Commercio

Il Commercio ed i flussi finanziari a Messina nel Medio Evo

La grandezza di una città  come Messina, è dovuta alla intraprendenza dei suoi cittadini; almeno in questo, si distinguevano i nostri antenati dai rispettivi discendenti. Lo spirito di iniziativa, l’avventura e l’organizzazione dei messinesi, è uno strano ricordo se paragonato all’inerzia dei giorni nostri. Come se a dividerci nella storia, ci sia stata ben più di una motivazione. Lo spirito di un tempo, è stato assolutamente perduto; ed oggi, quei tempi, quel passato glorioso non possono che farci, non poca invidia. L’orgoglio invece, è l’unica soddisfazione che ci resta: quello di ricordare una città alla quale, ispirarsi con la speranza che un giorno, riusciremo ad emulare quelle potenzialità. L’industria dello zucchero messinese, ha origini antichissime ed è legata alla coltivazione della canna da zucchero proveniente dall’Oriente. La prima ipotesi storica legata allo sfruttamento e alla prima produzione in maniera estensiva della canna da zucchero, si ha nelle prime quattro decadi del XIII secolo. Non esistono documenti al momento per appurare le ipotesi sul tema, mentre viceversa, esiste un documento datato  all’anno 1272  per il quale è possibile individuare, l’origine e il controllo commerciale dello sfruttamento, di numerose materie prime di stanza e produzione a Messina: canditi, pipi, zafarana, cannella, ciodi i caloffiru, e zuccaru.
Gli ambasciatori di Messina, chiedevano ed ottenevano dal re Carlo D’Angiò, di aggiornare l’uso della misura di peso del cantaro francese, con  il rotolo siciliano di 33 onze e mezzo. Una necessità avvertita in questo mercato più che altrove, visto il gran numero di scambi e commesse che non avevano paragone in nessun altro emporio del Mediterraneo centro-orientale, se non a Barcellona di Spagna.  I ricavi che provenivano dal commercio dei “duzzeri”, è cosa abbastanza nota in Sicilia; meno noto è invece, il rapporto che legava i pasticceri e i confettieri siciliani ai messinesi.  Da una nota scritta a margine in un documento, conservato nel Fondo Nuovo presso la Biblioteca Tommaso Cannizzaro, e una carta conservata nel Fondo Antico dei manoscritti della Biblioteca Regionale di Messina, vengo a conoscenza che, il re di Spagna, attraverso le gabelle ricavate dalle paste e dai rottami di zucchero, aveva imposto in Sicilia, un vero e proprio decalogo ai “duzzeri” sulle rispettive produzioni. Di fatto, i regolamenti che ricadevano sulle qualità della materia prima, usata per la realizzazione delle leccornie, dimostrava come anche in questa parte del regno, si erano verificate quelle speculazioni arcinote sulla terra ferma. Messina veniva ricordata in quel   lasso  storico,  come  la  patria  della “pignolata, delle turti di marzapano e cucuzzata,” fatte di zucchero di musturetti (la lavorazione per essiccazione dei fichi secchi).  Nella speculare ricerca delle fonti inerenti, la commercializzazione delle leccornie in Sicilia: alle quali fanno capo, le produzioni dei confettieri e dei pasticceri, bisogna ricordare il ruolo di Messina  nel regno. La produzione della canna da zucchero, dei lavorati e trasformati ( musturetti) e del miele, aveva sede nella Città dello Stretto già nel XV secolo. Questa commercializzazione della materia prima cioè lo zucchero, era un prodotto di esportazione messinese in tutta Europa. La produzione della canna da zucchero, veniva controllata a Messina, dalle nobili famiglie dei Romano e degli Stayti, a tal punto, che  le caracche veneziane, adottate nel trasporto e preferite a quelle genovesi meno capienti, facevano incessantemente rotta su Messina, come l’unica vera area di produzione industriale in tutto il Mediterraneo. E per i due secoli successivi, il commercio e la lavorazione di questa materia prima, facevano capo al regolamento della Giurazia della capitale commerciale del regno di Sicilia.  Pertanto, l’industria saccarifera si andava sviluppando a Messina, di secolo in secolo, mantenendo vivo il ricordo, di un commercio molto redditizio anche, in ambienti europei e mediorientali. Malgrado ciò, la ricerca delle cose buone di un tempo, mi ha portato ad osservare un carteggio, posseduto dalla congregazione dei confettieri siciliani e fra essi, anche dei messinesi. Nel documento risulta chiaramente il riferimento ai “duzzeri” della Città del Faro con l’intenzione di disciplinare proprio in questa città, i regolamenti presenti nel resto dell’isola, e in particolare a Palermo. Già nel cinquecento questi comportamenti, erano vagliati dalle autorità regie, in quanto che, la materia prima cioè lo zucchero, sviluppava tutta una serie di interessi, dai quali ne godevano molti frutti tantissimi enti. Pertanto, sullo zucchero: sia come alimento grezzo, sia come alimento preparato (rottami), sia come alimento trasformato gravavano, numerose gabelle e dazi. Che davano l’idea di una città opulenta, mai sazia e che diversificava le sue produzioni commerciali, in molti campi, sempre favorita dallo zelo della sua gente.  L’organizzazione erariale veniva gestita da ufficiali controllati dal Senato di Messina. Essi erano organizzati in maniera tale, che ognuno potesse controllare l’operato dell’altro e che, allo stesso tempo, non si verificassero raggiri e ruberie; questi ufficiali venivano salariati in modo cospicuo, affinché non fossero tentati a far di cresta sui guadagni. L’ente preposto alla raccolta e alla conservazione delle tasse e delle imposte, si chiamava “ La Tavola Pecuniaria.”
