Messina

Le schegge degli ordigni bellici. Testimonianza attuale sulle facciate dei palazzi messinesi

270018_194454073937321_4425324_nIl 10 giugno 1940 il Capo del Governo Benito Mussolini dal balcone di palazzo Venezia ed alla presenza di cittadini, militari ed appartenenti al partito, comunicava l’ingresso in guerra dell’Italia tramite dichiarazione inviata ai Governi di Francia ed Inghilterra. Sarà l’inizio della fine per il Duce ed il suo regime, non prima di aver condotto alla catastrofe un’intera Nazione. La RAF non resterà a guardare , iniziando blandi e timidi tentativi di incursione e ricognizione su Messina già dal luglio 1940, aumentando progressivamente gli attacchi in massima parte notturni, a partire dal 9-10 gennaio 1941 sino al 26 gennaio 1943, allorquando ad affiancare le operazioni di bombardamento subentrò l’USAAF. A causa della sconfitta delle truppe dell’Asse in A.S., gli alleati faranno decollare i loro aerei dalle vicine basi della Tunisia e successivamente anche dalle basi siciliane. Saranno questi primi otto mesi del 1943 i più duri e terrificanti per la città ed i suoi abitanti, i quali saranno costretti a bivaccare nei pressi dei ricoveri AA ed i più fortunati sfolleranno nei villaggi e paesi limitrofi. Solamente la mattina del 17 agosto del 1943 tutto questo finirà e con esso l’incubo dei messinesi, a porre fine a tanta sofferenza saranno i fanti della 3^ Divisione americana i quali faranno ingresso in una città distrutta ed abbandonata .
Ancora oggi ed a distanza di 70 anni dalla fine di quei tragici fatti, sono indelebilmente presenti su case, cancelli, inferriate e serrande i segni tangibili lasciati dalle schegge delle bombe “liberatrici”. Buchi di varie dimensioni, dai pochi centimetri ai più larghi fino a r261848_194454223937306_6734429_naggiungere in taluni casi i 20/30 centimetri, profondi a tal punto da piegare i ferri portanti dei pilastri che come sappiamo raggiungono anche i 20 millimetri di spessore. Attratto da tutto questo, ho pensato bene di fotografare e documentare tutto quanto è ancora oggi è visibile. Ben consapevole di svolgere una attività assolutamente inedita dal dopoguerra sino ad oggi, essendo il primo che con passione e studio si è dedicato a tale tema, ho ritenuto opportuno proseguire nella ricerca, nella speranza che i soliti furbi non facciano propri i meriti altrui come di solito accade in questa città.

