Capo Peloro

Recenti ritrovamenti archeologici a Rometta Marea

E’ di pochi giorni fa, la notizia del ritrovamento di resti archeologici nel piccolo paese della provincia messinese di Rometta marea. Durante i lavori di realizzazione di uno scantinato in via Fondaco Nuovo, infatti sono stati riportati alla luce, frammenti di terracotta e ceramica, risalente al I secolo d.C.. I reperti sono affiorati ad una profondità di circa 3 metri e apparterrebbero  probabilmente ad una costruzione. Diversi son stati fino ad ora i ritrovamenti nelle aree limitrofe al paese di Rometta, in una zona inscrivibile in un’area che si estende dal Capo Peloro al promontorio del Tindari, ad attestare proprio lo stanziamento di popolazioni in età augustea su tutto il tratto costiero, come dimostrato, peraltro, da altri ritrovamenti nella zona di Spadafora. In questo periodo, infatti, la vita economica pulsava nei piccoli centri urbani della costa della Sicilia settentrionale. La zona, ricordiamo, era di grande interesse, grazie al passaggio delle navi commerciali che facevano rotta per l’Africa.

fonte: http://www.assomarduk.it/reperti%20rometta%20marea.htm

Cannoni di Capo Peloro: breve analisi critica

A distanza di qualche anno, è opportuno procedere ad una sintetica analisi dei tre cannoni, oggetto più di forzature storiche  e celebrative, che attendibili identificazioni su basi tecniche e fondati studi scientifici. Si tratta di tre malandati pezzi da marina in ferraccio piantati sulla spiaggia di punta Sottile e recuperati due anni addietro, per scopi che a distanza di tempo, non sono ancora chiari.
Il cannone maggiore è stato descritto dai comunicati e dalle “schede tecniche” come avente  «lunghezza convenzionale, dall’anello di culatta alla bocca» di 289 cm. Il diametro interno è stato dichiarato di 160 mm, quindi riferibile ad un 32 libbre, giudicato eccessivo poiché allargato per usura da impiego e quindi da ritenersi originariamente un 24 libbre con diametro di 148 mm, o meglio  un 18 libbre con 134 mm.
Sarebbe innanzitutto interessante conoscere il metodo col quale è stato possibile misurare al millimetro gli alesaggi, ovvero i diametri “interni” di cannoni  aventi “le bocche  corrose e totalmente occluse” con palle appiattite o deformate.
Inoltre le cifre citate non sono certo sufficienti a stabilire identificazioni e appartenenze nette e definitive, anche perché non è stato indicato il tipo di libbra utile a determinare il calibro.
E’ infatti  bene premettere che la determinazione della potenza di artiglierie di tal genere, è necessariamente legata al calcolo del peso della palla in uso, espresso in libbre. E’ altresì risaputo che la libbra non era misura unica ma variava tra Stato e Stato (ad esempio: libbra inglese = 453 gr, francese 489, spagnola 460, svedese 424, danese 499, portoghese 458, austriaca 560, piemontese 369 ecc). A ciò si aggiungeva la somiglianza nel design delle artiglierie e dal tardo Seicento in poi, anche l’adozione di calibri simili a cura dei vari regni.
Per avere qualche dato e certezza in più sarebbe stato opportuno verificare il tipo di materiale e le dimensioni delle palle conficcate nelle bocche, nonché misurare la lunghezza dal bottone alla gioia, il peso e le dimensioni della canna, dei bottoni, degli orecchioni e soprattutto della culatta la quale in casi come questi, in cui l’alesaggio non è misurabile, può dare informazioni molto utili sulla potenza del cannone. Del resto già ad occhio nudo una culatta per ipotetico pezzo da 32, si distingue nettamente per dimensioni da una per 18 libbre.
La nazionalità inglese,  il calibro, il servizio nella marina tra il 1685 e il 1715 e la vendita ai Savoia in Sicilia, descritti nelle schede, sono argomenti tutti da dimostrare poiché non vi sono indizi concreti e perfettamente leggibili sul cannone, né sono state fatte specifiche misure, ed esibiti documenti comprovanti ciò. Dati i grandi produttori ed esportatori  di artiglierie, in primis la Svezia, si tenga presente che il luogo di fusione di un cannone non corrispondeva necessariamente alla proprietà dello stesso. La Brown e il Caruana affermano che il mercato delle commissioni di cannoni era talmente complesso, che in realtà le artiglierie una volta uscite dalle fonderie, potevano essere armate «in qualsiasi nave di qualsiasi nazionalità».
Gli elementi fondamentali per l’identificazione immediata sono il marchio e data di fusione e lo stemma. In assenza o carenza di questi indizi l’analisi si complica, potendosi soltanto indicare un generico periodo di fusione in base al design (fine Seicento, primi Settecento).  L’anno di fusione del cannone non è stato rilevato né citato dai comunicati, ergo non si conosce la data di produzione e di conseguenza non è possibile citare nessun periodo di uso, servizio navale, collaudo e quant’altro.
Sull’orecchione sinistro vi sono invece  i resti di una iniziale simile  a F,  P o  altro, indizio affatto menzionato dagli studi ufficiali, ma utile a risalire al fonditore e quindi al luogo di fusione.
Inoltre è tecnicamente difficile se non impossibile che sulle artiglierie in ferraccio commissionate e fuse in un dato luogo e recanti il simbolo del regno o sovrano committente, in questo caso indicato come inglese, si potesse riportare lo stemma del nuovo acquirente, ipotizzato come sabaudo, in sostituzione di quello originario. Delle due l’una.
Lo stemma impresso tra il secondo rinforzo di culatta e il primo di volata, è parecchio consumato e di difficile lettura. La teoria dell’appartenenza sabauda, oltre ai motivi succitati, non trova fondamento poiché la relativa corona chiusa è tipica di una comune tipologia da sempre in uso a tanti altri regni sino in epoche moderne. I testi di numismatica indicano invece che tra il Seicento e il Settecento, Portogallo, Danimarca, Svezia, Francia e Spagna, adottavano corone molto simili a quella del cannone. Anche i resti visibili sotto la corona non possono essere interpretati con estrema sicurezza; del resto la croce, oltre al regno sabaudo, era un simbolo molto in uso in vari altri regni ad esempio Genova, Malta ecc, ed i resti leggibili potrebbero anche essere attribuibili ad uno scudo inquartato, un monogramma o altro. Inoltre il cannone presenta alcune  grezze incisioni “N 17” ,“C” e altri simboli che non sono stati considerati.
Anche il tema dei rivenditori di artiglierie è molto complesso e vasto, non potendo essere risolto citando come prova un unico documento che indica “la richiesta per una licenza di esportazione, fatta nel 1716 da Stephen Peters in riferimento ad una commessa per il Re di Sicilia, allora rappresentato da Vittorio Amedeo II di Savoia”; regnante di cui però non si fa menzione alcuna circa i simboli e monogrammi che adottava sulle artiglierie di marina. Tale “raro” documento che andrebbe  a questo punto reso pubblico, dovrà infatti indicare con certezza le stesse caratteristiche  e potenza del cannone in questione, compresi stemma, marchio e  data di fusione, caratteristiche che allo stato dei fatti sono praticamente sconosciute.

