Borboni

Bicentenario – commemorazione 17 / 18 settembre 1810. Retroscena di uno sbarco annunciato

Sbarco Napoleonico in Sicilia - Immagine tratta dal sito: http://cronologia.leonardo.it/gariba2/ima44.jpg

Nelle istanze celebrative, del tentativo di sbarco di forze napoleoniche a Messina, si vanno delineando scenari imprevisti; dove gli attori di una complicata vicenda, hanno creato l’avvenimento che noi oggi ricordiamo. L’eroica resistenza del popolo Messinese, si pensava, animato da spirito patrio condiviso dalla Nazione di Sicilia e dalla medesima Casa Regnante Borbonica, in realtà, divenne un atto politico che ebbe a provocare, uno stillicidio di azioni, dall’una e dall’altra parte delle alleanze che custodivano il destino di Trinacria. Infatti, man mano che venivano esumate, nuove carte ed altrettanti aneddoti, sui responsabili e sugli attori di quel conflitto, sempre dicevo, si andavano a svelare retroscena inimmaginabili. Le cronache del tempo e gli studi storici successivamente, gettavano nuova luce sugli accadimenti siciliani del primo ventennio del XIX secolo; dove diveniva sempre meno chiara, la posizione della Corona di Borbone in Sicilia. Se in un primo tempo si andava a glorificare, l’incredibile difesa dei contadini dei villaggi presso Messina che da soli, erano riusciti a tenere testa a una delle divisioni dell’esercito di Re Gioacchino, giustificando con molti se ed altrettanti ma, le iniquità sfortunate, e le coincidenze impreviste ricadute sull’impresa franco-napoletana andata in malora, successivamente, volendo trovare una motivazione plausibile e condivisa nella storia, si incominciò ad indagare, sulla situazione politica e sulle adesioni di molteplici fazioni, che a vario titolo, presero parte allo storico avvenimento.
Nelle giornate tardo estive di quest’anno, in alcuni appuntamenti, l’Associazione Amici del Museo di Messina, fatta sua la ricorrenza e la memoria storica accaduta esattamente 200 anni or sono, ha motivato le rispettive iniziative sul territorio delle Forie di Mezzogiorno, cercando di fare attenzionare al vasto pubblico, il destino dei villaggi di questo vasto territorio e della sua gente, recentemente colpita da imprevisti lutti e da preventivati dissesti idrogeologici. Noi, abbiamo puntato il dito nella storia, indicando nel passato, una soluzione per il presente, passante attraverso: il lavoro, il sacrificio e le iniziative di questa gente incredibile. Sempre per nostra iniziativa, abbiamo immaginato un percorso didattico per favorire, quella spinta emotiva, andata smarrita per i fatti da poco cruentamente verificatosi, sopra queste comunità fraterne. Quindi, dopo avere improvvisato un canovaccio, sul quale porre le basi di una collaborazione, fra il nostro gruppo e la gente dei villaggi, stiamo procedendo a costruire una strada di crescita storico intellettuale per mostrare cosa sia in realtà, il territorio in oggetto e come questo nella storia, abbia saputo ritagliarsi uno spazio di legittimità istituzionalizzata. I fatti, i comportamenti, l’onestà e la condivisione di valori e di un destino comune, sono alla base della cultura di questa straordinaria gente. Per essa stiamo costruendo la strada del sapere; un piccolo contributo nella nostra città, nel nostro territorio provinciale da tempo, un argomento lontano da questi camminamenti. Ricordare il passato per dare forza al presente, attraverso le glorie della memoria. E grazie a questa combinazione, favorire con l’aiuto di tutti, una crescita nella coscienza dei giovani e successivamente, di tutto il popolo oggetto di tali sventure. La ricostruzione, deve essere accompagnata dalla dignità, vilmente messa alla pubblica gogna, dall’Italia e da pseudo cittadini che si dicono italiani. Abbandonati a se stessi, profughi in casa loro, sentono il bisogno, di essere aiutati non solo materialmente, ma anche socialmente. Noi diamo il nostro contributo, attenzionando prima, nei residenti e speriamo, nella gente siciliana che cosa hanno fatto i padri di questi figli nel passato per tutta una nazione, un tempo chiamata Sicilia.
Il mio ruolo nel gruppo a cui appartengo, rimane quello di ritrovare documenti; andati perduti, dimenticati, smarriti nella caotica messe di notizie che ci giungono dal passato. Il mio compito quindi, è di cercare la verità. Quella condivisa, lontana dalle iperbole costruite da testimoni, quasi sempre interessati e parti in causa degli stessi avvenimenti storici. Per tanto, dopo avere recuperato un grande quantitativo di documenti, sfaccettando le storiche giornate del 17 e del 18 settembre del 1810, dando voce a tutti quelli che avevano contribuito a formare la memoria, ho potuto farmi una idea degli accadimenti. Tutti hanno detto la loro, mi riferisco a coloro i quali, a vario titolo, hanno partecipato all’impresa dei contadini di Messina. Le fonti francesi per parte Napoleonica e Murattiana oppure, le testimonianze dei corpi militari alleati: siano essi i famigerati e temuti fucilieri Scozzesi del 21 mo reggimento di istanza a Messina; o dei relativi battaglioni di assalto Tedeschi, mercenari al servizio della Corona di sua Maestà Giorgio III. O addirittura le milizie civiche di Messina e il popolo minuto che ricordava e ricorda ancora quei fatti non che, le fonti di Ferdinando re di Napoli oppure, quelle della regina sua consorte; tutti preciso, hanno avuto modo di dire la loro. Fino a poco tempo fa, si pensava che un semplice avvenimento come questo, fosse stato registrato da qualche avventuriero o da qualche affaccendato burocrate. In realtà, anche se limitato temporalmente, proprio per la sua eccezionalità, venne ricordato con forza da numerosi testimoni. E le ricostruzioni aprioristiche, venute avanti nei decenni successivi, danno una idea, come i fatti su esposti, vennero a vario titolo enfatizzati.
Specificatamente a quello a cui si attiene, il sotto titolo di questo carteggio, vediamo come si mossero i vari attori, prima durante e dopo, i fatti registrati nel tentativo di sbarco filo napoleonico a Messina.
Concentro questa ricostruzione temporale, su precisi documenti, legati alla ricostruzione di Niccolò Palmieri: il quale riuscì a recuperare molte testimonianze, ma non ebbe modo di pubblicarle personalmente per l’avvenuta morte. Furono pubblicate alcuni anni dopo e lasciarono con quella edizione, un nugolo di polemiche che perdurarono, e furono partecipate, nei caffè accademici per molti decenni successivi. Come per esempio, i fascicoli di un giornale Napoletano, che dava voce a verità ancora scomode perfino decenni dopo, quando Alessandro Dumas, venuto in possesso, di numerosi numeri, li ebbe commentati: in questi documenti, registrati nel periodico dal titolo “l’indipendente” vennero segnalati a suo tempo, molte lettere autografe di Re Ferdinando e dello Stuart, Comandante supremo, delle forze militari Britanniche stanziate nel Regno di Sicilia. Ma anche altri saggi ed altrettante aneddotiche, formate dal Balsamo, da Francesco Paternò Castello, da Alessandro Dumas come su detto e da numerosi altri ancora. Insomma, in questi carteggi, appare palese, il mutare della politica, delle convenienze degli attori in causa. Per tanto, nell’ottica dei rivoltosi, degli insorti, dei partigiani, del governo legittimo e dei difensori, ognuno aveva tenuto forme, stato d’animo e comportamenti discutibili. In tutto ciò, si ergevano due figure pittoresche e nel contempo storiche; sua Maestà, la Regina Maria Carolina e Giovanni Stuart. Dai comportamenti di entrambi, si inscena una romanzo storico a puntate. Fatti e personaggi purtroppo, tutti realmente vissuti, e realmente vittime degli intrighi di palazzo, dell’una e dell’altro attore principale, da me raffigurati in questa mio improbabile accenno di commedia.