Sergio Cavacece

Messina i bombardamenti alleati del 1943 e le solite fantasie alla messinese

guerraA Messina la storia viene spesso usata per fini puramente campanilistici, basati sulla  frenetica ricerca e diffusione di primati e record che in realtà non  esistono o non fanno testo.
È dunque necessario smentire quanto pubblicamente affermato dai personaggi afferenti al Forte Cavalli che affermano  su giornali e testate varie che –Messina tra luglio e agosto  1943 fu la città italiana  più bombardata della seconda guerra mondiale, sulla quale solo nei primi 15 giorni di agosto furono scaricate dalla Fortezze Volanti alleate 6500 tonnellate di bombe—(fonte Gazzetta del sud e Tempostretto), non è stato ben chiarito da quali squadroni e gruppi, con quali strategie, dove  e soprattutto in quali giorni.
E’ opportuno che coloro che diffondono queste notizie a dir poco fantasiose, dall’alto dei loro studi -scientifici- esibiscano la  documentazione che dimostra in modo inequivocabile  tale sorprendente notizia, sfuggita persino agli studiosi angloamericani.
Sarebbe anche interessante capire cosa intendano i suddetti signori  per città più bombardata: per il numero di incursioni, di ordigni, la percentuale di edifici distrutti o cos’altro? In rapporto a cosa? Al numero di abitanti, alla superficie interessata, alle vittime? Non è dato saperlo, quindi è ancora più difficoltoso e rischioso stabilire ed esibire certezze  che tali non sono, così come è in uso fare a Messina, attingendo tra l’altro al solito libro o filmato locale.
In realtà dal 26  gennaio 1943 non iniziò proprio nulla, si ebbe solo il debutto dell’USAAF sull’area dello Stretto, in sinergia con la RAF che già incursionava Messina dal 1940. I primi attacchi aerei iniziarono infatti nel luglio di quell’anno e si conclusero nell’agosto 1943.
Ma se la guerra per la Sicilia finì con la conquista alleata dell’isola, così non fu per il territorio della penisola che già soggetto ad incursioni dal 1940, rimase  teatro di operazioni sino alla fine della campagna d’Italia .
Tuttavia se proprio vogliamo parlare di primati, come se si stesse trattando di una hit parade o di una gara, risulta evidente che lorsignori sconoscono i dati dei dettagliati rapporti e analisi alleate e di varie pubblicazioni, che indicano che l’isola di Pantelleria il 19 maggio 1943 fu colpita da 91 tonnellate di bombe, 1180 tonnellate tra il 20 e il 31 maggio, 128 il primo giugno e ben 4396 tonnellate dal 4 al 10 giugno. In circa 20 giorni Pantelleria assorbì 5795 tonnellate di bombe, 290 al giorno. Poco più delle 252 tonnellate sganciate su Messina il 25 maggio 1943 da 89 B17 e 40 B24 e poco meno delle 319 tonnellate del 25 giugno da 136 B17 in quattro missioni, o delle 207 tonnellate del 4 agosto, a cura di 69 B17  più 100  sganciate da 61 Wellington in missione notturna.
Che dire poi di Genova, che soltanto tra il giugno 1940 e il novembre 1941 ebbe 203 abitazioni distrutte, 1049 gravemente danneggiate e 4869 leggermente danneggiate e che in un sol giorno ebbe 354 morti e un altro ancora  fu colpita da 900 tonnellate di bombe? Che dire di Treviso (altri mille vittime e gravissimi danni in pochi minuti di attacco), Torino, Roma (oltre 1000 tonnellate in un giorno con migliaia di vittime), nel suo piccolo Randazzo e varie altre città italiane?
Tornando a Messina, non è assolutamente vero che le bombe furono sganciate esclusivamente dai B17 (fortezze volanti) per altro in uso solo all’USAAF, poiché le due aviazioni vantavano un vasto assortimento di aerei operanti a seconda delle caratteristiche  e delle missioni assegnate.
Le  6500 tonnellate scaricate sulla città sono comprese nel periodo 1940-1943, non certamente nei mesi di luglio ed agosto o peggio ancora nei primi 15 giorni di agosto 1943, così come  affermato dagli addetti di Forte Cavalli.
E’ infatti improponibile che un numero così elevato di tonnellate di ordigni fosse sganciato in un lasso così breve di tempo, dai soli B17 che in fin dei conti in quel periodo furono utilizzati in misura molto minore di altri velivoli.
Suddividendo il periodo non in base ai giorni effettivi delle incursioni, 6500 tonnellate in 15 giorni corrispondono a 433000 chili al giorno e dividendo per due mesi a 108300 al giorno. Numeri assurdi se confrontati con quelli effettivi.
Citando infatti solo alcuni esempi, in base alla variabili capacità di carico e caratteristiche dei velivoli, nonché al peso e al tipo dei vari ordigni, per sganciare 433000 kg di bombe su Messina per 15 giorni, avrebbero dovuto ad esempio sistematicamente operare ogni giorno a pieno carico e senza alcun problema 55 B17, oppure 43 Lancaster, oppure 110 B24, o 470 Beaufort, oppure 310 B25  o ancora 215  Wellington.
E’ da sottolineare che le incursioni non erano necessariamente quotidiane e in base alle missioni operavano vari velivoli aventi diverse caratteristiche e capacità di carico, che dovevano tener conto della distanza, degli obiettivi, della quota, della velocità, della  rotta ed eventuali azioni di disimpegno  e difesa da attacchi nemici  e della contraerea.
Risalire alle cifre effettive non è facile, tuttavia  in sintesi i rapporti e le analisi ufficiali che si invita  a cercare e visionare, indicano che nei primi sei mesi del 1943  da entrambe le aviazioni fu sganciato su Messina un totale 2056 tonnellate di ordigni, con media di 342 tonnellate al mese. Sommando le cifre relative ai mesi di luglio ed agosto risulta un totale di circa 4100, al massimo 4500 tonnellate sganciate, quindi 2050-2250 tonnellate ogni mese,  cioè 75 tonnellate al giorno.
Se alle 4500 tonnellate di luglio ed agosto si aggiungono le 2056 scaricate sulla città  da gennaio a giugno 1943, più  oltre 200 degli anni precedenti, si arriva ad un totale di circa 6500 tonnellate, distribuite appunto durante l’intero periodo di attacchi dal 1940 al 1943. I dati sopraindicati sono quindi inferiori alle 5795 tonnellate totali sganciate su Pantelleria in  circa 20 giorni (290 al giorno), di cui ben 4396 in soli 6 giorni, con media di 732 tonnellate al giorno. Cifra vicina ad esempio alle 830 tonnellate sganciate su Messina tra il 12 giugno e il 2 luglio 1943.
Detto questo, è scontato considerare un margine  di dubbio specialmente in questi temi così specifici, ma un conto è  la ricerca, il confronto e lo studio, un conto è anche il comprensibile errore; altra cosa è invece il perseverare nella disinvolta diffusione pubblica di notizie fantasiose ed opinabilissime affermazioni prive di fondamento. Il triste primato non spetta dunque a Messina  qualora ciò fosse di così essenziale rilevanza.
Per recuperare e tramandare la memoria bisogna prima studiare e seppur le commemorazioni rivestano un ruolo  importante, è bene distinguerle da quelle influenzate da sterile catastrofismo misto ad un inutile sensazionalismo.

