Garibaldi

Shakespeare è Garibaldi

Una ricerca infinita sulle tracce di William Shakespeare, mi ha condotto da Giuseppe Garibaldi; non ci credete? Eppure sto segnalando un fatto storico, realmente accaduto. Bando alle ciance e alla ilarità, diamo voce a chi, ha contribuito a minare dalle fondamenta,  i natali di uno dei più grandi letterati del mondo.  Colpa di un avventuriero italiano e di un giornalista superficiale, se decenni dopo, il mondo si interrogava, chi sia mai stato veramente Shakespeare. Un giornalista, di una piccola gazzetta londinese, nel lontano 1866 scrive l’ultima commedia: l’identità svelata di Sir Shakespeare. Ammirato, delle imprese del condottiero italiano, mezzo pirata e  ladro di cavalli, una figura romanzata che in Italia, divenne per volontà massonico politiche, eroe del suo paese, un gazzettiere londinese, incomincia ad idealizzare sulle origini dell’intrigante personaggio, facendo a suo dire, una piccola scoperta. Questo gazzettiere, le cui iniziali fanno Jah. Rh, nel numero dieci, della rivista intitolata “ Notes & Queries” nel lontano  21 luglio 1866, II serie, part. N° 238, p. 41, intitola il suo pezzo: curiosità etimologiche su Shakespeare Garibaldi. Egli non saprà mai, che cosa sarà in grado di scatenare, nella morbosa curiosità di numerosi futuri lettori, quella sua osservazione. In tanti dall’ora in avanti, in vario modo, recuperarono quell’articolo, secondando in Italia, le osservazioni fatte da Benedetto Croce. Infatti, se ce un responsabile italiano, sulle teorie moderne, venute innanzi  sul conto di William Shakespeare in arte Garibaldi poi Crollalanza, quello fu l’Illustre letterata. Leggendo una nota di Angelo Fabrizi su Benedetto Croce, in rapporto al suo libro, inserito nella collana “ Nuovi saggi della letteratura italiana del seicento,”  pubblicata nel 2003, a pagina 279 recuperavo: Garibaldi è Shakespeare, in quanto che, ottenendo da Croce gli estremi della gazzetta londinese, attrezzava una disamina, dalle rivelazioni clamorose, rivelate dallo stesso autore sul conto di Shakespeare;  un ragguaglio etimologico sensazionale. Benedetto Croce stava segnalando, un simpatico passatempo, messo su ad arte da alcuni intellettuali d’epoca, ragionando su una etimologica ricostruzione di vocaboli e termini tedeschi, affermando quanto segue: “ecco un curioso esempio per noi italiani, Shakespeare e Garibaldi. Infatti, dall’etimo Gariwald, o Gerwald, nome di un duca Bavaro del VI secolo, disceso in Francia, divenne prenome di famiglia. Esso suonava Girault, Gueralt. Che trapassato coi Normanni in Inghilterra, si ritrova nella forma inglese di Girald sopravvivendo nella forma di nomi composti.”  Il Croce a questo punto, sottolineava una stranezza, sul conto del nome Garibaldi rispetto a Shakespeare, traducendolo letteralmente in italiano come segue: “Ger [ tedesco] sta a Speare [ inglese] e si traduce italianamente in Lancia mentre, Wald [ tedesco] sta a Shake [ inglese] e si traduce italianamente in Scrollare.” Incredibile, direbbe il mitico cabarettista palermitano Sasà Selaggio, Shakespeare è Garibaldi; no è Garibaldi il redivivo Shakespeare. Ma se, gli intellettuali un tempo, passavano le ore giocando in simile modo, quello che accadrà successivamente, ha del clamoroso. Tutto nasce per colpa o per fortuna, delle osservazioni di Santi Paladino, che recuperando una vecchia tiritera, reimposta la questione. Questa volta, spostando l’attenzione su un certo Michele Agnolo Florio che da Senese, diventa Messinese. Misteri della psiche umana e di una formazione, ancora da sviscerare.
