cannoni

Cannoni di Capo Peloro: breve analisi critica

A distanza di qualche anno, è opportuno procedere ad una sintetica analisi dei tre cannoni, oggetto più di forzature storiche  e celebrative, che attendibili identificazioni su basi tecniche e fondati studi scientifici. Si tratta di tre malandati pezzi da marina in ferraccio piantati sulla spiaggia di punta Sottile e recuperati due anni addietro, per scopi che a distanza di tempo, non sono ancora chiari.
Il cannone maggiore è stato descritto dai comunicati e dalle “schede tecniche” come avente  «lunghezza convenzionale, dall’anello di culatta alla bocca» di 289 cm. Il diametro interno è stato dichiarato di 160 mm, quindi riferibile ad un 32 libbre, giudicato eccessivo poiché allargato per usura da impiego e quindi da ritenersi originariamente un 24 libbre con diametro di 148 mm, o meglio  un 18 libbre con 134 mm.
Sarebbe innanzitutto interessante conoscere il metodo col quale è stato possibile misurare al millimetro gli alesaggi, ovvero i diametri “interni” di cannoni  aventi “le bocche  corrose e totalmente occluse” con palle appiattite o deformate.
Inoltre le cifre citate non sono certo sufficienti a stabilire identificazioni e appartenenze nette e definitive, anche perché non è stato indicato il tipo di libbra utile a determinare il calibro.
E’ infatti  bene premettere che la determinazione della potenza di artiglierie di tal genere, è necessariamente legata al calcolo del peso della palla in uso, espresso in libbre. E’ altresì risaputo che la libbra non era misura unica ma variava tra Stato e Stato (ad esempio: libbra inglese = 453 gr, francese 489, spagnola 460, svedese 424, danese 499, portoghese 458, austriaca 560, piemontese 369 ecc). A ciò si aggiungeva la somiglianza nel design delle artiglierie e dal tardo Seicento in poi, anche l’adozione di calibri simili a cura dei vari regni.
Per avere qualche dato e certezza in più sarebbe stato opportuno verificare il tipo di materiale e le dimensioni delle palle conficcate nelle bocche, nonché misurare la lunghezza dal bottone alla gioia, il peso e le dimensioni della canna, dei bottoni, degli orecchioni e soprattutto della culatta la quale in casi come questi, in cui l’alesaggio non è misurabile, può dare informazioni molto utili sulla potenza del cannone. Del resto già ad occhio nudo una culatta per ipotetico pezzo da 32, si distingue nettamente per dimensioni da una per 18 libbre.
La nazionalità inglese,  il calibro, il servizio nella marina tra il 1685 e il 1715 e la vendita ai Savoia in Sicilia, descritti nelle schede, sono argomenti tutti da dimostrare poiché non vi sono indizi concreti e perfettamente leggibili sul cannone, né sono state fatte specifiche misure, ed esibiti documenti comprovanti ciò. Dati i grandi produttori ed esportatori  di artiglierie, in primis la Svezia, si tenga presente che il luogo di fusione di un cannone non corrispondeva necessariamente alla proprietà dello stesso. La Brown e il Caruana affermano che il mercato delle commissioni di cannoni era talmente complesso, che in realtà le artiglierie una volta uscite dalle fonderie, potevano essere armate «in qualsiasi nave di qualsiasi nazionalità».
Gli elementi fondamentali per l’identificazione immediata sono il marchio e data di fusione e lo stemma. In assenza o carenza di questi indizi l’analisi si complica, potendosi soltanto indicare un generico periodo di fusione in base al design (fine Seicento, primi Settecento).  L’anno di fusione del cannone non è stato rilevato né citato dai comunicati, ergo non si conosce la data di produzione e di conseguenza non è possibile citare nessun periodo di uso, servizio navale, collaudo e quant’altro.
Sull’orecchione sinistro vi sono invece  i resti di una iniziale simile  a F,  P o  altro, indizio affatto menzionato dagli studi ufficiali, ma utile a risalire al fonditore e quindi al luogo di fusione.
Inoltre è tecnicamente difficile se non impossibile che sulle artiglierie in ferraccio commissionate e fuse in un dato luogo e recanti il simbolo del regno o sovrano committente, in questo caso indicato come inglese, si potesse riportare lo stemma del nuovo acquirente, ipotizzato come sabaudo, in sostituzione di quello originario. Delle due l’una.
Lo stemma impresso tra il secondo rinforzo di culatta e il primo di volata, è parecchio consumato e di difficile lettura. La teoria dell’appartenenza sabauda, oltre ai motivi succitati, non trova fondamento poiché la relativa corona chiusa è tipica di una comune tipologia da sempre in uso a tanti altri regni sino in epoche moderne. I testi di numismatica indicano invece che tra il Seicento e il Settecento, Portogallo, Danimarca, Svezia, Francia e Spagna, adottavano corone molto simili a quella del cannone. Anche i resti visibili sotto la corona non possono essere interpretati con estrema sicurezza; del resto la croce, oltre al regno sabaudo, era un simbolo molto in uso in vari altri regni ad esempio Genova, Malta ecc, ed i resti leggibili potrebbero anche essere attribuibili ad uno scudo inquartato, un monogramma o altro. Inoltre il cannone presenta alcune  grezze incisioni “N 17” ,“C” e altri simboli che non sono stati considerati.
Anche il tema dei rivenditori di artiglierie è molto complesso e vasto, non potendo essere risolto citando come prova un unico documento che indica “la richiesta per una licenza di esportazione, fatta nel 1716 da Stephen Peters in riferimento ad una commessa per il Re di Sicilia, allora rappresentato da Vittorio Amedeo II di Savoia”; regnante di cui però non si fa menzione alcuna circa i simboli e monogrammi che adottava sulle artiglierie di marina. Tale “raro” documento che andrebbe  a questo punto reso pubblico, dovrà infatti indicare con certezza le stesse caratteristiche  e potenza del cannone in questione, compresi stemma, marchio e  data di fusione, caratteristiche che allo stato dei fatti sono praticamente sconosciute.

