La Corte Cailler

Considerazioni su La Corte Cailler etnografo

Gaetano La Corte Cailler

Gaetano La Corte Cailler, nella sua poliedrica ed inesauribile attività di erudito, presenta diverse sfaccettature: non si sa veramente quale sottoporre come la più rappresentativa.
Fu cultore d’arte, bibliofilo, musicista, etnografo, cultore di storia patria. Basta scorrere la bibliografia delle sue opere presentata per materia dal Bottari in “Archivio Storico Messinese” (1933) per rendersi conto della vastità di interessi di questo Messinese che sulla sua città tutto annotava: opere d’arte, manifestazioni popolari, politiche, tradizioni popolari. E questo amore per Messina fa di lui un ricercatore attento; egli conserva e annota tutto, dalla locandina al biglietto del tram, dall’invito ad una festa ad un delibera municipale, dal manifesto al trafiletto del giornale.
Al popolo egli si avvicinò con un distacco aristocratico ed, in questa dimensione, ci presenta nei suoi diari le manifestazioni popolari. Gaetano La Corte Cailler fu il “Visore” della sua epoca. Più che le sue pubblicazioni, per la conoscenza del Nostro sono preziosi i diari manoscritti conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Messina. Essi vanno, con pause a volte di mesi, a volta di un intero anno, dal 1893 al marzo del 1912. Leggendoli si ha la sensazione che non siano i diari di La Corte Cailler ma di “una città”.
La Corte Cailler era presente e parte attiva a tutte le manifestazioni popolari e culturali di Messina. Fu socio della Filodrammatica “Pietro Cossa” (se ne conserva un invito ad una festa di beneficenza), dell’Accademia Peloritana, da cui ebbe l’incarico di riordinare la Biblioteca (5 giugno 1899), redattore del giornale “L’Ordine” (5 giugno 1899) e contemporaneamente è presente, con i suoi articoli, in tutti i giornali dell’epoca quali “L’Imparziale”, “L’Iride Mamertina”, “L’Aquila Latina”, “Politica e Commercio”, “Corriere di Messina”, “Fede e avvenire”, “Il Risveglio” ecc.
Ma veniamo alla parte che interessa particolarmente le nostre ricerche: le tradizioni popolari, l’etnografia. Una parte interessante dei diari è quella che riguarda le processioni che vengono descritte in tutti i particolari. Sfogliamo qualche pagina: 25 Giugno 1898, pago 25 e segg. “Ricorrendo ieri San Giovanni si fa una sontuosa festa lungo la via dell’Ospedale e Cardines. Inizia stamattina con lo sparo di grosse bombe e durerà tutto domani, con festoni, bandierine e lumi colorati”.
Segue (1898):” … la Festa della Giudecca è davvero bellissima, con bandiere, festoni e tre palchi di musica in uno dei quali suonerà la banda del 94 o Reggimento diretta dal Maestro Ettore Ricci. La festa comincia alle Quattro Fontane e ha termine allo sbocco di Via Varese ove c’è un fuoco pirotecnico grandioso, in piazza Giudecca all’angolo sinistro salendo si presenta un bell’ altare con un quadretto di San Giovanni… per questa festa il Pastificio “Città di Messina” diretto dai Sigg. Arnò e Caliri distribuì ai poveri 120 razioni di pane da 1/2 Kg”. La descrizione integrale del manoscritto ci immette direttamente visualmente in una festa di cento anni fa.
Si potrebbe continuare all’infinito perché infinite sono le notizie che ci propone il nostro autore. Però quale di questo materiale utilizzare? Pochi ricordano, ad esempio, che al Monte di Pietà si faceva il giro delle “Quarant’ore” con grande partecipazione di popolo (2 gennaio 1899). Altra processione quella del Cristo Risorto con la Madonna che viene incontro al Figlio col vestito bianco e non con quello nero dell’Addolorata (2 aprile 1898). Iconograficamente è un momento della Resurrezione che si riscontra in diversi paesi della Sicilia. A San Cataldo, per esempio, (prov. Caltanissetta) i “San Pauluni” , 12 Apostoli enormi, con la testa grossa, vanno incontro alla Madonna prima vestita di nero ad annunziare la morte del figlio, poi vestita di bianco ad annunziare la Resurrezione.