Da quell’istante, tutti sono autorizzati, a spararla più grossa. Maggiore è la fregnaccia, maggiore sarà il clamore. Nessuno si esenta a dire la sua: e in ambienti dotti, si sprecano le soluzioni e le trovate etimologiche. Tutti si sentono investigatori e portano prove inconfutabili, a suffragio delle rispettive soluzioni: roba da matti? Purtroppo no, siamo nel mondo dei savi, la moderna opinione pubblica che consuma si velocemente, come allo stesso tempo, dimentica. Ma ce chi, recuperando le ciance, gli dà corpo, gli conferisce forma e grandezza. Si che, a sparlare ci pensano in tanti, e tutti si riconducono a Santi Paladino. Le sorprese non mancano: ce da piangere. Una nota, pubblicata su una raccolta di scritti proviene, dalla edizione del 1984 pubblicata, sotto le insegne  dell’Istituto Universitario di Lingue Moderne di Milano, presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere; a pagina 12 si segnalava proprio che: la traduzione letteralmente esatta, del nome Crollalanza o Crollalancia, corrisponde a Shakespeare. La questione come si intuisce, era impostata su una mera teoria, che di tanto in tanto riemergeva, adesso, indorata, e prestigiosamente infibulata, nelle grazie di un ateneo: quale migliore ripostiglio di questo? Due anni dopo 1986, la notizia ricompare, nel prestigioso settimanale dell’Espresso n° 32 a p. 87 segnalando: durante il fascismo precisava il giornalista, ricordo che era venuta fuori, una teoria sul nome di Shakespeare. Dicevano che fosse Calabrese  e che il suo nome fosse Crollalanza. Guarda un po’, ma non era Messinese? Sembrerebbe proprio il redivivo amante dei viaggi in arte Shakespeare, quando da profugo si chiamava Florio. Florio, Crollalanza, Shakespeare, Garibaldi, mio Dio quanta confusione. Mettiamo le cose in chiaro, utilizzando una fonte diversa, figlia del tempo e di una moda, mai andata in disordine. Recuperiamo gli scritti, dell’architetto Luigi Bellotti detto il Veneziano, riscoprendo una nuova cittadinanza per Shakespeare, la Valtellina. Egli, affermerà in uno scritto, inserito  nella raccolta di “Studi di storia Pugliese”  edita nel 1972 a pag 210, che Crollalanza è l’evoluzione etimologia di Shakespeare, ma il di cui luogo di nascita, si deve andare a collocare nel profondo nord. Difficile capirci qualche cosa, eppure molti hanno le idee chiare:  Crollalanza era un Florio che ha cambiato il suo nome con quello della madre per somigliare a un cugino, figlio di un parente, disceso in Inghileterra anni prima amico di,  parente di, figlio di, mamma mia, mi gira la testa. Tutti sono convintissimi che il Crollalanza di turno sia un Messinese, lo ha certificato la Rai eppure, qualche altro, non appare convinto. Francesco Protonotari nel 1982, in una sua opera, inserita nella Nuova Antologia  nel volume 548, pag 58 affermerà sicuro. “ Un Inglese, dimostrò dall’etimologia che i due nomi Shakespeare e Garibaldi, avevano la stessa origine.” Capisco e mi immedesimo in voi lettori, di essere entrati in un ginepraio, dove tutto è possibile, e tutto può essere verosimile; ma la storia, la verità storica, ha bisogno di prove, di carte e di documenti. Anche se in questo caso, la verità, resta una bella intenzione di chi la vuole cercare, ma non di chi la propina come una insegna luminosa, per mostrare la merce in vendita. E se Paladino dice la sua, risponde Protonotari, quasi a riferire: mendace! Così, chi vuole assegnare al nostro Santi, la palma della scoperta, si deve ricredere, affidandosi, all’ennesima fonte, all’ennesimo autore; quell’inglese che capziosamente lo dice discendente da Garibaldi. Tanto che, William White, un articolista inglese, nel lontano 1921, a pag 160 ancora riscrivendone le insegne, nella gazzetta londinese di Notes  & Quaeries nel n° 140 riafferma l’antica profezia: Shakespeare in Italia, lo traducono Scrollalanza. Evidentemente, passando la dogana, ha perduto il cappello e per questo motivo, sarà ricordato, da tanto lontana via Crollalancia.  Un misterioso omino, di nome Crollalanza, ma che italianamente  in origine, faceva Garibaldi.