Armando Donato

Un altro falso storico in Italia durante il Risorgimento: La nascita dei Bersaglieri

BERSAGLIERIUn corpo della fanteria dell’esercito italiano, a ragione e in mancanza di documenti contrastanti, si ritiene costituito dal re Carlo Alberto con il Regio Decreto del 18 giugno 1836; quando in realtà, simile reparto di fanteria già esisteva sotto le insegne del Real Esercito del Regno delle Due Sicilie. I fatti che ne segnalano la presenza si legano alla guerra che Napoleone scatenò in Europa e nel merito, alla campagna di Russia, dove i bersaglieri napoletani, dimostrarono un gran valore.
Anche in questo caso una retorica di parte, racconta fatti mistificati nella più becera tradizione politica, imposta dal regno sabaudo all’Italia. Rinnovando ripetutamente soprusi storici in campo morale e militare. La storia invece, racconta della nascita di un corpo di fanteria, quello dei bersaglieri napoletani ( truppe scelte murattiane) distintosi sulle lande russe, e nelle vicinanze della città di Danzica; quando si fecero onore al fianco di reparti dell’esercito polacco, impegnato in quell’occorso. Un reparto di fanti dunque, già operativo venti anni prima da che, fosse “inventato” dallo spavaldo capitano Alessandro La Marmora.
La gloria in verità che si può raccogliere dagli opposti spalti, mise in luce in alcuni accadimenti rivoluzionari accaduti in quel di Messina, faccende più o meno importanti. Esistono documenti che segnalano la presenza di questo corpo di eccellenza nell’esercito napoletano; prima al tempo del Regno Repubblicano di Napoli e successivamente, quando il Sovrano Ferdinando IV, riconciliandosi con il popolo e con l’esercito, costruì su quell’esercito il nuovo corso della storia duo siciliana. Ben presto però, la natura indivisa di alcuni ufficiali seguaci e partigiani napoleonici, riprende in seno a un ristretto corpo di rivoluzionari, l’antico compito. E in quel di Messina, opera una rivolta che lascerà il segno, in seno alla macchina politica napoletana.
Eccone in sintesi gli avvenimenti e i provvedimenti presi dal governo contro i sediziosi.

N 35 Decreto per lo scioglimento ed abolizione del quarto battaglione Bersaglieri Napoli 14 Maggio 1821
FERDINANDO I per la grazia di dio re DEL REGNO DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ec INFANTE DI SPAGNA i DUCA DI PARMA PIACENZA CASTRO ec ec GRAN PRINCIPE EREDITARIO di toscana ec ec ec
Per la reprensibile condotta tenuta dal quarto battaglione Bersaglieri negli avvenimenti che ebbero luogo in Messina nello scorso mese di marzo. Ed altronde essendosi rimossi alla competente autorità giudiziaria gl individui del medesimo prevenuti di fatti criminosi, Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue: Art l iI quarto battaglione Bersaglieri resta disciolto ed abolito. 2 i sottufiziali saranno degradati ed insieme a soldati riceveranno il loro congedo. 3 Gli uflziali del disciolto quarto battaglionè Bersaglieri, si conferiranno nell’isola di Procida per attendere colà le sovrane determinazioni sul loro ulteriore destino, percependo intanto gli averi di seconda classe. 4 i Direttori delle reali Segreterie di finanze e guerra, sono incaricati della esecuzione del presente decreto In assenza di SM il Rè

Alessandro Fumia

Gli ultimi sistemi difensivi dello Stretto di Messina

1Il dispositivo eretto a fine Ottocento a difesa dello Stretto di Messina, di fatto si componeva di batterie costiere alte a basso parapetto per il puntamento diretto, con artiglierie principali in ghisa (obici “C”) di grosso calibro con sistemazione in barbetta, utili al tiro curvo di sfondo contronave.

