Piazza Reginaldo Giuliani al Villaggio Santo di Messina

60931_445958008786925_2131236009_nL’unica piazza esistente nel villaggio Santo sito a sud-ovest di Messina è intitolata a Reginaldo Giuliani. Chi era Reginaldo Giuliani direte voi ed ai più sconosciuto? Reginaldo Giuliani nasce a Torino il 28 agosto 1887 e dopo avere terminato gli studi presso i padri Salesiani, nel 1911 viene ordinato sacerdote.
Chiamato alle armi partecipa alla I^ GM come cappellano militare e per il coraggio dimostrato in prima linea viene decorato con due medaglie di bronzo ed una d’argento.
Terminato il sanguinoso conflitto ritorna ad esercitare i Sacramenti, tuttavia ben presto il suo carattere indomito e patriottico lo spinge a chiedere la dispensa dai suoi ministeri e si arruola per andare in A.O.
418174_451824224866970_1340000315_nAggregato ad un reparto di CCNN (Camicie Nere) con il grado di Centurione (equivalente a Capitano del R.E.) della MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), nel corso di un combattimento si trova nel pieno esercizio delle sue funzioni e mentre presta soccorso a tre ufficiali viene travolto dalle orde abissine, e nonostante mostri il crocefisso ai suoi assalitori viene colpito e finito a colpi di scimitarra.
553509_451824698200256_668651074_nIl suo cadavere a differenza degli altri orrendamente mutilati non viene violato forse in virtù del suo stato sacerdotale.
Per questa sua eroica impresa viene decorato con MOVM.

Sergio Cavacece

Gli ultimi sistemi difensivi dello Stretto di Messina

1Il dispositivo eretto a fine Ottocento a difesa dello Stretto di Messina, di fatto si componeva di batterie costiere alte a basso parapetto per il puntamento diretto, con artiglierie principali in ghisa (obici “C”) di grosso calibro con sistemazione in barbetta, utili al tiro curvo di sfondo contronave.

Tali batterie rappresentavano un esempio di strategia difensiva dei litorali basata su piazzeforti ben protette e fortemente armate, aventi il compito di operare in sinergia con le flotte navali per la difesa attiva in mare e le difese territoriali per l’opposizione a sbarchi o invasioni.
Tuttavia già nei primi anni del Novecento, il progresso delle artiglierie aveva posto il problema dell’adeguamento delle difese, suggerendo la realizzazione di un preciso programma di opere moderne.
Dal 1906 al 1943 lo SME e le varie Commissioni di difesa e studio, produssero sistematicamente tutta una serie di atti utili a meglio organizzare la protezione costiera.
In particolare dopo la fine della grande guerra lo SME ribadì l’ulteriore inefficacia delle batterie rispetto agli anni precedenti, ritenendo opportuna la sostituzione delle fortificazioni permanenti con quelle di tipo campale e la riduzione e l’adattamento delle vecchie fortificazioni alle offese aeree.
Nel frattempo si erano redatte nuove Istruzioni per la difesa costiera nel 1919, 20 e 21 e 1924-25 con la decisone, riguardo la Piazza marittima di Messina, di rimandare a tempi successivi l’allestimento delle batterie, rimanendo però la preminenza di interessi circa la gestione della Marina della Piazza stessa, con la gestione delle batterie di obici e quelle di grosso calibro a cura dell’Esercito.
Nel 1928 fu approvata la Relazione sulla difesa controarea territoriale attiva, che per Messina prevedeva l’organizzazione a cura della Marina. Nel 1931 seguì la nuova Istruzione per la difesa delle coste e nel 1935, nell’ambito della nuova organizzazione territoriale, Messina fu inserita alle dipendenze dell’Ispettorato di gruppo di zona di Napoli, diretto da un generale di divisione.
Lo stesso anno fu istituita una nuova specialità della MVSN da impiegare nelle Piazze marittime solo come artiglieria, ovvero la Milizia da COS., erede dell’Artiglieria da Costa e avente i comandi superiori in comune con la M. DICAT.
Nel 1939 la M. da COS. a sua volta divenne Milizia Marittima di Artiglieria, con compiti di gestione delle batterie contraeree, doppiocompito e costiere nelle Piazze marittime. 2
Dal 1940 al 1943 furono emanate importanti circolari e direttive circa la difesa delle coste, il potenziamento della difesa costiera e delle Piazze M. M., la protezione delle vie di comunicazione ed impianti e la difesa antiparacadutisti; sulla difesa delle frontiere marittime e riguardo la sistemazione difensiva e i lavori di fortificazione alle frontiere marittime.
Le ormai datate e vecchie batterie costiere di fine Ottocento dello Stretto, già drasticamente ridotte a 4 nel 1915 (all’epoca per la difesa antisom erano previsti i punti rifugio, ovvero apposite postazioni non permanenti di artiglieria di piccolo calibro distribuite lungo le coste), ancora dotate degli originari complessi da 280/9 in ghisa montati in piazzole circolari, su affusti da posizione e sott’affusti a molle a perno centrale, aventi cadenze di tiro, gittate e caratteristiche in genere ormai da considerarsi risibili; erano nel frattempo state in massima parte disarmate e destinate a depositi. Ne rimanevano infatti attive soltanto 8 nel 1942 e 4 nel 1943 a gestione MilMArt,
Ci si domanda a tal proposito:
1) durante quello che di fatto fu un conflitto mondiale innovativo dal punto di vista dei mezzi, delle tattiche e strategie belliche, erano tali poche e vistose opere costiere, concepite e progettate nell’ultimo ventennio dell‘Ottocento e dichiarate obsolete già a partire dai primi anni del Novecento, da sole in grado di difendere il fronte a mare, lo Stretto e il territorio della Piazza, evitando attacchi navali e sbarchi nemici in qualsiasi punto della costa?
2) Essendo state concepite in un periodo in cui per ovvi motivi il massimo sforzo difensivo si concentrava soltanto sulla protezione antinave e antisbarco dell’epoca; potevano esse a distanza di 60 anni, di offrire sorveglianza e dare effettiva protezione contro l’aereo, cioè uno dei principali strumenti di attacco, enormemente evolutosi e fortemente impiegato proprio come determinante arma di avvistamento e offesa nonché di risoluzione dei conflitti?