Ma veniamo alla Fiera e alla Festa di Mezz’agosto. La Corte Cailler scrisse moltissimo e vi è una precisa bibliografia in merito.
Voglio soltanto, in breve, ricordare un avvenimento riportato nel quaderno IX del Diario riguardante il “Ceppo” della “Bara”, ceppo che in quell’epoca (1905) era custodito in S. Maria Alemanna. Scrive il La Corte: “Un tale Marino ottenne dal R. Commissario di togliere il “Ceppo” della “Bara” dall’Alemanna e di riporvi la Carrozza Senatoria. Il Ceppo fu portato accanto l’antica fontanina, al Muriceddu, e lasciato lì all’aperto …. Alcuni politicanti allora assoldano alcuni pregiudicati e fanno correre la voce che la Madonna, indignata dal trattamento fatto al suo “Ceppo”, comparve in sogno ad un giovanetto ammalato di tisi. Venne stampato un foglio volante e, verso le 4 di mattina, il popolo, aizzato dai pregiudicati, traina il ceppo preceduto da una bandiera con lo stemma di Messina e lo riporta all’Alemanna. Tenta di buttare fuori le carrozze senatorie ma per fortuna il ceppo non poteva più entrare perché la porta era stata ristretta e bisognava abbattere l’arco … il popolo riporta il Ceppo davanti al Municipio nella piazza dove c’era gran folla. Gli animi si scaldano, sopravvenne però un temporale, il Ceppo ricollocato a posto e la Madonna fu contenta … “.
In tema di “Corsi e Ricorsi” oggi si può dire che il problema sorto allora del Ceppo si ripropone. Infatti  a pag. 4 de “La Gazzetta del Sud” del 9 Giugno 1983 una lettera firmata dal “Comitato Vara” che fa presente che il Ceppo, che risale al 1535, è ospitato sotto una tettoia di tubi Innocenti assieme ai cassonetti della N.U. alla fine di Via Fata Morgana lato monte. Questo insieme, ceppo e N.U. evidentemente è poco gradito.
Per quanto riguarda la festa di Mezz’Agosto in Messina il La Corte Cailler, dopo il terremoto del 1908, curò la pubblicazione del prezioso volume Feste di Mezz ‘Agosto per la Città risorta, sotto gli auspici del Governo Nazionale Fascista 13-14-15 Agosto 1926 (Anno III), sottotitolo: Il Ferragosto in Messina attraverso i tempi – Storia – folklore, per Gaetano La Corte Cailler – Editrice Tip. F. D’Angelo e Figlio – Messina, Via Annunziata Is. 330. In questo volumetto, oltreal programma dei festeggiamenti, gli elenchi dei componenti i Comitati per le Feste, l’appello alla cittadinanza (luglio 1926), leggiamo: “La Notificazione di Mons. Angelo Arcivescovo che inneggia alla festa come celebrazione di rinascita”, e la copia della delibera per il restauro della Var e dei Giganti. Lo scrittore passa quindi alle ricerche storiche.
Non stiamo qui a riportare cose note. Ricordiamo tuttalpiù le manifestazioni collaterali della Festa quali gli “Apparati” delle strade, i Carri allegorici con canti e suoni, le Corse dei Palii alla Marina, le Regate nel porto, le Corse dei “barberi” (1663), cioè dei cavalli fatti venire dalla Barberia, ai cui fianchi erano attaccati dei pungiglioni. A tali corse si assisteva dai balconi della Palazzata. Le famiglie dei nobili erano invitate dal Sindaco a godersi la corsa dal Palazzo Senatorio. Animatissimo il passeggio con le “luminarie” e i “trasparenti” (quelle pitture che collocate sugli sbocchi delle vie e, illuminate a tempo, riuscivano di magnifico effetto). I “trasparenti” venivano eseguiti da pittori valenti quali ad esempio Michele Panebianco che nel 1863 dipinse l’Arrivo della Sacra Lettera.
Altra attrattiva: la Galera, un naviglio costruito a spese del clero e fatto navigare in una grande vasca ovale di 55 mt. Che si allargava nel piano di San Giovanni (Villa Mazzini).
Il “rullu di tammuri” che si vendevano dappertutto rallegrava la festa e i “tammurari” facevano affari. Il La Corte Cailler riporta una poesia di Micio Bossa:

“Sunnu liganti assai li tammureddi
chi vinninu, missinisi, stamatina … “

Un vecchio poeta Letterio De Matteo precisa:

“Tu vidi ntra sta festa i Mezzaustu
tutti li fimminazzi ncappiddati
e puri li mugghieri d’u spazzinu
chi fanno mbrogghi di tutti i lati
ppi nesciri e vidiri lu Fistinu.”