Tali batterie rappresentavano un esempio di strategia difensiva dei litorali basata su piazzeforti ben protette e fortemente armate, aventi il compito di operare in sinergia con le flotte navali per la difesa attiva in mare e le difese territoriali per l’opposizione a sbarchi o invasioni.
Tuttavia già nei primi anni del Novecento, il progresso delle artiglierie aveva posto il problema dell’adeguamento delle difese, suggerendo la realizzazione di un preciso programma di opere moderne.
Dal 1906 al 1943 lo SME e le varie Commissioni di difesa e studio, produssero sistematicamente tutta una serie di atti utili a meglio organizzare la protezione costiera.
In particolare dopo la fine della grande guerra lo SME ribadì l’ulteriore inefficacia delle batterie rispetto agli anni precedenti, ritenendo opportuna la sostituzione delle fortificazioni permanenti con quelle di tipo campale e la riduzione e l’adattamento delle vecchie fortificazioni alle offese aeree.
Nel frattempo si erano redatte nuove Istruzioni per la difesa costiera nel 1919, 20 e 21 e 1924-25 con la decisone, riguardo la Piazza marittima di Messina, di rimandare a tempi successivi l’allestimento delle batterie, rimanendo però la preminenza di interessi circa la gestione della Marina della Piazza stessa, con la gestione delle batterie di obici e quelle di grosso calibro a cura dell’Esercito.
Nel 1928 fu approvata la Relazione sulla difesa controarea territoriale attiva, che per Messina prevedeva l’organizzazione a cura della Marina. Nel 1931 seguì la nuova Istruzione per la difesa delle coste e nel 1935, nell’ambito della nuova organizzazione territoriale, Messina fu inserita alle dipendenze dell’Ispettorato di gruppo di zona di Napoli, diretto da un generale di divisione.
Lo stesso anno fu istituita una nuova specialità della MVSN da impiegare nelle Piazze marittime solo come artiglieria, ovvero la Milizia da COS., erede dell’Artiglieria da Costa e avente i comandi superiori in comune con la M. DICAT.
Nel 1939 la M. da COS. a sua volta divenne Milizia Marittima di Artiglieria, con compiti di gestione delle batterie contraeree, doppiocompito e costiere nelle Piazze marittime. 2
Dal 1940 al 1943 furono emanate importanti circolari e direttive circa la difesa delle coste, il potenziamento della difesa costiera e delle Piazze M. M., la protezione delle vie di comunicazione ed impianti e la difesa antiparacadutisti; sulla difesa delle frontiere marittime e riguardo la sistemazione difensiva e i lavori di fortificazione alle frontiere marittime.
Le ormai datate e vecchie batterie costiere di fine Ottocento dello Stretto, già drasticamente ridotte a 4 nel 1915 (all’epoca per la difesa antisom erano previsti i punti rifugio, ovvero apposite postazioni non permanenti di artiglieria di piccolo calibro distribuite lungo le coste), ancora dotate degli originari complessi da 280/9 in ghisa montati in piazzole circolari, su affusti da posizione e sott’affusti a molle a perno centrale, aventi cadenze di tiro, gittate e caratteristiche in genere ormai da considerarsi risibili; erano nel frattempo state in massima parte disarmate e destinate a depositi. Ne rimanevano infatti attive soltanto 8 nel 1942 e 4 nel 1943 a gestione MilMArt,
Ci si domanda a tal proposito:
1) durante quello che di fatto fu un conflitto mondiale innovativo dal punto di vista dei mezzi, delle tattiche e strategie belliche, erano tali poche e vistose opere costiere, concepite e progettate nell’ultimo ventennio dell‘Ottocento e dichiarate obsolete già a partire dai primi anni del Novecento, da sole in grado di difendere il fronte a mare, lo Stretto e il territorio della Piazza, evitando attacchi navali e sbarchi nemici in qualsiasi punto della costa?
2) Essendo state concepite in un periodo in cui per ovvi motivi il massimo sforzo difensivo si concentrava soltanto sulla protezione antinave e antisbarco dell’epoca; potevano esse a distanza di 60 anni, di offrire sorveglianza e dare effettiva protezione contro l’aereo, cioè uno dei principali strumenti di attacco, enormemente evolutosi e fortemente impiegato proprio come determinante arma di avvistamento e offesa nonché di risoluzione dei conflitti?