Dopo che, i cittadini dei villaggi di Mili marina, Galati, Briga sottana e Briga soprana, di Santo Stufano, di Molino, di Itala, di Scaletta e di Giampilieri presero le armi, imbracciando ogni sorta di attrezzo improvvisato in offesa, dopo che le donne i vecchi, i giovinetti, infoltirono le file dei custodi, delle vedette e dei profughi, dopo tutto questo, un esercito armato e comandato di tutto punto, venne sbaragliato, cacciandolo dalle sue posizioni: ferito, spaventato, morto, stordito, accerchiato, venne a perdere quello che essi, avevano cercato in una notte senza Luna, l’effetto della sorpresa. Le campane dei Villaggi posti a meridione di Messina, sembravano impazzite, scosse da mani irriverenti che suonando le campane a stormo, accompagnavano il movimento del popolo, invasato in atteggiamenti che non furono ritrovati negli aggressori. Proprio questo tipo di risposta, era l’effetto manco immaginato, dalla polizia segreta che collaborò con gli agenti di Murat fin dal mese di maggio dello stesso anno. Quando decine e decine, di sbiaditi figuri si andavano aggirando, per i vicoli e per i sentieri del territorio offeso, chiedendo per il loro bene, di abbandonare la causa regia, e tradire i comuni nemici Inglesi, appoggiando la venuta di Re Gioacchino che li avrebbe liberati dalla schiavitù. Si chiedeva a un popolo civile di incivilizzarsi. Ai braccianti e al territorio, di abbandonare il certo per l’incerto. Ai credenti di non credere ora che i Francesi e i suoi sudditi, rinnegavano la chiesa e i suoi uffici. Insomma si chiedeva l’impossibile pensando di essere assecondati. A dispetto del territorio del Regno di Napoli, la Sicilia era Nazione. E la sua gente cittadini nazionalizzati. Quegli stessi Siciliani che da quando si crearono i fatti politici, della cacciata di Re Ferdinando da Napoli, si ritrovarono a convivere con gli esuli Partenopei, giunti in massa, come cavallette nel loro territorio a dettare regolamenti e leggi. Il popolo Siciliano quindi, doveva appoggiare chi, già da tempo, si comportava da padrone e non da ospite, favorendo la penetrazione e l’insediamento, di gente ancora più autoritaria di quella che dimorava nel proprio seno patrio. La reazione fu esplicita e niente affatto confutabile. La Sicilia aveva scelto il Re Ferdinando, come sovrano e fautore del proseguimento, delle attribuzioni nazionali. Il popolo come la nobiltà Siciliana parteggiava per S.M., fino a che, il diritto di Nazione veniva riconosciuto e rispettato. Gli Inglesi erano presenti per questo. La gente di Messina non fu per essi un problema e pur se diffidente non fu cospirativa. In realtà presso la Città dello Stretto, si concentravano i dissidenti Napoletani filo Borbonici. I quali non tardarono ad accettare il volere politico, dalla loro amata Regina, Maria Carolina. La nobildonna, sorella di Maria Antonietta e figlia di sangue imperiale della potente madre Austria, continuava a pensare in grande, malgrado i gli occorsi della guerra nelle alterne fortune. La presenza delle milizie francesi a Napoli, causa di un intrigo, combinato da Ferdinando con gli Inglesi, e dalle azioni di Bonaparte, irriverente contro i grandi Stati e i relativi regnanti, ebbe a portare la guerra in casa dei Borbone delle due Sicilie. Furono proprio questi balletti politici, le scelte relative alla politica estera del re Ferdinando, ad attirare l’ira di Bonaparte. Perduto il regno, adesso assoggettato al Dittatore Murat, fuggì riparandosi in Sicilia. E con l’aiuto degli Inglesi, vi tenne testa alle truppe di Bonaparte che già invadevano l’Europa continentale ed erano pronte alla conquista dell’Europa insulare. Maria Carolina che in un primo tempo, aveva appoggiato il profilo politico financo europeo di tutti i regni, di coalizzarsi contro il temuto imperatore di Francia, dopo le nozze di questo Generalissimo con la nipote di lei, divenne accondiscendente verso Napoleone, cercando con le lusinghe, di portarlo al suo partito. Per lungo tempo si è creduto, che alcune voci, si accentravano sul complotto della moglie contro il Re Ferdinando, fossero pure illazioni, difficilmente assecondate e provabili, si moltiplicarono. Ma la necessità di mostrare realmente, che l’avventura politica della Regina di Napoli, fosse quella proferita dai nemici della stessa corona, furono circoscritte in lontani e minuti atelier intellettuali. Fino a poco tempo fa, pur sospettando la congiura della nobildonna di sangue Austriaco, in pochi erano riusciti a smascherare il suo piano. Fino a che però, tutto venne a galla per opera di un alto ufficiale Inglese; il quale, al vertice di un ramo dell’esercito e della milizia militare ad esso riconosciuta, riuscì con breve lasso di tempo, a creare una sua fitta rete di informatori, che svelarono un pericoloso gioco di potere. Il Colonnello Coffin, Maestro Generale del Quartier dell’Armata Inglese, seppe recuperare un fitto schieramento di traditori, provenienti dalle fila della Regina, che custodiva l’insano progetto, tramando alle spalle del marito e degli stessi Inglesi, per rovesciare il governo dell’isola favorendo in ogni modo, l’impresa dei Francesi. La discesa del Murat, per certi versi, fu un tocca sana per questa nobildonna. La reazione del popolo9 Siciliano, che con gran sorpresa, praticamente da solo, era riuscito a far naufragare siffatto progetto, ne provocò il lei contro questi ignari sudditi, un odio furente che non ebbe termine successivamente. Ella fu, un nemico per la Nazione Siciliana e una abile e nuova Penelope, la tessitrice. Ma più i giochi si fecero estremi e più facile fu per gli Inglesi prima, e per i Siciliani successivamente a smascherarla. Avvenne che, per la cupidigia di questa signora, suscitando l’ira del Parlamento di Sicilia, scavalcato nelle attribuzioni governative, promulgò l’emanazione di un decreto legge, aumentando dell’un% gli aggravi commerciali dei traffici degli isolani. Favorita dal partito degli esuli Napoletani, che erano una minaccia per la stessa corte, schiva di atteggiamenti che potessero mettere in discussione i patti con re Giorgio III, spinse questi ultimi, ad infoltire il partito della regina e quindi, quello di Napoleone, per addivenire, a una nuova dimensione politica. I Napoletani puntavano a ritornare nel loro Regno non da esuli, ma da governanti. E per ottenere tutto ciò, vedevano negli intrighi di Maria Carolina con Bonaparte, l’unica soluzione possibile. Lui soltanto poteva scacciare il Murat dal trono senza che questi potesse opporsi. Ma il piani di costoro fallirono e il Capitano delle forze marine di polizia, Andrea Rossarol pagò per tutti. In realtà furono scoperti a decine; tutti nobili dei casati Napoletani esuli in Sicilia e dimoranti a Messina. I quali rivestivano tutti le insegne di Maria Carolina. Tanti dicevo vennero scoperti. Ma per volontà Britannica accondiscesa a mesta soluzione, cercata dal Principe di Belmonte Giuseppe Ventimiglia, ambasciatore di Sicilia a Londra, venne risparmiata la Regina e molti cospiratori a danno del Rossarol. Ma non per questo, la scaltra Carolina abbassò le sue pretese, così che, anche in barba agli accordi e ai nuovi patti, fra il suo consorte Ferdinando e gli Inglesi, furono di nuovo minati dal comportamento disperato di Maria Carolina.
A tutta questa ricostruzione storica, si aggiungono una serie di missive, scambiate fra lo Stuart, il marchese Cirello ministro degli affari esteri di Ferdinando e il Re stesso con le forze Britanniche non che, altre lettere, ritrovate dal controspionaggio Siciliano e Britannico, nelle mani di molti traditori. Ma soprattutto, sono riuscito a recuperare, la prova provata, dello scambio epistolare, nel passato solo ipotizzato e mai provato, fra Bonaparte e la regina Maria Carolina. In particolare ho scoperto una lettera di Napoleone e due lettere della scaltra regina del regno delle due Sicilie.