Alessandro Fumia

Capo Peloro agosto 1860: analisi di una stampa

Premesse

A Messina In questi ultimi due anni, si è tanto parlato e “sparlato “ circa i fatti bellici in relazione all’anniversario della campagna garibaldina in Sicilia nel 1860. E’ bene dunque esaminare una delle tantissime stampe riportate dall’Illustrated London News che documentano quei fatti, spesso in maniera molto precisa. La stampa in questione, pubblicata nel settembre 1860, è certamente una delle più belle ed eloquenti per studiosi e appassionati, poiché mette in evidenza tutta una serie di interessanti particolari utilissimi ai fini dell’approfondimento sotto il profilo sia storico che tecnico.
Essa descrive il duello avvenuto il 22 agosto 1860 tra un batteria garibaldina posizionata a C. Peloro e una grossa pirofregata borbonica.
In quel periodo la milizia garibaldina era entrata in città senza combattimenti da quasi un mese; tuttavia vi sono dei fatti da ricordare.
Infatti tre giorni prima, Garibaldi, partendo da Giardini Naxos, era sbarcato in Calabria presso Melito, quindi passando  ben al di fuori dell’ingresso meridionale dello stretto e dalla parte opposta in cui un mese prima si era stabilito (Capo Peloro), confidando di passare facilmente dal punto più stretto che separa la Sicilia dalla Calabria, conquistare le posizioni nemiche e assicurare il controllo dello stretto. Infatti il dittatore aveva espresso la volontà di sbarcare prima del 15 agosto, forte dalle affermazioni del Cavour che gli aveva assicurato il facile passaggio attraverso lo stretto, senza opposizione della marina borbonica e con la protezione della flotta sarda del viceamm. Persano, tramite il conte Albini.
Tuttavia le cose non andarono come previsto, poiché i tentativi di sbarco effettuati nei punti prestabiliti nel mese di agosto, fallirono o ebbero risultati non troppo positivi. Il tutto a causa della reazione delle navi da guerra borboniche che controllavano lo stretto, insieme alle batterie e i reparti posti sulla sponda calabra.
Ciò costrinse Garibaldi, bloccato con uomini, mezzi e armi a Capo Peloro, ad aggirare l’ostacolo da sud,  seguito il 21 agosto dalle truppe del colonnello brigadiere Cosenz, partite da Capo Peloro e sbarcate tra Scilla e Bagnara, quindi allungando la rotta per aggirare l’ingresso settentrionale dello stretto.
Si trattò dunque di una semplice manovra a tenaglia, eseguita, visti i fallimenti precedenti, per evitare i “pericoli” dello stretto di Messina, a mezzo teste di sbarco allo scopo di stringere  a terra da sud e nord il nemico, comprimendolo al centro. Non vi erano difatti alternative alle fallite azioni previste dal piano originario, che tra l’altro non rappresentava ne una geniale strategia ne una novità, essendone stato considerato uno simile dal Mezzacapo nel 1859 e dai rivoltosi siciliani nel 1848.

