Carnevale

Lu Carnasciavali di Missina

La memoria storica del carnevale a Messina, mantiene particolari peculiarità; questa festa, le cui origini si perdono nel tempo, è stata sempre oggetto di curiose soluzioni.
Le prime tracce storiche della festa del carnevale, sono segnalate nelle pagine delle rime, componimenti poetici romanzate, presenti nella cerchia dei cantori messinesi, nella corte dello Svevo Federico II.
Di poi, col passare delle stagioni, si è sentito sempre un crescente bisogno, di codificare, un sistema, un linguaggio distinto e distintivo; talmente sentito, da lasciare una traccia rimarchevole, in pagine e pagine del bel vivere nostrano, descritto nelle corti e nelle signorie italiane. Una delle prime testimonianze che celebrano “la recita del carnevale” seguendo un cerimoniale ossequioso e moderno, dove era ricercato il gusto del bello anche in rapporto ai bagordi della folla, si ha già nel 1576. Le cariche civiche di Messina, avevano il compito di organizzare gli eventi; un po’ come accade oggi, a questi incontri, si dava un indirizzo politico favorendo tutta una serie di trovate e stratagemmi, organizzati dal gruppo di potere che soprintendeva la città.
Le fonti storiche di Messina, osservano come in una linea di confine, l’inizio di un nuovo programma culturale, meno abbottonato che in passato, allontanandosi da una strada ancora legata a concetti religiosi tipicamente clericali: non che il teatro, primo fra tutte le forme di espressione, ne fosse lontano o imbottigliato in sistemi linguistici antiquati fra i siciliani anzi, quello messinese seppe sempre anticipare i tempi e le mode nell’isola: ma, in pieno Rinascimento, anche Messina, si apprestava ad abbandonare le antiche cerimonie religiose, abbracciando il tema frivolo della festa. Con tutti quei vantaggi che la stessa celebrazione acconsentiva per l’epoca e la situazione politica del tempo. La Città dello Stretto più di tutte le consorelle del regno di Sicilia, favorita da una opulenza derivata dai suoi traffici commerciali, si apriva al mondo, attraverso i canali principali del gusto, del nuovo, attrezzati nelle corti italiane. Infatti, alcuni documenti rilevati dal sistema festivo messinese durante il carnevale, annotano modelli tipicamente fiorentini o veneziani.
Storicamente, l’origine di questa fase culturale viene fissata proprio agli inizi del cinqucento, accostata alla fase politica in cui Messina riconosce come sovrano Carlo V; ma le carte, storicamente parlando, fissano nuovi schemi in rapporto alla recita giusto appunto, già a partire dal 1573 dove, si abbonda di espressioni volgari, triviali, sconcezze serbatoio del volgo: licenziosi programmi aperti a una società peccatrice, slegata dai concetti rigidi e protocollati voluti dal clero sempre pronto ad ammonire l’uomo se si allontanava dal vecchio per il nuovo. In quel preciso momento storico, dove la città satura di gioie, di orgoglio civico, di vittoria sotto le insegne di Don Giovanni e vicina ai bagordi del trionfo sul barbaro invasore, proprio in quel momento dicevo, venne colpita dal morbo, da contingenze vecchie ed inattese, fino ai giorni in cui, proprio dal nobile La Rocca, e dalla sua cerchia famigliare, notevolmente radicata nei meandri e negli uffici del Senato, dava un nuovo impulso al bel vivere alla spensieratezza.
La peste, abbattutasi sulla città aveva lasciato segni inconfutabili, gettando nello sgomento molte famiglie e in città altrettanti lutti, stentando a ritornare alla vita. Non mancavano occasioni per ritornare al quotidiano prima dell’epidemia: ma la gente, sdegnata dagli odori di morte che si percepivano in ogni angolo, in ogni via, non riusciva ad accettare la gioia del vivere e le bellezze della vita. Da che, un nobiluomo, quali fu Don Paolo La Rocca, si diede ad organizzare un simposio mascherato con sfarzo e con lusso, come da tempo non si ricordava più in città. Ecco una breve cronaca di quei giorni, dove appare la forza positiva e lo spirito intraprendente dei Messinesi:
“…nel carnevale del 1576, una commedia rappresentavasi in Messina con apparati da degradarne i più belli, che sino allora s’erano fatti. Don Paolo La Rocca, onde festeggiare, il ritorno di coloro che la peste del 1575 aveva fatto allontanare, dalla città, e per fare deporre loro le vestimenta di lutto, diede la cura della commedia a una Compagnia di comici detta degli Uniti; che allora cominciavano ad andare per l’Italia e fuori, rappresentando commedie e tragedie.