Questo organismo si trovava  presso il Palazzo Senatorio, e il popolo soleva appellarlo con il nome di Banca: in quanto si trattava di una vera e propria banca. Gli ufficiali erariali preposti al suo funzionamento, esigevano tributi in tutto il Val Demone: da ogni ponte, da ogni porta, da ogni torre e guardiola, dove si collocava un limite o un passaggio.  Gli attendenti di questa Tavola Pecuniaria erano 3 governatori: un nobile, un cittadino e un mercante di casa aperta (una sorta di cambia valuta). Ai quali, si assoggettavano altri 3 funzionari contabili controllati dai suddetti attendenti. I contabili dicevo erano: un cassiere di origine gentile, (che disponeva di mille onze, tenute in cassa e fuori cassa);  un notaio della Tavola, il quale gestiva il registro delle segnature (un vero e proprio giornale di cassa), e un controscrittore cioè, un segretario, atto alla registrazione del computo (una sorta di ragioniere). A questi ufficiali delle Tavola, seguiva  un Servente in Tavola(una sorta di maggiordomo): il quale aveva il compito di gestire i locali della Tavola Pecuniaria, conservando le chiavi. Ed era individuabile ed individuato, attraverso la sua livrea rossa. Sempre nello stesso edificio, si conservava il tesoro che era normalmente stipato in un forziere di legno di quercia, rinforzato con cerniere di ferro. La cassa, veniva ricordato, era di notevoli dimensioni, ed appariva come un vero e proprio armadione.
Malgrado gli eccessi della storia messinese, dove non mancano guerre, violenze e ribellioni, malgrado le sventure politiche in cui si è andata ad imbattere Messina e il passare dei decenni, dei secoli, l’industria saccarifera come quella della seta, rimarrà un punto fermo. Se nel XVII secolo le memorie dello sfruttamento commerciale, seguono le vicende dei secoli precedenti, dove i messinesi appaiono, assoluti protagonisti in questo tipo di commercio, nel ‘700 queste memorie, venivano condensate, in appositi organismi i quali, mostravano ancora come riuscivano queste professioni a riciclarsi; conseguendo meriti e privilegi sempre dotali, sempre economicamente vantaggiose. La congregazione dei confettieri di Messina, ha origini ben più antiche di quelle che le assegna il Gallo nei suoi Annali. Dalle fonti più recenti riprese da molti storici, diciamo da quasi tutti, questo organismo dei confettieri, si vide costituito nel 1752, presso la sede della chiesa  di santa Lucia al fondo dell’Uccellatore. Ma, già nel passato come si può intuire, la medesima loggia sintesi degli affari locali per lo smercio e la produzione,  dimostrava i segni di un corporativismo attivo e variegato; la contemporanea presenza di una branchia di “duzzeri” ovvero, i pasticceri, associati e legati nello stesso periodo storico, al fondaco della chiesa di san Nicolo Galtieri, getta un’ombra di mistero, sulla rispettiva presenza in città di entrambi gli organismi professionali. Anticamente, la materia prima che regolava le produzioni di alimenti, trattati con la lavorazione e la manipolazione dello zucchero, ricadeva in ambiti precisi, controllati dalla corona visto che da quella industria, il sovrano cavava numerose sostanze economiche. Ma la rispettiva presenza associata di questi validi operatori, dimostra come questa industria, aveva prodotto nei secoli una nomea distinta e distinguibile, nei piani più alti della politica, e in quelli in cui, gli stati nazionali e sopranazionali, attraverso il dinamismo del commercio messinese dello zucchero, individuavano queste categorie vincenti.