La Stampa

In tale contesto si inserisce la stampa in esame che descrive minuziosamente il combattimento avvenuto come detto, il 22 agosto 1860 (mentre le truppe garibaldine erano in Calabria e combattevano per la conquista dei presidi che non aveva potuto prendere con gli sbarchi precedenti) tra la pirofregata Borbone  o Borbona  e una delle batterie garibaldine erette a Capo Peloro; la numero III, armata con due cannoni-obici Millar da 60 libbre a bomba e un 24 libbre (napoletane); artiglierie ottocentesche di preda bellica borbonica.
Si premette che la pirofregata di primo rango Borbone era una delle navi di punta della potente marina borbonica, prima nave ad elica costruita in Italia, varata nel 1860,  dotata di propulsione velica e termica ausiliaria e armata con oltre 50 pezzi di artiglieria liscia a bomba e anche rigata. Quindi una nave nuovissima, veloce  ben protetta e armata, che in quel periodo pattugliava minacciosamente  lo stretto di Messina, insieme ad altre varie navi da guerra.
Il 22 agosto la nave si avvicinò alla costa issando bandiera frances e successivamente quella borbonica, quindi cannoneggiò all’improvviso Faro uccidendo due persone e ferendone cinque. Il giorno successivo ritornò all’attacco provocando un morto e tre feriti.
Passando all’analisi, si notano subito i due suddetti cannoni obici modello Millar a bomba. Si trattava di grosse artiglierie navali in ghisa, progettate verso gli anni trenta dell’Ottocento dall’omonimo ufficiale inglese, in concorrenza col francese H.  Paixhans, ideatore degli altrettanto famosi cannoni obici.
Questa tipologia di tozza artiglieria, intermedia tra un cannone e un obice, era già da qualche decennio ampiamente utilizzata anche a terra e aveva come caratteristica principale il restringimento dell’anima in prossimità della camera di scoppio. Ciò creava una maggiore pressione a seguito dello scoppio delle cariche e quindi maggiori prestazioni, considerando che in dotazione vi erano granate che dovevano principalmente penetrare i legni nemici ed esplodere all’interno.
Tali sistemi, sicuramente innovativi nei primi anni dell’Ottocento, in cui di fatto sancirono la fine del naviglio in legno, seppur ancora pericolosi e di certo superiori per prestazioni ai semplici cannoni, erano nel 1860 piuttosto datati per via dell’anima liscia e del munizionamento a palla; caratteristiche che comunque creavano i tipici problemi di vento, precisione, gittata e  rendimento in generale.
I 60 libbre Millar della batteria, erano gli stessi della pirofregata a ruote  di secondo rango Veloce, che il 9 luglio 1860 durante un servizio di scorta convogli a Milazzo, proseguendo verso Palermo si consegnò al nemico. Il comandante della nave, il C.F. Anguissola, era tra l’altro il fratello di un ufficiale superiore in  servizio a Messina (poi al comando del castello del S.S. Salvatore col grado di brigadiere gen.), il quale venuto a conoscenza del tradimento, propose al comandante, maresciallo di campo De Clary, la degradazione e l’invio presso il fronte di guerra di Milazzo; proposta respinta.
A seguito dell’ammutinamento della pirofregata Veloce, (ribattezzata Tuckery in onore di un “italianissimo” ufficiale mercenario ungherese morto in combattimento), nel quale solo quaranta marinai si ammutinarono su un totale di 140 circa (la restante parte fu trasferita in gran silenzio a Napoli), la nave fu utilizzata dai garibaldini nel fatti di Milazzo, quindi portata a Messina e il 28 luglio i suoi due pezzi da 60 libbre vennero smontati e messi in batteria costiera presso C. Peloro, serviti dagli stessi marinai cannonieri ammutinati.
E’ da precisare che il classico calibro  (dato dal peso della palla in uso) mod. Millar originario, di fabbricazione inglese, era il 68 libbre (una libbra inglese = 456 gr), ma  il 60 libbre (una libbra napoletana = a 510 gr circa) si rifaceva ad una  specifica modifica a cura delle officine napoletane, che nulla avevano da invidiare a quelle più evolute dell’epoca.
La stampa raffigura la batteria costruita su un classico terrapieno elevato e protetto con parapetti di sabbia e sacchi, che proteggono anche il munizionamento di pronto impiego (bombe e cariche di lancio), per agevolare la punteria e dare maggiore assetto e stabilità. I due massicci impianti costieri sono composti da paioli in legno a supporto dei sottaffusti “a slitta” sul quale sono montati gli affusti alla marinara o a carretta dei cannoni. Gli affusti rigidi mancano di tutte e quattro le ruote, poiché il peso delle artiglierie consigliava sostegni più robusti mentre l’energia del rinculo veniva convogliata direttamente sui sottaffusti, composti da un semplice binario in legno. Naturalmente dopo lo sparo il pezzo doveva essere riportato manualmente in batteria.
Un sistema efficace, tenendo conto della natura campale delle installazioni garibaldine, ma certamente di fortuna e limitato circa il brandeggio, se si considera che erano in uso più rifinite e moderne piazzole a lisce per affusti brandeggiabili da circolare (vedi ad  es. la batteria ancora visibile sul fortino borbonico che cinge la torre del Faro da sud).
La tipologia di artiglieria ottocentesca si evince da alcuni particolari ben raffigurati, come ad esempio gli anelli di culatta, ovvero le appendici posteriori in cui si trincava il pezzo facendovi passare dentro una fune, assicurandolo alla murata della nave, oppure all’affusto come in questo caso, in cui la trincatura è a tiranti semplici. Le artiglierie in generale, sino alla fine del Settecento primi Ottocento avevano non l’anello ma il classico bottone di culatta, attorno al quale veniva passata la fune.
Un altro particolare è il sistema di accensione delle polveri d’innesco, non più tramite il classico buttafuoco, ma col sistema a percussione, comandato a distanza a mezzo cordino, cosi come si vede nel cannone di destra, ripreso in azione contro la nave. I serventi ai pezzi, visibilmente in divisa regolare da marinai cannonieri borbonici, utilizzano gli strumenti tipici per l’uso di tali artigliere, ovvero gli scovoli calcatoi e  i vetti di punteria.
I vantaggi della batterie costiere erano senza dubbio dati dall’elevazione su appositi terrapieni e dalla stabilità senza problemi di peso, a differenza di quelle navali. Tuttavia le navi dell’epoca potevano ormai facilmente muoversi e disimpegnarsi confondendo il tiro nemico e facendo fuoco su obiettivi fissi come appunto batterie, depositi ecc.
Si nota infatti come le granate o meglio bombe tirate dalla nave in pieno giorno  da distanza considerevole, colpiscano il personale della batteria in barbetta (quindi a cielo scoperto), essendo fatte scoppiare in alto in modo da irradiare di schegge e detriti sugli obiettivi, con effetti devastanti. Tecnica in uso anche in epoche più recenti.
Per queste e altre motivazioni, una adeguata difesa costiera necessitava logicamente di artiglierie efficienti e affidabili, quantomeno  di pari potenza e caratteristiche, se non superiori  a quelle navali.
Tali concetti sono del resto basilari e universali, riportati in qualsiasi manuale del settore e applicati nei limiti del possibile da ogni  cannoniere e artigliere, specialmente per la difesa costiera in un periodo delicato come quello di metà Ottocento, da considerarsi di transizione circa l’ingegneria navale e la produzione di moderne artiglierie.
Infatti in un luogo “difficile” come lo stretto di Messina, la sistemazione in difesa costiera di artiglierie eccessivamente obsolete e scadenti sotto il profilo delle caratteristiche, poiché progettate in epoche lontanissime per rispondere ad esigenze altrettanto datate,  era assolutamente improponibile e controproducente, poiché avrebbe creato pericolosi vuoti nella difesa stessa, facilitando il compito delle moderne navi nemiche, già capaci di tirare da distanze notevoli, e assolutamente invulnerabili  e irraggiungibili da parte di armi inadeguate o troppo vecchie.
Proprio la stampa in questione insieme a tante altre documentazioni d’epoca, offrono uno spunto interessante per comprendere tali semplici concetti, assolutamente applicati anche dai cannonieri garibaldini delle batterie di C. Peloro nell’estate del 1860.

