Ganzirri

Torre Bianca

La Torre Bianca, conosciuta anche col nome di Torre Mazzone, è situata sulla costa tirrenica tra la Torre del Faro e la spiaggia di Mortelle proprio a difesa di un canale che univa il mare al cosiddetto lago piccolo e a difesa della costa. La struttura che vediamo ai giorni nostri è un tipico esempio di Martello Tower inglese: costruita appunto dagli inglesi nel primo decennio dell’ ‘800 quando la Sicilia, minacciata da Napoleone, era sotto la protezione militare Britannica. La torre era perfettamente integrata in un sistema di fortificazioni costiere che gli Inglesi misero in atto in quegli anni e di cui è possibile trovare dei resti anche non molto lontano.. La torre è assolutamente analoga nella tipologia ad altre torri costruite in ogni angolo dell’impero britannico: dall’Inghilterra, all’Irlanda, dal Canada alla Giamaica, dallo Sri Lanka agli Stati Uniti. Esattamente come le tipiche Torri Martello infatti, presenta una pianta circolare e mura molto spesse (dai 4 ai 2 metri) in grado di resistere ai colpi di artiglieria navale dell’epoca; la forma conica, simile a quella di un secchio rovesciato, contribuiva infatti a deviare i colpi di cannone nemici con la curvatura e l’inclinazione delle mura. Il piano superiore, scoperto, era occupato da un cannone di 24 o 32 libbre (libbre inglesi), in grado di ruotare a 360 gradi mediante un particolare affusto in legno su delle travi che fungevano da rotaie e facevano leva su un perno centrale. A tale perno corrisponde nei due piani sottostanti un pilastro posto proprio al centro dell’edificio in grado di reggere il peso del cannone e del relativo affusto ma anche assorbire l’onda d’urto dei colpi di cannone sparati dalla torre mitigandone l’effetto. E’ proprio questo pilastro un altro elemento che accomuna la Torre Mazzone alle Martello Towers presenti nel resto del mondo. Il piano intermedio era originariamente accessibile dall’esterno attraverso una scaletta retrattile ed era destinato a diversi usi: cucina, dormitorio e altri scopi logistici, il piano sotterraneo invece era utilizzato in parte come cisterna in parte come deposito.
Il topografo W.H.Smith tra il 1814 e il 1815 effettuò delle rilevazioni delle coste siciliane, lavoro propedeutico alla pubblicazione di una cartografia nautica pubblicata poi nel 1825. Smith parla di due torri martello nei pressi del faro di Messina, una delle quali è certamente identificabile con la Torre Mazzone. Nell’Archivio di Guerra di Vienna è conservato un carteggio con disegni delle torri martello siciliane eseguiti qualche anno dopo sotto il comando del generale dell’esercito austriaco Bernardo Caboga e tra questi disegni appare anche un disegno della Torre Bianca.
E’ certo che nello stesso luogo sorgesse, prima dell’edificazione dell’attuale edificio, una torre costiera come attestano alcuni documenti del XVIII secolo. In particolare un testo del 1709 la torre viene presentata non solo col solito nome di Torre Mazzone ma anche con l’inedito toponimo di Torre Scollato. Sappiamo da altri documenti, in particolare in una relazione pubblicata nel 1749 a Palermo sulla peste di Messina del 1743, che la Torre Mazzone fu destinata in quell’occasione a essere deposito di viveri provenienti da Milazzo. Questo porta a dedurre che in quei luoghi esisteva già una fortificazione che gli inglesi o distrussero o rimaneggiarono, tanto da renderne difficile l’individuazione di architetture precedenti nella riedificata torre ottocentesca.
Un fascio littorio sopra la porta d’ingresso testimonia l’utilizzo della torre anche durante il ventennio fascista e in epoca relativamente recente, quando fu usata come supporto per numerose antenne per telecomunicazioni. Osservando attentamente sono evidenti i segni causati da ordigni aerei degli Alleati durante il secondo conflitto mondiale, in questo senso è da considerare la vicinanza della torre ai punti di attracco delle motozattere italiane MZ che nel luglio – agosto 43 portavano le truppe italiane in ritirata dalla Sicilia a Scilla.
Attualmente la torre è in stato di abbandono e bisognosa di restauri, esattamente come l’altra quasi identica che si trova nel vicino villaggio di Ganzirri. Il modello virtuoso di altre torri della stessa tipologia in altre parti del mondo, valorizzate come musei, sale mostre, luoghi per rievocazioni storiche e comunque sempre restaurate e tenute con cura è certamente una prospettiva di recupero di uno dei tanti gioielli della costa messinese.