Gli altri due cannoni

Circa i due cannoni minori è stata dichiarata una «lunghezza convenzionale, dall’anello di culatta alla bocca» di 228 cm e un calibro di 120 mm,con palla da 8 libbre, e la certa fusione in Svezia.
In realtà la mancanza sia dei marchi (gli orecchioni sono consumati) che delle date di fusione e degli stemmi, rende impossibile l’identificazione. Anche la fusione in Svezia, in cui vi erano varie altre fonderie oltre a quella di Finspong, non può quindi essere dimostrata, seppur si possa trattare di due cannoni rispondenti al Finbanker (di cui esistono vari modelli), ovvero un termine generico riferito a una tipologia inglese della prima metà del XVII secolo, ripreso dagli Svedesi, riprodotto nel secolo successivo ed esportato in tutta Europa per le marine e le flotte commerciali svedese, danese, francese, olandese e altre.
Circa la determinazione della potenza in base alla misurazione del diametro interno dei cannoni (aventi design differenti), anche in questo caso le bocche sono totalmente occluse, ed è quindi impossibile misurare gli alesaggi, Inoltre salvo che all’epoca non esistesse una libbra pari a 888 grammi (le libbre in uso ai vari regni sono state indicate nelle pagine precedenti), un cannone indicato come da 8 libbre non può avere un alesaggio di 120 mm, bensì inferiore. Il calibro è stato dunque rilevato non sulla base di specifiche e varie misurazioni, ma interpretando soltanto alcune grezze e forse successivi iscrizioni (visibili anche sul cannone maggiore) incise sui pezzi con diversa calligrafia, ovvero “C 8”. Infatti un  cannone riporta sulla piattabanda “N 13” e di fronte in posizione opposta “C 8” e un simboletto irregolare accanto, mentre parallela alla volata vi è una vistosa scritta le cui ultime lettere sono “ …atile (o utile) da 8”, forse “Riutile da 8”, con un piccolo simbolo irregolare accanto. L’altro pezzo riporta “N 29” e sotto “C 8” con frapposto un simbolo irregolare.
Risulta evidente che i tre cannoni non sono stati identificati.