Alessandro Fumia

Cannoni di Capo Peloro: breve analisi critica

A distanza di qualche anno, è opportuno procedere ad una sintetica analisi dei tre cannoni, oggetto più di forzature storiche  e celebrative, che attendibili identificazioni su basi tecniche e fondati studi scientifici. Si tratta di tre malandati pezzi da marina in ferraccio piantati sulla spiaggia di punta Sottile e recuperati due anni addietro, per scopi che a distanza di tempo, non sono ancora chiari.
Il cannone maggiore è stato descritto dai comunicati e dalle “schede tecniche” come avente  «lunghezza convenzionale, dall’anello di culatta alla bocca» di 289 cm. Il diametro interno è stato dichiarato di 160 mm, quindi riferibile ad un 32 libbre, giudicato eccessivo poiché allargato per usura da impiego e quindi da ritenersi originariamente un 24 libbre con diametro di 148 mm, o meglio  un 18 libbre con 134 mm.
Sarebbe innanzitutto interessante conoscere il metodo col quale è stato possibile misurare al millimetro gli alesaggi, ovvero i diametri “interni” di cannoni  aventi “le bocche  corrose e totalmente occluse” con palle appiattite o deformate.
Inoltre le cifre citate non sono certo sufficienti a stabilire identificazioni e appartenenze nette e definitive, anche perché non è stato indicato il tipo di libbra utile a determinare il calibro.
E’ infatti  bene premettere che la determinazione della potenza di artiglierie di tal genere, è necessariamente legata al calcolo del peso della palla in uso, espresso in libbre. E’ altresì risaputo che la libbra non era misura unica ma variava tra Stato e Stato (ad esempio: libbra inglese = 453 gr, francese 489, spagnola 460, svedese 424, danese 499, portoghese 458, austriaca 560, piemontese 369 ecc). A ciò si aggiungeva la somiglianza nel design delle artiglierie e dal tardo Seicento in poi, anche l’adozione di calibri simili a cura dei vari regni.
Per avere qualche dato e certezza in più sarebbe stato opportuno verificare il tipo di materiale e le dimensioni delle palle conficcate nelle bocche, nonché misurare la lunghezza dal bottone alla gioia, il peso e le dimensioni della canna, dei bottoni, degli orecchioni e soprattutto della culatta la quale in casi come questi, in cui l’alesaggio non è misurabile, può dare informazioni molto utili sulla potenza del cannone. Del resto già ad occhio nudo una culatta per ipotetico pezzo da 32, si distingue nettamente per dimensioni da una per 18 libbre.
La nazionalità inglese,  il calibro, il servizio nella marina tra il 1685 e il 1715 e la vendita ai Savoia in Sicilia, descritti nelle schede, sono argomenti tutti da dimostrare poiché non vi sono indizi concreti e perfettamente leggibili sul cannone, né sono state fatte specifiche misure, ed esibiti documenti comprovanti ciò. Dati i grandi produttori ed esportatori  di artiglierie, in primis la Svezia, si tenga presente che il luogo di fusione di un cannone non corrispondeva necessariamente alla proprietà dello stesso. La Brown e il Caruana affermano che il mercato delle commissioni di cannoni era talmente complesso, che in realtà le artiglierie una volta uscite dalle fonderie, potevano essere armate «in qualsiasi nave di qualsiasi nazionalità».
Gli elementi fondamentali per l’identificazione immediata sono il marchio e data di fusione e lo stemma. In assenza o carenza di questi indizi l’analisi si complica, potendosi soltanto indicare un generico periodo di fusione in base al design (fine Seicento, primi Settecento).  L’anno di fusione del cannone non è stato rilevato né citato dai comunicati, ergo non si conosce la data di produzione e di conseguenza non è possibile citare nessun periodo di uso, servizio navale, collaudo e quant’altro.
Sull’orecchione sinistro vi sono invece  i resti di una iniziale simile  a F,  P o  altro, indizio affatto menzionato dagli studi ufficiali, ma utile a risalire al fonditore e quindi al luogo di fusione.
Inoltre è tecnicamente difficile se non impossibile che sulle artiglierie in ferraccio commissionate e fuse in un dato luogo e recanti il simbolo del regno o sovrano committente, in questo caso indicato come inglese, si potesse riportare lo stemma del nuovo acquirente, ipotizzato come sabaudo, in sostituzione di quello originario. Delle due l’una.
Lo stemma impresso tra il secondo rinforzo di culatta e il primo di volata, è parecchio consumato e di difficile lettura. La teoria dell’appartenenza sabauda, oltre ai motivi succitati, non trova fondamento poiché la relativa corona chiusa è tipica di una comune tipologia da sempre in uso a tanti altri regni sino in epoche moderne. I testi di numismatica indicano invece che tra il Seicento e il Settecento, Portogallo, Danimarca, Svezia, Francia e Spagna, adottavano corone molto simili a quella del cannone. Anche i resti visibili sotto la corona non possono essere interpretati con estrema sicurezza; del resto la croce, oltre al regno sabaudo, era un simbolo molto in uso in vari altri regni ad esempio Genova, Malta ecc, ed i resti leggibili potrebbero anche essere attribuibili ad uno scudo inquartato, un monogramma o altro. Inoltre il cannone presenta alcune  grezze incisioni “N 17” ,“C” e altri simboli che non sono stati considerati.
Anche il tema dei rivenditori di artiglierie è molto complesso e vasto, non potendo essere risolto citando come prova un unico documento che indica “la richiesta per una licenza di esportazione, fatta nel 1716 da Stephen Peters in riferimento ad una commessa per il Re di Sicilia, allora rappresentato da Vittorio Amedeo II di Savoia”; regnante di cui però non si fa menzione alcuna circa i simboli e monogrammi che adottava sulle artiglierie di marina. Tale “raro” documento che andrebbe  a questo punto reso pubblico, dovrà infatti indicare con certezza le stesse caratteristiche  e potenza del cannone in questione, compresi stemma, marchio e  data di fusione, caratteristiche che allo stato dei fatti sono praticamente sconosciute.