Le risposte sono semplici, dato che non furono di certo tali vecchie batterie, tra l’altro fantasiosamente denominate “forti umbertini”, ad ottemperare a tali gravosi compiti, rivestendo solo un ruolo marginale nell’ambito delle attività difensive.

Infatti a partire dalla seconda metà degli anni Trenta fu edificata una prima ossatura del nuovo sistema difensivo attivo permanente, in sostituzione delle vecchie opere di GC di fine Ottocento, come detto assolutamente inadatte ad assicurare la difesa della Piazza da più evoluti strumenti, sistemi e tattiche offensive.
La protezione spettava dunque alle nuove batterie concepite in netto contrasto con le vecchie opere, secondo più adeguati criteri basati sulle ridotte dimensioni (elementi puntiformi), massimo mimetismo, economia e celerità di realizzazione e l’impiego di appositi sistemi d’arma. A queste opere seguirono a secondo conflitto mondiale già iniziato, quelle costituenti il nuovo fronte a terra, che aveva il compito specifico di controllo, impedendo eventuali penetrazioni nemiche nel territorio della Piazza.
Nel 1939 Messina in quanto località di primo grado armava 5 batterie da 75 mm in posizione più 5 assegnate e 22 mitragliatrici. In breve volgere di tempo, sorsero inoltre opere difensive a largo raggio, che integrati da servizi di vigilanza armata, valsero ad assicurare l’inviolabilità delle zone portuali mediante il controllo costante ed accurato sul traffico delle persone e dei mezzi e sui materiali e generi in approntamento per il carico a bordo delle unità da guerra.
Nel 1943 lo Stretto risultava difeso da un sistema permanente composto da 21 batterie per cannoni da 90/53, 4 da 90/42, 22 da 76/40, 3 da 75/46 e 2 da 20 mm, in posizione.
In particolare nel luglio- agosto di quell’anno, tra fisse e mobili contava circa 29 batterie italiane da 76, 90, 120, 149 e 152 mm e 22 tedesche da 88, 105 e 170 mm, più vari pezzi leggeri da 20 e 37 mm. A tal proposito circa la difesa contraerea vari autori tra cui Santoni, Jacason, Gundelach, Hooton e D’Este indicano notizie differenti, come ad es. 235 pezzi di cui 123 da 88 e 90 mm e 112 di calibro inferiore, oppure 70 batterie o 65 batterie, o ancora 164 pezzi pesanti e 112 leggeri. La difesa costiera era invece assicurata da batterie 152 mm italiane e 4 tedesche da 170 mm, oltre alle sopracitate quattro batterie da 280.
Fu l’azione di tali più moderne batterie, facenti parte del cronologicamente ultimo dispositivo eretto, ed effettivamente impiegato in guerra, a consentire l’efficace protezione dello Stretto durante il secondo conflitto mondiale, assicurando il pieno successo delle operazioni di trasferimento delle divisioni italiane e tedesche in Calabria nel luglio- agosto 1943, ed evitando dunque l’accerchiamento da parte delle due armate angloamericane sbarcate sull’isola.

