Guerra

Messina estate 1860, l’imprevisto fallimento dei piani garibaldini di sbarco in Calabria e il decisivo aiuto inglese

Nel luglio 1860, col facile ingresso garibaldino a Messina senza combattimenti a causa di accordi vari, l’area di Capo Peloro fu scelta quale piattaforma logistica, punto di attracco dei convogli navali e di concentramento di truppe, rifornimenti, artiglierie che via via affluivano e si accampavano in attesa dello sbarco in continente, tramite varie barche e circa undici navi acquistate, ammutinate o catturate. Garibaldi predispose dunque i piani per approdare in Calabria, che dovevano consentire l’atterraggio di piccole teste di sbarco sulla costa, partendo dalla punta del Faro e dai canali che collegano i pantani di Ganzirri al mare, ripuliti e usati come nascondiglio per le barche e altro materiale. Ciò consentiva di approdare in punti morfologicamente vantaggiosi per infilarsi nel mezzo delle difese nemiche e conquistare gli obiettivi principali, ovvero i presidi di Torre Cavallo e Altafiumara in modo particolare. Le operazioni infatti dovevano essere effettuate all’interno di uno specchio d’acqua di ridotta larghezza. Tuttavia la situazione politica era complicata, con varie iniziative da parte borbonica, piemontese e francese (e la pseudo neutralità inglese) per impedire a Garibaldi di metter piede sul continente. Nel frattempo la Sicilia era nel caos governativo e già soggetta ai primi atti dittatoriali, mentre erano già nati vari partiti con differenti idee circa il da farsi.
Anche la situazione militare  per l’esercito garibaldino in riva allo stretto era più complessa del previsto. Infatti l’obiettivo era come affermato di attraversarlo, conquistare i presidi sulla sponda opposta, assicurando le operazioni di traghettamento dell’esercito e proseguire la Campagna sulla penisola. Garibaldi aveva però almeno in parte sottovalutato la difesa navale e costiera borbonica, la quale secondo i piani non avrebbe dovuto creare problemi. Egli confidava e si cullava sulle rassicurazioni di Cavour, circa la mancata difesa da parte borbonica e la protezione della squadra navale sarda (che però non accennò mai nessuna azione contro la marina nemica) del viceamm. Persano, il quale aveva mandato a Messina tre sole navi al comando del conte Albini, con istruzioni di “stretta neutralità apparente, protezione di fatto occorrendo”, affermando che secondo gli accordi con alcuni comandanti borbonici, la presenza delle navi sarde sarebbe bastata a impedire le azioni delle navi borboniche, da intendersi comunque poco incisive e pronte al disimpegno al primo problema. In merito alle operazioni nello stretto di Messina è infatti significativa la frase contenuta in un lettera scritta il 9 agosto dal Cavour al Persano, che recita “il problema che dobbiamo risolvere è questo: aiutare la rivoluzione, ma far si che al cospetto d’Europa appaia come atto spontaneo. Ciò accadendo, la Francia  e l’Inghilterra sono con noi, altrimenti non so cosa faranno”, e ancora “mi si assicura d’altronde che il generale non troverà ostacolo durante lo sbarco, stante il contegno della marina napoletana”.
E’ bene anche ricordare che all’epoca il controllo totale dello stretto di Messina doveva inevitabilmente basarsi sullo schieramento di batterie poste sui due contrapposti fronti a mare, in modo da poter coprire le varie distanze, con l’ausilio del naviglio armato che completava la sorveglianza dell’area. Senza il controllo delle due sponde la difesa garibaldina della costa era soggetta ai cannoneggiamenti di disturbo e potenziali sbarchi nemici, mentre il successo delle azioni di attacco era messo in crisi dal pattugliamento navale e dalla difesa costiera nemica. Primario quindi l’obiettivo dei garibaldini di approdare in Calabria per consentire le successive attività di traghettamento. Il comandante garibaldino Rossi confermava ciò sostenendo che ”padroni del Faro da un lato, la presa di Altafiumara assicurerà il transito dell’esercito, impedendo col fuoco dei due forti di fronte, l’avvicinarsi delle navi di Francesco II”.