Gli altri due cannoni

Circa i due cannoni minori è stata dichiarata una «lunghezza convenzionale, dall’anello di culatta alla bocca» di 228 cm e un calibro di 120 mm,con palla da 8 libbre, e la certa fusione in Svezia.
In realtà la mancanza sia dei marchi (gli orecchioni sono consumati) che delle date di fusione e degli stemmi, rende impossibile l’identificazione. Anche la fusione in Svezia, in cui vi erano varie altre fonderie oltre a quella di Finspong, non può quindi essere dimostrata, seppur si possa trattare di due cannoni rispondenti al Finbanker (di cui esistono vari modelli), ovvero un termine generico riferito a una tipologia inglese della prima metà del XVII secolo, ripreso dagli Svedesi, riprodotto nel secolo successivo ed esportato in tutta Europa per le marine e le flotte commerciali svedese, danese, francese, olandese e altre.
Circa la determinazione della potenza in base alla misurazione del diametro interno dei cannoni (aventi design differenti), anche in questo caso le bocche sono totalmente occluse, ed è quindi impossibile misurare gli alesaggi, Inoltre salvo che all’epoca non esistesse una libbra pari a 888 grammi (le libbre in uso ai vari regni sono state indicate nelle pagine precedenti), un cannone indicato come da 8 libbre non può avere un alesaggio di 120 mm, bensì inferiore. Il calibro è stato dunque rilevato non sulla base di specifiche e varie misurazioni, ma interpretando soltanto alcune grezze e forse successivi iscrizioni (visibili anche sul cannone maggiore) incise sui pezzi con diversa calligrafia, ovvero “C 8”. Infatti un  cannone riporta sulla piattabanda “N 13” e di fronte in posizione opposta “C 8” e un simboletto irregolare accanto, mentre parallela alla volata vi è una vistosa scritta le cui ultime lettere sono “ …atile (o utile) da 8”, forse “Riutile da 8”, con un piccolo simbolo irregolare accanto. L’altro pezzo riporta “N 29” e sotto “C 8” con frapposto un simbolo irregolare.
Risulta evidente che i tre cannoni non sono stati identificati.

L’allargamento e l’occlusione delle bocche

I comunicati nel determinare la potenza  del cannone maggiore hanno ipotizzato tre calibri in base agli alesaggi: 32 libbre- 160 mm; 24 libbre- 148 mm; 18 libbre-134 mm. Tale varietà di cifre, dovuta alla ovvia difficoltà di misurare bocche otturate e consumate, è stata giustificata con l’allargamento della bocca di 1,2 e/o 2,6 cm a causa dell’usura da impiego. Tuttavia essendo il pezzo occluso non è possibile misurare e verificare lo stato dell’anima. Ma un allargamento del genere è inverosimile, poiché avrebbe reso il cannone sventato e inservibile per via dell’esagerato aumento del vento, cioè la differenza millimetrica tra il diametro della palla e quello dell’anima; il cui aumento di pochi millimetri dovuto al continuo sfregamento e scuotimento della palla durante lo sparo, era più che sufficiente a creare gravi problemi di gittata e precisione. L’unico effetto ottenuto usando palle di calibro originario in artiglierie allargate di vari centimetri, era quello del fumo a palla ferma. Perciò l’allargamento delle bocche dei tre cannoni è più verosimilmente dovuto allo stato di corrosione del metallo delle volate, palesemente consumato a seguito del lungo abbandono ed esposizione all’aperto. Per tali motivi si ribadisce la necessità di altre misurazioni molto utili a chiarire la questione della potenza.
Le tecniche di occlusione di artiglierie ad avancarica erano varie e l’inchiodatura era solo una di queste risolvibile procedendo alla schiodatura mediante l’introduzione sul fondo dell’anima di una specifica carica di polvere o nei casi più difficili creando un nuovo focone. In alternativa, i metodi più sicuri erano quelli di “impiombarle”, sigillando la bocca con piombo, occluderla, oppure introdurre palle avvolte da panni nel fondo dell’anima, o ammaccare la volata.
Le artiglierie destinate ad altri usi non erano necessariamente occluse a fini estetici, ma spesso, una volta dismesse venivano otturate e cedute per vari scopi, ad esempio per l’alaggio o l’ormeggio, come nel caso dei tre cannoni ma anche in quello di Ganzirri, in cui il Lamberti nel 1848 segnala cannoni appositamente piantati sulla riva. Inoltre nell’Ottocento la punta del Faro era ufficialmente considerata rifugio per il naviglio di passaggio in caso di condizioni meteorologiche difficili.

