Archeologia

La nave romana, adagiata sui fondali di Capo Graziano a Filicudi

Il mare è il museo più ricco che possa esistere, basti pensare a quante battaglie sono state combattute in tempi avi tra le acque del mediterraneo e quante imbarcazioni sono affondate durante le traversate, cariche di anfore, a causa dei fenomeni atmosferici. Che il mare nasconda veri e propri tesori lo sanno bene i SUB PIRATI, che saccheggiano i fondali, ed è proprio per questo motivo che le forze di carabinieri del nucleo subacqueo di Messina hanno messo in pratica dei progetti che prevedono la documentazione dei resti sommersi. Le coste della Sicilia, nella zona dello Stretto, custodiscono la storia attraverso i relitti che sono affondati durante i millenni. La zona dello Stretto era un area di gran commercio, qui approdavano imbarcazioni per smerciare i carichi (anfore piene di vino, spezie, tessuti) ricordiamo ad esempio, che al periodo romano, la Sicilia era considerata il granaio di Roma, poiché dopo la conquista, attraverso accordi, la Sicilia che era divenuta la seconda provincia dell’impero romano, doveva pagare annualmente un tributo a Roma. La tassa, era proprio il carico di grano, materia di cui l’isola ne era la maggiore produttrice dopo l’Egitto. Inoltre in tempi ancora più avi, ricordiamo che diverse guerre sono state combattute nelle vicinanze delle coste dell’area messinese, ad esempio ricordiamo la battaglia di Nauloco combattuta intorno al 36 a.C. e ancora guerre furono combattute nelle acque del golfo di Milazzo. La zona dunque è ricca di imbarcazioni, che per ovvi motivi si sono adagiati sui fondali. La zona di Capo Graziano, nell’arcipelago Eoliano, custodisce i resti di una nave romana e dunque beneficia di questo progetto che vuole salvaguardare i resti. L’imbarcazione adagiata sul fondale, è un vero e proprio museo sottomarino, difatti gli appassionati di subacquea, possono immergersi, grazie ad un progetto messo in atto dalla Soprintendenza del mare, per ammirare le bellezze del relitto. Sui fondali, si scorgono inoltre i resti del relitto A, una nave ellenistica datata tra III e II sec. a.C.
Le isole Eolie, custodiscono inoltre il colonnato romano del II sec. Al 1975, risale invece il ritrovamento della GABBIA di alcune anfore antiche, depositatesi sul fondale. Fu in seguito un isolano, a scoprire a nord di Panarea, tra molluschi e pesci, la presenza di una magnifica anfora greco-italica (III-IV secolo a.C.). Il reperto si presentava in ottime condizioni. Diverse sono le anfore che ogni anno vengono riportate alla luce, queste sono definite anfore da trasporto, poiché presentano un puntale appuntito, realizzato in modo che queste potessero essere trasportate in modo verticale nelle stive delle imbarcazioni. Le stive, infatti presentavano degli ambienti, colmi di sabbia, in modo che si potessero affondare i puntali, e quindi le anfore, che arrivavano a destinazione, ricche del contenuto, spesso del vino. Inoltre sappiamo che nel periodo romano, si dava importanza a quelle che erano le superstizioni, spesso infatti le imbarcazioni, partivano con giorni di ritardo. Si racconta, che il comandante, prima che la nave salpasse, praticasse un sacrificio di un toro o di una pecora per capire quale fosse il volere gli dei. Se il responso era negativo, si rimandava la partenza. Pare che portasse male, o fosse presagio di sventura, se si starnutisse sulla passerella mentre si saliva sulla nave. Il segnale diventava positivo, se si starnutiva a destra durante il sacrificio. Segno orribile era invece se un corvo o una gazza, si posassero sull’albero della nave. Altro presagio negativo era se uno dei componenti delle imbarcazioni, sognasse prima della partenza gufi, tori, cinghiali e civette. Se si sognava qualcuno incornato era segno dell’affondamento di una nave. Portava male inoltre se si bestemmiava sull’imbarcazione, se si ballava o se ci si tagliava i capelli a bordo, anche se in questo caso, i capelli potevano essere gettati in mare, per placare l’ira degli dei. Uno dei segni favorevoli era invece se degli uccelli si posavano sulla nave durante la navigazione. Era dunque difficile riuscire a viaggiare tranquilli a bordo. Oggi comunque i relitti che per qualsivoglia motivo, sono colati a picco, custodiscono ancora i segni evidenti di una storia che può essere trascritta attraverso i reperti portati alla luce.

Laura Gangemi

Archeologia, storie di resti ricoperti per mancanza di fondi

Questo articolo  è una “denuncia” contro chi ha il potere e “non ha” i mezzi. Sappiamo benissimo che la Sicilia è ricca di storia antica, diversi sono, infatti, i siti archeologici dislocati, testimonianze note sono a Taormina, Siracusa, Selinunte, Gela, Erice, Palermo, Isole Eolie, Isole Egadi e vari centri minori. Insomma, per la presenza di storia che esiste sul nostro territorio, potremmo vivere solo di turismo, invece purtroppo per mancanza di fondi siamo costretti a dover nascondere le nostre origini. E’ un vero peccato che per una questione economica, non possiamo conoscere cosa celi il terreno sul quale passeggiamo. Questo articolo vuole mettere a conoscenza dell’individuo, che ogni giorno calpesta il terreno, la storia che nascondono le città sotto il manto stradale e sotto le campagne coltivate. Pochi sono infatti al corrente della presenza di un antica fattoria di epoca romana collocabile tra I° sec. a.C e I° sec d.C. nella zona di Casazza a Spadafora in provincia di Messina. La motivazione di questa mancanza di informazione è dovuta al fatto che lo scavo archeologico è stato chiuso prima di essere aperto, e sapete qual è la motivazione????. Mancanza di fondi per il finanziamento dello scavo. Anni fa, durante i lavori per la costruzione del metanodotto, nella citata contrada, sono riemersi dei resti archeologici, per la precisione si trattava di 4 vani con muri, di resti di una pavimentazione, di alcuni frammenti di “argilla sigillata”, ed un magazzino, con “dolii” interrati. I resti in questione risalgono a circa 2000 anni fa, ma nonostante la loro importanza archeologica, a nessuno pare sia importato di farli conoscere alla gente. Infatti l’area che avrebbe potuto incrementare il turismo nella zona Spadaforese, è stata ricoperta dalla terra. Questa è la dimostrazione dell’indifferenza totale nei riguardi di un bene e purtroppo a malincuore mi tocca dire che le risorse sono scarse, solo quando si tratta di investirle in cultura. Un altro episodio simile si è verificato sempre durante i lavori per la realizzazione del metanodotto, nell’area di Saponara, qui era stata riportata alla luce un urna cineraria dell’età del ferro, l’urna venne prelevata e probabilmente posta in uno dei magazzini della soprintendenza. Ancora a dimostrazione del fatto, che la storia abbia una valenza minima, e che non sia importante offrirla alla cultura del comune cittadino, resti di “ impronte “di età preistorica e cocci di ceramica, erano stati portati alla luce nella zona collinare tra S.Martino e Verdesca sempre a Spadafora. I ritrovamenti vennero segnalati alla Soprintendenza dei Beni Culturali di Messina, ma il finale previsto, fu la ricopertura dell’area con dei teloni. Anche in questo caso, fu un occasione sciupata, per riportare alla luce resti e testimonianze della storia della piccola frazione di Spadafora.

Laura Gangemi