L’allargamento e l’occlusione delle bocche

I comunicati nel determinare la potenza  del cannone maggiore hanno ipotizzato tre calibri in base agli alesaggi: 32 libbre- 160 mm; 24 libbre- 148 mm; 18 libbre-134 mm. Tale varietà di cifre, dovuta alla ovvia difficoltà di misurare bocche otturate e consumate, è stata giustificata con l’allargamento della bocca di 1,2 e/o 2,6 cm a causa dell’usura da impiego. Tuttavia essendo il pezzo occluso non è possibile misurare e verificare lo stato dell’anima. Ma un allargamento del genere è inverosimile, poiché avrebbe reso il cannone sventato e inservibile per via dell’esagerato aumento del vento, cioè la differenza millimetrica tra il diametro della palla e quello dell’anima; il cui aumento di pochi millimetri dovuto al continuo sfregamento e scuotimento della palla durante lo sparo, era più che sufficiente a creare gravi problemi di gittata e precisione. L’unico effetto ottenuto usando palle di calibro originario in artiglierie allargate di vari centimetri, era quello del fumo a palla ferma. Perciò l’allargamento delle bocche dei tre cannoni è più verosimilmente dovuto allo stato di corrosione del metallo delle volate, palesemente consumato a seguito del lungo abbandono ed esposizione all’aperto. Per tali motivi si ribadisce la necessità di altre misurazioni molto utili a chiarire la questione della potenza.
Le tecniche di occlusione di artiglierie ad avancarica erano varie e l’inchiodatura era solo una di queste risolvibile procedendo alla schiodatura mediante l’introduzione sul fondo dell’anima di una specifica carica di polvere o nei casi più difficili creando un nuovo focone. In alternativa, i metodi più sicuri erano quelli di “impiombarle”, sigillando la bocca con piombo, occluderla, oppure introdurre palle avvolte da panni nel fondo dell’anima, o ammaccare la volata.
Le artiglierie destinate ad altri usi non erano necessariamente occluse a fini estetici, ma spesso, una volta dismesse venivano otturate e cedute per vari scopi, ad esempio per l’alaggio o l’ormeggio, come nel caso dei tre cannoni ma anche in quello di Ganzirri, in cui il Lamberti nel 1848 segnala cannoni appositamente piantati sulla riva. Inoltre nell’Ottocento la punta del Faro era ufficialmente considerata rifugio per il naviglio di passaggio in caso di condizioni meteorologiche difficili.

Le batterie borboniche a Torre Faro

Si è scritto nei comunicati che le batterie borboniche distribuite sul litorale tra Messina ed il Faro risultavano già disarmate nel 1829.
Tralasciando i periodi precedenti, in cui tale zona fu sempre armata di batterie, risultano invece notizie differenti. Nel 1831 era operativo l’addestramento degli artiglieri litorali (preposti principalmente a servire nelle batterie costiere) nei territori del regno Nel 1833 il Musci indica la Torre del Faro come presidio di quarta classe comandato da un capitano. Il Rampoldi nel 1834 evidenzia alcune batterie di cannoni poste a difesa della Torre del Faro. Nel 1847 la Torre del Faro era ancora un forte di quarta classe. Il Calvi afferma che  nel 1848 i rivoluzionari siciliani armarono quattro cannoni da 24 libbre  presso il fortino del Faro, una batteria tra la Torre di Faro e la Torre Mazzone a ovest, e altre quattro batterie tra la Torre del Faro e la Torre di Ganzirri sul versante est, ed altre sino a Messina. Lo Scalchi afferma che nel 1848 tra la torre del Faro e Messina furono costruiti dieci fortini, ciascuno armato con quattro pezzi di grossa artiglieria. Il generale Filangieri, indica che nel 1848 presso la Torre del Faro vi era una  batteria a pelo d’acqua e sei altri pezzi, oltre quelli già esistenti. Lo stesso anno il Lamberti descrive «un Faro utile al riconoscimento delle navi in ingresso, posto su una torre accompagnata da un fortino quadrato ben armato». Il Parlamento siciliano inoltre includeva la Torre del Faro tra le Piazze di quarta classe. L’Orsini nel 1852 descrive l’ingresso dello stretto, «chiuso da un seguito di batterie bene stabilite che si prolungano dalla città sino alla torre fortificata del Faro». Nel 1856 l’area di Capo Peloro era ancora dotata di varie batterie, mentre gli scritti di Menghini e Trevelyan indicano la presenza di artiglierie presso la Torre del Faro nel 1860.