Gli altri due cannoni

Circa i due cannoni minori è stata dichiarata una «lunghezza convenzionale, dall’anello di culatta alla bocca» di 228 cm e un calibro di 120 mm,con palla da 8 libbre, e la certa fusione in Svezia.
In realtà la mancanza sia dei marchi (gli orecchioni sono consumati) che delle date di fusione e degli stemmi, rende impossibile l’identificazione. Anche la fusione in Svezia, in cui vi erano varie altre fonderie oltre a quella di Finspong, non può quindi essere dimostrata, seppur si possa trattare di due cannoni rispondenti al Finbanker (di cui esistono vari modelli), ovvero un termine generico riferito a una tipologia inglese della prima metà del XVII secolo, ripreso dagli Svedesi, riprodotto nel secolo successivo ed esportato in tutta Europa per le marine e le flotte commerciali svedese, danese, francese, olandese e altre.
Circa la determinazione della potenza in base alla misurazione del diametro interno dei cannoni (aventi design differenti), anche in questo caso le bocche sono totalmente occluse, ed è quindi impossibile misurare gli alesaggi, Inoltre salvo che all’epoca non esistesse una libbra pari a 888 grammi (le libbre in uso ai vari regni sono state indicate nelle pagine precedenti), un cannone indicato come da 8 libbre non può avere un alesaggio di 120 mm, bensì inferiore. Il calibro è stato dunque rilevato non sulla base di specifiche e varie misurazioni, ma interpretando soltanto alcune grezze e forse successivi iscrizioni (visibili anche sul cannone maggiore) incise sui pezzi con diversa calligrafia, ovvero “C 8”. Infatti un  cannone riporta sulla piattabanda “N 13” e di fronte in posizione opposta “C 8” e un simboletto irregolare accanto, mentre parallela alla volata vi è una vistosa scritta le cui ultime lettere sono “ …atile (o utile) da 8”, forse “Riutile da 8”, con un piccolo simbolo irregolare accanto. L’altro pezzo riporta “N 29” e sotto “C 8” con frapposto un simbolo irregolare.
Risulta evidente che i tre cannoni non sono stati identificati.