Nelle competenze del Senato di Messina, rientravano anche le mansioni della gestione delle riserve del frumento. Soprattutto, fin dai tempi delle rivolte e delle guerre civili, causate dai disordini che riguardavano proprio la gestione e la conservazione del frumento, furono istituiti, forse già a partire dal 1516 due Conservatori; cioè, due sacerdoti che agivano da garanti, salariati con 60 onze l’anno.  Erano due supervisori, i quali, dovevano garantire che tutto il frumento conservato nei depositi del Senato, servisse a sfamare i cittadini e non certamente, divenisse a cagione del popolo, un mezzo di speculazione come era accaduto in passato, prima dell’istituzione del Peculio frumentario.  Gli ufficiali preposti all’ufficio di detto ente erano 4: due nobili e due cittadini e venivano chiamati Deputati del Peculio. Ad essi, si assoggettavano 2 magazzinieri che avevano il compito di controllare il frumento assegnato ai panificatori. Esisteva anche una terza figura, detta il Rationale (alla latina), che teneva il conto delle quantità di frumento che entravano nei magazzini di questo ente, e quanti ne uscissero oppure rimanessero in quei depositi. Questo ufficiale successivamente, si serviva dell’opera di un Controscrittore; il quale,  di fatto, teneva una scrittura doppia. Questo sistema era un espediente che dava, da un lato, il controllo del quantitativo in denaro tenuto in cassa; dall’altro, era una trovata che permetteva, un indiretto controllo delle competenze del Rationale.

Alessandro Fumia

Il commercio messinese nel Medio Evo

La grandezza di una città  come Messina, è dovuta alla intraprendenza dei suoi cittadini; almeno in questo, si distinguevano i nostri antenati dai rispettivi discendenti. Lo spirito di iniziativa, l’avventura e l’organizzazione dei messinesi, è uno strano ricordo se paragonato all’inerzia dei giorni nostri. Come se a dividerci nella storia, ci sia stata ben più di una motivazione. Lo spirito di un tempo, è stato assolutamente perduto; ed oggi, quei tempi, quel passato glorioso non possono che farci, non poca invidia. L’orgoglio invece, è l’unica soddisfazione che ci resta: quello di ricordare una città alla quale, ispirarsi con la speranza che un giorno, riusciremo ad emulare quelle potenzialità.
L’industria dello zucchero messinese ha origini antichissime ed è legata, alla coltivazione della canna da zucchero proveniente dall’Oriente. La prima ipotesi storica legata allo sfruttamento e alla prima produzione in maniera estensiva della canna da zucchero, si ha nelle prime quattro decadi del XIII secolo. Non esistono documenti al momento per appurare le ipotesi sul tema, mentre viceversa, esiste un documento datato  all’anno 1272  per il quale è possibile individuare, l’origine e il controllo commerciale dello sfruttamento, di numerose materie prime di stanza e produzione a Messina: canditi, pipi, zafarana, cannella, ciodi i caloffiru, e zuccaru.
Gli ambasciatori di Messina, chiedevano ed ottenevano dal re Carlo D’Angiò di aggiornare l’uso della misura di peso del cantaro francese, con  il rotolo siciliano di 33 onze e mezzo. Una necessità avvertita in questo mercato più che altrove, visto il gran numero di scambi e commesse che non avevano paragone in nessun altro emporio del Mediterraneo centro-orientale, se non a Barcellona.
I ricavi che provenivano dal commercio dei “duzzeri”, è cosa abbastanza nota in Sicilia; meno noto è invece, il rapporto che legava i pasticceri e i confettieri siciliani ai messinesi.
Da una nota scritta a margine in un documento, conservato nel Fondo Nuovo presso la Biblioteca Tommaso Cannizzaro, e una carta conservata nel Fondo Antico dei manoscritti della Biblioteca Regionale di Messina, vengo a conoscenza che, il re di Spagna, attraverso le gabelle ricavate dalle paste e dai rottami di zucchero, avendo imposto in Sicilia, un vero e proprio decalogo ai “duzzeri” sulle rispettive produzioni. Di fatto, i regolamenti che ricadevano sulle qualità della materia prima, usata per la realizzazione delle leccornie, dimostrava come anche in questa parte del regno, si erano verificate quelle speculazioni arcinote sulla terra ferma. Messina veniva ricordata in quel   lasso  storico,  come  la  patria  della “pignolata, delle turti di marzapano e cucuzzata,” fatte di zucchero di musturetti (la lavorazione per essiccazione dei fichi secchi).