L’incompatibilità dei tre cannoni con le artiglierie posizionate dall’esercito garibaldino nell’estate del 1860

L’esercito garibaldino una volta entrato a Messina, si premurò già dal 28 luglio di erigere un fronte a mare ricco di batterie costiere lungo la costa nord della città, con artiglierie di preda bellica provenienti da Palermo, Milazzo e Messina.
Si è ipotizzato che tra queste artiglierie vi fossero anche i tre cannoni esaminati. Il Cavour afferma che il colonnello Orsini prese da Palermo dodici cannoni, una batteria da montagna, una da campo e due mortai, e da Milazzo due mortai per un totale di 39 pezzi. Il Gay indica sei pezzi da 60 libbre e vari altri da 80, più artiglierie da campagna e colubrine. Il Bandi cita i grossi cannoni presi dal castello di Milazzo e da alcuni forti di Messina. L’Oddo racconta che da Palermo e Milazzo furono presi dodici pezzi da 24, una batteria da montagna, una da campagna e 9 mortai. Ulteriori fonti parlano di Paixhans da 80 libbre e cannoni da costa da 33 lunghi napoletani su speciali affusti; il Castiglia afferma che dal 28 luglio furono costruite le batterie sull’estremità nord ovest e di seguito le altre verso sud est.. Il Dumas descrive il 28 luglio una batteria di tre cannoni, Forbes invece indica due pezzi da 68 libbre e sei pezzi da 32 della ex pirofregata Veloce. Il Cesari indica 35 bocche da fuoco, di cui dodici pezzi da posizione da 24, sei pezzi da campo, sei pezzi da montagna e undici mortai, già appartenenti all’esercito borbonico.
Nessuno di questi e altri documenti indica tra i pezzi trasportati e utilizzati dai garibaldini per la difesa costiera al Faro, due cannoni navali da 8 e uno “forse” da 18 libbre di fine Seicento -primi Settecento inglesi, sabaudi o altro. La carta delle batterie costruite dal Genio Militare garibaldino nel luglio-agosto 1860 lo conferma, descrivendo chiaramente ubicazione, numerazione e quota delle batterie, con affusti,  numero e calibri delle artiglierie di preda bellica borbonica armati al Faro e idonei per la difesa costiera ovvero: cannoni da 24 e 36 libbre (una libbra napoletana = 514 grammi), cannoni-obici da 60 libbre mod. Millar (progettati nel 1830) e da 80 libbre mod. Paixhans a bomba (progettati a partire dal 1820-30), gli obici da 32 libbre da marina e infine i mortai da 32 cm. A ciò si aggiunga che nel 1860, per un cannoniere borbonico, esistendo ormai armi più efficaci e adeguate agli usi del periodo,  era già impensabile utilizzare in difesa costiera vecchi cannoni inadatti come i tre recuperati, fusi in un periodo lontanissimo per rispondere a esigenze ormai superate. Ancor di più lo era per un cannoniere garibaldino, il quale potendo selezionare le varie artiglierie lasciate dal nemico oppure spartite, molto difficilmente avrebbe scelto tre cannoni del genere, vecchi di un secolo e mezzo, inefficaci e facili al difetto se non all’esplosione, né avrebbe perso tempo adoperandoli per un’improponibile difesa in un luogo insidioso come lo Stretto di Messina, contro navi moderne e ben armate per il tiro a lunga distanza.
Utilizzare in batteria artiglierie del genere nel 1860 avrebbe infatti significato creare un pericoloso vuoto nella copertura costiera. Infatti questi tre cannoni, ipotizzando che nel 1860 fossero ancora funzionanti, avevano calibri, munizionamento, gittate e potenza progettati per l’uso contro il naviglio di fine Seicento o primi Settecento, perciò a dir poco incompatibili con le necessità e gli usi della metà dell’Ottocento, con prestazioni ormai talmente ridotte e inutili per il tiro contronave da non poter affatto raggiungere il bersaglio, o al massimo  “fare il solletico” alle moderne navi da guerra borboniche, veloci, protette  e ben armate anche con pezzi rigati. A queste per un’efficace difesa delle coste era primario e fondamentale contrapporre artiglierie quantomeno simili e di uguale potenza e caratteristiche, allo scopo di scoraggiare e impedire l’avvicinamento e il facile cannoneggiamento.
Infine il luogo del recupero dei tre pezzi non corrisponde con quello delle batteria garibaldina più vicina eretta, ovvero la N III, armata con un cannone da 24 libbre, due cannoni obici  mod. Millar da 60 libbre smontati dalla nave Tukery, e ad agosto con due cannoni obici mod. Paixhans da 80 libbre da marina. Tutt’altro tipo di artiglieria rispetto ai tre pezzi in questione.
Non è detto poi che il luogo in cui sono stati recuperati i pezzi, corrisponda con quello originario. Infatti dato che non vi è nessuna certezza, i cannoni ormai inutili e vetusti, potrebbero anche essere stati trovati altrove in abbandono, o messi fuori uso e ceduti per l’alaggio o meglio per l’ormeggio del naviglio di passaggio in quel tratto di costa. Niente infatti può impedire di ipotizzare che i tre cannoni fossero piantati in loco già prima dell’arrivo di Garibaldi.