L’allargamento e l’occlusione delle bocche

I comunicati nel determinare la potenza  del cannone maggiore hanno ipotizzato tre calibri in base agli alesaggi: 32 libbre- 160 mm; 24 libbre- 148 mm; 18 libbre-134 mm. Tale varietà di cifre, dovuta alla ovvia difficoltà di misurare bocche otturate e consumate, è stata giustificata con l’allargamento della bocca di 1,2 e/o 2,6 cm a causa dell’usura da impiego. Tuttavia essendo il pezzo occluso non è possibile misurare e verificare lo stato dell’anima. Ma un allargamento del genere è inverosimile, poiché avrebbe reso il cannone sventato e inservibile per via dell’esagerato aumento del vento, cioè la differenza millimetrica tra il diametro della palla e quello dell’anima; il cui aumento di pochi millimetri dovuto al continuo sfregamento e scuotimento della palla durante lo sparo, era più che sufficiente a creare gravi problemi di gittata e precisione. L’unico effetto ottenuto usando palle di calibro originario in artiglierie allargate di vari centimetri, era quello del fumo a palla ferma. Perciò l’allargamento delle bocche dei tre cannoni è più verosimilmente dovuto allo stato di corrosione del metallo delle volate, palesemente consumato a seguito del lungo abbandono ed esposizione all’aperto. Per tali motivi si ribadisce la necessità di altre misurazioni molto utili a chiarire la questione della potenza.
Le tecniche di occlusione di artiglierie ad avancarica erano varie e l’inchiodatura era solo una di queste risolvibile procedendo alla schiodatura mediante l’introduzione sul fondo dell’anima di una specifica carica di polvere o nei casi più difficili creando un nuovo focone. In alternativa, i metodi più sicuri erano quelli di “impiombarle”, sigillando la bocca con piombo, occluderla, oppure introdurre palle avvolte da panni nel fondo dell’anima, o ammaccare la volata.
Le artiglierie destinate ad altri usi non erano necessariamente occluse a fini estetici, ma spesso, una volta dismesse venivano otturate e cedute per vari scopi, ad esempio per l’alaggio o l’ormeggio, come nel caso dei tre cannoni ma anche in quello di Ganzirri, in cui il Lamberti nel 1848 segnala cannoni appositamente piantati sulla riva. Inoltre nell’Ottocento la punta del Faro era ufficialmente considerata rifugio per il naviglio di passaggio in caso di condizioni meteorologiche difficili.

Le batterie borboniche a Torre Faro

Si è scritto nei comunicati che le batterie borboniche distribuite sul litorale tra Messina ed il Faro risultavano già disarmate nel 1829.
Tralasciando i periodi precedenti, in cui tale zona fu sempre armata di batterie, risultano invece notizie differenti. Nel 1831 era operativo l’addestramento degli artiglieri litorali (preposti principalmente a servire nelle batterie costiere) nei territori del regno Nel 1833 il Musci indica la Torre del Faro come presidio di quarta classe comandato da un capitano. Il Rampoldi nel 1834 evidenzia alcune batterie di cannoni poste a difesa della Torre del Faro. Nel 1847 la Torre del Faro era ancora un forte di quarta classe. Il Calvi afferma che  nel 1848 i rivoluzionari siciliani armarono quattro cannoni da 24 libbre  presso il fortino del Faro, una batteria tra la Torre di Faro e la Torre Mazzone a ovest, e altre quattro batterie tra la Torre del Faro e la Torre di Ganzirri sul versante est, ed altre sino a Messina. Lo Scalchi afferma che nel 1848 tra la torre del Faro e Messina furono costruiti dieci fortini, ciascuno armato con quattro pezzi di grossa artiglieria. Il generale Filangieri, indica che nel 1848 presso la Torre del Faro vi era una  batteria a pelo d’acqua e sei altri pezzi, oltre quelli già esistenti. Lo stesso anno il Lamberti descrive «un Faro utile al riconoscimento delle navi in ingresso, posto su una torre accompagnata da un fortino quadrato ben armato». Il Parlamento siciliano inoltre includeva la Torre del Faro tra le Piazze di quarta classe. L’Orsini nel 1852 descrive l’ingresso dello stretto, «chiuso da un seguito di batterie bene stabilite che si prolungano dalla città sino alla torre fortificata del Faro». Nel 1856 l’area di Capo Peloro era ancora dotata di varie batterie, mentre gli scritti di Menghini e Trevelyan indicano la presenza di artiglierie presso la Torre del Faro nel 1860.

