiumano nel 1919.
Nel 1920 avanzò domanda per essere dispensato dal servizio attivo, con il grado di capitano di fregata. Tornato a indossare gli abiti borghesi, ebbe vari incarichi di prestigio nelle fila della marina mercantile: da presidente della società di navigazione Eolia di Messina (nel 1929) a presidente dei Lloyd Triestino. Si dedicò alla moglie e ai figli (Giacomo, Guglielmina, Giorgio) nella sua casa a Pegli, ma nel suo petto pulsava sempre il cuore del guerriero.
Nel 1936 si offrì volontario per la campagna in Africa Orientale, per il conflitto Italo-Etiopico ricevendo in cambio la nomina ad ammiraglio di divisione per meriti eccezionali.
Ricevette dal Re Vittorio Emanuele IlI il titolo di conte di Grado e le chiavi della città, che da secoli non erano state offerte ad alcuno, con Regio Decreto di Concessione del 25 ottobre 1932, e RR.LL.PP. del 20 giugno 1935. Il predicato di Premuda venne aggiunto al titolo comitale di Grado con R.D. motu proprio di Concessione del 20 ottobre 1941.
Il 10 giugno 1940, scoppiata la seconda guerra mondiale, ebbe il comando dei caccia‑antisommergibili, con il grado di ammiraglio di squadra nella riserva navale. Si vide puntualmente bocciate le sue documentate proposte per organizzare scientificamente la lotta contro i predatori degli abissi: mancavano i mezzi. Ai colleghi ripeteva che Napoleone per vincere sosteneva servissero in guerra, tre cose: denaro, denaro, denaro.
Promosso ammiraglio di squadra nella Riserva Navale, l’8 settembre 1943 quale presidente dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico, divenuto di dominio pubblico l’avvenuto armistizio con gli alleati, ordinò di far affondare le navi mercantili « Duilio » e « Giulio Cesare » per evitare che cadessero in mano ai tedeschi.
Fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Klagenfurt, dove apprese che il figlio Giorgio, ventiduenne, comandante di una squadriglia Mas, era rimasto ucciso da una bomba di stukas durante i drammatici giorni dell’armistizio. Il leggendario eroe della grande guerra, fedele al governo legittimo, era un prigioniero «scomodo » per i nazisti, che 4 mesi più tardi lo destinarono al campo di concentramento di Hirschegg, vicino al lago di Costanza.
Un lager per ospiti illustri quali Nitti, la duchessa d’Aosta, Irene  di Grecia e Anna di Francia. Ebbe il conforto d’essere raggiunto dalla figlia Guglielmina, che aveva chiesto e incredibilmente ottenuto il «   privilegio» di dividere le sue sofferenze.
Liberato nel maggio 1945 dalle truppe francesi del generale De Lattre de Tassigny, trovò in Italia più ostilità che braccia aperte. Dovette perfino subire un processo di epurazione con l’accusa, risultata del tutto infondata, di aver tratto profitto dal regime fascista. Inutili amarezze dopo tante sofferenze e un continuo, disinteressato prodigarsi per il paese.
Seguiranno per Rizzo anni di amarezze e di solitudine: dapprima, l’arresto durante l’occupazione tedesca per aver difeso i Cantieri triestini e i loro lavoratori, la prigionia e il confino in Austria; quindi, dopo la guerra, il procedimento davanti alla Commissione per l’epurazione, concluso con il pieno proscioglimento e il riconoscimento da parte della Marina militare di un comportamento “conforme alle leggi dell’onore”. Ma resteranno la perdita delle cariche, l’isolamento, l’oblio: un solo articolo di giornale in occasione del trentennale di Premuda, e poi più nulla.
Subì in silenzio, senza provocare scandali, sfogandosi soltanto con gli amici rimasti tali. Certo, nessuno avrebbe mai potuto distruggere il suo passato. Passò gli ultimi mesi della sua vita a Roma per curarsi da un male, con l’aiuto del professor Raffaele Paolucci, protagonista con lui e il maggiore del genio navale Raffaele Rossetti dell’affondamento nel porto di Pola della corazzata austriaca  « Viribus Unitis » (1 novembre 1918, nel porto di Pola).
In un primo momento sembrava una piccola e banale lesione. Si accertò, invece, l’esistenza di un tumore al polmone e bisognava asportare. Dopo l’intervento l’ammiraglio si riprese con rapidità, poté alzarsi e passeggiare, telefonare al nipotino Francesco, figlio di Guglielmina, a Milazzo. Disse: «Provo la stessa sensazione di quando rientravo alla base coi mio Mas dopo essere stato sotto il fuoco dei nemico ».
Purtroppo, nei giorni successivi venne preso da crisi invincibili di sonnolenza. Il tumore aveva raggiunto il cervello. Due mesi dopo l’intervento chirurgico, Luigi Rizzo morì il 27 giugno 1951, chiudendo la sua vita nel silenzio. A Milazzo, per i funerali, c’erano tutti i suoi compagni superstiti, sia della prima sia della seconda guerra mondiale. Qualche mese prima diceva:
“Meglio morire una volta per tutte che questo lento e penoso morire di ogni giorno. Qualcuno mi rimprovera di non essere morto sul campo di battaglia, ma è proprio lì che io avrei preferito morire, sul mio MAS, magari subito dopo l’affondamento della Santo Stefano, piuttosto che assistere a ciò che oggi vedo in tutte le piazze italiane…” E di rimando Paolucci gli rispose “Ma tu non morirai mai perché tu sei la storia della Marina Militare di questi ultimi trent’anni e la storia non si può cancellare con un tratto di gomma.”
Per capire quanto siano state grandi le sue celebri imprese, riassumiamo il seguente lungo curriculum ricco  di premi e decorazioni ricevute in Italia e all’estero, con alcune motivazioni.