Nella speculare ricerca delle fonti inerenti, la commercializzazione delle leccornie in Sicilia: alle quali fanno capo, le produzioni dei confettieri e dei pasticceri, bisogna ricordare il ruolo di Messina  nel regno. La produzione della canna da zucchero, dei lavorati e trasformati ( musturetti) come su accennato,  e del miele, aveva sede nella Città dello Stretto già nel XV secolo. Questa commercializzazione della materia prima cioè lo zucchero, era un prodotto di esportazione messinese in tutta Europa. La produzione della canna da zucchero, veniva controllata a Messina, dalle nobili famiglie dei Romano e degli Stayti, a tal punto, che  le caracche veneziane, adottate nel trasporto e preferite a quelle genovesi meno capienti, facevano incessantemente rotta su Messina, come l’unica vera area di produzione industriale in tutto il Mediterraneo. E per i due secoli successivi, il commercio e la lavorazione di questa materia prima, facevano capo al regolamento della giurazia della capitale commerciale del regno di Sicilia.
Pertanto, l’industria saccarifera si andava sviluppando a Messina, di secolo in secolo, mantenendo vivo il ricordo, di un commercio molto redditizio anche, in ambienti europei e mediorientali. Malgrado ciò, la ricerca delle cose buone di un tempo, mi ha portato ad osservare un carteggio, posseduto dalla congregazione dei confettieri siciliani e fra essi, anche dei messinesi. Nel documento risulta chiaramente il riferimento ai “duzzeri” della Città del Faro con, l’intenzione di disciplinare proprio in questa città, i regolamenti presenti nel resto dell’isola, e in particolare a Palermo.
Già nel cinquecento questi comportamenti, erano vagliati dalle autorità regie, in quanto che, la materia prima cioè lo zucchero, sviluppava tutta una serie di interessi, dai quali ne godevano molti frutti tantissimi enti. Pertanto, sullo zucchero: sia come alimento grezzo, sia come alimento preparato (rottami), sia come alimento trasformato gravavano, numerose gabelle e dazi. Che davano l’idea di una città opulenta, mai sazia e che diversificava le sue produzioni commerciali, in molti campi, sempre favorita dallo zelo della sua gente.
Malgrado gli eccessi della storia messinese, dove non mancano guerre, violenze e ribellioni, malgrado le sventure politiche in cui si è andata ad imbattere Messina e ll passare dei decenni, dei secoli, l’industria saccarifera come quella della seta, rimarrà un punto fermo. Se nel XVII secolo le memorie dello sfruttamento commerciale, seguono le vicende dei secoli precedenti, dove i messinesi appaiono, assoluti protagonisti in questo tipo di commercio, nel ‘700 queste memorie, venivano condensate, in appositi organismi i quali, mostravono ancora come riuscivano queste professioni a riciclarsi; conseguendo meriti e privilegi sempre dotali, sempre economicamente vantaggiose. La congregazione dei confettieri di Messina, ha origini ben più antiche di quelle che le assegna il Gallo nei suoi Annali. Dalle fonti più recenti riprese da molti storici, diciamo da quasi tutti, questo organismo dei confettieri, si vide costituito nel 1752, presso la sede della chiesa  di santa Lucia al fondo dell’Uccellatore. Ma, già nel passato come si può intuire, la medesima loggia sintesi degli affari locali per lo smercio e la produzione,  dimostrava i segni di un corporativismo attivo e variegato; la contemporanea presenza di una branchia di “duzzeri” ovvero, i pasticceri, associati e legati nello stesso periodo storico, al fondaco della chiesa di san Nicolo Galtieri, getta un’ombra di mistero, sulla rispettiva presenza in città di entrambi gli organismi professionali. Anticamente, la materia prima che regolava le produzioni di alimenti, trattati con la lavorazione e la manipolazione dello zucchero, ricadeva in ambiti precisi, controllati dalla corona visto che da quella industria, il sovrano cavava numerose sostanze economiche. Ma la rispettiva presenza associata di questi validi operatori, dimostra come questa industria, aveva prodotto nei secoli una nomea distinta e distinguibile, nei piani più alti della politica, e in quelli in cui, gli stati nazionali e sopranazionali, attraverso il dinamismo del commercio messinese dello zucchero, individuavano queste categorie vincenti.

Alessandro Fumia