Le batterie borboniche a Torre Faro

Si è scritto nei comunicati che le batterie borboniche distribuite sul litorale tra Messina ed il Faro risultavano già disarmate nel 1829.
Tralasciando i periodi precedenti, in cui tale zona fu sempre armata di batterie, risultano invece notizie differenti. Nel 1831 era operativo l’addestramento degli artiglieri litorali (preposti principalmente a servire nelle batterie costiere) nei territori del regno Nel 1833 il Musci indica la Torre del Faro come presidio di quarta classe comandato da un capitano. Il Rampoldi nel 1834 evidenzia alcune batterie di cannoni poste a difesa della Torre del Faro. Nel 1847 la Torre del Faro era ancora un forte di quarta classe. Il Calvi afferma che  nel 1848 i rivoluzionari siciliani armarono quattro cannoni da 24 libbre  presso il fortino del Faro, una batteria tra la Torre di Faro e la Torre Mazzone a ovest, e altre quattro batterie tra la Torre del Faro e la Torre di Ganzirri sul versante est, ed altre sino a Messina. Lo Scalchi afferma che nel 1848 tra la torre del Faro e Messina furono costruiti dieci fortini, ciascuno armato con quattro pezzi di grossa artiglieria. Il generale Filangieri, indica che nel 1848 presso la Torre del Faro vi era una  batteria a pelo d’acqua e sei altri pezzi, oltre quelli già esistenti. Lo stesso anno il Lamberti descrive «un Faro utile al riconoscimento delle navi in ingresso, posto su una torre accompagnata da un fortino quadrato ben armato». Il Parlamento siciliano inoltre includeva la Torre del Faro tra le Piazze di quarta classe. L’Orsini nel 1852 descrive l’ingresso dello stretto, «chiuso da un seguito di batterie bene stabilite che si prolungano dalla città sino alla torre fortificata del Faro». Nel 1856 l’area di Capo Peloro era ancora dotata di varie batterie, mentre gli scritti di Menghini e Trevelyan indicano la presenza di artiglierie presso la Torre del Faro nel 1860.

L’incompatibilità dei tre cannoni con le artiglierie posizionate dall’esercito garibaldino nell’estate del 1860

L’esercito garibaldino una volta entrato a Messina, si premurò già dal 28 luglio di erigere un fronte a mare ricco di batterie costiere lungo la costa nord della città, con artiglierie di preda bellica provenienti da Palermo, Milazzo e Messina.
Si è ipotizzato che tra queste artiglierie vi fossero anche i tre cannoni esaminati. Il Cavour afferma che il colonnello Orsini prese da Palermo dodici cannoni, una batteria da montagna, una da campo e due mortai, e da Milazzo due mortai per un totale di 39 pezzi. Il Gay indica sei pezzi da 60 libbre e vari altri da 80, più artiglierie da campagna e colubrine. Il Bandi cita i grossi cannoni presi dal castello di Milazzo e da alcuni forti di Messina. L’Oddo racconta che da Palermo e Milazzo furono presi dodici pezzi da 24, una batteria da montagna, una da campagna e 9 mortai. Ulteriori fonti parlano di Paixhans da 80 libbre e cannoni da costa da 33 lunghi napoletani su speciali affusti; il Castiglia afferma che dal 28 luglio furono costruite le batterie sull’estremità nord ovest e di seguito le altre verso sud est.. Il Dumas descrive il 28 luglio una batteria di tre cannoni, Forbes invece indica due pezzi da 68 libbre e sei pezzi da 32 della ex pirofregata Veloce. Il Cesari indica 35 bocche da fuoco, di cui dodici pezzi da posizione da 24, sei pezzi da campo, sei pezzi da montagna e undici mortai, già appartenenti all’esercito borbonico.
Nessuno di questi e altri documenti indica tra i pezzi trasportati e utilizzati dai garibaldini per la difesa costiera al Faro, due cannoni navali da 8 e uno “forse” da 18 libbre di fine Seicento -primi Settecento inglesi, sabaudi o altro. La carta delle batterie costruite dal Genio Militare garibaldino nel luglio-agosto 1860 lo conferma, descrivendo chiaramente ubicazione, numerazione e quota delle batterie, con affusti,  numero e calibri delle artiglierie di preda bellica borbonica armati al Faro e idonei per la difesa costiera ovvero: cannoni da 24 e 36 libbre (una libbra napoletana = 514 grammi), cannoni-obici da 60 libbre mod. Millar (progettati nel 1830) e da 80 libbre mod. Paixhans a bomba (progettati a partire dal 1820-30), gli obici da 32 libbre da marina e infine i mortai da 32 cm. A ciò si aggiunga che nel 1860, per un cannoniere borbonico, esistendo ormai armi più efficaci e adeguate agli usi del periodo,  era già impensabile utilizzare in difesa costiera vecchi cannoni inadatti come i tre recuperati, fusi in un periodo lontanissimo per rispondere a esigenze ormai superate. Ancor di più lo era per un cannoniere garibaldino, il quale potendo selezionare le varie artiglierie lasciate dal nemico oppure spartite, molto difficilmente avrebbe scelto tre cannoni del genere, vecchi di un secolo e mezzo, inefficaci e facili al difetto se non all’esplosione, né avrebbe perso tempo adoperandoli per un’improponibile difesa in un luogo insidioso come lo Stretto di Messina, contro navi moderne e ben armate per il tiro a lunga distanza.
Utilizzare in batteria artiglierie del genere nel 1860 avrebbe infatti significato creare un pericoloso vuoto nella copertura costiera. Infatti questi tre cannoni, ipotizzando che nel 1860 fossero ancora funzionanti, avevano calibri, munizionamento, gittate e potenza progettati per l’uso contro il naviglio di fine Seicento o primi Settecento, perciò a dir poco incompatibili con le necessità e gli usi della metà dell’Ottocento, con prestazioni ormai talmente ridotte e inutili per il tiro contronave da non poter affatto raggiungere il bersaglio, o al massimo  “fare il solletico” alle moderne navi da guerra borboniche, veloci, protette  e ben armate anche con pezzi rigati. A queste per un’efficace difesa delle coste era primario e fondamentale contrapporre artiglierie quantomeno simili e di uguale potenza e caratteristiche, allo scopo di scoraggiare e impedire l’avvicinamento e il facile cannoneggiamento.
Infine il luogo del recupero dei tre pezzi non corrisponde con quello delle batteria garibaldina più vicina eretta, ovvero la N III, armata con un cannone da 24 libbre, due cannoni obici  mod. Millar da 60 libbre smontati dalla nave Tukery, e ad agosto con due cannoni obici mod. Paixhans da 80 libbre da marina. Tutt’altro tipo di artiglieria rispetto ai tre pezzi in questione.
Non è detto poi che il luogo in cui sono stati recuperati i pezzi, corrisponda con quello originario. Infatti dato che non vi è nessuna certezza, i cannoni ormai inutili e vetusti, potrebbero anche essere stati trovati altrove in abbandono, o messi fuori uso e ceduti per l’alaggio o meglio per l’ormeggio del naviglio di passaggio in quel tratto di costa. Niente infatti può impedire di ipotizzare che i tre cannoni fossero piantati in loco già prima dell’arrivo di Garibaldi.