Le risposte sono semplici, dato che non furono di certo tali vecchie batterie, tra l’altro fantasiosamente denominate “forti umbertini”, ad ottemperare a tali gravosi compiti, rivestendo solo un ruolo marginale nell’ambito delle attività difensive.

Infatti a partire dalla seconda metà degli anni Trenta fu edificata una prima ossatura del nuovo sistema difensivo attivo permanente, in sostituzione delle vecchie opere di GC di fine Ottocento, come detto assolutamente inadatte ad assicurare la difesa della Piazza da più evoluti strumenti, sistemi e tattiche offensive.
La protezione spettava dunque alle nuove batterie concepite in netto contrasto con le vecchie opere, secondo più adeguati criteri basati sulle ridotte dimensioni (elementi puntiformi), massimo mimetismo, economia e celerità di realizzazione e l’impiego di appositi sistemi d’arma. A queste opere seguirono a secondo conflitto mondiale già iniziato, quelle costituenti il nuovo fronte a terra, che aveva il compito specifico di controllo, impedendo eventuali penetrazioni nemiche nel territorio della Piazza.
Nel 1939 Messina in quanto località di primo grado armava 5 batterie da 75 mm in posizione più 5 assegnate e 22 mitragliatrici. In breve volgere di tempo, sorsero inoltre opere difensive a largo raggio, che integrati da servizi di vigilanza armata, valsero ad assicurare l’inviolabilità delle zone portuali mediante il controllo costante ed accurato sul traffico delle persone e dei mezzi e sui materiali e generi in approntamento per il carico a bordo delle unità da guerra.
Nel 1943 lo Stretto risultava difeso da un sistema permanente composto da 21 batterie per cannoni da 90/53, 4 da 90/42, 22 da 76/40, 3 da 75/46 e 2 da 20 mm, in posizione.
In particolare nel luglio- agosto di quell’anno, tra fisse e mobili contava circa 29 batterie italiane da 76, 90, 120, 149 e 152 mm e 22 tedesche da 88, 105 e 170 mm, più vari pezzi leggeri da 20 e 37 mm. A tal proposito circa la difesa contraerea vari autori tra cui Santoni, Jacason, Gundelach, Hooton e D’Este indicano notizie differenti, come ad es. 235 pezzi di cui 123 da 88 e 90 mm e 112 di calibro inferiore, oppure 70 batterie o 65 batterie, o ancora 164 pezzi pesanti e 112 leggeri. La difesa costiera era invece assicurata da batterie 152 mm italiane e 4 tedesche da 170 mm, oltre alle sopracitate quattro batterie da 280.
Fu l’azione di tali più moderne batterie, facenti parte del cronologicamente ultimo dispositivo eretto, ed effettivamente impiegato in guerra, a consentire l’efficace protezione dello Stretto durante il secondo conflitto mondiale, assicurando il pieno successo delle operazioni di trasferimento delle divisioni italiane e tedesche in Calabria nel luglio- agosto 1943, ed evitando dunque l’accerchiamento da parte delle due armate angloamericane sbarcate sull’isola.

Armando Donato

Replica dell’Associazione “Festung” sulla mostra fotografica a cura del Sig. Pintaldi

Pubblichiamo, di seguito, la mail giuntaci da parte dell’Associazione “Festung”, che recita integralmente:

“E’ innanzitutto opportuno che, richiamandoci ai doveri contenuti nella Legge 3 febbraio 1963, n. 69, la responsabile del network MesisnOra, dottoressa Mancuso, cancellasse o rettificasse immediatamente il link
http://www.messinaora.it/joomla/cultura-e-spettacolo/item/3930-la-mostra-fotografica-del-maestro-pintaldi-e-i-fotogrammi-della-discordia-video.html

in cui, pubblicamente, in maniera del tutto aprioristica, offensiva e passibile di denuncia, ha tacciato di –nazismo- (Festung Sizilien significa Sicilia fortificata, e i bunker nazisti a Messina non esistono) l’associazione solo perché denominata in lingua tedesca.
Quella stessa lingua propria di imperatori, poeti, scrittori con i quali la Sicilia e Messina hanno avuto ed hanno importantissimi legami; propria dei tanti turisti che ogni anno vengono a visitare la nostra isola, incrementandone l’economia e soprattutto propria di quella terra che ha dato e dà la possibilità di lavorare e vivere a molti italiani, siciliani in particolare, –costretti- ad andar via.