L’incompatibilità dei tre cannoni con le artiglierie posizionate dall’esercito garibaldino nell’estate del 1860

L’esercito garibaldino una volta entrato a Messina, si premurò già dal 28 luglio di erigere un fronte a mare ricco di batterie costiere lungo la costa nord della città, con artiglierie di preda bellica provenienti da Palermo, Milazzo e Messina.
Si è ipotizzato che tra queste artiglierie vi fossero anche i tre cannoni esaminati. Il Cavour afferma che il colonnello Orsini prese da Palermo dodici cannoni, una batteria da montagna, una da campo e due mortai, e da Milazzo due mortai per un totale di 39 pezzi. Il Gay indica sei pezzi da 60 libbre e vari altri da 80, più artiglierie da campagna e colubrine. Il Bandi cita i grossi cannoni presi dal castello di Milazzo e da alcuni forti di Messina. L’Oddo racconta che da Palermo e Milazzo furono presi dodici pezzi da 24, una batteria da montagna, una da campagna e 9 mortai. Ulteriori fonti parlano di Paixhans da 80 libbre e cannoni da costa da 33 lunghi napoletani su speciali affusti; il Castiglia afferma che dal 28 luglio furono costruite le batterie sull’estremità nord ovest e di seguito le altre verso sud est.. Il Dumas descrive il 28 luglio una batteria di tre cannoni, Forbes invece indica due pezzi da 68 libbre e sei pezzi da 32 della ex pirofregata Veloce. Il Cesari indica 35 bocche da fuoco, di cui dodici pezzi da posizione da 24, sei pezzi da campo, sei pezzi da montagna e undici mortai, già appartenenti all’esercito borbonico.
Nessuno di questi e altri documenti indica tra i pezzi trasportati e utilizzati dai garibaldini per la difesa costiera al Faro, due cannoni navali da 8 e uno “forse” da 18 libbre di fine Seicento -primi Settecento inglesi, sabaudi o altro. La carta delle batterie costruite dal Genio Militare garibaldino nel luglio-agosto 1860 lo conferma, descrivendo chiaramente ubicazione, numerazione e quota delle batterie, con affusti,  numero e calibri delle artiglierie di preda bellica borbonica armati al Faro e idonei per la difesa costiera ovvero: cannoni da 24 e 36 libbre (una libbra napoletana = 514 grammi), cannoni-obici da 60 libbre mod. Millar (progettati nel 1830) e da 80 libbre mod. Paixhans a bomba (progettati a partire dal 1820-30), gli obici da 32 libbre da marina e infine i mortai da 32 cm. A ciò si aggiunga che nel 1860, per un cannoniere borbonico, esistendo ormai armi più efficaci e adeguate agli usi del periodo,  era già impensabile utilizzare in difesa costiera vecchi cannoni inadatti come i tre recuperati, fusi in un periodo lontanissimo per rispondere a esigenze ormai superate. Ancor di più lo era per un cannoniere garibaldino, il quale potendo selezionare le varie artiglierie lasciate dal nemico oppure spartite, molto difficilmente avrebbe scelto tre cannoni del genere, vecchi di un secolo e mezzo, inefficaci e facili al difetto se non all’esplosione, né avrebbe perso tempo adoperandoli per un’improponibile difesa in un luogo insidioso come lo Stretto di Messina, contro navi moderne e ben armate per il tiro a lunga distanza.
Utilizzare in batteria artiglierie del genere nel 1860 avrebbe infatti significato creare un pericoloso vuoto nella copertura costiera. Infatti questi tre cannoni, ipotizzando che nel 1860 fossero ancora funzionanti, avevano calibri, munizionamento, gittate e potenza progettati per l’uso contro il naviglio di fine Seicento o primi Settecento, perciò a dir poco incompatibili con le necessità e gli usi della metà dell’Ottocento, con prestazioni ormai talmente ridotte e inutili per il tiro contronave da non poter affatto raggiungere il bersaglio, o al massimo  “fare il solletico” alle moderne navi da guerra borboniche, veloci, protette  e ben armate anche con pezzi rigati. A queste per un’efficace difesa delle coste era primario e fondamentale contrapporre artiglierie quantomeno simili e di uguale potenza e caratteristiche, allo scopo di scoraggiare e impedire l’avvicinamento e il facile cannoneggiamento.
Infine il luogo del recupero dei tre pezzi non corrisponde con quello delle batteria garibaldina più vicina eretta, ovvero la N III, armata con un cannone da 24 libbre, due cannoni obici  mod. Millar da 60 libbre smontati dalla nave Tukery, e ad agosto con due cannoni obici mod. Paixhans da 80 libbre da marina. Tutt’altro tipo di artiglieria rispetto ai tre pezzi in questione.
Non è detto poi che il luogo in cui sono stati recuperati i pezzi, corrisponda con quello originario. Infatti dato che non vi è nessuna certezza, i cannoni ormai inutili e vetusti, potrebbero anche essere stati trovati altrove in abbandono, o messi fuori uso e ceduti per l’alaggio o meglio per l’ormeggio del naviglio di passaggio in quel tratto di costa. Niente infatti può impedire di ipotizzare che i tre cannoni fossero piantati in loco già prima dell’arrivo di Garibaldi.