ONORIFICENZE ITALIANE

·Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
·2 Medaglia d’oro al valor militare:
“Per la grande serenità ed abilità professionale e pel mirabile eroismo dimostrato nella brillante, ardita ed efficace operazione da lui guidata, di attacco e di distruzione di una nave nemica entro la munita rada di Trieste “;
“Comandante di una sezione di piccole siluranti in perlustrazione nelle acque di Dalmazia, nella notte del 10 giugno 1918 avvistava una poderosa forza navale nemica composta di due corazzate e numerosi cacciatorpediniere e, senza esitare, noncurante del grande rischi, dirigeva immediatamente con le sezioni all’attacco. Attraversava con incredibile audacia e somma perizia militare e marinaresca la linea fortissima delle scorte, e lanciava due siluri contro una delle corazzate nemiche, colpendola ripetutamente in modo da affondarla. Liberarsi con grande abilità dal cerchio di cacciatorpediniere che da ogni lato gli sbarravano il cammino e, inseguito e cannoneggiato da uno di essi, con il lancio di una bomba di profondità, lo faceva desistere dall’inseguimento danneggiandolo gravemente.»
·4 Medaglia d’argento al valor militare :
«Per le numerose prove di arditezza e di iniziativa date durante varie azioni guerresche in mare come osservatore di idrovolanti e perché, avendo ricevuto ordine di recare ad una squadriglia di torpediniere delle informazione sull’ubicazione di galleggianti nemici, si offriva di pilotare la squadriglia stessa in una importante azione guerresca, contribuendo col suo ardimento e la sua abilità tecnica alla buona riuscita dell’operazione in Alto Adriatico” ;
«Per essersi trattenuto con un motoscafo sotto il tiro delle batterie nemiche,non curando il vivo fuoco d’artiglieria e gli attacchi dall’alto per effettuare la cattura di aviatori nemici in Alto Adriatico”;
«Per le belle qualità militari dimostrate nelle numerose missioni di guerra compiute in ventinove mesi di servizio presso la difesa di Grado come comandante di una squadriglia MAS e per il contegno calmo, sereno e sprezzante del pericolo tenuto durante il ripiegamento lungo il litorale Nord Adriatico”;
«Comandante di unità sottile dava prova di sereno coraggio nell’audace attacco al naviglio nemico nella lontana e munita baia di Buccari nel febbraio 1918” – in commutazione della medaglia di bronzo al valore militare concessa con R.D. 21-5-1918 per lo stesso fatto.

·2  Croci di guerra al valor militare  (in commutazione di altrettanti Croci di guerra al merito).
·Medaglia di benemerenza per i volontari delle operazioni in Africa Orientale 1935-1936.
·4  Medaglie commemorative :
della guerra italo-austriaca 1915–1918 (4 anni di campagna) ;
del periodo bellico 1940–43 (2 anni di campagna);
dell’Unità d’Italia;
italiana della vittoria

ONORIFICENZE STRANIERE

·Ufficiale dell’Ordine della Legione d’onore (Francia) «In seguito a conferimento di Croix de guerre»
·Croce d’argento dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
·Compagno del Distinguished Service Order (Regno Unito)
·Croix de Guerre francese del 1914–1918 (2 volte)
·Croix de Guerre belga del 1914-1918
·Navy Distinguished Service Medal (Stati Uniti d’America)
A Trieste gli è stata dedicata la diga foranea del Vallone di Muggia. La Marina Militare, fra i tanti onori resigli, ha anche dedicato a Rizzo una Fregata, mille tributi all’Eroe milazzese che vale la pena ancora ricordare, per le generazioni future.
Anche nella sua natìa Milazzo, dopo 10 anni dalla morte, il 27 giugno 1965 venne inaugurato il monumento all’Eroe ed eretto un busto nell’Istituto nautico di Messina, in cui egli aveva studiato.
L’intervista rilasciata in quei giorni dalla moglie di Luigi Rizzo, venne titolata  proprio con queste sue parole: “Era nato soldato, ma odiava la guerra tanto da non donare mai ai figli giocattoli che la ricordassero.”

