Forza d’Agrò

Il Monastero dei SS. Pietro e Paolo D’Agrò

In provincia di Messina, nella frazione di forza D’Agrò, sorge su una concrezione concava il paesino di Scifì.  Si tratta di  un piccolo paesino posto a 120 metri sul livello del mare. Il nome Scifì è di origine greca e proviene dal termine σκυφοζ che indica un tipo di coppa usata per bere, la quale  richiama  la morfologia a coppa del terreno su cui sorge il sito. In epoche successive, quindi durante la dominazione romana, il paese mantenne il nome, modificandolo in Scyphus. Scifì, dunque sorge su un antico abitato di epoca greca. Pochi sanno, che questo paesino, presenta testimonianze archeologiche. Nel 1987, fu il Professor Giuseppe  Lombardo, a portare alla luce i resti archeologici, probabilmente questi  appartenevano ad un edificio religioso, anche se in realtà i reperti vennero catalogati come resti di un antica fattoria romana di epoca imperiale. Pochi sono i resti visibili, anche perché non vi è una zona di vero interesse archeologico, l’area infatti è incolta  e la vegetazione ricopre parte dei resti. Alcuni ritrovamenti, portarono a pensare che in quel luogo sorgesse l’ antico monastero. Vennero effettuati scavi, che avvalorarono l’ipotesi del professor Lombardo e cioè che quei resti portati alla luce sotto uno strato di terra alluvionata, appartenessero all’antico monastero  di Scifì dedicato ai SS. Pietro e Paolo D’Agrò, oggi ubicato nella frazione di  Casalvecchio Siculo. Del vecchio monastero non si conosce la giusta collocazione del passato, difatti gli storici affermano che il monastero sia stato ricostruito sulla stessa area distrutta dagli arabi. Mentre gli studi del Professor Lombardo attestano che siano proprio i resti da lui trovati ad essere quelli dell’antico edificio.  Oggi l’edificio presenta  una decorazione in laterizio che richiama le antiche costruzioni del V secolo, anche se la decorazione presenta policromia e l’aggiunta di lesene, caratteristiche invece, dell’arte araba. Particolari sono gli intrecci di archi che si susseguono su tutto il perimetro dell’edificio e vivace è la policromia generata da laterizi posti di taglio, separati da uno strato di calce. Altri mattoni invece sono posti a spina di pesce misti a frammenti di lava e pomice nera, calcari bianchi e rossi provenienti dalle cave della vicina Taormina. Il monastero presenta una struttura interna a croce latina, con tre navate terminanti in tre absidi, quelle laterali sono più basse e leggermente più piccole. L’abside centrale, invece si erge maestosa, con  decorazione . In ogni abside troviamo una piccola finestra a sesto acuto. Mentre l’abside centrale presenta 4 lesene chiuse da archi a sesto acuto. L’edificio ha  due cupole;  una, posta nella navata centrale poggiante su un tamburo ottagonale, e l’altra al centro del transetto , entrambe in asse e intonacate di bianco all’interno e in rosso all’esterno. Quattro colonne in granito sostengono invece le arcate dell’edificio. L’ingresso  presenta una spiccata  policromia, costituita da due semicerchi in pietra bianca nera e rossa terminanti a sesto acuto. Il timpano, presenta invece una magnifica croce greca di colore bianco e rosso, iscritta in un cerchio, su fondo rosso. Sull’architrave, incisa in greco, vi è un iscrizione, firmata dal capomastro in cui si legge che  la ricostruzione dell’edificio fu  voluta e fatta a spese proprie  da Teostoricto catecumeno tauromenita, un catecumeno di Tauromenion, antico nome della città di Taormina. Da fonti sappiamo che nell’edifico i riti venivano pronunciati in lingua greca. Il monastero venne poi abbandonato,  difatti nel 1794 i monaci si trasferirono a Messina, in via Primo Settembre N°85, in un edificio che oggi ospita un palazzo di civile abitazione, ma che un tempo fu la sede arcivescovile. A ricordare la funzione della sede, una lapide posta sul portone principale dell’edificio.

Laura Gangemi

L’obice di Forzà D’Agrò

Nella piazza Giovanni XXIII di Forza d’Agrò è collocato da diversi anni un interessante pezzo di artiglieria. Si tratta di un obice 100/22 Skoda  mod. 14/19, ovvero un pezzo di artiglieria di nazionalità Ceca, prodotta subito dopo la fine del primo conflitto mondiale. Arma di preda bellica di provenienza Ceca, Polacca, Jugoslava o Greca, fu a disposizione del Regio Esercito Italiano  a partire dal 1941. Il 100/22 divenuto materiale regolamentare dell’artiglieria da campagna, fu  distribuito in vari reparti anche per la difesa costiera già dal 1941, 42 e impiegato anche contro le truppe alleate durante la Campagna di Sicilia nel luglio-agosto 1943. Le ruote semipneumatiche celerflex a razze metalliche elektron o lamierino per il traino meccanico, indicano appunto il ricondizionamento e l’uso durante il secondo conflitto mondiale.

Caratteristiche tecniche

Tipologia: obice
Anno di produzione: 1919 su progetto dell’obice 100/17 mod. 14/16
Calibro: mm 100
Lunghezza: calibri 22 (220 cm)
Peso in batteria: kg 1430
Peso granata: kg 13
Settore di tiro verticale : da – 8° a + 48 °
Velocità iniziale proietto: 415 m/s
Cadenza di trio: 4 – 6 colpi/minuto
Gittata massima : m 9600

Armando Donato