Altra particolarità del “Fistinu” era la “Cavalcata Storica” (pag. 21, voI. cit.), già effettuata la prima volta nel 1902, che ripropone una delle ricche cavalcate dei Cavalieri della Stella, ordine fondato nel 1595 per la difesa della città contro i turchi.
A ricordo di quest’ordine, abbattuto il Palazzo Brunaccini, nel cui vasto atrio i Cavalieri si esercitavano, resta la bella “Baretta d’argento col Sacro Capello”. Corona degnamente la festa il tradizionale pranzo di Mezz’Agosto a base di “galletti”:

Poveri bestii
poveri nnucenti
Pi vui la genti
non ha pietà (Micio Bossa 1903)”.

La pasta “ncaciata”, i “nzuddi” (biscotti a base di farina, mandorle e zucchero) e il mellone coronano felicemente la festa.
La “Vara” distrutta dal terremoto del 1908 venne rifatta da un vecchio messinese sopravvissuto, certo Letterio Santoro, antico meccanico della Vara, successo al padre che a sua volta era stato il custode del montaggio dei pezzi.
Di La Corte Cailler, in tema di tradizioni popolari, è utile ricordare un suo articolo Burle, facezie e motti di monelli in Messina nel sec. XVII, Palermo, Tipi del Giornale di Sicilia, 1902. Questo libretto è nato dallo studio da parte del La Corte Cailler dei manoscritti dell’Abate Giuseppe Cuneo:
Avvenimenti della Nobile città di Messina occorsi dallo 15 Agosto 1695 nel quale giorno si promulga la Scala Franca con le tavole infine delle cose notabili. Dai 4 Volumi manoscritti del Cuneo il La Corte ha attinto notizie che noi a nostra volta recepiamo e trasmettiamo come in una catena … culturale. Quale sarà stato il primo anello?