Invece Garibaldi nonostante avesse mandato in Calabria i suoi agenti pensando di sistemare le cose senza problemi, si rese ben presto conto che fosse impossibile in quella situazione, controllare lo stretto muovendosi liberamente, infatti le attività di pattugliamento della flotta borbonica, seppur con defezioni e tradimenti come ad esempio quello della pirofregata a ruote di II rango Veloce, erano costanti anche se avrebbero sicuramente potuto essere più incisive e determinanti per il fallimento delle operazioni garibaldine. Il dittatore infatti doveva confrontarsi con un nemico ben organizzato per la difesa antisbarco, forte di vari reparti di linea e di esploratori, fortificazioni, punti di osservazione e decine di artiglierie dislocate lungo tutta la costa calabra dello stretto, la cui sorveglianza era completata da circa 10 moderne navi da guerra borboniche tra pirofregate, pirocorvette e avvisi. Garibaldi non aveva ancora potuto eludere la vigilanza “della numerosa crociera che solcava le acque del Faro”, poiché le navi napoletane erano costantemente in allarme a causa dei potenziali tentativi di sbarco in Calabria, in modo particolare dal 10 agosto. Ciò spingeva a cannoneggiare le imbarcazioni e le batterie garibaldine presso il Faro.
La notte  lo stretto era annebbiato dai razzi colorati lanciati tra le fortificazioni borboniche in Calabria o con la Cittadella di Messina, per comunicare e scambiare segnali. Una notte una nave borbonica cannoneggiò le batterie ubicate nei pressi della torre del Faro, ma le granate esplosero fuori bersaglio vicino ad un accampamento angloamericano sede di un club (l’Albion, demolito per ordine dello stesso Orsini, poiché troppo esposto al fuoco navale nemico). La situazione era tale che i militi accampati sulla spiaggia di Faro erano ben consci di poter dormire tranquilli solo se le navi da guerra nemiche non cannoneggiavano la costa, infatti alcuni testimoni riferivano: “i nostri sonni erano tutt’altro che placidi e lunghi, giacché ogni notte c’era gazzarra di cannonate e fuochi di fucileria per parte dei regi che dalle navi e dalle spiagge tiravano contro le nostre barche”. Un ufficiale dei bersaglieri accampato presso la spiaggia del Faro, nel lamentare le pessime condizioni di vita, la scarsa paga la inesistente organizzazione della intendenza e sussistenza, nonché l’indifferenza della gente locale, bollata come rozza, bigotta e immeritevole dei sacrifici dei soldati, scrive in una lettera ”tutte le notti sono allarmi e cannonate, la linea loro è ben fortificata e guardata, l’affare è piuttosto serio ma confidiamo nel nostro generale”. In effetti le condizioni di vita dei garibaldini in loco non erano delle migliori, la situazione era “alquanto penosa“ a causa della mancanza di tende, ricoveri, acqua e la febbre da malaria.
Un altro episodio fu quello relativo al fallito tentativo di abbordaggio del vapore borbonico Trasporto, avvenuto verso la metà di agosto. In tale occasione le barche cannoniere garibaldine partite dal Faro per prendere la nave, furono respinte dalle cannonate dei forti borbonici sulla sponda calabra e della pirofregata a ruote Fulminante. Nello stesso mese un nave inglese proveniente da Malta, carica di munizioni da trasportare in Calabria, fu cannoneggiata e presa dalle truppe borboniche. Non mancò un quasi incidente diplomatico, allorquando il 22 agosto le batterie del Faro fecero fuoco contro un piroscafo francese scambiato per nemico. Nello stesso mese la pirofregata a elica di I rango Borbone, cannoneggiò le posizioni nemiche coi suoi pezzi rigati e lisci a bomba di grosso calibro. Inoltre l’11 agosto era stato programmato, anche se mai attuato, uno sbarco borbonico presso Torre Faro con conseguente attacco alle postazioni.