Armando Donato Mozer

“Peppa ‘a cannunèra”: eroina messinese

Di lei si sa con certezza che era nata a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, pare il 19 marzo 1841 (anche se c’è chi dice sia nata intorno al 1826).
Frutto degli illeciti amori di un tal Antonino Mazzeo, per molti é nota come Giuseppa Bolognari (dal nome della nutrice alla quale viene affidata in assai tenera età). Secondo un’altra versione, si chiamava Giuseppa Calcagno, avendo preso il cognome della nutrice Maria Calcagno, quando venne affidata dalla Congregazione di carità.
Non si hanno notizie precise sulla sua giovinezza e su che lavoro svolgesse a Catania (chi dice facesse la serva di un oste catanese e poi l’aiutante stalliera in una rimessa di carrozze da nolo, altri dicono facesse la postina). Pare fosse bruttissima a causa del volto sfigurato dal vaiolo. Più certe le voci che la vedevano accusata di avere rapporti con un ragazzo più giovane di lei (il “giovinetto Vanni”), per poi frequentare osterie e locali “poco adatti a una donna”, girando vestita da uomo, fumando sigari, bevendo e giocando a carte.
Prima di narrare del giorno che la vide protagonista di due gesti eroici, occorre inquadrare meglio il periodo in cui accaddero. Già nel 1860 i borbonici si erano ormai impadroniti di gran parte del Regno delle due Sicilie. La spedizione dei Mille stava ormai avanzando, percorrendo l’Italia. L’8 aprile dello stesso anno gravi tumulti scoppiarono in quasi tutta la Sicilia (a Catania, Palermo e  Messina).
In particolare, oltre tremila catanesi insorsero scendendo armati nelle strade e adunandosi nei pressi del Duomo gridarono: “Viva Palermo”, “Viva l’unità d’Italia”, “Viva Vittorio Emanuele II”.
Gli insorti e le truppe borboniche entrarono in contatto, con scontri violentissimi. Il comandante della piazza, generale Tommaso Clary, ordinò alle truppe di ritirarsi nelle caserme e nel castello Ursino. Per evitare un ulteriore spargimento di sangue, il generale borbonico e le autorità civili conclusero con una tregua. Ma fu solo l’inizio, poiché il giorno 10, a sera, la rivolta divampò nuovamente, anche se per poche ore.
L’11 maggio, con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Giuseppe Garibaldi con le sue “camicie rosse” sbarcarono a Marsala e la Sicilia si infiamma. Catania seguì con entusiasmo tali notizie e, nel frattempo, la città fu fortemente presidiata dai reparti del generale Clary.
Il 24 maggio le squadre organizzate conversero lungo la provincia, a Mascalucia, Acireale e Lentini con al comando il colonnello Giuseppe Poulet, ministro della Guerra nel 1848-49. Il 29 maggio si sparse la notizia che Palermo era in mano ai garibaldini. Nel resto della Sicilia le truppe napoletane si ritiravano verso oriente, e le province abbandonate riconoscevano il governo dittatoriale di Garibaldi.
Nella notte fra il 30 e 31 maggio una drammatica riunione si svolge a Mascalucia in cui Poulet, rinunziando al piano di far convergere contemporaneamente le tre squadre sulla città, non potendo avvertire subito le colonne attestate ad Acireale e Lentini, dovette rompere gli indugi, marciando con mille persone su Catania, privi di armi e munizioni, incuranti di contrapporsi ai circa tremila soldati di Clary, affiancati da forti squadroni di cavalleria.
All’alba del 31 maggio, mentre le campane e i tricolori annunciavano l’insurrezione, una squadra di giovani al grido di “unità e libertà” si lanciò contro i regi. Un migliaio di volontari da Mascalucia raggiunse Porta Aci: al Borgo il primo contatto con i cavalleggeri borbonici. Partono le prime fucilate mentre bandiere tricolori spuntano sui balconi. La cavalleria indietreggia precipitosamente fino a piazza Università e salda dietro e barricate attorno alle quali presto si accende una lotta accanita.
Si combatté aspramente attorno alle barricate, in via Stesicorea, ai Quattro Cantoni, nella via Mancini e nella strada degli Schioppettieri.
Peppa, che praticamente era all’inizio da supporto come vivandiera ai giovani siciliani, partecipò con molto ardore e grande intelligenza agli scontri della giornata, tanto da diventare il deus ex machina della difficile situazione. Guidati dalla popolana, riuscirono a trascinare un cannone, nascosto dal 6 aprile 1849 in un pozzo di casa Dottore, alle spalle delle truppe e a piazzarlo nell’atrio del palazzo Tornabene, a piazza Ogninella. (ecco spiegato il motivo del suo soprannome).