Conclusioni

L’unica certezza, così come evidenziato dalle documentazioni, dalle stesse mappe garibaldine e dalle considerazioni di carattere tecnico e storico, è che questi tre cannoni, di cui non è stato possibile avere notizie certe, non corrispondono a quelli armati nelle batterie garibaldine; non furono quindi trasportati da altri luoghi dall’esercito garibaldino e utilizzati a Capo Peloro nel 1860.
Discorso a parte meritano gli  affusti, la cui ricostruzione non ha alcuna rispondenza con quelli alla marinara o a carretta dell’epoca, nonostante esistano molti testi e documentazioni illustrate da cui prendere spunto.
I cannoni sono beni culturali di interesse storico tutelati in linea generale dall’art. 9 della Costituzione e nello specifico dal Codice dei BBCC e del Paesaggio, in materia di: restauro, protezione, obblighi e interventi conservativi, valorizzazione,  spostamento, accessibilità al pubblico, fruizione.
Le attività di ricerca al fine di ottenere e promuovere corrette informazioni tecniche e storiche, sono invece contemplate negli artt. 118 (promozione e attività di studio e ricerca), 119 (diffusione della conoscenza del patrimonio culturale) e 120 (sponsorizzazione dei beni culturali).
Tuttavia se nelle considerazioni finali delle  “schede tecniche”, si ritiene candidamente che “a nulla giova disquisire sulla proprietà militare dei cannoni di Capo Peloro e su chi ne fece un ultimo uso”, ma nel contempo si vogliono commemorare periodi storici di comodo, esibendo e utilizzando reperti che nulla hanno a che vedere con essi, sarebbe stato più semplice evitare di avventurarsi in certe spinose tematiche e ripristinare il monumento ai Mille ubicato nel villaggio di T. Faro, ed oggi non più esistente.

Per i dettagli consultare “Artiglieria ad avancarica a Messina; storia e  caratteristiche”, in Armi Antiche, speciale Italia 150.

Armando Donato M.

Vittorio Emanuele II, il Re Bomba postunitario – La rivolta del sette e mezzo, Palermo 16-22 settembre 1866. Quando si predica bene e si razzola male

Questi  alieni liberatori piemontesi, trentini, lombardi ungheresi e chi più ne ha più ne metta alla faccia dell’italianità tanto sbandierata. Questi portatori di democrazia, progresso e civiltà nel sud “cavernicolo e arretrato” abitato dagli zulù, ma che non esitarono a reprimere a cannonate il popolo in rivolta.
Strano per una monarchia  perfetta e democratica come quella sabauda e una gruppo di potere massonico, che da anni criticavano i borbone per  aver soffocato nel sangue (a detta loro) la rivoluzione del 1848 , ma che poi non esitarono ad usare gli stessi metodi, ovvero le artiglierie da  terra  e mare per spegnere nel sangue la rivolta di Palermo nel 1866, contro coloro i quali qualche anno prima erano comunque considerati  con grande  “patriottismo“” i “fratelli siciliani””. Dove sta la differenza? Chi erano e cosa chiedevano i  cittadini rivoltosi, molti dei quali ex garibaldini ed ex borbonici, se non diritti e pane, a  fronte della povertà e delle promesse non mantenute ??
Eppure l’unica risposta fu il ferro e la polvere  delle granate, a cura di uno stato ed un governo  che  alla prima occasione dimostrarono bene  il perché fossero giunti in Sicilia nel 1860 con accordi e inciuci vari, per mezzo di un utile idiota che si pentì in ritardo di ciò che fece. Ovvero allo scopo di occupare il territorio e il potere; null’altro.
Questa è una delle tante vergogne italiane tenute debitamente sottaciute e nascoste dalla arrogante  e ignorante storiografia, asservita al potere.