Or venuta la sera dell’ultima domenica di carnevale, scrive chi la vide, si trovarono essere ottima- mente apprestati: così per la scena che la commedia come gli ordini delle segge per gli spettatori, in ampia e capacissima sala. D’ogni intorno, di finissimi e vastissimi panni di razza adornata, e di molte ed artificiose lampade illustrata, che di odorato liquore il lume nutrendo, molto splendore ed odore in ogni parte mandavano. Questa sala era in guisa di bello teatro formata, da un capo della quale era collocata la scena, nel cui frontespizio appariva le sembianze di una gran città formata maestralmente da ingegnosi legniaiuoli, e da ottimi pittori con disegno d’ottimo artificio di prospettiva eccellentemente adombrata. Fra i convitati e le donne, si vide tant’oro ed argento, tanti fregi di perle e di gemme adornati che in questa città ancora veduti non furono. Intorno a un’ora di notte, si fece cader come piovendo dal cielo, dall’alto della sala, arredata di tele di color turchino raffigurato, con vaga distinzioni di maggiori e di minori stelle, una moltitudine di piccole carte nelle quali si leggeva un sonetto, composto dallo stesso Don Paolo.”
La festa, raccoglieva consensi nella popolazione messinese, e nei secoli, divenne motivo di competizione, a volte anche di gareggiamento vero e proprio fra i villani o i cittadini, favoriti, dagli accorgimenti apportati dal Senato messinese; il quale, aveva introdotto, una serie di pregi ovvero, dei premi anche in denaro per favorire nuove trovate e stratagemmi, galvanizzando il popolo nella festa. Il teatro, come ebbi a dire prima e i suoi molteplici aspetti, era un finissimo espediente politico: a Messina, così come in tante altre città italiane, la rappresentazione teatrale, oltre a favorire il diletto del popolo, dal più abbiente al più miserevole suo cittadino, nascondeva secondi fini e secondarie occasioni.
Una maschera secondaria ottocentesca, era il Pacchianu o la Pacchina a secondo del sesso: non si sa con certezza, il ruolo ne i vestimenti, ma, si è certi nel collocare questa caricatura nella Città dello Stretto. Così anche, sono segnalate altre caricature, note a suo tempo in tutta la Sicilia, tristi personaggi vissuti a Messina: o come gli intellettuali siciliani osservano, prototipi di gente relegata in virtù di particolari attività, a un luogo piuttosto che a altra città. Se non che il Vigo segnalava a Messina in un sonetto, una caricatura tipica del messinese, inteso dal popolo Scorcia’mpisi. Mentre, nei suoi casali, veniva ricordato una variante dello stesso prototipo messinese, per altro segnalata dal Pitrè che la collocava bel borgo di Gesso. In città ormai, aperta ai baccanali, veri e propri festini, dove l’occasione favoriva istintive soluzioni, col passare dei secoli, si erano sviluppate, vere e proprie scuole di pensiero. L’abbondanza alternata alla carestia, aumentava il senso critico dei messinesi verso chi pilotava il rispettivo destino, galvanizzando la ciarla, o la satira; e con essa, si accresceva nella gente, la voglia di individuare un capo espiatorio, si offriva l’occasione, di deridere la sfortuna, la mala sorte e il carnevale adesso, era la vittima privilegiata, era l’occasione. In questi sollazzi, dove il potente era alla pari dello straccione, dove l’uomo era sullo stesso piano della donna se celati dalla maschera, tutto era possibile, tutto accadeva. Ma, se da un verso, il carnevale era sentito come momento liberatorio di immaginarie catene, la caricatura, presente nella festa, permetteva di vanificare la quaresima, di allontanare la penitenza. La fame restava tale in tempo di festa o di novena. Il riso leniva le gravità della vita, eccone la futuribilità, eccone l’occasione. Sia nelle strade quotidianamente, sia fra le mura domestiche del signore, la caricatura carnascialesca, viveva di vita propria, libera di esistere malgrado i precetti religiosi o municipali.
Il teatro concentrava e favoriva il manifestarsi del carnevale anche fuori da schemi programmati. E la dove, questo aveva la possibilità di esistere, la dove la società si dava all’oppio della risata, solo in quei luoghi, l’espressività veniva proiettata alle massime potenze. L’attore, principe delle scene, era un araldo potente, un anfitrione nocchiero di una festa passata, se si era in quaresima o un fine poeta, se si era pronti a celebrarlo.
