Itala

Antichi mestieri ad Itala: il pastore ed il fornaio

La pastorizia a Itala, soprattutto alle falde del Monte Scuderi, era molto sviluppata nei tempi passati; vi abbondavano greggi di pecore, capre e armenti, “a questi, dimorando nel suo piano e coll’uso di quei preziosi erbaggi, si incastonano tutti i denti di lucidissimo metallo, che paiono tutti incatenati ed intrecciati di finissimo oro”. (La Corte Cailler).
Questi greggi danno ancora oggi prodotti molto richiesti e genuini, quali il latte, la ricotta, la tuma e il formaggio. Interessante è vedere il modo di preparazione dei derivati del latte, effettuata ancora oggi con sistemi atavici. Ogni mattina viene munto il latte, raccolto “nte scischi”, recipienti di legno.
Il latte viene messo nella caldaia a cuocere, sul fuoco di legna, si aggiunge il caglio “quagghiu” (ventre di capretto di massimo venti giorni, prima che incominci a mangiare l’erba, messo sotto sale): si ottiene così “a quagghiata”. Sempre sulla caldaia, “ccu lignu”, “si rumpi a quagghiata”, una parte della quale diventa liquida e forma “a lacciata”, un’altra parte rimane solida e si deposita sul fondo: “a tuma”.
A questo punto il ciclo si biforca. Continuando a lavorare la “lacciata” si ottiene la ricotta, con la tuma si producono provole e formaggi.
RICOTTA: “a lacciata” viene rimessa sul fuoco e vi si aggiunge il latte cagliato, “u latti i ricotta” rimestando “cu rriminaturi”, quindi viene messo del “latte di ficara”; tolta la caldaia dal fuoco, si forma in superficie uno strato duro e cagliato, galleggiante sul siero: è la ricotta che, mediante un mestolo di rame viene posta nelle “cavagne”, recipienti di canne.
“A tuma” viene messa in forme di giungo “fascedde” e dopo circa due ore si cala in un tinello, contenente siero bollente; qualche tempo dopo si toglie dal tinello e si lascia scolare; poi si tira fuori dalla fascella e si deposita in locali ben arieggiati per asciugare, quindi viene cosparsa di sale, e così ogni due tre giorni per circa tre-quattro mesi, fino alla completa stagionatura.
LA PANIFICAZIONE: Anche il territorio di Itala una volta, in buona parte, veniva coltivato a grano. Si cominciava con l’arare il terreno nel mese di agosto per prepararlo alla semina che avveniva in ottobre. Con l’aratro di legno venivano tracciati dei solchi paralleli per tutta la lunghezza del campo, poi si seguiva la semina “a spagghiu”, consistente nello spargere i semi estratti da una sacca legata alla spalla, con ampio gesto semicircolare, sul terreno arato.
Le sementi venivano quindi interrate ripassando con un picoclo aratro di ferro. A marzo, quando la piantina raggiungeva l’altezza di circa 10 cm. si zappava il terreno, a maggio si estirpavano le erbacce.
A giugno-luglio con la falce si mieteva raccogliendo le spighe in “jermiti” (mannelli) e in “gregni” (covoni, composti da quattro mannelli). Il grano si lasciava quindi asciugare sul campo ammonticchiato in “mposte” (biche formate da dieci covoni). Il grano mietuto veniva “pisato” (oggi trebbiato) nelle aie. Il grano ottenuto veniva quindi trasportato nel granaio dove si conservava in appositi recipienti di canna intrecciata “i cannizzi”, pronto per essere macinato.
La panificazione di cui ancora oggi se ne compie l’atavico rito in diverse famiglie inizia con la preparazione del lievito, la sera prima del giorno stabilito per fare il pane. Si scioglie con acqua calda, in un certo quantitativo di farina, un pezzo di pane lievitato conservato dalla panificazione precedente o prestato da una vicina, ottenendo una pasta morbida che si lascia fermentare, avvolta nei panni di lana, durante tutta la notte. Si cerne intanto la farina “ccu crivu” e l’indomani mattina presto viene disposta a cratere sul fondo della “maidda”: è “u funti” dentro cui si scioglie il lievito con acqua calda e sale. S’impasta e rimpasta quindi la pasta, premendola con i pugni chiusi, ammassando, allungando, aggiungendo ora un po’ d’acqua, ora un po’ di farina o di sale. “A scanatura” termina quando la pasta diventa soffice e morbida. Tagliata a pezzi nella forma voluta, solitamente a “pucciddati” a “panetti”, a “pisci”, la pasta si mette a lievitare sul letto e si ricopre con un lenzuolo e delle coperte.
Quando la pasta è lievitata, dopo un certo tempo determinato dal clima e dal calore della stanza, e lo si vede dal volume aumentato e dalle crepe che si aprono in superficie, è ora di informare. Intanto si è provveduto ad “addumari u furnu”, accendendo dentro la sua cavità fascine di legna che man mano si spostano lungo tutta la sua superficie con il “tiraturi”. Quando il forno ha raggiunto la temperatura giusta, manifestata dal colore bianco della pietra di fiume posta nel forno acceso, si tira fuori la brace con un rastrello e si pulisce la base con una scopa bagnata “a scupa i disi”. S’introducono quindi le forme di pane con la pala di legno, disponendole a giro. Davanti alla bocca del forno si collora “a valata” e lateralmente stracci bagnati. Dopo che “ci cala a rosa”: a metà cottura si “scalia u pani”, si spostano cioè i pani che stnano davanti in dietro e viceversa. Dopo circa un’ora il pane è cotto: si estrae dal forno e si ripone in un grande canestro.