Premesso ciò, le ironiche e screditanti dichiarazioni del signor Roberto Pintaldi, diffuse nel video su youtube pubblicato il 6 dicembre a cura del network multimediale MessinaOra, non ci toccano.

Tuttavia se la nostra Associazione è –sedicente– così come affermato nel video dal Pintaldi, risulta davvero strano che, citando un esempio, coloro non più giovanissimi che si occupano di cultura locale, possano ancora confondere la palazzina INAIL col palazzo Littorio.– Forse non siamo gli unici –sedicenti.–
il Sig. Pintaldi sappia che l’Associazione non è composta da FESSI così come crede.
E’ infatti palese che -dopo le nostre segnalazioni-,quindi a mostra in pieno svolgimento, nel pannello con le immagini inerenti i bombardamenti, nello spazio in alto, tra la foto che ritrae il palazzo del Banco Sicilia e quella del palazzo Littorio, e nello spazio a dx sopra il fotogramma che ritrae il porto distrutto, -siano apparse le targhette indicanti la provenienza, Immagini tratte da “Messina un secolo di storia, 1870-1960, ricerche cinematografiche Egidio Bernava””. –Targhette che prima non c’erano–.
Le fotografie che pubblichiamo a dimostrazione di quanto sostenuto, parlano chiaro.

Come infatti è bene evidente, le immagini -A e B- scattate alla fine di novembre, si riferiscono a prima della modifica; infatti le frecce rosse indicano lo spazio vuoto in cui -le targhette non ci sono ancora–.
Nella foto –C- invece, ovvero l’immagine estrapolata dal suddetto video pubblicato su youtube il 6 dicembre, si nota bene che gli spazi prima vuoti sono occupati dalle targhette, –palesemente aggiunte dopo–.
Inoltre si ribadisce che la questione non è riferita ai soli due fotogrammi del periodo bellico; ovvero quello della jeep Willys MB e quello della mitragliera 20 /70 Scotti Isotta Fraschini, essendovi in totale 9 tra fotogrammi e foto non opera del Maestro, di cui non era stata segnala la provenienza.

Quindi le nostre segnalazioni, al di la delle chiacchiere e dei polveroni alzati, si sono rivelate giuste e fondate.
Finalmente adesso ci sono le indicazioni, seppur è chiaro che la fonte originaria dei filmati contenuti nel lavoro del gentile dott. Bernava (tra l’altro visibili in tanti altri dvd) che al contrario di quanto pubblicamente sostenuto in un precedente comunicato dal signor Pintaldi, non indica alcuna collaborazione, non citando nei titoli di coda il nome del Maestro; sono dell’Ist LUCE e /o altri archivi a seconda del tipo di filmato. Le foto invece sono spesso visibili anche in alcuni volumi sulla seconda GM, uno in particolare che contiene anche le eloquenti foto dei bombardamenti, scattate dal Maestro.

In conclusione l’Associazione ribadisce per l’ennesima ed ultima volta, che – non ha interessi di alcun tipo ed ha attaccato o criticato i pregiati lavori del Maestro Aldo Pintaldi, eccellente professionista mai messo in discussione.– Tantomeno cerca pubblicità, visibilità, contatti e collaborazioni, in una realtà locale che si commenta bene già da sola.
L’Associazione, costituita da un gruppo di liberi cittadini contribuenti, che per mezzo di essa hanno liberamente espresso una propria legittima, pacata e fondata segnalazione, non ha nulla da condividere e tantomeno nessun dovere ed obbligo nel confronti del signor Roberto Pintaldi e della relativa mostra pubblica sponsorizzata da enti pubblici; riservandosi di appalesarsi nei modi ritenuti più opportuni.

Buon proseguimento
Best regards (siamo in Italia che in quanto paese libero ci consente di parlare come meglio crediamo)

Ass. Festung Sizilien”

In allegato, la foto relativa alla mostra.