Armando Donato

“Peppa ‘a cannunèra”: eroina messinese

Di lei si sa con certezza che era nata a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, pare il 19 marzo 1841 (anche se c’è chi dice sia nata intorno al 1826).
Frutto degli illeciti amori di un tal Antonino Mazzeo, per molti é nota come Giuseppa Bolognari (dal nome della nutrice alla quale viene affidata in assai tenera età). Secondo un’altra versione, si chiamava Giuseppa Calcagno, avendo preso il cognome della nutrice Maria Calcagno, quando venne affidata dalla Congregazione di carità.
Non si hanno notizie precise sulla sua giovinezza e su che lavoro svolgesse a Catania (chi dice facesse la serva di un oste catanese e poi l’aiutante stalliera in una rimessa di carrozze da nolo, altri dicono facesse la postina). Pare fosse bruttissima a causa del volto sfigurato dal vaiolo. Più certe le voci che la vedevano accusata di avere rapporti con un ragazzo più giovane di lei (il “giovinetto Vanni”), per poi frequentare osterie e locali “poco adatti a una donna”, girando vestita da uomo, fumando sigari, bevendo e giocando a carte.
Prima di narrare del giorno che la vide protagonista di due gesti eroici, occorre inquadrare meglio il periodo in cui accaddero. Già nel 1860 i borbonici si erano ormai impadroniti di gran parte del Regno delle due Sicilie. La spedizione dei Mille stava ormai avanzando, percorrendo l’Italia. L’8 aprile dello stesso anno gravi tumulti scoppiarono in quasi tutta la Sicilia (a Catania, Palermo e  Messina).
In particolare, oltre tremila catanesi insorsero scendendo armati nelle strade e adunandosi nei pressi del Duomo gridarono: “Viva Palermo”, “Viva l’unità d’Italia”, “Viva Vittorio Emanuele II”.
Gli insorti e le truppe borboniche entrarono in contatto, con scontri violentissimi. Il comandante della piazza, generale Tommaso Clary, ordinò alle truppe di ritirarsi nelle caserme e nel castello Ursino. Per evitare un ulteriore spargimento di sangue, il generale borbonico e le autorità civili conclusero con una tregua. Ma fu solo l’inizio, poiché il giorno 10, a sera, la rivolta divampò nuovamente, anche se per poche ore.
L’11 maggio, con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Giuseppe Garibaldi con le sue “camicie rosse” sbarcarono a Marsala e la Sicilia si infiamma. Catania seguì con entusiasmo tali notizie e, nel frattempo, la città fu fortemente presidiata dai reparti del generale Clary.
Il 24 maggio le squadre organizzate conversero lungo la provincia, a Mascalucia, Acireale e Lentini con al comando il colonnello Giuseppe Poulet, ministro della Guerra nel 1848-49. Il 29 maggio si sparse la notizia che Palermo era in mano ai garibaldini. Nel resto della Sicilia le truppe napoletane si ritiravano verso oriente, e le province abbandonate riconoscevano il governo dittatoriale di Garibaldi.
Nella notte fra il 30 e 31 maggio una drammatica riunione si svolge a Mascalucia in cui Poulet, rinunziando al piano di far convergere contemporaneamente le tre squadre sulla città, non potendo avvertire subito le colonne attestate ad Acireale e Lentini, dovette rompere gli indugi, marciando con mille persone su Catania, privi di armi e munizioni, incuranti di contrapporsi ai circa tremila soldati di Clary, affiancati da forti squadroni di cavalleria.
All’alba del 31 maggio, mentre le campane e i tricolori annunciavano l’insurrezione, una squadra di giovani al grido di “unità e libertà” si lanciò contro i regi. Un migliaio di volontari da Mascalucia raggiunse Porta Aci: al Borgo il primo contatto con i cavalleggeri borbonici. Partono le prime fucilate mentre bandiere tricolori spuntano sui balconi. La cavalleria indietreggia precipitosamente fino a piazza Università e salda dietro e barricate attorno alle quali presto si accende una lotta accanita.
Si combatté aspramente attorno alle barricate, in via Stesicorea, ai Quattro Cantoni, nella via Mancini e nella strada degli Schioppettieri.
Peppa, che praticamente era all’inizio da supporto come vivandiera ai giovani siciliani, partecipò con molto ardore e grande intelligenza agli scontri della giornata, tanto da diventare il deus ex machina della difficile situazione. Guidati dalla popolana, riuscirono a trascinare un cannone, nascosto dal 6 aprile 1849 in un pozzo di casa Dottore, alle spalle delle truppe e a piazzarlo nell’atrio del palazzo Tornabene, a piazza Ogninella. (ecco spiegato il motivo del suo soprannome).
A un ordine secco di Peppa, gli insorti spalancano il portone e la popolana,  accesa la miccia, scaricò una cannonata contro i soldati borbonici che, colti di sorpresa tra le vie della Loggetta e Mancini e decimati che impauriti si diedero ad una fuga disordinata, riparandosi dietro le barricate tra la Piazza dell’Università e il Palazzo del Municipio, abbandonando su via Euplio Reina diversi caduti e un secondo pezzo di artiglieria.
Il fuoco intenso dei soldati rendeva praticamente impossibile impossessarsi anche di questo secondo cannone.
Peppa, avvalendosi di un cappio ottenuto da una robusta fune e aiutata da altri popolani, riuscì a trascinarlo dalla sua parte, fino alla zona Marina.
Verso mezzogiorno, mentre gli insorti avevano quasi esaurito le munizioni, per il ritardo dei rinforzi di Nicola Fabrizi, il generale Clary cercò, con una carica di cavalleria lungo Via del Corso (l’attuale Via Vittorio Emanuele II), di aggirare la destra dei suoi avversari.
Intervenne l’eroina alla testa di un gruppo di popolani che irruppero in piazza S. Placido da via Mazza, trascinando il cannone guadagnato dai borbonici per piazzarlo sul parterre di palazzo Biscari alla Marina e lanciare qualche palla contro la nave da guerra che già bombardava la città, coadiuvata dal fuoco dei due mortai posti sui torrioni del castello Ursino.
Appena però quei popolani sboccarono sulla via del corso videro, in fondo a piazza Duomo, due squadroni di lancieri che si apparecchiavano alla carica. Temendo di essere presi, scaricarono all’improvviso i loro fucili, abbandonando il cannone già carico.
La donna si trovò sola a fronteggiare la situazione. Rimasta impavida, con grande sangue freddo escogitò un’altra mossa astuta, facendo credere che il cannone non funzionasse.
Sparse sulla punta del cannone un po’ di polvere cui diede fuoco, dando così l’impressione che il colpo avesse fatto cilecca. Attese quindi, tranquilla, che la cavalleria caricasse. I borbonici, in effetti, pensando che il cannone si fosse inceppato, mossero sicuri di riguadagnare il pezzo perduto.
Non appena si furono avvicinati di pochi passi, la coraggiosa donna diede fuoco alla carica. L’arma sparò veramente, spargendo morti tra gli assalitori.
Ciò consentì all’eroina di fuggire e di mettersi in salvo, mentre il suo giovane compagno Vanni morì, colpito da una fucilata. I borbonici si allontanarono da Catania il 3 giugno. Su tutte le torri, dal castello Ursino al castello di Aci, dal campanile del Duomo ai balconi del palazzo di città garrivano al vento le bandiere tricolori.
Vien costituita immediatamente la guardia nazionale: suo comandante è l’intrepido marchese di Casalotto, Domenico Bonaccorsi. Dieci giorni dopo la città ha un nuovo patrizio, il barone Francesco Pucci.
Dopo l’effimero successo, Clary, saputo che Garibaldi marciava su Milazzo, lasciò Catania. Dopo aver partecipato alle azioni militari di Catania, una volta ritiratesi le truppe nemiche, la nostra eroina operò come vivandiera della Guardia nazionale e prese parte all’espugnazione di Siracusa. Peppa, ormai e per sempre, soprannominata a buon diritto la Cannoniera, ebbe assegnata dal Governo Italiano, per i suoi atti di valore, la medaglia d’argento al valore militare. Lo stesso Garibaldi, con un proclama datato 5 agosto 1860, ringraziò la generosità dei barcellonesi e ” le cure gentili e delicate delle loro donne”.
Il Comune di Catania  la gratificò, inoltre, di una pensione di 9 ducati mensili, pensione che, più tardi, venne tramutata in una gratifica, «una tantum», di 216 ducati.
Peppa passò il resto della sua vita comportandosi degnamente nel nuovo ruolo assunto, felice di poter fumare la pipa e giocare a tresette nelle bettole, tra un bicchierotto e l’altro di vino paesano.
Purtroppo, caduta nelle mani degli usurai, pare avesse ceduto la pensione e quel che restava dei 216 ducati avuti in cambio del suo coraggio. Morì a Messina il 20 settembre 1900 (per alcuni, nel 1884).
Questa popolana, analfabeta e scapestrata, simbolo della partecipazione popolare spontanea all’insurrezione contro i Borboni, fu la risposta più istintiva della vendetta popolare contro i “birri”, “dazieri”, “esattori del macino”.
Di lei parlarono in termini esaltanti i corrispondenti dei giornali stranieri (Inglesi e francesi) che seguivano le imprese di Garibaldi e dalle gesta di questa donna sono nate anche recenti rappresentazioni teatrali e canzoni.
I barcellonesi le dedicarono una lapide ed un monumento, oggi situato di fronte al Municipio, (Palazzo Longano) in memoria del suo gesto eroico.
Il cannone e’ conservato nel museo civico di Catania.