Conclusioni

L’unica certezza, così come evidenziato dalle documentazioni, dalle stesse mappe garibaldine e dalle considerazioni di carattere tecnico e storico, è che questi tre cannoni, di cui non è stato possibile avere notizie certe, non corrispondono a quelli armati nelle batterie garibaldine; non furono quindi trasportati da altri luoghi dall’esercito garibaldino e utilizzati a Capo Peloro nel 1860.
Discorso a parte meritano gli  affusti, la cui ricostruzione non ha alcuna rispondenza con quelli alla marinara o a carretta dell’epoca, nonostante esistano molti testi e documentazioni illustrate da cui prendere spunto.
I cannoni sono beni culturali di interesse storico tutelati in linea generale dall’art. 9 della Costituzione e nello specifico dal Codice dei BBCC e del Paesaggio, in materia di: restauro, protezione, obblighi e interventi conservativi, valorizzazione,  spostamento, accessibilità al pubblico, fruizione.
Le attività di ricerca al fine di ottenere e promuovere corrette informazioni tecniche e storiche, sono invece contemplate negli artt. 118 (promozione e attività di studio e ricerca), 119 (diffusione della conoscenza del patrimonio culturale) e 120 (sponsorizzazione dei beni culturali).
Tuttavia se nelle considerazioni finali delle  “schede tecniche”, si ritiene candidamente che “a nulla giova disquisire sulla proprietà militare dei cannoni di Capo Peloro e su chi ne fece un ultimo uso”, ma nel contempo si vogliono commemorare periodi storici di comodo, esibendo e utilizzando reperti che nulla hanno a che vedere con essi, sarebbe stato più semplice evitare di avventurarsi in certe spinose tematiche e ripristinare il monumento ai Mille ubicato nel villaggio di T. Faro, ed oggi non più esistente.

Per i dettagli consultare “Artiglieria ad avancarica a Messina; storia e  caratteristiche”, in Armi Antiche, speciale Italia 150.

Armando Donato M.

Capo Peloro agosto 1860: analisi di una stampa

Premesse

A Messina In questi ultimi due anni, si è tanto parlato e “sparlato “ circa i fatti bellici in relazione all’anniversario della campagna garibaldina in Sicilia nel 1860. E’ bene dunque esaminare una delle tantissime stampe riportate dall’Illustrated London News che documentano quei fatti, spesso in maniera molto precisa. La stampa in questione, pubblicata nel settembre 1860, è certamente una delle più belle ed eloquenti per studiosi e appassionati, poiché mette in evidenza tutta una serie di interessanti particolari utilissimi ai fini dell’approfondimento sotto il profilo sia storico che tecnico.
Essa descrive il duello avvenuto il 22 agosto 1860 tra un batteria garibaldina posizionata a C. Peloro e una grossa pirofregata borbonica.
In quel periodo la milizia garibaldina era entrata in città senza combattimenti da quasi un mese; tuttavia vi sono dei fatti da ricordare.
Infatti tre giorni prima, Garibaldi, partendo da Giardini Naxos, era sbarcato in Calabria presso Melito, quindi passando  ben al di fuori dell’ingresso meridionale dello stretto e dalla parte opposta in cui un mese prima si era stabilito (Capo Peloro), confidando di passare facilmente dal punto più stretto che separa la Sicilia dalla Calabria, conquistare le posizioni nemiche e assicurare il controllo dello stretto. Infatti il dittatore aveva espresso la volontà di sbarcare prima del 15 agosto, forte dalle affermazioni del Cavour che gli aveva assicurato il facile passaggio attraverso lo stretto, senza opposizione della marina borbonica e con la protezione della flotta sarda del viceamm. Persano, tramite il conte Albini.
Tuttavia le cose non andarono come previsto, poiché i tentativi di sbarco effettuati nei punti prestabiliti nel mese di agosto, fallirono o ebbero risultati non troppo positivi. Il tutto a causa della reazione delle navi da guerra borboniche che controllavano lo stretto, insieme alle batterie e i reparti posti sulla sponda calabra.
Ciò costrinse Garibaldi, bloccato con uomini, mezzi e armi a Capo Peloro, ad aggirare l’ostacolo da sud,  seguito il 21 agosto dalle truppe del colonnello brigadiere Cosenz, partite da Capo Peloro e sbarcate tra Scilla e Bagnara, quindi allungando la rotta per aggirare l’ingresso settentrionale dello stretto.
Si trattò dunque di una semplice manovra a tenaglia, eseguita, visti i fallimenti precedenti, per evitare i “pericoli” dello stretto di Messina, a mezzo teste di sbarco allo scopo di stringere  a terra da sud e nord il nemico, comprimendolo al centro. Non vi erano difatti alternative alle fallite azioni previste dal piano originario, che tra l’altro non rappresentava ne una geniale strategia ne una novità, essendone stato considerato uno simile dal Mezzacapo nel 1859 e dai rivoltosi siciliani nel 1848.