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Replica dell’ASS. Festung Sizilien al Sig. Roberto Pintaldi circa la mostra fotografica presso i locali di SM Alemanna

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Riceviamo e pubblichiamo quanto segue:

“In merito alle risposte date dal Sig. Roberto Pintaldi circa il nostro comunicato, pubblicato su Tempostretto al seguente link
http://www.tempostretto.it/news/pro-quo-associazione-segnala-foto-non-originali-mostra-pintaldi-replica-disattenti.html

si premette che Festung Sizilien è un’ Associazione che come tante altre realtà opera in assoluta autonomia.
Il fatto che a Messina sia conosciuta o meno non ha rilevanza alcuna, dato che la città non è certo  da intendersi essenziale banco di prova o fondamentale indicatore e marchio di garanzia di chissà quale livello storico culturale.
Occorre altresì puntualizzare che nel precedente comunicato che si invita a rileggere, l’Associazione non ha mosso attacchi o critiche contro qualcuno o qualcosa, ma secondo l’articolo 21 della Carta Costituzionale, i cui principi sono evidentemente sconosciuti a certi lettori/cittadini, ha pacatamente ed educatamente puntualizzato in maniera più che attenta e specifica, alcuni legittimi e fondati dubbi circa la mostra in oggetto. Per tali motivi si riserverà di agire nelle sedi opportune qualora fosse ulteriormente fatta oggetto di diffamazioni,  calunnie e accuse senza nessun fondamento.
La questione in oggetto non si riferisce tanto all’originalità delle opere, ma all’autore, ovvero a colui che ha effettivamente eseguito gli scatti.  Evidentemente le disattenzioni non sono state nostre poiché::

1)    Di fatto è stata allestita una mostra d’autore pubblica, sponsorizzata da enti pubblici (aspetti da tenere nella giusta considerazione), contenente però varie immagini che riguardo il secondo conflitto mondiale, non sono state scattate dal Maestro Aldo Pintaldi; la cui integrità morale e professionale non è mai stata messa in discussione, così come i preziosi scatti eseguiti;

2)    Il Sig. Roberto Pintaldi era però disattento quando, nonostante il particolare al punto n 1, ha consentito l’affissione dei due manifesti sul cancello di accesso della chiesa, riportanti la scritta a caratteri cubitali “”Attraverso le immagini di Aldo Pintaldi, Mostra fotografica continua..”. Ciò ha lasciato subito intendere che anche nel comparto relativo alla guerra, tutti gli scatti fossero opera del Maestro;

3)    Se il lavoro a cura Egidio Bernava “Messina un secolo di storia 1870-1960”, citato dal Sig. Roberto Pintaldi è quello edito nell’anno 1999, quale fonte di alcune non meglio indicate immagini esposte, risulta sorprendente che nella videocassetta relativa alle immagini dal 1933 al 1944, in nessuna occasione compaia il nominativo del Maestro Aldo Pintaldi;

4)    A differenza delle foto effettivamente scattate dal Maestro, per altre note immagini tra foto e fotogrammi relativi alla guerra, salvo  eventuali modifiche in corso d’opera, non è affatto chiaramente indicata alcuna notizia circa l’origine o l’autore (vedasi l’esempio in foto);

5)    Risultano totalmente false le dichiarazioni del sig. Roberto Pintaldi, circa presunte collaborazioni con i curatori del DVD “Novecento, le guerre del secolo: Codice Husky, gli alleati in Italia 1943-1945”, a cura dell’Ist. LUCE 2004, e il DVD “Sicilia 1943, lo sbarco alleato” ,edito da Le Nove Muse 2004, a cura di E. Costanzo, il quale ha smentito personalmente quanto asserito dal Pintaldi. Tra l’altro se collaborazione vi fosse stata, il nome del Maestro sarebbe risultato nei titoli di coda, così come per tutti gli altri collaboratori.

6)    Si rammenta che il lavoro del Bernava, quelli succitati e tanti altri, sono stati prodotti attingendo in massima parte e/o totalmente da filmati a cura dei cineoperatori ufficiali italiani e quelli alleati (ed anche tedeschi),questi ultimi conservati insieme a vario materiale fotografico presso gli archivi americani del N.A.R.A. e US.AHEC, inglesi dell’IWM e australiani del War Memorial.

7)    Circa gli storici locali  accennati dal  Sig. Pintaldi non è chiaro a quale titolo, è bene ricordare a qualcuno di essi, che esistono pregevoli collezioni a cura di un dimenticato personaggio, che produsse decine di scatti tra le rovine della città subito dopo le incursioni aeree angloamericane, indicando per ciascuna foto luogo, anno, mese, giorno, ora  e minuti.