A un ordine secco di Peppa, gli insorti spalancano il portone e la popolana,  accesa la miccia, scaricò una cannonata contro i soldati borbonici che, colti di sorpresa tra le vie della Loggetta e Mancini e decimati che impauriti si diedero ad una fuga disordinata, riparandosi dietro le barricate tra la Piazza dell’Università e il Palazzo del Municipio, abbandonando su via Euplio Reina diversi caduti e un secondo pezzo di artiglieria.
Il fuoco intenso dei soldati rendeva praticamente impossibile impossessarsi anche di questo secondo cannone.
Peppa, avvalendosi di un cappio ottenuto da una robusta fune e aiutata da altri popolani, riuscì a trascinarlo dalla sua parte, fino alla zona Marina.
Verso mezzogiorno, mentre gli insorti avevano quasi esaurito le munizioni, per il ritardo dei rinforzi di Nicola Fabrizi, il generale Clary cercò, con una carica di cavalleria lungo Via del Corso (l’attuale Via Vittorio Emanuele II), di aggirare la destra dei suoi avversari.
Intervenne l’eroina alla testa di un gruppo di popolani che irruppero in piazza S. Placido da via Mazza, trascinando il cannone guadagnato dai borbonici per piazzarlo sul parterre di palazzo Biscari alla Marina e lanciare qualche palla contro la nave da guerra che già bombardava la città, coadiuvata dal fuoco dei due mortai posti sui torrioni del castello Ursino.
Appena però quei popolani sboccarono sulla via del corso videro, in fondo a piazza Duomo, due squadroni di lancieri che si apparecchiavano alla carica. Temendo di essere presi, scaricarono all’improvviso i loro fucili, abbandonando il cannone già carico.
La donna si trovò sola a fronteggiare la situazione. Rimasta impavida, con grande sangue freddo escogitò un’altra mossa astuta, facendo credere che il cannone non funzionasse.
Sparse sulla punta del cannone un po’ di polvere cui diede fuoco, dando così l’impressione che il colpo avesse fatto cilecca. Attese quindi, tranquilla, che la cavalleria caricasse. I borbonici, in effetti, pensando che il cannone si fosse inceppato, mossero sicuri di riguadagnare il pezzo perduto.
Non appena si furono avvicinati di pochi passi, la coraggiosa donna diede fuoco alla carica. L’arma sparò veramente, spargendo morti tra gli assalitori.
Ciò consentì all’eroina di fuggire e di mettersi in salvo, mentre il suo giovane compagno Vanni morì, colpito da una fucilata. I borbonici si allontanarono da Catania il 3 giugno. Su tutte le torri, dal castello Ursino al castello di Aci, dal campanile del Duomo ai balconi del palazzo di città garrivano al vento le bandiere tricolori.
Vien costituita immediatamente la guardia nazionale: suo comandante è l’intrepido marchese di Casalotto, Domenico Bonaccorsi. Dieci giorni dopo la città ha un nuovo patrizio, il barone Francesco Pucci.
Dopo l’effimero successo, Clary, saputo che Garibaldi marciava su Milazzo, lasciò Catania. Dopo aver partecipato alle azioni militari di Catania, una volta ritiratesi le truppe nemiche, la nostra eroina operò come vivandiera della Guardia nazionale e prese parte all’espugnazione di Siracusa. Peppa, ormai e per sempre, soprannominata a buon diritto la Cannoniera, ebbe assegnata dal Governo Italiano, per i suoi atti di valore, la medaglia d’argento al valore militare. Lo stesso Garibaldi, con un proclama datato 5 agosto 1860, ringraziò la generosità dei barcellonesi e ” le cure gentili e delicate delle loro donne”.
Il Comune di Catania  la gratificò, inoltre, di una pensione di 9 ducati mensili, pensione che, più tardi, venne tramutata in una gratifica, «una tantum», di 216 ducati.
Peppa passò il resto della sua vita comportandosi degnamente nel nuovo ruolo assunto, felice di poter fumare la pipa e giocare a tresette nelle bettole, tra un bicchierotto e l’altro di vino paesano.
Purtroppo, caduta nelle mani degli usurai, pare avesse ceduto la pensione e quel che restava dei 216 ducati avuti in cambio del suo coraggio. Morì a Messina il 20 settembre 1900 (per alcuni, nel 1884).
Questa popolana, analfabeta e scapestrata, simbolo della partecipazione popolare spontanea all’insurrezione contro i Borboni, fu la risposta più istintiva della vendetta popolare contro i “birri”, “dazieri”, “esattori del macino”.
Di lei parlarono in termini esaltanti i corrispondenti dei giornali stranieri (Inglesi e francesi) che seguivano le imprese di Garibaldi e dalle gesta di questa donna sono nate anche recenti rappresentazioni teatrali e canzoni.
I barcellonesi le dedicarono una lapide ed un monumento, oggi situato di fronte al Municipio, (Palazzo Longano) in memoria del suo gesto eroico.
Il cannone e’ conservato nel museo civico di Catania.