Armando Donato

Replica dell’Associazione “Festung” sulla mostra fotografica a cura del Sig. Pintaldi

Pubblichiamo, di seguito, la mail giuntaci da parte dell’Associazione “Festung”, che recita integralmente:

“E’ innanzitutto opportuno che, richiamandoci ai doveri contenuti nella Legge 3 febbraio 1963, n. 69, la responsabile del network MesisnOra, dottoressa Mancuso, cancellasse o rettificasse immediatamente il link
http://www.messinaora.it/joomla/cultura-e-spettacolo/item/3930-la-mostra-fotografica-del-maestro-pintaldi-e-i-fotogrammi-della-discordia-video.html

in cui, pubblicamente, in maniera del tutto aprioristica, offensiva e passibile di denuncia, ha tacciato di –nazismo- (Festung Sizilien significa Sicilia fortificata, e i bunker nazisti a Messina non esistono) l’associazione solo perché denominata in lingua tedesca.
Quella stessa lingua propria di imperatori, poeti, scrittori con i quali la Sicilia e Messina hanno avuto ed hanno importantissimi legami; propria dei tanti turisti che ogni anno vengono a visitare la nostra isola, incrementandone l’economia e soprattutto propria di quella terra che ha dato e dà la possibilità di lavorare e vivere a molti italiani, siciliani in particolare, –costretti- ad andar via.

Premesso ciò, le ironiche e screditanti dichiarazioni del signor Roberto Pintaldi, diffuse nel video su youtube pubblicato il 6 dicembre a cura del network multimediale MessinaOra, non ci toccano.

Tuttavia se la nostra Associazione è –sedicente– così come affermato nel video dal Pintaldi, risulta davvero strano che, citando un esempio, coloro non più giovanissimi che si occupano di cultura locale, possano ancora confondere la palazzina INAIL col palazzo Littorio.– Forse non siamo gli unici –sedicenti.–
il Sig. Pintaldi sappia che l’Associazione non è composta da FESSI così come crede.
E’ infatti palese che -dopo le nostre segnalazioni-,quindi a mostra in pieno svolgimento, nel pannello con le immagini inerenti i bombardamenti, nello spazio in alto, tra la foto che ritrae il palazzo del Banco Sicilia e quella del palazzo Littorio, e nello spazio a dx sopra il fotogramma che ritrae il porto distrutto, -siano apparse le targhette indicanti la provenienza, Immagini tratte da “Messina un secolo di storia, 1870-1960, ricerche cinematografiche Egidio Bernava””. –Targhette che prima non c’erano–.
Le fotografie che pubblichiamo a dimostrazione di quanto sostenuto, parlano chiaro.

Come infatti è bene evidente, le immagini -A e B- scattate alla fine di novembre, si riferiscono a prima della modifica; infatti le frecce rosse indicano lo spazio vuoto in cui -le targhette non ci sono ancora–.
Nella foto –C- invece, ovvero l’immagine estrapolata dal suddetto video pubblicato su youtube il 6 dicembre, si nota bene che gli spazi prima vuoti sono occupati dalle targhette, –palesemente aggiunte dopo–.
Inoltre si ribadisce che la questione non è riferita ai soli due fotogrammi del periodo bellico; ovvero quello della jeep Willys MB e quello della mitragliera 20 /70 Scotti Isotta Fraschini, essendovi in totale 9 tra fotogrammi e foto non opera del Maestro, di cui non era stata segnala la provenienza.