Messina tra Ottocento e Novecento

Alla fine dell’800, quando Gaetano La Corte Cailler cominciò ad operare, Messina viveva una delle sue piu brillanti stagioni.
Si era da poco pervenuti all’Unità d’Italia e, malgrado la perdita del privilegio del Porto Franco, la città era in grande sviluppo. Città non grande, strettamente a misura d’uomo (contava 147.106 abitanti all’alba del secolo, mentre la più grande città d’Italia, che era Napoli, ne contava 547.503).
Lo speciale regime di franchigie aveva attirato molti capitali stranieri che avevano reso la città un vero e proprio emporio commerciale. I diversi banchi privati favorivano ogni iniziativa commerciale ed industriale, consentendo appunto che attività, già artigianali, venissero ad assurgere a vere e proprie attività industriali. Oltre all’industria della seta si ebbero veri e proprii opifici industriali per la lavorazione dei filati e tessuti di cotone, concerie, saponifici, fabbriche di cremor di tartaro, di estratto di sommacco (legate strettamente all’industria conciaria), alimentari come pasta e biscotto per le navi, letti in ferro ed in rame, mobili, guanti, finimenti in cuoio, carri e carrozze, ecc. A questo si aggiunga il movimento portuale che vide il suo massimo splendore, proprio nell’ultimo ventennio del secolo, con una marineria, anche velica, che portava lavoro per tutti.
È oggi impensabile ed indescrivibile, la massa di lavoro e di benessere che ne ricavava la città che era tutta protesa attorno al suo porto. Le necessità erano immense e c’era lavoro per tutti. Le navi si dovevano rifornire dagli alimentari alle verdure fresche, cordami, vernici, parti metalliche, vele e bandiere, fanali; insomma una infinità di prodotti che sarebbe impossibile descrivere.
Altra massa di lavoro veniva dalle opere pubbliche che si andavano realizzando. Si era posto mano al piano regolatore Spadaro con la creazione dei quartieri nuovi che erano quelli dal Piano di Terranova sino al torrente, poi via Santa Cecilia. Era tutta la zona nuova, allora creata attorno a piazza San Martino, più tardi detta Piazza Cairoli. Si erano costruite le ferrovie sicule: Messina/Giardini/Catania e la più impegnativa Messina/Cefalù/Palermo con i grandi lavori del Ponte sul Camaro, Galleria Peloritana, Ponte Gallo; mentre erano in corso i lavori per la realizzazione dei Magazzini Generali, del Bacino di Carenaggio (il primo costruito in Sicilia) e si terminavano i grandi lavori delle fortificazioni umbertine che guarnivano di “forti” tutte le colline del messinese e della dirimpettaia costa calabra. Si costruiva anche l’acquedotto della Santissima.
L’hinterland o retroterra di Messina era la Calabria. Tutti indistintamente i prodotti della Calabria affluivano a Messina per essere manipolati o semplicemente commercializzati per trovare collocazione oltremare.
Come accennato, si costruirono i Magazzini Generali ed il Bacino di Carenaggio, che sono stati realizzati nella città a spese dello Stato per indennizzare la stessa dalla perdita del porto franco. Si volle celebrare il completamento dei Magazzini con la grande esposizione che risultò una rassegna dell’ operosità di Messina.
La città era anche piazzaforte di prima classe per cui era presente una forte guarnigione, base navale,. ecc. compreso un fiorente Collegio Militare che veniva soppresso poco prima del 1908.
Era tale il prestigio che godeva Messina all’inizio del secolo da venire scelta quale sede del II congresso dei Sindaci d’Italia che, auspice il sindaco Martino e sotto la Presidenza del Sindaco di Milano, si tenne nel 1902 nei grandi saloni della Società Operaia. Proprio in quella occasione, il Comune si rese promotore della edizione di quella Guida che doveva divenire famosa e preziosa, perché rappresentò il canto del cigno di Messina, prima di sparire per sempre. E tale Guida fu dovuta, principalmente, all’opera di Gaetano La Corte Cailler del quale ci occupiamo.
Egli si muoveva nell’ambiente che è stato solo tratteggiato.