Conclusioni

L’unica certezza, così come evidenziato dalle documentazioni, dalle stesse mappe garibaldine e dalle considerazioni di carattere tecnico e storico, è che questi tre cannoni, di cui non è stato possibile avere notizie certe, non corrispondono a quelli armati nelle batterie garibaldine; non furono quindi trasportati da altri luoghi dall’esercito garibaldino e utilizzati a Capo Peloro nel 1860.
Discorso a parte meritano gli  affusti, la cui ricostruzione non ha alcuna rispondenza con quelli alla marinara o a carretta dell’epoca, nonostante esistano molti testi e documentazioni illustrate da cui prendere spunto.
I cannoni sono beni culturali di interesse storico tutelati in linea generale dall’art. 9 della Costituzione e nello specifico dal Codice dei BBCC e del Paesaggio, in materia di: restauro, protezione, obblighi e interventi conservativi, valorizzazione,  spostamento, accessibilità al pubblico, fruizione.
Le attività di ricerca al fine di ottenere e promuovere corrette informazioni tecniche e storiche, sono invece contemplate negli artt. 118 (promozione e attività di studio e ricerca), 119 (diffusione della conoscenza del patrimonio culturale) e 120 (sponsorizzazione dei beni culturali).
Tuttavia se nelle considerazioni finali delle  “schede tecniche”, si ritiene candidamente che “a nulla giova disquisire sulla proprietà militare dei cannoni di Capo Peloro e su chi ne fece un ultimo uso”, ma nel contempo si vogliono commemorare periodi storici di comodo, esibendo e utilizzando reperti che nulla hanno a che vedere con essi, sarebbe stato più semplice evitare di avventurarsi in certe spinose tematiche e ripristinare il monumento ai Mille ubicato nel villaggio di T. Faro, ed oggi non più esistente.

Per i dettagli consultare “Artiglieria ad avancarica a Messina; storia e  caratteristiche”, in Armi Antiche, speciale Italia 150.

Armando Donato M.

Il cannone di marina napoletana presso il Palazzo dei Bottini dell’Olio – Livorno

Premesse

In Italia esistono ancora vari esemplari di artiglierie in ghisa  di marina napoletana di fine Settecento. Vari sono come già detto in altre occasioni, i luoghi in cui sono osservabili, in modo particolare a Napoli (Castel Sant’Elmo e il Palazzo dell’Ammiragliato) a Procida (belvedere), a  Ustica (fortezza), a Messina (lungomare), Palermo  (Arsenale di Palermo- Museo del Mare e palazzo dei Normanni  presso all’ingresso del Comando Regione Militare Sud dell’Esercito). Quindi reperti che attestano le capacità belliche di una Marina di tutto rispetto come quella borbonica, tra le poche in grado di poter commissionare artiglierie di tal genere in grandi quantità.
Si premette che il luogo di fusione di un pezzo d’artiglieria non corrispondeva necessariamente alla sua nazionalità, poiché l’importazione da altri Stati era già da tempo piuttosto comune. I maggiori produttori ed esportatori erano l’Inghilterra, che fabbricava o rifondeva artiglierie testandole presso Moorfield, Woolwich, Salisbury, Chelsea e in altri luoghi, e la Svezia, le cui più famose fonderie erano quelle di Julita e Stavsjö, e altre fonderie come quelle di Navekvarn, Ackers, Bram-Ekeby, Fada, Huseby, Svarta, Halleforts, Ehrendal, ognuna delle quali poteva produrre fino a 150 tonnellate di cannoni in ferro all’anno. Nel 1748 esistevano in Svezia ben 496 diverse fonderie. Il primato svedese in tema di produzione di artiglierie non era casuale, ma dovuto alla presenza di abbondanti depositi di minerali di rame, stagno e ferro, alle foreste da cui trarre carbone e legna, nonché ai numerosi corsi d’acqua per il trasporto dei materiali e la produzione di energia idraulica. La Svezia era infatti il regno che maggiormente soddisfaceva la domanda di artiglierie in Europa.