Quindi le nostre segnalazioni, al di la delle chiacchiere e dei polveroni alzati, si sono rivelate giuste e fondate.
Finalmente adesso ci sono le indicazioni, seppur è chiaro che la fonte originaria dei filmati contenuti nel lavoro del gentile dott. Bernava (tra l’altro visibili in tanti altri dvd) che al contrario di quanto pubblicamente sostenuto in un precedente comunicato dal signor Pintaldi, non indica alcuna collaborazione, non citando nei titoli di coda il nome del Maestro; sono dell’Ist LUCE e /o altri archivi a seconda del tipo di filmato. Le foto invece sono spesso visibili anche in alcuni volumi sulla seconda GM, uno in particolare che contiene anche le eloquenti foto dei bombardamenti, scattate dal Maestro.

In conclusione l’Associazione ribadisce per l’ennesima ed ultima volta, che – non ha interessi di alcun tipo ed ha attaccato o criticato i pregiati lavori del Maestro Aldo Pintaldi, eccellente professionista mai messo in discussione.– Tantomeno cerca pubblicità, visibilità, contatti e collaborazioni, in una realtà locale che si commenta bene già da sola.
L’Associazione, costituita da un gruppo di liberi cittadini contribuenti, che per mezzo di essa hanno liberamente espresso una propria legittima, pacata e fondata segnalazione, non ha nulla da condividere e tantomeno nessun dovere ed obbligo nel confronti del signor Roberto Pintaldi e della relativa mostra pubblica sponsorizzata da enti pubblici; riservandosi di appalesarsi nei modi ritenuti più opportuni.

Buon proseguimento
Best regards (siamo in Italia che in quanto paese libero ci consente di parlare come meglio crediamo)

Ass. Festung Sizilien”

In allegato, la foto relativa alla mostra.

mostra fotografica

Replica dell’ASS. Festung Sizilien al Sig. Roberto Pintaldi circa la mostra fotografica presso i locali di SM Alemanna

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Riceviamo e pubblichiamo quanto segue:

“In merito alle risposte date dal Sig. Roberto Pintaldi circa il nostro comunicato, pubblicato su Tempostretto al seguente link
http://www.tempostretto.it/news/pro-quo-associazione-segnala-foto-non-originali-mostra-pintaldi-replica-disattenti.html

si premette che Festung Sizilien è un’ Associazione che come tante altre realtà opera in assoluta autonomia.
Il fatto che a Messina sia conosciuta o meno non ha rilevanza alcuna, dato che la città non è certo  da intendersi essenziale banco di prova o fondamentale indicatore e marchio di garanzia di chissà quale livello storico culturale.
Occorre altresì puntualizzare che nel precedente comunicato che si invita a rileggere, l’Associazione non ha mosso attacchi o critiche contro qualcuno o qualcosa, ma secondo l’articolo 21 della Carta Costituzionale, i cui principi sono evidentemente sconosciuti a certi lettori/cittadini, ha pacatamente ed educatamente puntualizzato in maniera più che attenta e specifica, alcuni legittimi e fondati dubbi circa la mostra in oggetto. Per tali motivi si riserverà di agire nelle sedi opportune qualora fosse ulteriormente fatta oggetto di diffamazioni,  calunnie e accuse senza nessun fondamento.
La questione in oggetto non si riferisce tanto all’originalità delle opere, ma all’autore, ovvero a colui che ha effettivamente eseguito gli scatti.  Evidentemente le disattenzioni non sono state nostre poiché::

1)    Di fatto è stata allestita una mostra d’autore pubblica, sponsorizzata da enti pubblici (aspetti da tenere nella giusta considerazione), contenente però varie immagini che riguardo il secondo conflitto mondiale, non sono state scattate dal Maestro Aldo Pintaldi; la cui integrità morale e professionale non è mai stata messa in discussione, così come i preziosi scatti eseguiti;