Fabio Marletta

Giocando a carte nell’osteria
e con indosso vesti maschili,
Peppa ricorda con nostalgia
le sue passate gesta virili;
col viso sfatto per il vaiolo,
ella una rozza pipa di legno
fuma e ripete con voce fiera
sempre un racconto, sempre uno solo:
perché si chiami “la Cannoniera”
dacché l’Italia divenne un regno.

Una invenzione garibaldina: i ceppi della tortura

In una seduta parlamentare, il deputato Vito D’Ondes Reggio, discutendo sulla brutalità e sui metodi di alcuni ufficiali piemontesi, i quali arbitrariamente esercitavano il diritto di vita o la pena di morte, deprecava quei metodi incivili. Essi, al di fuori di ogni ordinamento e della legge costituzionale, con pugno di ferro portavano lo scompiglio, rischiando il sollevamento della popolazione; descrivendo ai suoi colleghi deputati, fatti circostanziati. Ricordando per altro,  con quanto piglio marziale, i comandanti e gli ufficiali dell’esercito piemontese perseguivano un fine discutibile. Arrecando nocumento a gente inerme con lo scopo di raggiungere l’obiettivo prefissato: per tanto, con un nuovo strumento correttivo, una invenzione escogitata da un ex garibaldino in pensione, torturavano con i ceppi ferrati la popolazione indifesa. La trovata, era costituita da due particolari anelli di ferro, forniti di quattro bulloni espansivi cadauno; il torturato avrebbe ricevuto quella gioia ai rispettivi polsi, allungandolo su per due cinghie di cuoio, annodate fortemente agli anelli che avrebbero sospeso in aria il condannato. Allo stesso tempo, alla base dell’ordigno, un patibolo a modo di giunto fornito di buco filettato, accoglieva una lunga vite continua aguzza alla punta, che facendosi strada fra i polsi costretti in quella postura, li avrebbe attraversati dal basso (i polsi) verso l’alto (i palmi delle mani giunte e le falangi). Dunque, questi ceppi, furono uno strumento di tortura richiestissimo dai soldati (da fonte francese si segnala che ne furono costruiti 400 in Piemonte e altre decine nei luoghi di tortura), ritenendolo molto efficiente per due motivi: l’afflitto avendo gli arti superiori posti in tensione sulla testa, una volta ferito non rischiava di morire dissanguato.
Secondo, essendo legato e posto sospeso come un salame, provava un intenso dolore persistente, misto ad infiammazione, quando la vite spingeva sempre più nella carne fino alle ossa. Provocando uno spasmo infinito, per il quale in pochi  avrebbero resistito. Il Maggiore Frigerio in quel di Licata, lo ebbe a sperimentare per primo, su una popolazione afflitta per 25 giorni di assedio: privando, dal 15  agosto del 1863 in piena estate, tutto il civico consesso  22000 abitanti, dell’acqua con pena di fucilazione immediata verso tutti coloro che osavano uscire di casa. Secondo il punto di vista militare, l’esperimento era riuscito e con tale obbrobrio, fu esteso a tutta la Sicilia, moltiplicando i supplizi e le morti. Altre fonti segnalavano che i torturati, rei di nascondere i renitenti alla leva e i disertori di un esercito ancora da formare, venivano flagellati prima alle gambe e alle braccia: indistintamente se uomini o donne, se adulti o fanciulli, se  andicappati o donne gravide. Tutti venivano malmenati in modo democratico con sevizie senza eguali. Ma lo scopo era raggiunto? E le torture sarebbero poi cosi efficaci? I soldati piemontesi si accorsero che il popolo taceva; nessuno dei torturati cospirava, nessun nome venne reso per sollevarsi da quella pena. La cosa, invece di fermare quell’abominio, incattiviva ancora di più la truppa e gli ufficiali. Le fonti parlamentari segnalavano: malgrado i tormenti ingiustificati, grazie a Dio, nessuno perì sotto i ferri. Ma i giornali, e molti testimoni fra gli stranieri non furono dello stesso avviso.