Luogo di fusione, stemmi, date, marchi e design.

Alla categoria dei cannoni navali succitati, appartiene anche quello conservato presso il Palazzo dei Bottini dell’Olio a Livorno. Premettendo che marchi, date di fusione e monogrammi reali, costituiscono gli indizi basilari per il riconoscimento nell’immediato di un pezzo di artiglieria d’epoca,  e così come è avvenuto per gli altri cannoni di uguale fattura, risulta facile l’identificazione del pezzo in questione, per via dello stemma posto tipicamente tra il primo e il secondo rinforzo di culatta.
Lo stemma si compone di una corona reale borbonica con àncora sormontata dall’evidente monogramma “FR”, quindi Ferdinando Rex, ovvero Ferdinando IV di Napoli, re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III, nonché Ferdinando I delle Due Sicilie dal 1816 al 1825.
Sotto lo stemma si nota la data di fusione (1782), riportata anche sull’orecchione sinistro. Le diverse date di fusione riscontrate sui vari pezzi rilevati, si rifanno al progetto (Napoli 1780) di istituire una grande flotta di navi e le successive produzioni dei cannoni in base al varo delle navi. Le artiglierie di questo tipo facevano infatti parte a seconda dei calibri (36, 24, 18, 12 libbre napoletane, ecc), dell’armamento dei vascelli, fregate e  corvette.
L’orecchione destro, di cui al momento non si dispone di immagini, dovrebbe riportare il classico marchio di fusione AB, che  indica la fonderia svedese Akers Bruk (o Stickebruk). La fusione  dei pezzi  borbonici di fine Settecento  fu non a caso commissionata in Svezia, a causa della scarsa qualità del “ferro del regno”. Infatti  dal 1772  nacquero negoziati per la fusione e l’acquisto di artiglierie in Svezia. Di conseguenza partirono  varie commissioni di artiglierie in sostituzione di quelle ormai obsolete e decrepite.
Il design del cannone evidenzia una tipologia di artiglieria navale sobria, con forme massicce e poco slanciate per facilitare la manovra sulle navi e quindi dotata di grossi spessori e culatte allo scopo di resistere alle fortissime pressioni esercitate dallo scoppio delle cariche, utili ad assicurare le prestazioni ottimali contro le navi nemiche, la cui progettazione era parecchio migliorata rispetto ai primi anni del secolo.
In conclusione, per poter determinare la potenza del cannone è bene innanzitutto considerare  che essa è data dal peso della palla in uso, avente diametro logicamente minore dell’alesaggio, poiché  il vento o spazio vuoto è uguale alla differenza tra diametro della palla e diametro della volata. E’ di conseguenza  necessario conoscere la libbra in uso al regno borbonico, poiché ogni regno adottava la propria.
Quindi si  dovrebbe pesare il pezzo e misurarne la lunghezza totale dal bottone di culatta alla gioia (il bottone risulta quasi del tutto consunto rimanendo il collo), l’alesaggio,  tenendo conto che la misura potrebbe essere fuorviante a causa della sventatura della bocca e delle cattive condizioni dell’anima (da misurare in calibri). Quindi è opportuno misurare  anche la lunghezza e le circonferenze dei rinforzi, i diametri e le circonferenze degli orecchioni e della culatta in modo particolare.
Nel frattempo sarebbe  utile risalire alla storia del reperto, considerato il probabile riuso come bitta da ormeggio,  provvedendo anche alla valorizzazione e la più consona sistemazione su una riproduzione di affusto alla marina dell’epoca.