2)    Il Sig. Roberto Pintaldi era però disattento quando, nonostante il particolare al punto n 1, ha consentito l’affissione dei due manifesti sul cancello di accesso della chiesa, riportanti la scritta a caratteri cubitali “”Attraverso le immagini di Aldo Pintaldi, Mostra fotografica continua..”. Ciò ha lasciato subito intendere che anche nel comparto relativo alla guerra, tutti gli scatti fossero opera del Maestro;

3)    Se il lavoro a cura Egidio Bernava “Messina un secolo di storia 1870-1960”, citato dal Sig. Roberto Pintaldi è quello edito nell’anno 1999, quale fonte di alcune non meglio indicate immagini esposte, risulta sorprendente che nella videocassetta relativa alle immagini dal 1933 al 1944, in nessuna occasione compaia il nominativo del Maestro Aldo Pintaldi;

4)    A differenza delle foto effettivamente scattate dal Maestro, per altre note immagini tra foto e fotogrammi relativi alla guerra, salvo  eventuali modifiche in corso d’opera, non è affatto chiaramente indicata alcuna notizia circa l’origine o l’autore (vedasi l’esempio in foto);

5)    Risultano totalmente false le dichiarazioni del sig. Roberto Pintaldi, circa presunte collaborazioni con i curatori del DVD “Novecento, le guerre del secolo: Codice Husky, gli alleati in Italia 1943-1945”, a cura dell’Ist. LUCE 2004, e il DVD “Sicilia 1943, lo sbarco alleato” ,edito da Le Nove Muse 2004, a cura di E. Costanzo, il quale ha smentito personalmente quanto asserito dal Pintaldi. Tra l’altro se collaborazione vi fosse stata, il nome del Maestro sarebbe risultato nei titoli di coda, così come per tutti gli altri collaboratori.

6)    Si rammenta che il lavoro del Bernava, quelli succitati e tanti altri, sono stati prodotti attingendo in massima parte e/o totalmente da filmati a cura dei cineoperatori ufficiali italiani e quelli alleati (ed anche tedeschi),questi ultimi conservati insieme a vario materiale fotografico presso gli archivi americani del N.A.R.A. e US.AHEC, inglesi dell’IWM e australiani del War Memorial.

7)    Circa gli storici locali  accennati dal  Sig. Pintaldi non è chiaro a quale titolo, è bene ricordare a qualcuno di essi, che esistono pregevoli collezioni a cura di un dimenticato personaggio, che produsse decine di scatti tra le rovine della città subito dopo le incursioni aeree angloamericane, indicando per ciascuna foto luogo, anno, mese, giorno, ora  e minuti.

Dato che per alcuni signori il legittimo desiderio di onorare le  preziose opere eseguite da un eccellente professionista, equivale ad esibire arbitrariamente anche foto e fotogrammi di altra appartenenza, origine o autore, tra l’altro facilmente verificabili; sarebbe bastato per rispetto della verità storica,fare le opportune dichiarazioni e conferme in modo costante e chiaro,anche nei vari comunicati diffusi in questi ultimi mesi.
In tale modo, così come intrinsecamente contenuto negli articoli 118, 119 e 120  del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, non sarebbe venuto meno il diritto alla corretta informazione a favore dell’utenza circa la genuinità dei pezzi esposti, e codeste nostre doverose puntualizzazioni, distanti da pregiudizi, intenzioni e interessi di qualsiasi natura, non avrebbero avuto ragione di esistere.
Questo è quanto; chi vuol intendere intenda.

Distinti Saluti Ass. Festung Sizilien”