Fonti: Diario dell’onorevole Vito D’Ondes Reggio 1863
documentario in lingua francese, a cura di Philippe Francois e Joseph Poli 1865
memorie  del generale Giuseppe Govone, a cura di Umberto Govone   1902
Per la gravità dell’argomento trattato, ho inserito alcune delle mie fonti

Alessandro Fumia

La desistenza anti piemontese e il pane scomunicato

La lotta che ebbe a portare tanti ragazzotti sotto il vessillo di Garibaldi, il liberatore, da una tirannide mai così amata, si trasformava di giorno in giorno, in una rivolta inimmaginabile. Le truppe del Re piemontese, arroganti, criminali, dei delinquenti in carriera, portarono la morte e la disperazione in molte comunità del meridione d’Italia. Il popolo duo siciliano, combatteva con ogni mezzo a sua disposizione, facendosi massacrare piuttosto che acquietarsi, sotto i colori di una Italia non voluta. Una battaglia, mille battaglie questo era il motto di molti rivoltosi che, si udivano nelle contrade e nei paesi, dell’ex regno Borbonico dopo il 17 marzo 1861. La rabbia, l’astio, si comunicava in tanti modi e la popolazione, era la principale oppositrice di questa guerra dichiarata. A differenza di prima, qui la guerra fu palese; la resistenza, scoppiò come unica difesa alla tirannide savoiarda. La repressione militare inferta al popolo del sud,  è un fatto storico incontrovertibile.
Con l’entrata in regime, della chiamata alle armi dei sudditi duo siciliani, ci sarà una recrudescenza di livore e di odio, avvertita da ambo le parti sfociata in persecuzione. Entrambe le fazioni, erano determinate ad ottenere la vittoria, con qualsiasi mezzo.  In quella fase storica, la barbarie era un metodo e quasi una consuetudine, ma vi sono accaduti dei fatti clamorosi che giustificano la rivolta popolare, esente da contaminazioni individuali e territoriali; in quanto volontà di tutto un popolo, entro i suoi antichi confini nazionali. In una pubblicazione dell’epoca, edita dal giornale napoletano L’Unione,  si legge quanto segue:
“gli ufficiali piemontesi dicono qui, di essere altamente detestati, e l’odio delle masse è tale, che basta raccontare un fatto, descritto proprio da un ufficiale piemontese. Alcuni soldati napoletani arruolati per forza e trasportati al distretto di Alessandria, non volendo servire nelle file piemontesi, giurarono piuttosto di lasciarsi morire di fame; il comandante, non potendo per modo alcuno vincere la loro sublime ostinazione, fu obbligato a congedarli per non vederli spiare di fame.”
Un caso simile a questo fatto, di energica risoluzione, fu quello dei poveri D’Amalfi, che ricusarono di ricevere il pane, distribuito loro, in occasione della festa nazionale del 2 giugno; perché dicevano codesti, era un pane scomunicato.
Se perfino i poveri, erano pronti a rifiutare l’unico bene che possedevano nella vita, quello della misericordia umana, ribellandosi all’abominio, alla giustizia ingiusta, cosa pensate che covasse nell’animo di tutti gli altri: libertà, uguaglianza, fraternità sotto un’unica bandiera, oppure ribellione?
Il sangue di tanti innocenti, fu versato  ancora per lungo tempo, come i martiri cristiani, martirizzati per una fede mai doma, mai vinta saranno per sempre ricordati. Per questa fede, furono indicati come ribelli, fuori legge, e in quanto tale  indicati briganti. Mentre in realtà erano partigiani, di uno stato che sentivano tale, e che non avrebbero mai più ritrovato.

Alessandro Fumia