La Stampa

In tale contesto si inserisce la stampa in esame che descrive minuziosamente il combattimento avvenuto come detto, il 22 agosto 1860 (mentre le truppe garibaldine erano in Calabria e combattevano per la conquista dei presidi che non aveva potuto prendere con gli sbarchi precedenti) tra la pirofregata Borbone  o Borbona  e una delle batterie garibaldine erette a Capo Peloro; la numero III, armata con due cannoni-obici Millar da 60 libbre a bomba e un 24 libbre (napoletane); artiglierie ottocentesche di preda bellica borbonica.
Si premette che la pirofregata di primo rango Borbone era una delle navi di punta della potente marina borbonica, prima nave ad elica costruita in Italia, varata nel 1860,  dotata di propulsione velica e termica ausiliaria e armata con oltre 50 pezzi di artiglieria liscia a bomba e anche rigata. Quindi una nave nuovissima, veloce  ben protetta e armata, che in quel periodo pattugliava minacciosamente  lo stretto di Messina, insieme ad altre varie navi da guerra.
Il 22 agosto la nave si avvicinò alla costa issando bandiera frances e successivamente quella borbonica, quindi cannoneggiò all’improvviso Faro uccidendo due persone e ferendone cinque. Il giorno successivo ritornò all’attacco provocando un morto e tre feriti.
Passando all’analisi, si notano subito i due suddetti cannoni obici modello Millar a bomba. Si trattava di grosse artiglierie navali in ghisa, progettate verso gli anni trenta dell’Ottocento dall’omonimo ufficiale inglese, in concorrenza col francese H.  Paixhans, ideatore degli altrettanto famosi cannoni obici.
Questa tipologia di tozza artiglieria, intermedia tra un cannone e un obice, era già da qualche decennio ampiamente utilizzata anche a terra e aveva come caratteristica principale il restringimento dell’anima in prossimità della camera di scoppio. Ciò creava una maggiore pressione a seguito dello scoppio delle cariche e quindi maggiori prestazioni, considerando che in dotazione vi erano granate che dovevano principalmente penetrare i legni nemici ed esplodere all’interno.
Tali sistemi, sicuramente innovativi nei primi anni dell’Ottocento, in cui di fatto sancirono la fine del naviglio in legno, seppur ancora pericolosi e di certo superiori per prestazioni ai semplici cannoni, erano nel 1860 piuttosto datati per via dell’anima liscia e del munizionamento a palla; caratteristiche che comunque creavano i tipici problemi di vento, precisione, gittata e  rendimento in generale.
I 60 libbre Millar della batteria, erano gli stessi della pirofregata a ruote  di secondo rango Veloce, che il 9 luglio 1860 durante un servizio di scorta convogli a Milazzo, proseguendo verso Palermo si consegnò al nemico. Il comandante della nave, il C.F. Anguissola, era tra l’altro il fratello di un ufficiale superiore in  servizio a Messina (poi al comando del castello del S.S. Salvatore col grado di brigadiere gen.), il quale venuto a conoscenza del tradimento, propose al comandante, maresciallo di campo De Clary, la degradazione e l’invio presso il fronte di guerra di Milazzo; proposta respinta.
A seguito dell’ammutinamento della pirofregata Veloce, (ribattezzata Tuckery in onore di un “italianissimo” ufficiale mercenario ungherese morto in combattimento), nel quale solo quaranta marinai si ammutinarono su un totale di 140 circa (la restante parte fu trasferita in gran silenzio a Napoli), la nave fu utilizzata dai garibaldini nel fatti di Milazzo, quindi portata a Messina e il 28 luglio i suoi due pezzi da 60 libbre vennero smontati e messi in batteria costiera presso C. Peloro, serviti dagli stessi marinai cannonieri ammutinati.
E’ da precisare che il classico calibro  (dato dal peso della palla in uso) mod. Millar originario, di fabbricazione inglese, era il 68 libbre (una libbra inglese = 456 gr), ma  il 60 libbre (una libbra napoletana = a 510 gr circa) si rifaceva ad una  specifica modifica a cura delle officine napoletane, che nulla avevano da invidiare a quelle più evolute dell’epoca.