La storia perduta della Sicilia

Diodoro Siculo è la chiave per comprendere la storia della Sicilia antica. Della sua Biblioteca storica ci sono purtroppo giunti solo i primi cinque libri e i libri che vanno dall’undicesimo al ventesimo, per il resto solo estratti o riassunti. Nei primi cinque libri l’autore di Agirio racconta le origini mitiche delle varie civiltà del mondo, tra le quali la sua Sicilia.
Tra gli autori di cui Diodoro si servì per la storia siciliana è di somma importanza Timeo di Tauromenion. Ma Diodoro ne cita anche altri, dei quali ci accingiamo a trattare.
L’opera di Timeo è andata perduta, così come anche le opere di Lico e Ippi di Reggio (Calabria), che hanno trattato della Sicilia e che sono fortunatamente stati ripresi ampiamente da Diodoro. Se venissero ritrovati i libri perduti della Biblioteca potremmo oggi ricostruire in maniera più chiara e dettagliata la storia della Sicilia greca e romana fino al I secolo a.C.
Le epoche successive, cioè quella imperiale e quella medievale, non ebbero storici di rilievo, che trattassero della Sicilia in maniera esaustiva come in passato. Quindi solo l’archeologia potrebbe fare luce sul periodo successivo alla vita del siciliano Diodoro. Probabilmente non avremo mai la possibilità di scoprire se storie locali come quella del Gran Mircì sia veritiera o falsa. (La tradizione messinese secondo la quale Messina con ventitré galere salvò l’imperatore Arcadio sotto assedio a Tessalonica nel 407 d.C.).

L’intento di Diodoro era quello di raccogliere la storia di tutti i popoli per farne una storia universale di tutto il mondo allora conosciuto: dall’Europa all’Africa del Nord, dalla Mesopotamia all’India.
Gli autori antichi che scrissero una storia di Sicilia furono: Timeo di Taormina, Alcimo di Messina, Lico di Reggio, Ippi o Ippide di Reggio, Filisto di Siracusa, Antioco di Siracusa, Atanide di Siracusa, Andrea di Palermo, Ninfodoro di Siracusa (che scrisse una sorta di periegesi della Sicilia dal titolo Le meraviglie di Sicilia). E’ probabile che ognuno di questi autori si sia soffermato a riportare la storia della propria città. Così forse Andrea avrà riportato vicende palermitane, Alcimo     quelle riguardanti Messina e gli storici siracusani come Filisto, Antioco e Atanide avranno sicuramente messo al centro delle loro storie la città di Siracusa.
Ma i Greci di Sicilia non si dedicarono solo alla storia. Abbiamo infatti memoria di tragediografi, commediografi e poeti nelle cui opere, andate perdute, probabilmente erano presenti numerosi riferimenti alla Sicilia. Ne sono un esempio le opere poetiche del siracusano Teocrito.
E’ possibile che in Sicilia ci fossero delle biblioteche? Dal III secolo a.C. si cominciarono ad allestire ingenti raccolte librarie in tutto il mondo ellenistico: dalle più grandi, come a Pergamo e ad Alessandria, alle più piccole nel mondo romano. Se poi pensiamo che ogni buon romano colto aveva una piccola biblioteca in casa (per quanto non sempre ricca come quella di un Cicerone), allora la risposta è sì. Chissà se un giorno sarà possibile ritrovare qualche biblioteca in Sicilia avente proprio come opere le storie di Sicilia degli autori appena citati. Fantasia? E’ ugualmente bello sperarlo.
Con la fine della res publica l’avvento del potere imperiale, iniziò un’epoca romano-centrica in cui si preferì non scrivere più storie a carattere regionale, ma concentrarsi sulle vicende dell’intero impero di Roma. Gli autori di questo periodo sono esaltati dalle vittorie imperialistiche di Roma e fanno a gara nello scrivere quanto più possibile sulla città eterna.
Inoltre, con la diffusione del Cristianesimo,  molti autori si dedicano ad opere di natura precipuamente religiosa.