Antonino Teramo

Anticaglie egizie a Messina nell’area dei Laghi di Ganzirri

Nel Museo di Messina, si conservano due misteriose pietre, dismesse nel 1902 dalla Cattedrale della Città dello Stretto.
Ritrovate occasionalmente durante una fase di restauro, sopra le colonne che né delimitavano l’area dell’altare maggiore, fungevano da piedritti della cornice della lunetta absidale del Cristo Pantocratore.
Nascoste da un’armatura in mattoni e da intonaco e stucchi di epoca cinquecentesca, furono collocate verosimilmente, durante una fase di restauro avvenuto fra il 1254 (l’anno dell’incendio del tetto di copertura dell’altare maggiore) e l’anno 1330 (quando, l’Arcive scovo Guidotto De Tebiatis, né restaurò gli arredi delle absidi con apparati musivi).
Queste pietre egizie, contengono un ricco patrimonio di immagini e di scrittura, recentemente tradotta e riqualificata.
La rispettiva provenienza e collocazione, dipende da un riutilizzo di suppellettili estrapolate dal tempio siculo-greco del Poseidon-Nettuno di contrada Margi di Ganzirri.
La traduzione effettuata sui geroglifici contenuti nella prima colonna, riporta l’avvistamento della fenice di fuoco, nel cielo della città egiziana di Eliopoli, così come viene ricordata nel libro della Genesi della Bibbia, e successivamente, in quello della storia di Erodoto.
Gli egittologi di tutto il mondo, ritengono il tema della comparsa dell’uccello di fuoco nel cielo eliopolitano, un racconto che non ha avuto ancora riscontri oggettivi.
Ebbene, a differenza di molti reperti archeologici disseminati nei musei di tutto il mondo, dai quali si possono attingere informazioni di rimando sul tema, presso il Museo di Messina, esistono due colonne istoriate, provenienti dal tempio nazionale del demiurgo di Eliopoli, scomparse da quel luogo, gia al tempo della XIX dinastia cioè, durante il regno del Faraone Ramses II ( 1279- 1212 a.C.).
Queste pietre sono assenti dal suolo egiziano, da almeno trentatre secoli; sicuramente, uno dei primi bottini razziato dal suolo natio.
E per questo motivo, lontane da qualunque analisi storica che né contempli la rispettiva datazione.
Non fanno parte di nessuna collezione, né sono state acquisite da donazioni o lasciti.
Pertanto, sconosciute al circuito dell’egittologia internazionale.
Sono giunte a Messina, per opera di un antico popolo nomade, conosciuto dagli Egiziani, come quello degli Shekelesh, i progenitori dei Siculi, formando la prima area templare di Sicilia, ricordata ed evocata, nel libro dell’Odissea di Omero.
Essi, manipolarono il contenuto celato nelle pietre, dimostrando di conoscere sia la lingua che la religione egizia, e attraverso il contenuto conservato in queste pietre, stabilirono il primo concetto religioso rivolto ad evocare la presenza di un’entità, inseguito ritenuta il fondatore di Messina: nella memoria di Orione, luogo astrale, e paradiso degli Egiziani una volta passati a miglior vita.
Evocato nelle sembianze di un dio, venne adorato dai nostri progenitori tanto tempo fa; ma, questa è un’altra storia che sveleremo in un prossimo futuro.
Viceversa è importante ricordare il ricco patrimonio iconografico presente in tutte è due le pietre.
Nella prima colonna istoriata, divise nelle quattro facce del prisma, vi sono un totale di 11 figure intere e quattro sezionate, rappresentanti l’enneade di Eliopoli.
Di contro, nella seconda colonna istoriata, distribuite nelle due facce squadrate, si ritrovano sette figure intere e due sezionate; quest’ultima colonna è più antica della prima.
Identificando le immagini riportate in essa, si può datarla, durante il periodo di Naqada primo ( 4000- 3500 anni a.C.).
Tutte e due le pietre, sono alte metri 3,09 e rientrano nel protocollo architettonico, dei faraoni della prima dinastia 3100 a.C.
Lo studio che ho preso in esame, dà maggiore attenzione, agli stili della scrittura e delle sculture, qui identificate con il metodo a incisione, e quello più raffinato a bassorilievo ribassato.
L’area templare dove sono state escavate le due colonne istoriate del XIII secolo a.C., riconducibili alla zona archeologica predetta di epoca siculo- greca, dove si ergeva dal IX secolo a.C. un tempio dedicato a Poseidone, poi inteso Nettuno, comprendeva, una più complessa, ma ben identificata zona templare del XIII secolo a.C., riconducibile all’antico popolo degli Shekelesh, i quali hanno lasciato cospicue testimonianze in questo distretto geografico.
Le colonne istoriate non sono gli unici reperti scoperti a Messina. Nei depositi del Museo Regionale di Messina, è conservato il reperto dello scriba egizio non che, presunti scarabei egizi. Nell’area dei monti Ciccia e Tidora, verso la fine degli anni ottanta, sono state individuate dall’Associazione degli Amici del Museo di Messina, resti templari di una civiltà sconosciuta, ma di origine Ittita. La comparazione grafica di alcuni resti archeologici studiati dal Dottor Spigo e le osservazioni fatte da altri eminenti studiosi, sui ritrovamenti archeologici ricadenti sul Monte Tidora, ove fu scoperta una necropoli a doppia inumazione, fanno apparire tutta l’area della doppia collina, un giacimento di una civiltà ancora da identificare. Inoltre, da alcune deduzioni documentarie fatte da me, in rapporto all’area archeologica di Ganzirri e in parte confermati da alcuni archeologi, sulla combinazione dei resti delle colline Ciccia e Tidora, si è individuato il ricettacolo della sottostante città, presso la sella che collega i due monti. Una città Sicula della quale si azzardano rilievi, in rapporto alle pietre egizie conservate al Museo di Messina. Quella città potrebbe essere, la stessa rilanciata, dal geroglifico parlante segnalato nella seconda colonna: ossia, del geroglifico del sacerdote che tiene stretto l’albero del sicomoro in mano, legato da una fune shen simbolo del mondo magico e del tempo, notoriamente combinato nei simboli alfabetici legati a un luogo oppure a una città, appellandola RSΑΑ