Fabio Marletta

Il Castello di Milazzo

Cuore della città e sua principale ragion d’essere, il Castello di Milazzo sorge in uno dei pochi luoghi del Mediterraneo ininterrottamente abitato da almeno cinquemila anni. La possente rocca naturale, da cui prese nome la città greca, aveva già visto fiorire le civiltà del neolitico, del bronzo e del ferro, e continuò ad essere fortezza di primaria importanza per il controllo della costa settentrionale della Sicilia e del suo mare sotto i Greci, i Romani e i Bizantini, anche se la natura rocciosa del suolo, il suo declivio e il suo sconvolgimento per la costruzione delle cinte bastionate non hanno lasciato traccia alcuna delle fortificazioni erette prima della conquista araba. Rimangono solo alcune interessantissime testimonianze di vita quotidiana: rinvenute casualmente entro il perimetro murario del maniero, attestano la presenza dell’uomo già in età classica. E’ il caso, ad esempio, della moneta rinvenuta recentemente nell’area antistante il monastero delle benedettine e raffigurante il dio Andranos (III a. C.), o di quella, risalente al medesimo periodo, un ippocampo al diritto ed una testa elmata al rovescio. Testimonianza di notevole valore storico che, unitamente ai numerosi cocci a vernice nera raccolti dal piano di calpestìo, rendono ormai indifferibile l’esecuzione di un’accurata campagna di scavi da parte della Sovrintendenza.
Il Mastio, che sorge sul punto più alto dello sperone roccioso a strapiombo sul mare e chiude un’ampia e ariosa corte, ha come suo nucleo più antico la Torre detta “Saracena” e come suo ambiente più pregevole l’elegante salone all’interno del quale si trova un possente camino. Iniziato forse sotto gli Arabi, ampliato dai Normanni, il Mastio assunse la sua struttura attuale (come rivelano le otto torri angolari e mediane) sotto Federico II di Svevia.
Alcuni dei conci in pietra lavica che ornano le strutture murarie delle torri e del salone recano ancora oggi i marchi dei lapicidi, geometrici contrassegni che consentivano di riconoscere – e conseguentemente controllare e remunerare – il lavoro dei singoli maestri impegnati nel cantiere milazzese. Successivamente, sotto gli Aragonesi, il Mastio normanno-svevo venne protetto dal tiro delle armi da fuoco attraverso la costruzione, nel corso del Quattrocento, della cinta bastionata che lo racchiude. Nel Cinquecento, infine, gli Spagnoli per proteggere la città e la costa dai pirati barbereschi che avevano saccheggiato le Eolie e la Calabria e per avere un’imprendibile fortezza da cui controllare Messina, innalzarono la poderosa cinta muraria contraddistinta dalle numerose caditoie un tempo destinate alla difesa piombante.
Con la costruzione della cortina cinquecentesca (cosiddetta “spagnola”) l’intero complesso fortificato assunse la fisionomia di una vera e propria città murata, entro la quale erano ubicati i palazzi del potere, dalla sede municipale agli uffici giudiziari, cinque-sei edifici di culto, oltre alla seicentesca chiesa madre, e le numerosissime abitazioni civili di coloro i quali dimoravano all’interno della città murata. Un complesso di fabbricati pubblici e privai del quale oggi, se si eccettuano l’antico Duomo e la seicentesca badia benedettina, non rimangono altro che i perimetri murari di base, solo in parte affioranti in superficie. Imponente e suggestiva ancora oggi, nonostante l’azione inesorabile del degrado, la cinta spagnola, che comprende la cortina e i due bastioni ad essa affiancati (denominati rispettivamente “di Santa Maria” e “delle Isole”), è il risultato della progettazione di alcuni dei migliori ingegneri militari del tempo. Tra questi, il bergamasco Antonio Ferramolino, al quale si deve la realizzazione di uno dei luoghi più affascinanti e suggestivi dell’intera città murata: la galleria di contromina del bastione delle Isole, un lungo e tenebroso cunicolo, ricavato nel perimetro murario dello stesso bastione, che aveva lo scopo di prevenire gli attacchi delle mine nemiche, ossia dei tunnel sotterranei realizzati dagli assedianti al fine di raggiungere la base delle fortificazioni onde collocarvi potenti cariche esplosive capaci di distruggerli.
Proprio per prevenire tali attacchi il Ferramolino consigliò la realizzazione di una galleria di contromina, dove l’assediato avrebbe pazientemente vigilato ascoltando l’eventuale approssimarsi dei colpi di piccone della costruenda mina nemica, che non appena intercettata, sarebbe stata prontamente neutralizzata. Questo complesso sistema di fortificazioni non venne mai espugnato: non ci riuscirono neppure gli Spagnoli, che l’avevano eretto, quando tentarono da qui di riconquistare la Sicilia perduta.  Nel luglio del 1860 il castello fu protagonista della sanguinosa battaglia di Milazzo, nella quale si scontrarono le truppe garibaldine e quelle borboniche.
Cominciò allora il declino della città murata: il Duomo, eretto a partire dal 1607 e caratterizzato da forti membrature di sapore michelangiolesco e da altari arricchiti da stupende tarsie marmoree, fu abbandonato al vandalismo e al degrado, mentre il Mastio diventava un carcere, rimanendo tale fino al 1960. E’ solo da poco più di un ventennio che la città ha cominciato a riappropriarsi di quello che un tempo era il suo cuore pulsante. In questo periodo, la realizzazione del teatro all’aperto, i restauri di parte del Mastio e dell’antico Duomo hanno rappresentato indubbiamente alcuni timidi ma comunque decisivi passi in direzione del recupero di una delle fortificazioni più importanti del Meridione.