La stampa raffigura la batteria costruita su un classico terrapieno elevato e protetto con parapetti di sabbia e sacchi, che proteggono anche il munizionamento di pronto impiego (bombe e cariche di lancio), per agevolare la punteria e dare maggiore assetto e stabilità. I due massicci impianti costieri sono composti da paioli in legno a supporto dei sottaffusti “a slitta” sul quale sono montati gli affusti alla marinara o a carretta dei cannoni. Gli affusti rigidi mancano di tutte e quattro le ruote, poiché il peso delle artiglierie consigliava sostegni più robusti mentre l’energia del rinculo veniva convogliata direttamente sui sottaffusti, composti da un semplice binario in legno. Naturalmente dopo lo sparo il pezzo doveva essere riportato manualmente in batteria.
Un sistema efficace, tenendo conto della natura campale delle installazioni garibaldine, ma certamente di fortuna e limitato circa il brandeggio, se si considera che erano in uso più rifinite e moderne piazzole a lisce per affusti brandeggiabili da circolare (vedi ad  es. la batteria ancora visibile sul fortino borbonico che cinge la torre del Faro da sud).
La tipologia di artiglieria ottocentesca si evince da alcuni particolari ben raffigurati, come ad esempio gli anelli di culatta, ovvero le appendici posteriori in cui si trincava il pezzo facendovi passare dentro una fune, assicurandolo alla murata della nave, oppure all’affusto come in questo caso, in cui la trincatura è a tiranti semplici. Le artiglierie in generale, sino alla fine del Settecento primi Ottocento avevano non l’anello ma il classico bottone di culatta, attorno al quale veniva passata la fune.
Un altro particolare è il sistema di accensione delle polveri d’innesco, non più tramite il classico buttafuoco, ma col sistema a percussione, comandato a distanza a mezzo cordino, cosi come si vede nel cannone di destra, ripreso in azione contro la nave. I serventi ai pezzi, visibilmente in divisa regolare da marinai cannonieri borbonici, utilizzano gli strumenti tipici per l’uso di tali artigliere, ovvero gli scovoli calcatoi e  i vetti di punteria.
I vantaggi della batterie costiere erano senza dubbio dati dall’elevazione su appositi terrapieni e dalla stabilità senza problemi di peso, a differenza di quelle navali. Tuttavia le navi dell’epoca potevano ormai facilmente muoversi e disimpegnarsi confondendo il tiro nemico e facendo fuoco su obiettivi fissi come appunto batterie, depositi ecc.
Si nota infatti come le granate o meglio bombe tirate dalla nave in pieno giorno  da distanza considerevole, colpiscano il personale della batteria in barbetta (quindi a cielo scoperto), essendo fatte scoppiare in alto in modo da irradiare di schegge e detriti sugli obiettivi, con effetti devastanti. Tecnica in uso anche in epoche più recenti.
Per queste e altre motivazioni, una adeguata difesa costiera necessitava logicamente di artiglierie efficienti e affidabili, quantomeno  di pari potenza e caratteristiche, se non superiori  a quelle navali.
Tali concetti sono del resto basilari e universali, riportati in qualsiasi manuale del settore e applicati nei limiti del possibile da ogni  cannoniere e artigliere, specialmente per la difesa costiera in un periodo delicato come quello di metà Ottocento, da considerarsi di transizione circa l’ingegneria navale e la produzione di moderne artiglierie.
Infatti in un luogo “difficile” come lo stretto di Messina, la sistemazione in difesa costiera di artiglierie eccessivamente obsolete e scadenti sotto il profilo delle caratteristiche, poiché progettate in epoche lontanissime per rispondere ad esigenze altrettanto datate,  era assolutamente improponibile e controproducente, poiché avrebbe creato pericolosi vuoti nella difesa stessa, facilitando il compito delle moderne navi nemiche, già capaci di tirare da distanze notevoli, e assolutamente invulnerabili  e irraggiungibili da parte di armi inadeguate o troppo vecchie.
Proprio la stampa in questione insieme a tante altre documentazioni d’epoca, offrono uno spunto interessante per comprendere tali semplici concetti, assolutamente applicati anche dai cannonieri garibaldini delle batterie di C. Peloro nell’estate del 1860.