Adesso, il carnevale era la vita stessa e per essa, poteva assecondare nel ludibrio di una scena il proprio io, a dispetto delle regole. Nell’uomo del passato, valicare i confini delle regole, era un potere, avvertito per elevarsi o per compiacersi a dispetto del rispettivo destino. La maschera dunque, non era soltanto una forma di espressività, ma diventava, motivo di libertà. E la potevi trovare in tempo di carnevale o durante tutto l’anno, purchè si lasciava prendere, purchè si concedeva alla fantasia del volgo. Messina, come tante altre realtà italiane, assecondando questi schemi, era riuscita a ritagliarsi un posto nelle prime file dei regni della penisola. Essa stessa era divenuta una maschera, un modello da imitare o da invidiare. Il gergo messinese, era apprezzato e riconosciuto come un idioma importante fra le voci linguistiche italiane. Fonte di ispirazione per i suoi e fra gli stranieri, un modello linguistico da imitare nelle botteghe teatrali. Così che, autori, musici, compositori crearono scene, canti e melodie, pensando in messinese, musicando in messinese. Era il trionfo della municipalità, la consapevolezza di essere al contempo emporio e regno, città e clique di vita. Essere messinese voleva dire, appartenere a un modello vincente, positivo. Essere messinesi voleva divenire, sinonimo di rispetto e orgoglio civico, tutti valori perduti dalla nostra gente da secoli. In questo momento della storia, Messina, aveva saputo ritagliarsi in questa forma d’arte, notevoli rappresentanti. Le maggiori compagnie teatrali, come in un ricco cartellone, prendevano con il modello mascherato, il genere teatrale da porre in scena. E se nell’aristocrazia veneziana e fiorentina si parlasse messinese, nessuno si scandalizzava. E se, fra le mura di Ferrara o a Cremona o nella dotta Bologna si applaudivano comici e buffoni che prosavano in dialetto messinese, nessuno si arrovellava l’animo. Era un modello alla moda, da imitare, da portare nel convivio fra gli amanti, era espressione ed espressività nel contempo. Nella commedia dell’arte, già a partire dai primi albori, potevano coesistere le notissime maschere di Pulcinella, Pantalone, Arlecchino con la nostra Giovannello; quest’ultima era la maschera di Messina. Cortese ed intrigante, sbarazzino ed insolente, il Giovannello, fu un modello di servo in scena, adoperato dalle compagnie romane, napoletane e venete di quegli anni. Il modello messinese, veniva animato nel simpatico simposio della commedia, mettendogli in bocca, parole e versi tipiche del linguaggio messinese. Non solo un modello di costume, non solo una pezza variopinta, ma anche un prototipo, un modello riepilogativo e riconoscitivo del faccendiere, dell’intrigante mercante visto e ripreso, dalla quotidianità, dalle attività che contraddistinguevano i messinesi fuori dal rispettivo contesto territoriale. Gli intellettuali messinesi, seppero lasciare, grande dimostrazione di se, nelle proprie trovate, nelle rime, nelle composizioni distinguendosi, in opere originali e alla moda; riuscendo a trattare materie complesse per l’epoca, dove uno dei primi e principali ostacoli, fu il linguaggio costretto nel seno di un idioma, dove la battuta e il motteggiare in siciliano, napoletano, veneto o messinese, restava comprensibile nell’italico suolo, o sfuggiva degradandosi in terre straniere o in Europa. Anche qui, un grande autore figlio di Messina, seppe portare un esempio della duttilità linguistica della sua gente: la quale, abile nel commercio e fra i banchi di impavidi e scaltri mercanti, provenienti da ogni parte del mondo, albergando nei lidi dello stretto, seppe cantare la follia della sua gente in tanti modi, con nuove trovate e stratagemmi lessicali e in lemmi differenti.
Gli attori e le maschere, erano frutto di una cultura all’avanguardia in Sicilia; e Messina in questo, seppe sempre distinguersi.
Il canto popolare nella ricorrenza della festa, portava con se contingenze mai vane: celebratissimo nel XVII secolo, il grande Jossi da Messina, preso a modello da altri autori dialettali italiani e fra i clerici messinesi anche il religioso padre Rao, ne infoltiva le schiere di un civico consesso. Essi come tanti altri, favorirono quelle compagnie teatrali, affamate di soluzioni, di novelle di scene, . A Messina in questi anni, giravano numerose compagnie di teatro ambulante, favolosi in scena e semplici allo stesso tempo che tanta magica ilarità distribuivano agli astanti.