Dato che per alcuni signori il legittimo desiderio di onorare le  preziose opere eseguite da un eccellente professionista, equivale ad esibire arbitrariamente anche foto e fotogrammi di altra appartenenza, origine o autore, tra l’altro facilmente verificabili; sarebbe bastato per rispetto della verità storica,fare le opportune dichiarazioni e conferme in modo costante e chiaro,anche nei vari comunicati diffusi in questi ultimi mesi.
In tale modo, così come intrinsecamente contenuto negli articoli 118, 119 e 120  del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, non sarebbe venuto meno il diritto alla corretta informazione a favore dell’utenza circa la genuinità dei pezzi esposti, e codeste nostre doverose puntualizzazioni, distanti da pregiudizi, intenzioni e interessi di qualsiasi natura, non avrebbero avuto ragione di esistere.
Questo è quanto; chi vuol intendere intenda.

Distinti Saluti Ass. Festung Sizilien”

La Varas de Nostra Senora

Da lungo tempo si è portati a credere, di dare una origine certa al Carro trionfale che i messinesi portano per le strade di Messina ogni 15 di agosto. Ma siamo certi di queste testimonianze? Recentemente in uno dei miei studi, sulle festività messinesi verso la Vergine Santissima, mi ha condotto verso le tracce di una memoria apparentemente conosciuta. La tradizione ricorda, l’origine della celebrazione della Vara con riferimento alla visita di Carlo V in città. A parte una serie di spigolature più o meno veritiere, rimane il mistero sulla origine della invenzione della Vara. Non solo. Da tempo immemorabile si discute, se la festa debba essere indetta sotto le insegne della Vara o della Bara perché, ancora si ha il dubbio della sovrapposizione terminologica, assegnando a ogni sostantivo un significato probabile, dipendere dall’antica memoria. Quanto di più ingiusto e sbagliato. In realtà il valore del vocabolo di Vara, nasconde altri significati figli dei tempi. Quello che suona assolutamente sconosciuto ai messinesi, è di celebrare Maria sotto il nome della Vara. Perché la Vara non è altro che la Madonna, evocata nel trionfo del martirio (passaggio terreno di un corpo mortale alla gloria celeste) durante il momento della sua assunzione al cielo. Esatto, avete inteso bene. La Vara è Maria stessa. Questa notizia famosa e ristretta nel contesto cui fu dato conoscere all’origine della festa, non si discostò nel dal luogo in cui fu resa, ne venne recuperata nelle tradizioni messinesi e conseguentemente ricordata, sotto le insegne della “Senora Maria y Varas.”
San Francesco de Sales per esempio, ricordava che cosa rappresentasse Maria nel giorno della sua assunzione: l’augustissimo Sagramento, y las Varas del Palio ovvero: la rappresentazione in giorno festivo del Santissimo Sacramento, viene visto nella Vara e nel Palio. Cioè, nel fercolo portato dentro un carro coperto. Questa macchina fu una trovata aragonese, già celebrata fin dai primi del quattrocento in Aragona e poi recuperata in vario modo, nei regni sussidiari della corona. Questo apparato era formato come un grande catafalco che esponeva i simboli della “Passio Crhisti e della Dormitio Virginis.” A Messina una prima macchina fu creata da un palchetto sovrapposto a una sagoma di casa quadrata, segnato ai quattro angoli della stessa da quattro pilastri arcuati, impostati su un tronetto, inserito in un carro semovente, probabilmente a partire dal 1498; che ovviamente non esponeva ordigni superiori, segno che furono aggiunti dopo il 1535. Due autori ci descrissero che cosa era la Vara ancora verso la fine del XV secolo. Simeone Metafrastes e Niceforo Callixto ricordavano la festa, sotto le insegne di un Angelo che visitò Maria nella sua casa di Efeso, quattro giorni prima della sua assunzione al cielo. Egli portò alla Santa Madre un ramo di Palma, simbolo del martirio, illuminatosi di luce sfavillante splendente come di smeraldo. Questo simbolo dava il segnale che l’assunzione di Maria madre del Signore era avvenuta. Ella ormai dimorava nell’empireo celeste. Quella Palma che per giorni e giorni risplendeva a una cert’ora, fu intesa la Vara, quella di Nostra Signora, la Regina del cielo.

Alessandro Fumia