Armando Donato Mozer

Capo Peloro, i cannoni-obici mod. Millar e Paixhans armati nelle batterie garibaldine nell’estate del 1860

Tra le batterie armate dai garibaldini sulla costa nord dello stretto di Messina nel 1860,  indicate nella relativa carta delle coste con tanto di quota, tipi di artiglierie suddivisibili in cannoni, cannoni-obici, obici e mortai, nonché i tipi di affusto e settore di tiro; una in particolare fa ben comprendere come i tre noti cannoni recuperati in loco nel 2010, nonostante le evidenti forzature storiche, qualora ci fosse ancora qualche dubbio e come viene sostenuto da tempo, nulla hanno a che vedere con le grosse artiglierie usate in difesa costiera garibaldina. Infatti  così come segnala chiaramente la carta, la batteria N° III armata nei pressi della zona del recupero dei tre ferrivecchi (è bene tenere nella giusta considerazione che i luoghi in cui furono armate le batterie garibaldine, erano già stati sedi di più antiche postazioni, trinceramenti e fortificazioni in genere, protagoniste di numerosi eventi bellici) si componeva di artiglierie di grosso calibro di preda bellica  napoletana, ovvero  un pezzo da 24 libbre, due da 60 libbre  e successivamente due da 80 libbre, tutti su affusti da marina. Premesso ciò, non è necessario elencare ed esibire varie documentazioni d’epoca (ne esistono decine e decine di varia natura circa le batterie armate in loco), ma basta avere un minima conoscenza nel settore per comprendere che la batteria armava i cannoni-obici mod. Millar da 60 libbre da marina a bomba (prima metà dell’Ottocento), cioè quelli della ex pirofregata Veloce (poi Tuckery) smontati dalla nave, armati a fine luglio a Capo Peloro e gestiti degli stessi pochi marinai cannonieri borbonici ammutinatisi. Gli 80 libbre erano invece i famosi cannoni -obici mod. Paixhans da marina a bomba, (prima metà dell’800) usati a Messina anche nei fatti del 1848. Il 24 libbre invece, calibro minimo utile, ampiamente utilizzato nelle batterie costiere poiché grazie al maggiore rapporto volata – alesaggio, in gittata rendeva di più dei grossi 36 libbre (armati in altre batterie), poteva essere uno dei tanti pezzi borbonici utilizzati in Sicilia già a partire dalla fine del Settecento inizi Ottocento, tenendo conto che qualsiasi regno (borbonico compreso) procedeva sistematicamente nel tempo al rinnovamento delle Piazze con nuove varie artiglierie e regolamenti sia a scopi difensivi che offensivi, eliminando quelle vetuste e inservibili. Risulta più che evidente, leggendo la carta succitata, che dunque nel 1860 per la copertura costiera contro le moderne navi borboniche, veloci (sistemi propulsivi termici ausiliari), ben protette e armate per il tiro a lunga distanza (ad es. la pirofregata Borbone), erano necessarie grosse artiglierie quantomeno simili e di uguale potenza, non certo i tre pezzi in questione, da considerarsi come piccola e antica ferraglia inservibile e inefficace, progettata in epoche remotissime, rispondente ad esigenze superate da secoli avendo caratteristiche e prestazioni “ridicole” rispetto alla tecnologia di metà Ottocento.  I cannonieri garibaldini che di certo non erano pazzi suicidi, al fine di proteggere le coste da navi nemiche a dir poco pericolose, applicarono questi semplici e ovvi concetti, armando artiglierie il più possibile adeguate all’epoca, nonostante evidenziassero già i limiti prestazionali  per via dell’età (20- 40- 80 anni) e fossero  considerate vetuste per via dell’utilizzo di più moderne artiglierie. L’argomento è molto vasto e complesso, tuttavia in tal  caso per chiarire il tutto sono più che sufficienti queste poche righe. Minimo sforzo- massimo rendimento.
Armando Donato