La forza dell’ode si fondeva a quella della quartina in rima, utilizzando versi in bassa lega e trovate di grande respiro; tutto un fagotto, ben acconcio, ben fatto, risultato del tema, della festa aperta a strane stravaganze, a improponibili solfeggi. Durante il carnevale ci trovavi la poesia popolare uniformata al ramo dialettale, uniformandosi al linguaggio del posto attraverso le maschere della compagnia dell’arte. A Messina, i suoi attori, sapevano cimentarsi in schemi diversi, favorita da questa disposizione d’animo della sua popolazione, sempre portata a godere dello scambio di nuove esperienze. Il suo popolo capace di altezze sconosciute in altre realtà nell’iisola, sapeva cimentarsi in tutte quelle condizioni che esaltavano la maschera, il genio pazzerello ed estroverso della sua gente. Una delle figure carnascialesche più controverse, era quella del Pasquino. Ci trovavi versioni reggiane, parmensi, romane, ma anche messinesi.
La cultura popolare della Città dello Stretto e i suoi rappresentanti, erano riusciti nel tempo, a creare un modello culturale a cui identificarsi, modificandolo ed accrescendo in nuovi prototipi sia lessicali che figurativi, forte non solo di una tradizione burlesca, ma anche di testi e di invenzioni, apportate da emeriti ed illustri cittadini.
Dalle cronache dei viaggiatori più o meno famosi sulla ricorrenza del carnevale messinese, si colgono descrizioni straordinarie, che ci aiutano a comprendere la meraviglia degli ospiti e il brio della popolazione. Nel febbraio del 1847, H. Colburn funzionario regio britannico, presente a Messina, durante un suo sopralluogo in Sicilia per affari, descriveva sbalordito quello che la gente era in grado di mettere in piazza.
“…era tempo di carnevale, quando giunti a Messina, presso questa città, come ci dicono i marinai, ci stanno un sacco di divertimenti di carnasciavale; in italiano come in spagnolo, questa festa, serve ad annunciare una momentanea separazione dai riti cristiani, dove si può mangiare grande quantità di carne di manzo e di montone, consumando salsicce di tutti i tipi. Se questo festival deriva dalle saturnalie dei tempi romani, lasciamo agli archeologi di esprimersi in merito. In questi tre giorni di allegrie, si parla e si discute al riparo di una maschera, durante la quale tutto si trasforma in baldoria. Nei paesi cattolici del sud Europa, questo festival è atteso tutto l’anno, nel quale momento vi è concesso di vivere al di fuori delle regole. Spesso si è detto che il divertimento in maschera, non sia congeniale per noi inglesi, eleganti nei modi, scevri da chiacchiere e battute; a Messina è consuetudine, osservare gente in maschera, esercitarsi in sceneggiate, dove si azzuffano a vicenda nella strada grande, lanciandosi l’un l’altro delle prugne di zucchero, camuffati, da una grande varietà di abiti assurdi e grotteschi, ricchi di una grande quantità di sfumature di colore.”
Ripescando, nella cronaca di G. Smith del 1818, pubblicata lo stesso anno in quel di Liverpool una edizione del carnevale a Messina, dove fra le altre stranezze, l’autore non poteva esimersi, di segnalare, l’ardore dei suoi cittadini, intenti e tutti presi a contestare il sovrano, oggetto di scherno e di satira. Tanto lastimo sottolinea, ha questa gente che é pronta a scialare sopra il re, scrivendo:
“… i canti della Sicilia, sono di un carattere cupo. A Palermo e soprattutto a Messina, il popolo durante il carnevale, aveva offeso il re ritenendolo un omosessuale. Le maschere sono state protette su entrambi i lati dal popolo, mentre una folla di ragazzi lavoratori al seguito del carro satirico gridavano, viva il re; la gente non stava allo scherzo e tentava di bloccare quel carro.”
A dire la verità, il clima di quel periodo storico che si respirava a Messina, durante il regno Borbonico era ambivalente: il popolo si divideva a favore e contro. Il malcontento veniva cavalcato da alcuni e scoraggiato da altri, creando le condizioni di nervosismo e di tenzione, sempre vivi, sempre attuali. Infatti anni prima, il governo era stato costretto, energicamente a limitare i fenomeni di piazza. I messinesi, da sempre legati a un loro particolare carattere gioviale, e a un senso delle patrie tradizioni poco comune, soffrivano malamente quella condizione. Gli echi della rivolta anti spagnola erano lontani dal ricordo, come allo stesso tempo il pugno di ferro di Carlo II. Così bastava un niente per far ripiombare la città e i suoi abitanti, in un clima bellicoso.