La Chiesa dei S.S. Pietro e Paolo ad Itala

A Croce, la frazione più alta del Comune di Itala, si trova l’antica chiesa arabo-normanna dei S.S. Pietro e Paolo. Autentico gioiello storico-artistico dell’intera riviera Jonica. Secondo i documenti ritrovati, la data di edificazione del complesso sacro risale al 1092 dopo Cristo. Essa venne costruita dal Conte Ruggero in seguito ad una vittoria sugli Arabi. In quella zona si svolse una dura battaglia con numerosi caduti. I soldati morti vennero sepolti proprio in una fossa comune in quella che oggi è la piazza antistante la chiesa. Sopra questa fossa comune venne costruita una croce che ancora oggi lì si trova. Molto probabilmente è proprio questa croce che ha dato il nome alla graziosa frazione dove sorge l’antica chiesa. Sulla data della sua edificazione non è però assoluta certezza. Quella del 1092 viene attribuita per via del documento più antico ritrovato, nel quale tale chiesa viene citata. Si tratta di un diploma col quale il Conte Ruggero concede in dono all’abate Gerasimo il monastero dei S.S. Pietro e Paolo assieme ad altri vasti territori di Gitala (antico nome di Itala), Fiumedinisi ed Alì.
Questo documento rappresenta la principale fonte di notizie per la ricostruzione della storia del territorio di Itala. Secondo alcune ricerche, è tuttavia probabile che il tempio fosse stato realizzato ancora prima del 1092. Come accaduto per l’altra Chiesa gemella della riviera, la Chiesa dei S.S. Pietro e Paolo di Casalvecchio, è probabile che anche questa di Croce fosse stata realizzata per prima dai bizantini attorno al 500 d.C. e che venne distrutta poi dagli arabi. E’ possibile dunque che quella effettuata da Ruggero sia stata una ricostruzione.
L’edificio è a pianta basilicale con tre navate. In essa si fondono le architetture arabe e normanne. La facciata esterna è realizzata con mattoncini rossi che contrastano saltuariamente con pietre laviche e pietre locali. Ciò che colpisce è soprattutto la cupola di chiara origine islamica che sovrasta l’altare principale. Nelle due fiancate esterne i mattoncini rossi creano un particolare motivo ad incrocio di archi a tutto sesto che formano archi a sesto acuto con trilobo. Il tutto sorretto da lesene e magnificato da una tecnica edilizia a laterizio intervallato regolarmente da pietre lavorate bianche e nere. Il contrasto del rosso dei mattoni con il nero della pietra lavica creano un particolare effetto cromatico. L’interno della chiesa non offre lo stesso spettacolo dell’esterno. A causa di un restauro giudicato da esperti come “maldestro” le pareti interne sono state interamente intonacate, nascondendo i particolari motivi ed intrecci di archi. All’interno della chiesa si trovano pregiate tele del settecento. Adiacente alla chiesa vi è il monastero, oggi purtroppo in stato di abbandono. In passato esso rappresentò un autentico punto di riferimento per le popolazioni dei paesi di Itala, Scalezza Zanclea e Alì. Secondo quanto riportato dai documenti storici, infatti, si evince come i monaci che vi risiedevano godettero in passato di potere non solo spirituale, ma anche politico ed economico. Basti pensare che secondo alcuni antichi atti, risulta che dai monaci di Itala dipendesse persino la gestione delle terme della vicina Alì Terme. Nel monastero si trova anche un antico palmento, utilizzato fino ad un decennio fa dalla gente del paese, ma oggi in disuso. L’edificio, infatti, è in totale stato di abbandono e quindi assolutamente impraticabile.