Ambiente tranquillo di una città onesta di gloria ed immersa nel benessere. Città ricca di opere d’arte accumulatesi nei secoli per cui si pensava a renderla sempre più bella ed accogliente trasformando piazze, sistemando ville, tracciando nuove strade e cercando di recuperare e conservare ai posteri quanto veniva a rendersi disponibile a seguito dello scorporo dei beni monastici per cui una massa ingente di opere d’arte si rese disponibile e permise l’incremento del Civico Museo di San Gregorio dove operò largamente appunto il La Corte. Proprio nel 1900 nacque, sotto i migliori auspicii questa Società Messinese di Storia Patria che vide fra i suoi fondatori proprio il La Corte Calller il quale iniziò, già nel suo primo numero, la collaborazione nella gloriosa rassegna sociale. Altri parlerà a questo riguardo, altri dirà quale è stata la collaborazione data dal La Corte al sodalizio che ebbe per primo Presidente il Prof. Giacomo Tropea, nonché collaboratori del livello del Prof. Oliva, di Lodovico Perroni-Grande, del barone Giuseppe Arena Primo, Giacomo Galatti, Gioacchino Chinigò, Giacomo Macrì, Virgilio Saccà, il notaio Luigi Martino e Francesco Guardione.
Come detto, la città era a misura d’uomo ed il La Corte vi si muoveva a suo agio. La vita si svolgeva tranquilla in uno spazio circoscritto. L’orgoglio cittadino era la cosidetta “palazzata”, celebre in tutto il Mediterraneo. Questa era una fila di sontuosi ed armoniosi palazzi, formanti un tutt’uno, in quanto fra loro collegati con le cosidette “porte” che lasciavano libero il passaggio a tutte le vie che dal centro cittadino scendevano sino al mare.
La “palazzata” era relativamente recente in quanto ricostruita – e peraltro non completata -dopo il disastro del 1783 che aveva distrutto quella precedente, opera di Simone Gulfi e di Iacopo Del Duca che aveva realizzato il Palazzo Senatorio. In essa avevano sede i più importanti ufficii aventi attinenza con il porto; varii alberghi (Trinacria, Bellevue, ecc.) nonché lussuosi appartamenti abitati dai pili facoltosi cittadini nonché dalla residua nobiltà. Tutto era improntato ad una signorilità che incuteva rispetto.
Davanti alla Palazzata vi era un magnifico mercato coperto, interamente costruito in ghisa nel 1864 ed in detto mercato, le dovizie del mare non inquinato e la ricchezza delle campagne circonvicine, facevano affluire ogni ben di Dio e “fare la spesa” per i messinesi era un vero e proprio rito.
Lungo la cosidetta “Marina” sorgeva la maestosa fontana del Nettuno e, davanti al portone del Palazzo Municipale, c’era un elegante sbarcatoio semicircolare, tutto bianco di marmi ed adornato di due grandi leoni ricavati dai basamenti dei distrutti monumenti a Carlo III e Francesco I.
La sistemazione l’aveva curata l’architetto Giacomo Fiore.
Vi passava la tranvia Messina-Barcellona, mentre la cittadinanza ottenne di non farvi passare la più ingombrante ferrovia per Palermo, deviata mediante il “curvone” di Gazzi, alle spalle della città, per cui si rese appunto necessaria la costruzione del Ponte sul Camaro, la grande Galleria Peloritana ed il viadotto di Ponte Gallo. Le spese furono notevoli, ma si salvò una delle zone più belle del mondo, di allora.
Le strade interne erano una più bella dell’altra: via Garibaldi che andava dal Largo delle Anime del Purgatorio sino a poco oltre Piazza Ottagona con la bella fontana di Carlo Falconieri piazzatavi nel 1842. La Chiesa delle Anime del Purgatorio, di patronato della famiglia Loffredo, era prospiciente alla esistente abside dei Catalani e chiudeva la via Garibaldi dal lato Sud. A Nord finiva, come detto, a Piazza Ottagona che non avendo subito spostamenti è uno dei punti di riferimento tuttora validi.
Poco a monte scorreva il corso Cavour o Strada del Corso come si continuò a chiamarla. Strada un po’ tortuosa, ma ricca dei negozii più eleganti e che seguiva presso a poco l’attuale tracciato. Andava dalla villa Mazzini al Ponte Ospedale, dove appunto, c’era un primo tratto coperto del Torrente Portalegni.
Dal Largo delle Anime del Purgatorio, proprio all’altezza dei Catalani, partiva la lunga e popolare Via Cardines che aveva bonificato l’antica Giudecca. Intersecava leggermente a sbieco la via I Settembre, formando il grazioso quadrivio delle Quattro Fontane che lo avevano realizzato fra il 1600 ed il 1700 gli artisti Buceti, messinese, e Magnani, toscano ed altri.
Andando verso sud, la Via Cardines, lasciava sulla destra la vecchia Porta della Zecca, già gloria dei Messinesi e subito dopo c’era il Tempio di San Filippo Neri. Nell’annesso collegio, dopo lo scorporo dei beni monastici, venne allogato l’Istituto Tecnico Jaci, mentre i filippini nella sagrestia della Chiesa tenevano un piccolo osservatorio astronomico che a mezzogiorno in punto lasciava scendere una nera palla che serviva da segnale all’artigliere che dalla Cittadella lasciava partire un colpo di cannone per dare l’ora esatta.
La strada proseguiva sino al Tempio della Maddalena dopo aver lasciato sulla sinistra il Grande Ospedale e proseguiva verso la periferia sud.