Analizziamo adesso, uno per uno, quanto sappiamo della vita e delle opere degli storici siciliani.
Ippi o Ippide di Reggio visse tra il V e il IV secolo a.C. e scrisse una storia di Sicilia in cinque libri. Molto dettagliata se pensiamo che è citato da Ateneo, che descrive il vino siciliano riportando quanto scritto proprio da Ippi.
Antioco di Siracusa scrisse una storia di Sicilia che arrivava fino al 424 a.C. ed è stato ripreso da Tucidide.
Filisto di Siracusa nacque nel 430 a.C. e la sua storia di Sicilia, composta di quindici libri, è collocabile tra la fine del V a.C. e l’inizio del IV a.C. E’ ripreso da Timeo che ne narra anche la morte.
Timeo di Tauromenio scrisse tra il IV  ed il III secolo a.C. ed esattamente visse dal 350 a.C. al 260 a.C.
La sua opera arrivava quanto meno fino alla morte di Agatocle nel 289 a.C.
Timeo fu fonte significativa per Polibio, Diodoro Siculo, Callimaco, Tito Livio, Ovidio, Apollonio Rodio, Posidonio ed Ateneo.
Egli tratta della Sicilia nei libri dal VI al XXXVIII. In tutto le sue storie erano composte da trentotto libri.
Perciò trattava della storia della Sicilia praticamente per la quasi totalità della sua opera; per questo motivo le sue storie sono considerate una Storia di Sicilia.
Lico di Reggio, ritenuto messinese dallo storico e annalista messinese Caio Domenico Gallo, visse e quindi scrisse la sua opera sulla Sicilia tra il IV ed il III secolo a.C.
Per precisione e completezza aggiungerò che scrisse una Storia della Libia. Di certo è strano che autori reggini come Ippi e Lico trattassero la storia non della propria patria (l’odierna Calabria) ma della Sicilia. Questo dimostra l’importanza e la bellezza della nostra antica ed amata Sicilia.
Il messinese Alcimo scrisse tre opere. La Sicilia, l’Italica e la Ad Aminta di soggetto filosofico. Visse tra il V ed il IV secolo a.C.
Sicuramente Alcimo nacque dopo la conquista di Zancle da parte di Anassila nel 490 a.C. circa, perché è ricordato come Alcimo il messinese e Zancle cominciò a chiamarsi Messene solo dopo la conquista di Anassila.
Citerò anche il messinese Evemero perché fu storico, ma da quanto sappiamo scrisse una storia delle religioni dove affermava che le antiche divinità altri non erano che sovrani ed eroi realmente esistiti e divinizzati dopo la loro morte. Fu il primo a postulare questa teoria. Però in quest’ambito poco c’interessa perché non scrisse sulla Sicilia.
Quindi, facendo il punto della situazione, tra gli storici siciliani presi in esame quello più recente è Timeo: fonte privilegiata di Diodoro Siculo per la sua Biblioteca Storica.
Però c’è un altro autore, contemporaneo di Timeo, che forse fu preso in esame da Diodoro: Andrea di Palermo, vissuto nel III secolo a.C., che scrisse una storia di Sicilia in trentatré libri.
E Atanide o Atane è uno storico siciliano che scrisse una storia di Sicilia, secondo quanto riportato da Diodoro, ma di cui non sappiamo la datazione. Essendo però appunto citato da Diodoro la sua opera è sicuramente antecedente il I secolo a.C. ossia quando Diodoro visse e scrisse.
Le opere storiografiche riguardanti la Sicilia che videro la luce tra il V ed il III a.C. furono dunque molte e  ciò potrebbe farci pensare che ci fossero quasi delle “competizioni” tra i vari siciliani nello scrivere storie sulla propria terra d’origine.
In ogni caso la storia siciliana più importante fu quella di Timeo, e per tre motivi: primo per via della sua datazione (una delle storie siciliane più recenti), secondo perché è l’autore più citato e ripreso dagli storici successivi, terzo perché era forse la più voluminosa e ricca di contenuto (ben trentotto libri in confronto alla Storia di Sicilia di Ippide di soli cinque libri, o a quella di Filisto che ne comprendeva quindici, o a quella del palermitano Andrea, di trentatré).
Non conosciamo la datazione dell’opera Le meraviglie di Sicilia di Ninfodoro di Siracusa, ma sappiamo che quest’autore visse sul finire del III secolo a.C.
Deduciamo dal titolo di una sua opera, Periplo dell’Asia, che dovette essere un instancabile viaggiatore e un indagatore che amava trascrivere quanto di più bello i suoi occhi avessero occasione di ammirare.