In base a ciò i principali sbarchi garibaldini effettuati già i giorni 8 e 11 agosto presso la costa calabra, allo scopo di impossessarsi appunto dei presidi di Torre Cavallo e Altafiumara e consentire la partenza del grosso delle truppe rimaste in attesa, ebbero esiti non proprio positivi poiché o falliti oppure con successi parziali, data anche la presenza dei “vapori napoletani che in numero di cinque o sei facevano la più attiva sorveglianza e ricevevano chiunque a cannonate”.
Garibaldi dunque, con tutto l’esercito ormai raccolto in quel di Capo Peloro, convinto di passare facilmente in continente, dovette invece cambiare i piani e fu in sostanza costretto a sbloccare la situazione aggirando le posizioni nemiche e recarsi direttamente in Calabria, in un punto al di fuori dell’imboccatura meridionale dello stretto, luogo senza dubbio più facile per poter sbarcare. Infatti dopo essere tornato in Sicilia dalla Sardegna, per la quale era improvvisamente partito il 12 agosto su un preciso ordine di Vittorio Emanuele II, ritornò in loco  il 18 per trasferirsi a Giardini Naxos e sbarcare  il 19 presso Melito Portosalvo sulla costa ionica calabrese con circa 4000 uomini. Ma ciò non fu una sorpresa per la marina borbonica poiché all’arrivo delle due navi garibaldine presso Melito, giunsero sul posto due pirofregate nemiche, le quali tuttavia non impedirono il ritorno verso Messina di una nave con a bordo Garibaldi che cercava soccorsi per l’altra nave che si era arenata sulla spiaggia, cannoneggiata dalle navi borboniche e incendiata da alcuni reparti appositamente sbarcati, mentre le navi bombardavano anche le camicie rosse sulla spiaggia, le quali insieme a quelle riuscite a sbarcare l’8 agosto a nord presso Cannitello e arrivate a Reggio, temendo uno sbarco in forze e la contemporanea reazione dell’esercito borbonico, si erano inizialmente sbandate.
Il 21 agosto fu presa Reggio  dopo un aspro combattimento, quindi la notte tra il 20 e il 21 fu attuato lo sbarco delle truppe del col. brig. Cosenz, le quali partite da Capo Peloro a mezzo barche a remi disarmate, protette da cinque barche scorridore armate di un pezzo da 4, riuscirono a sbarcare in parte a Favazzina, tra Scilla e Bagnara. Anche questo sbarco, allo scopo di evitare il tiro costiero ed eludere la sorveglianza navale borbonica, dovette seguire una rotta più lunga per giungere in un punto della costa, questa volta posto fuori dell’ingresso settentrionale dello stretto, più sicuro e utile ad aggirare i presidi nemici. Ma anche in questo caso la marina borbonica con 4 navi tenutesi fuori dal tiro delle batterie di Faro entrate in azione, impedì la perfetta riuscita dell’operazione catturando poi 30 barche, vari marinai tra cui undici ufficiali e un comandante di divisione. Quindi quasi come una manovra a tenaglia le forze di Cosenz sbarcate a nord, dopo alcuni combattimenti con l’esercito regio si diressero verso sud per ricongiungersi con quelle di Garibaldi e Bixio atterrate a Melito e che avendo presa Reggio, stavano avanzando verso nord.
Le due colonne si incontrarono presso Campo Calabro, poco sopra Piale e Villa San Giovanni, luoghi ancora ben armati e presidiati dall’esercito borbonico, il quale nonostante gli sbarchi nemici mantenne anche il possesso dei forti e batterie di Scilla, Torre Cavallo e Altafumara sino al 24 agosto, giorno in cui si arrese senza combattimenti, mentre gli altri consistenti reparti borbonici che sorvegliavano la zona, avevano invece avuto alcuni contatti col nemico insieme a vari accordi e tregue.
Dopo un mese, una volta presi tutti i presidi sulla costa calabra, il controllo dello stretto da parte garibaldina poteva ritenersi completo, nonostante Garibaldi in una lettera del 30 luglio 1860 “manifestasse l’intenzione di passare sul continente prima del 15 agosto”.
Del resto lo stesso Garibaldi quattro anni dopo i fatti, durante un discorso a Londra, ammise che senza l’aiuto del governo inglese e dell’ammiraglio Mundy, non sarebbe stato possibile passare lo stretto di Messina.