Fabio Marletta

Giocando a carte nell’osteria
e con indosso vesti maschili,
Peppa ricorda con nostalgia
le sue passate gesta virili;
col viso sfatto per il vaiolo,
ella una rozza pipa di legno
fuma e ripete con voce fiera
sempre un racconto, sempre uno solo:
perché si chiami “la Cannoniera”
dacché l’Italia divenne un regno.

I moti anti Borbonici scoppiati a Messina 1847 – 1848 hanno il suo eroe: il dottor Ferdinando Palasciano

In un’epoca in cui, la guerra fratricida fu  senza quartiere,  si imponeva nella storia, un personaggio notevole. Questo grande uomo, scriverà anni dopo: “bisognerebbe che tutte le potenze in guerra, riconoscessero reciprocamente, i principi di neutralità del combattente ferito per tutto il tempo  della cura.”
Questo fu l’appello, lanciato ai suoi superiori che avevano ammonito i medici al seguito delle truppe napoletane; quando per volontà del Generale Filangeri, si ordinava di non dare ne campo, ne ricovero ai feriti del nemico, previa la pena di fucilazione dei disobbedienti.
Ferdinando Palasciano medico chirurgo, nacque a Capua  il 19 giugno del 1815 e morirà a Napoli il  28 novembre 1891:  durante i rivolgimenti avvenuti a Messina del 1847 – 1848, accadeva un fatto clamoroso,  che segnerà nella storia futura un solco indelebile, durante un evento bellico: il riconoscimento di asilo e di cura, di tutti i feriti di guerra anche se nemici. Condannato per alto tradimento e destinato alla immediata fucilazione, per aver contravvenendo a un preciso ordine del Comandante Generale in capo. Posto agli arresti aspettava la sentenza che sarebbe giunta a breve giro di posta dopo qualche giorno: ma, il comportamento che tenne contro i rivoltosi impressionarono fortemente il Re, e pertanto,  fu salvato da un decreto speciale, emesso dal sovrano Ferdinando II che lo sollevava da ogni responsabilità.
Quando il regno dei Borboni ebbe termine, presentatosi davanti al Congresso internazionale dell’Accademia Pontiniana nel 1861 a Napoli, ricordando cosa ebbe a scrivere al sovrano prossimo alla morte, incalzato dai suoi carcerieri:
“i feriti, a qualsiasi esercito appartengono, sono per me sacri e non possono essere considerati come dei nemici.”
La sua fama allora crebbe e si propagò fra le valli e le mura delle scuole e delle Accademie europee. Avendogli a riconoscere un ruolo nella costituzione della Carta dei principii del Congresso di Ginevra 1864, ispirando con il suo comportamento i padri fondatori. E allo stesso tempo, in molti lo ritengono, come il precursore, di quell’organizzazione che muovendo i primi passi, si soleva identificare come La Croce Rossa.
Da un fatto di sangue che ebbe teatro a Messina, nacque qualcosa di grande, di duraturo,  coltivato un poco, da tutti quelli che amano la vita oltre ogni interesse di parte. In questo caso, il sovrano Ferdinando II, etichettato come gretto, e nefasto despota, si mostrò lungimirante e caritatevole non certo, verso  un suo ufficiale medico, ma verso quel messaggio che faceva proprio. Gli uomini quando cagionevoli, hanno il diritto della misericordia perchè uguali nel momento del bisogno.

Alessandro Fumia

La desistenza anti piemontese e il pane scomunicato

La lotta che ebbe a portare tanti ragazzotti sotto il vessillo di Garibaldi, il liberatore, da una tirannide mai così amata, si trasformava di giorno in giorno, in una rivolta inimmaginabile. Le truppe del Re piemontese, arroganti, criminali, dei delinquenti in carriera, portarono la morte e la disperazione in molte comunità del meridione d’Italia. Il popolo duo siciliano, combatteva con ogni mezzo a sua disposizione, facendosi massacrare piuttosto che acquietarsi, sotto i colori di una Italia non voluta. Una battaglia, mille battaglie questo era il motto di molti rivoltosi che, si udivano nelle contrade e nei paesi, dell’ex regno Borbonico dopo il 17 marzo 1861. La rabbia, l’astio, si comunicava in tanti modi e la popolazione, era la principale oppositrice di questa guerra dichiarata. A differenza di prima, qui la guerra fu palese; la resistenza, scoppiò come unica difesa alla tirannide savoiarda. La repressione militare inferta al popolo del sud,  è un fatto storico incontrovertibile.
Con l’entrata in regime, della chiamata alle armi dei sudditi duo siciliani, ci sarà una recrudescenza di livore e di odio, avvertita da ambo le parti sfociata in persecuzione. Entrambe le fazioni, erano determinate ad ottenere la vittoria, con qualsiasi mezzo.  In quella fase storica, la barbarie era un metodo e quasi una consuetudine, ma vi sono accaduti dei fatti clamorosi che giustificano la rivolta popolare, esente da contaminazioni individuali e territoriali; in quanto volontà di tutto un popolo, entro i suoi antichi confini nazionali. In una pubblicazione dell’epoca, edita dal giornale napoletano L’Unione,  si legge quanto segue:
“gli ufficiali piemontesi dicono qui, di essere altamente detestati, e l’odio delle masse è tale, che basta raccontare un fatto, descritto proprio da un ufficiale piemontese. Alcuni soldati napoletani arruolati per forza e trasportati al distretto di Alessandria, non volendo servire nelle file piemontesi, giurarono piuttosto di lasciarsi morire di fame; il comandante, non potendo per modo alcuno vincere la loro sublime ostinazione, fu obbligato a congedarli per non vederli spiare di fame.”
Un caso simile a questo fatto, di energica risoluzione, fu quello dei poveri D’Amalfi, che ricusarono di ricevere il pane, distribuito loro, in occasione della festa nazionale del 2 giugno; perché dicevano codesti, era un pane scomunicato.
Se perfino i poveri, erano pronti a rifiutare l’unico bene che possedevano nella vita, quello della misericordia umana, ribellandosi all’abominio, alla giustizia ingiusta, cosa pensate che covasse nell’animo di tutti gli altri: libertà, uguaglianza, fraternità sotto un’unica bandiera, oppure ribellione?
Il sangue di tanti innocenti, fu versato  ancora per lungo tempo, come i martiri cristiani, martirizzati per una fede mai doma, mai vinta saranno per sempre ricordati. Per questa fede, furono indicati come ribelli, fuori legge, e in quanto tale  indicati briganti. Mentre in realtà erano partigiani, di uno stato che sentivano tale, e che non avrebbero mai più ritrovato.

Alessandro Fumia