Armando Donato

Si ringraziano Gianpiero Vaccaro e Claudio Pardini

Capo Peloro, i cannoni-obici mod. Millar e Paixhans armati nelle batterie garibaldine nell’estate del 1860

Tra le batterie armate dai garibaldini sulla costa nord dello stretto di Messina nel 1860,  indicate nella relativa carta delle coste con tanto di quota, tipi di artiglierie suddivisibili in cannoni, cannoni-obici, obici e mortai, nonché i tipi di affusto e settore di tiro; una in particolare fa ben comprendere come i tre noti cannoni recuperati in loco nel 2010, nonostante le evidenti forzature storiche, qualora ci fosse ancora qualche dubbio e come viene sostenuto da tempo, nulla hanno a che vedere con le grosse artiglierie usate in difesa costiera garibaldina. Infatti  così come segnala chiaramente la carta, la batteria N° III armata nei pressi della zona del recupero dei tre ferrivecchi (è bene tenere nella giusta considerazione che i luoghi in cui furono armate le batterie garibaldine, erano già stati sedi di più antiche postazioni, trinceramenti e fortificazioni in genere, protagoniste di numerosi eventi bellici) si componeva di artiglierie di grosso calibro di preda bellica  napoletana, ovvero  un pezzo da 24 libbre, due da 60 libbre  e successivamente due da 80 libbre, tutti su affusti da marina. Premesso ciò, non è necessario elencare ed esibire varie documentazioni d’epoca (ne esistono decine e decine di varia natura circa le batterie armate in loco), ma basta avere un minima conoscenza nel settore per comprendere che la batteria armava i cannoni-obici mod. Millar da 60 libbre da marina a bomba (prima metà dell’Ottocento), cioè quelli della ex pirofregata Veloce (poi Tuckery) smontati dalla nave, armati a fine luglio a Capo Peloro e gestiti degli stessi pochi marinai cannonieri borbonici ammutinatisi. Gli 80 libbre erano invece i famosi cannoni -obici mod. Paixhans da marina a bomba, (prima metà dell’800) usati a Messina anche nei fatti del 1848. Il 24 libbre invece, calibro minimo utile, ampiamente utilizzato nelle batterie costiere poiché grazie al maggiore rapporto volata – alesaggio, in gittata rendeva di più dei grossi 36 libbre (armati in altre batterie), poteva essere uno dei tanti pezzi borbonici utilizzati in Sicilia già a partire dalla fine del Settecento inizi Ottocento, tenendo conto che qualsiasi regno (borbonico compreso) procedeva sistematicamente nel tempo al rinnovamento delle Piazze con nuove varie artiglierie e regolamenti sia a scopi difensivi che offensivi, eliminando quelle vetuste e inservibili. Risulta più che evidente, leggendo la carta succitata, che dunque nel 1860 per la copertura costiera contro le moderne navi borboniche, veloci (sistemi propulsivi termici ausiliari), ben protette e armate per il tiro a lunga distanza (ad es. la pirofregata Borbone), erano necessarie grosse artiglierie quantomeno simili e di uguale potenza, non certo i tre pezzi in questione, da considerarsi come piccola e antica ferraglia inservibile e inefficace, progettata in epoche remotissime, rispondente ad esigenze superate da secoli avendo caratteristiche e prestazioni “ridicole” rispetto alla tecnologia di metà Ottocento.  I cannonieri garibaldini che di certo non erano pazzi suicidi, al fine di proteggere le coste da navi nemiche a dir poco pericolose, applicarono questi semplici e ovvi concetti, armando artiglierie il più possibile adeguate all’epoca, nonostante evidenziassero già i limiti prestazionali  per via dell’età (20- 40- 80 anni) e fossero  considerate vetuste per via dell’utilizzo di più moderne artiglierie. L’argomento è molto vasto e complesso, tuttavia in tal  caso per chiarire il tutto sono più che sufficienti queste poche righe. Minimo sforzo- massimo rendimento.
Armando Donato