Armando Donato

Messina durante la grande guerra: una Piazza dalla scarsa rilevanza bellica, una città non coinvolta attivamente in guerra

I tanti periodi bellici che Messina visse nella sua millenaria storia, sono suddivisibili in due categorie; la prima riguardante gli eventi in cui l’area in questione non fu interessata da fatti significativi, fondamentali per gli equilibri e le conseguenza di determinata guerra;  la seconda invece riguardante i periodi in cui il territorio della Piazza fu luogo di operazioni belliche di rilievo, obiettivo primario nemico, con un ruolo decisivo e determinante.
Alla prima categoria appartiene senza dubbio il primo conflitto mondiale, guerra principalmente terrestre e sostanzialmente di confine, statica e di posizione, che non interessò uniformemente l’intero territorio metropolitano così come invece avvenne per altri conflitti, e non fu certo combattuta nelle acque, nei cieli e nel territorio dello stretto, ma in luoghi ben più lontani e importanti in riferimento alla tipologia di guerra e gli obiettivi dei vari stati partecipanti.
Risulta dunque un inutile sforzo quello di paragonare a tutti i costi le sporadiche vicende navali consumatesi nello stretto in quegli anni, con ciò che accadde nei fronti di guerra veri e propri.
L’area dello stretto era infatti da considerarsi poco significativa e strategicamente ininfluente ai fini decisionali del conflitto, essendo stato teatro solo di alcuni siluramenti a danno di naviglio vario, ad opera degli U-Boot (unterseeboot) tedeschi. Fatti assolutamente non paragonabili alle tante tragiche battaglie consumatesi sui vari fronti orientali e occidentali dello scacchiere europeo.
Il 26 aprile 1915 l’Italia, ancora neutrale, aderì segretamente al Patto di Londra con l’Intesa e di fatto il 23 maggio entrò in guerra (contro quegli stati che erano alleati nella Triplice Alleanza) prima contro l’Austria, e solo nel 1916 contro la Germania. La kriegsmarine era certamente la più equipaggiata ed efficiente e nel 1917 l’imperatore Guglielmo diramò un ordine diretto circa la guerra sottomarina senza restrizioni, grazie alla quale su 111 sommergibili 27 operavano nel mediterraneo. Tra gli U-Boot che operarono nell’area dello stretto e zone limitrofe affondando naviglio vario, vi furono i seguenti:

U 24, U 28, UC 35, U 38, UB 48, UC 52, UC 53, U 63.

In tale contesto la già evidente irrilevanza bellica di Messina durante la grande guerra, per motivi “geografici”, era già ben evidenziata dalla situazione dell’apparato difensivo, il quale seppur con l’aggiunta di qualche miglioria e l’approntamento di piani difensivi (1915) e fatta eccezione per una sola batteria ad alto parapetto per obici L da 28 a tiro indiretto, edificata  nei primi anni del Novecento (quindi prima dell’ingresso in guerra), era ancora fermo ai vecchi e obsoleti fronti a mare fortificati permanenti, costruiti alla fine dell’Ottocento e composti da vetuste e costose batterie costiere, ovvero opere poligonali terrapienate non corazzate (primo periodo, seconda generazione, cioè tra il 1880 e il 1898) armate con ormai vecchie artiglierie in barbetta. Impianti praticamente mai utilizzati per gli scopi per i quali furono edificati, se non per i tiri di esercizio (in modo particolare tra il 1911 e il 1913), e qualche sporadico tiro in guerra. Opere ormai superate a causa dell’introduzione di nuovi materiali costruttivi, i progressi della tecnologia e il crescente uso dell’arma aerea quale strumento di osservazione e attacco. Tutto ciò in contrapposizione alla situazione dei vari fronti di guerra italiani e esteri, in cui allo scopo di rispondere efficacemente alle offese nemiche, furono invece erette nuove fortificazioni permanenti e campali (trinceramenti, fortificazioni corazzate, linee fortificate ipogeiche, batterie, opere in caverna ecc.).
Un’altra prova dello scarso interesse strategico verso l’area dello stretto è quella della smobilitazione delle artiglierie. Infatti a causa della carenza di artiglierie, durante il conflitto molte importanti Piazze italiane cedettero le loro (in modo particolare quelle a tiro curvo) all’esercito, allo scopo di utilizzarle nei fronti di guerra terrestri. La Piazza di Messina dovette cedere:

4 obici da 305/17 ( in servizio da poco tempo);
4 obici da 280A (sostituiti con obici da 280C);
8 obici da 280C;
12cannoni da 149C;
6 cannoni da 57H;
tutte le mitragliatrici modello 86.
Rimasero armate soltanto 4 batterie con un totale di 22 obici da 280C.
Se lo stretto di Messina fosse realmente stato un obiettivo strategico di prim’ordine o luogo di battaglia, il territorio della Piazza sarebbe stata oggetto di una radicale rivisitazione delle fortificazioni e dei sistemi di allarme e primo intervento, e soprattutto mai si sarebbe smontata e ceduta parte delle artiglierie, pari a più della metà della potenza di fuoco della Piazza, ma al contrario se ne sarebbe significativamente aumentato il numero.
Messina a differenza di tante altre città del nord Italia, passò quindi indenne tale tragico periodo, seppur con un altissimo tributo di sangue pagato dai suoi figli sui campi di battaglia. Tuttavia da li a pochi decenni la guerra arriverà a Messina, questa volta in tutta la sua tragicità e crudeltà, provocandone la seconda distruzione a soli 35 anni da quella causata dal terremoto del 1908.

Armando Donato