Quello che accadde, nella ricorrenza di carnevale del 17 febbraio 1791, riportato in una lettera da Brian Hill, ci chiarisce il polso della situazione, ma allo stesso tempo, ci permette di gettare un’occhiata indiscreta, nel costume di quegli anni; dove la gente, continuava ad apprezzare nella festa, una teatralità, foriera di antiche onorificenze mai dimenticate.
“…prima di lasciare Messina per attraversare in Calabria, ho voluto osservare, gli ultimi momenti del carnevale. Le strade quel giorno erano affollate, per vedere passare il carro trionfale, che è stato ostentato attraverso il popolo, trainato da sei cavalli bellamente acconci. All’interno di esso c’erano stipate figure mascherate che offrivano dolciumi ngilippate, diffusamente alla folla; uno degli agenti, il cui compito era quello di spianare la strada, colpì un uomo indisciplinato, facendone scaturire una rissa, durante la quale, trovai fortunatamente rifugio in una farmacia, risparmiandomi dalla folla per non averne pregiudizio. Il popolo, provocò uno scandalo formandosi in due squadraccie per uccidere lo sbirro; mentre sconsolato, me ne ritornai a casa stanco di cuore.”
Sulla stessa lunghezza d’onda, alcuni decenni dopo, un altro viaggiatore inglese Sir Gorge Cockburn ricordava, le meravigliose mascherate del popolo messinese, durante il carnevale del 13 gennaio 1811, dove fra le altre cose annotava, la compostezza della genta sfilando sulla pubblica via anche durante i bagordi nella festa, scatenarsi viceversa nel chiuso del teatro, quello della Munizione, dove non esisteva all’interno di esso, durante quei giorni, ne ordine e neppure disciplina. Anche attraverso questa cronaca, ci giungono notizie interessanti sul costume durante la festa del carnevale messinese, da annotare e valorizzare.
La ricerca sulle tracce del carnevale a Messina ha dato e darà, sempre spunti di studio e di apprezzamento, vista la mole di carte che vengono segnalate, da tanti autori siciliani e non. Nella raccolta di queste memorie non manca anche la descrizione, se pur per sommi capi, e l’individuazione di una maschera ottocentesca, legata al carnevale e ripescata per qualche tempo in città, così come ci viene segnalata in una strenna del 1879: in questa raccolta, si segnalava la caricatura di “ Turi turazziu cu lu manicu di scupa.”
Apparentemente poco originale se non addirittura lacunosa la sua segnalazione, questa caricatura invece, aveva un significato preciso, rivolto a ricordare, l’antico cerimoniere che annunciava nella festa, i convitati d’alto lignaggio. Evidentemente, questa particolare figura non era sfuggita all’occhio attento del popolino.

Alessandro Fumia

Festeggiamenti per Carnevale con maschere e spettacoli per le vie della città, a Francavilla di Sicilia

Tra le manifestazioni di Sicilia dall’effettivo richiamo turistico si annovera il caratteristico Carnevale di Francavilla, un “rituale” che si ripropone puntualmente ogni anno da tempo immemorabile, senza limitarsi ai semplici veglioni danzanti ed alle sfilate di gruppi in maschera e carri allegorici, ormai presenti in qualsivoglia cartellone carnascialesco: a connotare il Carnevale francavillese è, infatti, l’innato istrionismo degli abitanti della ridente cittadina, che sfocia in una dirompente carica di goliardica trasgressività.
Anticamente, ad instaurare in paese l’inconfondibile clima carnascialesco, provvedevano soprattutto alcuni estrosi artigiani militanti nel corpo bandistico locale i quali, nei pomeriggi che precedevano le serate di veglione, sfilavano per le vie del centro storico con costumi e trucchi strampalati ed intonando con i loro strumenti le tipiche “colonne sonore” del Carnevale di Francavilla, sopravvissute a tutt’oggi: “Ci ‘u visti” e la “Fasuledda”, che ancora adesso, arrangiata con i ritmi più in voga, costituisce la “sigla finale” dei veglioni danzanti.