Francesco Caffarelli da Milazzo

La storia a volte, descrive fatti ed avvenimenti particolari, amplificando il contributo di alcuni e dimenticando l’apporto di altri. Così può accadere che esaltando il ruolo dei primi, ci si dimentica di procedere di pari grado per i comprimari che meritano il proscenio alla pari. Fra Francesco Caffarelli dell’Ordine dei Minori, fu un celebre teologo, un abile predicatore, un eccellente matematico, un acuto astrologo potendolo dimostrare alla storia degli uomini quando, per ordine del Pontefice Gregorio XIII, fu ammesso insieme all’abate Francesco Maurolico, alla correzione del calendario dell’anno 1584.
Egli proprio in quell’anno, si era recato in tal condizione  presso la città di Venezia;  per mandare alle stampe  molte opere matematiche, da lui scritte e stampate.

Alessandro Fumia

Don Francesco Baeli da Milazzo

Francesco Baeli nacque a Milazzo verso la fine del 1700.
Già giovanetto mostrava i segni di un grande genio nello studio. Diventato adulto, fu un uomo eruditissimo e un poeta eccellente. Molto favorito dal regnante imperatore Leopoldo, scrisse alcune opere di valore letterario; fu inventore del gioco degli asili, che si rappresentavano coma una sorta di gioco di scacchi, ma raddoppiato in dimensioni e in pezzi. Ricoprì il ruolo pubblico di Rifinitore Generale, una sorta di commesso e rappresentante generale della città di Milazzo, referente al Senato di Messina.
Allo stesso modo, voce della città presso i Vicerè, il principe di Lignì, e il Duca di Sermoneta.
Scrisse e mandò alle stampe il suo primo  libro intitolato: il veridico siciliano. Una elaborazione erudita di una risposta del Senato di Messina a S.E. di Condirò, durante i movimenti antispagnoli di Messina.
Anni dopo, ebbe a mandare alle stampe una seconda opera, la tragicommedia intitolata: la Polistena. Scrisse in forma di manoscritto, numerose opere in prosa e in verso italiano. Morì a Milazzo intorno al 1856.

Alessandro Fumia

Fra Andrea Cordaro da Tripi

Frate Andrea Cordaro nacque nell’antica terra di Tripi, paese incastonato nelle alture, sopra la piana di Milazzo. Fu un religioso dell’Ordine dei Carmelitani e nell’anno 1570, ebbe a fondare il convento del suo ordine nella città di Milazzo.
Visse sempre in questi luoghi tutta la vita, come religioso di candidi costumi. Questo illustre uomo di chiesa con le sue opere di carità cristiana, lo resero molto celebre fra la sua gente; sembra che avesse la capacità della veggenza. Un giorno  che discorreva con il suo gregge, qualcuno gli sussurrò padre: quando morirete? Le cronache del tempo aggiunsero: egli predisse il giorno e il mese, di quello che sarebbe avvenuto alla sua ora. Come realmente i pochi documenti rimasti, confermarono: egli passò a miglior vita, il giorno e il mese che  ebbe svelato anni prima.
Per estremo atto di  devozione, fu seppellito nella medesima chiesa che ebbe a innalzare, sotto il titolo del Carmine, nella città di  Milazzo.

Alessandro Fumia