A monte del Corso Cavour c’era la via Monasteri (ora XXIV maggio) che era la strada principale della Messina medioevale.
Lungo il suo corso sorgevano varie chiese e conventi racchiudenti tesori d’arte inestimabili, tanto da indurre, alla fine del 1700, il pittore Filippo Hackert, venuto qua a ritrarre il porto per incarico di Ferdinando I, a scrivere un volumetto sui tesori d’arte che aveva visto nella città appena uscita dal disastro del 1783.
Venendo da Nord c’era la Chiesa di San Matteo con la grande cupola del Maffei poi la Casa Pia, la Chiesa e Convento di San Francesco d’Assisi le cui absidi furono riprodotte in più di un quadro di Antonello da Messina che abitava in quei pressi. All’angolo con il piccolo torrente Boccetta c’era la cinquecentesca Chiesa di Santa Maria della Scala dalla bellissima facciata bugnata. All’angolo opposto c’era l’ottocentesca Chiesa di Santa Chiara ivi trasferita dalla zona di Terranova dopo i fatti del 1848 ed era opera di Leone Savoja. Più avanti, Chiesa e Convento di Montevergine, più avanti ancora il Monte di Pietà, mentre nel lato mare c’era il Teatro della Munizione, vero tempio messinese dell’arte e che ospitò fra l’altro Vincenzo Bellini.
Proseguendo ancora verso sud, attraverso un vico letto si accedeva alla terrazza e quindi al Convento ed alla Chiesa di San Gregorio. Non grande, ma di una bellezza ed una ricchezza, veramente rare. Le tarsie marmoree erano veramente favolose e tutte opera di botteghe messinesi. Lo scorporo dei beni monastici aveva trasformato il convento in scuole e museo, dove appunto già operava il La Corte Cailler. Dalla terrazza antistante tale chiesa, si vuole che Wolfango Goethe, si sia ispirato per la famosa ballata della “Mignon”.
La più grande piazza cittadina era quella del Duomo, tutta cinta di palazzi bellissimi ed adornata dalla esistente fontana di Orione la quale venne ivi collocata nel ‘500 in perfetto asse con la via Austria (ora I settembre). Oggi può sembrare fuori posto, ma non lo è, anche perché faceva pendant con il monumento a Carlo II distrutto nel 1848. Il vero “salotto” di Messina era la piazza del Municipio, priva di monumenti perché quelli esistenti erano stati rimossi, ma sistemata a palmizi provenienti dalle piti belle ville di Messina; e tornando verso nord c’era la piazzetta di San Giovanni di Malta e c’erano naturalmente le vie e piazze popolari, il magnifico Viale Principe Amedeo, la Piazza Vittoria con a fianco il Giardino a Mare o Chalet come amavano chiamarlo i messinesi. La città era splendidamente illuminata a gas e già apparivano le prime artistiche lampade elettriche. C’erano sempre aperti i due grandi Teatri (Vittorio Emanuele e Munizione) nonché teatri minori, specie estivi, e le prime piccole sale cinematografiche.
Purtroppo il 1908 doveva dare un colpo mortale a tutto.
In pochi secondi ogni cosa doveva cambiare a seguito della sparizione di ricchezze immense e tesori d’arte inestimabili.
Tutto fu travolto sino al risorgere della città baraccata che andava occupando tutti gli spazii liberi e tutta la zona sud del vecchio perimetro abitato. I vari comitati di soccorso fecero a gara nel dare aiuti. I primi insediamenti si ebbero nella zona di San Martino dove sorse Michelopoli dal nome del deputato clericale Micheli. Sorse il grande baraccamento detto degli” americani”, le baracche svizzere, le baracche romane, il quartiere Lombardo, i vari orfanotrofii (Lombardo, Regina Elena, ecc.) e poi, la scuola Verona-Trento, l’Ospedale donato dal Piemonte e così di seguito.
Il La Corte si mosse nella nuova Messina. Lottò disperatamente con i “ricostruttori”. Egli che da vero messinese vedeva distruggere con la dinamite quanto non aveva distrutto la natura, scrisse centinaja e centinaja di articoli. Inveì contro tutti, si battè per la conservazione della palazzata, per la conservazione, almeno del palazzo municipale. Scrisse contro chi fece distruggere con la dinamite San Giovanni di Malta, annotando scrupolosamente che si era fatto in modo di far esplodere le mine verso l’interno della chiesa per non lasciare traccia di quanto vi esisteva. Annotò pure con entusiasmo i passi che si facevano per la ricostruzione, quando veniva tracciata una strada, quando veniva inaugurato un nuovo ricostruito palazzo od una chiesa sino a quando, in ancora relativamente giovane età lasciava tutto, ma almeno ha avuto la fortuna di veder ricostruito il Duomo dopo l’avvenuto ripristino delle feste di mezz’agosto per le quali si era energicamente battuto.

(tratto dal volume 41° della Società Messinese di Storia Patria, a cura del Prof. Vittorio Di Paola)