I veglioni di febbraio hanno da sempre luogo nella centrale Via Vittorio Emanuele che, per almeno sei serate, si trasforma in una grande balera, dove tutta la popolazione locale, anche quella meno esperta nell’arte della danza, e numerosi visitatori provenienti da tutta la Sicilia Orientale, si riversano per celebrare l’irrinunciabile rito della “trippata” all’aria aperta. E durante quei veglioni, il Carnevale di Francavilla consentiva un tempo alle più irreprensibili donne del luogo di potersi abbandonare, almeno una volta l’anno, ai piaceri della carne: rese anonime da maschere ermetiche, spesso ne approfittavano per instaurare pruriginosi contatti fisici con gli esponenti del sesso opposto, non essendoci a quei tempi per loro altre occasioni di… evasione.
La trasgressione sessuale (ovviamente in forma di spiritosa allusione che ci si sforza di non far mai trascendere nel volgare) è, dunque, l’ingrediente pregnante dei festeggiamenti carnascialeschi di Francavilla. Lo dimostra esplicitamente l’inequivocabile simbologia erotica che accompagna la cerimonia conclusiva, ossia la goliardica pantomima del solenne “funerale” di Re Carnevale, denominata “‘A Cianciùta”. In tale occasione, lungo il corso principale del paese, vengono fatti sventolare i colorati vessilli del “baccalaro”, della “salsiccia”, delle “provole” e dell’”asso di bastone”, chiaramente allusivi agli attributi intimi di entrambi i sessi. I drappi ed i cartelloni riproducenti tali simboli, fanno da cornice al grande “catafalco”, allestito sul cassone di un camion, dove il fantoccio di Carnevale viene macchiettisticamente “pianto” da uomini vestiti di bianco e con la faccia infarinata (denominati “scunchiudùti”, ovvero “uomini sconclusi”), tra cui si annoverano persino seri ed irreprensibili professionisti del luogo che, in ossequio all’antico motto “semel in anno licet insanire”, fanno anch’essi a gara per tributare le dovute “esequie” al Re Burlone, non mancando di cimentarsi in maccheroniche “orazioni funebri”.
A Francavilla di Sicilia, insomma, il Carnevale conserva a tutt’oggi la sua essenza più autentica, ossia la trasgressione e lo sfogo sessuale in vista del periodo di mortificazioni che avrà inizio, all’indomani, col Mercoledì delle Ceneri, essenza testimoniata dalla stessa etimologia latina del nome: “addio alla carne” (carne vale) o “togliere la carne” (carnem levare).

da “Appunti sull’Alcantara e dintorni” di RODOLFO AMODEO

Carnevale di Rodì Milici dal 3 all’8 marzo

La rappresentazione carnevalesca dei “Mesi dell’Anno”, che si svolge a Rodì Milici è una sorta di personificazione dei dodici mesi dell’anno, in chiave satirico-umoristica.
I Mesi dell’Anno rientrano nella tipologia dei Carnevali “strutturati” (Allegoriche), quelli cioè che prevedono una prescrittiva e inderogabile forma rappresentativa. Più in particolare, nel caso di Rodì Milici, si fa anche riferimento ad un copione, dove sono riportate le “parti” che ogni singolo Mese, il Re, il Poeta e il Borghese – questi i protagonisti dei cerimoniale – devono interpretare, nel rispetto di un modello recitativo-declamatorio, affine a quello un tempo usato dai cantastorie e dagli opranti. A differenza poi di altri rituali carnevaleschi messinesi, i Mesi dell’Anno di Rodì Milici vantano, o per lo meno così riferisce la tradizione, un’origine storica ben precisa.
La rappresentazione ha luogo nelle prime ore della domenica e del successivo martedì Grasso. I dodici mesi distinti da un mascheramento referenziale allegorico, realizzato con soluzioni povere ma di grande efficacia visiva ed evocativa, un tempo in groppa a degli asini e oggi su cavalli, anche loro bardati a festa , e accompagnati dai loro attendenti, giungono in piazza. Qui, a turno, con fare minaccioso si rivolgono al Re (Principi, Re e Cavalieri) e, dopo, aver vantato i privilegi insuperabili che recano al benessere della comunità, chiedono, nella provvisoria inversione dei ruoli che mette in crisi l’autorità costituita, in maniera perentoria ed esclusiva la corona, espressione massima dei potere.
Spetterà al Poeta, alla fine delle appassionate perorazioni dei Mesi, il compito di ricomporre l’insanabile conflitto, ristabilendo così le consolidate certezze del vivere quotidiano. La parte finale del copione, che chiude e suggella il cerchio allegorico del cerimoniale, è recitata dal cosiddetto Borghese, una sorta di io narrante, identificatile con l’autore dei versi, che esalta la figura del Re e non solo quella allegorica, ma anche quella storica.