Alessandro Fumia

Il Lago di Ganzirri

A circa 7 km da Messina, nell’incantevole comprensorio dello Stretto, vi è il Lago di Ganzirri anche detto Pantano Grande. Il nome Ganzirri secondo alcuni deriverebbe dall’arabo Gadir, che significa “palude, pantano”, o dall’arabo Kanzir, che significa “suini”, forse in riferimento a una cinghialaia lì esistente in antichità.
Due canali, costruiti dagli inglesi attorno al 1830, permettono l’ingresso di acqua dal mare, il canale Carmine a nord, ed il canale Catuso a sud che è coperto, questi vengono tenuti aperti o chiusi in base all’esigenza di ossigenare le acque che tendono ad andare incontro al fenomeno dell’eutrofizzazione. Un terzo canale collega il lago di Ganzirri con il lago di Faro. L’attuale lago di Ganzirri è nato dalla fusione di un bacino più piccolo con lo stesso nome e di un bacino posto a NE e denominato Madonna di Trapani, nel punto di fusione il fondale è bassissimo e praticamente impedisce lo scambio di grandi masse d’acqua fra i due bacini, creando due microambienti diversi. Nel lago negli ultimi anni si sono avuti spesso fenomeni di grandi morìe di pesce a causa dell’anidride solforosa sviluppata dal batterio “Desulfovibrio Desulfuricans”, che emerge quando si smuovono le acque aprendo e chiudendo i canali.
Assieme al lago di Faro è stato dichiarato bene d’interesse etno-antropologico particolarmente importante, in quanto sede storica di attività produttive tradizionali legate alla mitilicultura e tellinicultura.
Il lago di Ganzirri oggi è interamente circondato da un’area fittamente urbanizzata, pare che qualche costruzione esistesse già nel 1500. Tuttavia l’ambiente paludoso e malsano e la difficoltà di difendere le coste dalle frequenti incursioni dei pirati barbareschi, ha impedito fino al XVIII secolo qualsiasi sviluppo urbano, quindi tutto ciò che esisteva erano poche case sparse di pescatori e di coltivatori di mitili e qualche magazzino.
Fra il lago di Ganzirri e il lago di Faro anticamente esisteva un pantano denominato Margi (Messina), bonificato nell’Ottocento dai Borboni, al centro di esso si trovava un tempio di Nettuno, molto difficile da raggiungere per le esalazioni pestifere della palude.