Potremmo fantasticare per un momento e pensare a quali meraviglie siciliane abbia potuto includere Ninfodoro nella sua opera Le meraviglie di Sicilia. Magari il santuario di Erice ove era praticata la prostituzione sacra. Magari altri maestosi templi di cui non ci è giunta testimonianza. E poi arene, teatri, circhi, terme, biblioteche, e chissà quali altri monumenti che il tempo ha consumato. Ma avrà sicuramente descritto gli splendidi paesaggi siciliani, dalla rocca ericina a quella taorminese, dalla piana palermitana a quella etnea, dal canale di Sicilia allo stretto di Messina. Ah! Se quest’opera fosse sopravvissuta al tempo quali e quante meraviglie noi oggi potremmo stupirci di rivivere della nostra antica ed amata Sicilia!
In tutto sono riuscito a scovare dieci autori dell’antichità che scrissero sulla storia della nostra Sicilia; ma delle loro opere non ci è giunto assolutamente nulla. Perché?
La risposta non è difficile da trovare. Le opere a carattere regionale, con l’avvento dell’impero romano, scompaiono, perché in un mondo romano-centrico gli scrittori si soffermeranno sulla storia di Roma o su descrizioni di vita quotidiana come Ateneo.
Nel tempo poi, quando si decise cosa andava salvato delle opere antiche, si preferì salvare opere a carattere universale come la biblioteca storica di Diodoro che racchiudeva tante opere del passato tutte concentrate in una sola opera.
Peccato però che la stessa Biblioteca storica non ci sia giunta per intero. Avremmo infatti potuto avere più notizie storiche sulla nostra terra.
Tutto questo materiale storico a carattere regionale e la produzione poetica siciliana fa supporre che in Sicilia vi fossero luoghi che accoglievano queste opere, le quali erano interessanti innanzitutto per il popolo siciliano. Possibile dunque che in Sicilia ci fossero delle piccole biblioteche? Se sì, allora dove?
Alcune fonti riferiscono che il filosofo messinese Dicearco, vissuto nel IV secolo a.C., aprì a Messina, sua città natale, un ginnasio dove insegnava (probabilmente egli possedeva alcune opere, come la storia di Sicilia del suo concittadino Alcimo). Messina fu però successivamente saccheggiata varie volte e solo il cielo può sapere che fine fecero le opere messinesi.
Considerando però che la città più importante della Sicilia era Siracusa e che la maggior parte degli autori siciliani (storiografi, commediografi, tragediografi e poeti) erano siracusani, è molto probabile che almeno una biblioteca pubblica esistesse in territorio siracusano. A supporto di questa tesi ricordo anche che nel territorio siracusano, unico in tutta la Sicilia insieme alla zona presso Fiumefreddo, veniva coltivata la pianta del papiro, dalla cui lavorazione (che avveniva sempre a Siracusa) venivano fabbricati i rotoli di papiro su cui scrivere. Segno di un’attività scrittoria non indifferente.
Inoltre tiranni come Gerone I (tiranno dal 478 a.C.) erano dei mecenati alla cui corte erano presenti scrittori di primo piano come Eschilo, Pindaro, Simonide, Epicarmo e Bacchilide.
Anche Agatocle (316 a.C. – 289 a.C.) e Gerone II (270-216 a.C.) furono dei mecenati. Archimede infatti godè della protezione di Gerone II.
La presenza di letterati importanti nelle corti siracusane e il forte mecenatismo di alcuni tiranni dimostrano che Siracusa, oltre a essere una grande potenza militare, era anche un grande centro culturale. Per tutti questi motivi a Siracusa ci dovette essere almeno una biblioteca privata.
Se così fosse, le opere siciliane conservate a Siracusa che fine fecero? Non è difficile immaginarlo.
La potenza siracusana venne stroncata da un lungo assedio da parte delle truppe romane nel 212 a.C. ed era costume dei Romani appropriarsi delle collezioni papiracee dei territori conquistati per poi portarle a Roma. E se anche queste opere fossero sopravvissute al saccheggio romano, sicuramente governatori scellerati come Verre le avranno nel tempo requisite per sé.
E Diodoro, che visse nel I a.C., dove consultò la storia siciliana di Timeo? A questa domanda non si può ancora rispondere con certezza; ma è difficile ipotizzare che lesse Timeo in Sicilia, considerando che Diodoro viaggiò molto e che Timeo scrisse la sua opera ad Atene. Sicuramente una copia la potè consultare nella biblioteca di Alessandria – che ancora non era stata distrutta (ancora per poco!) –  o appunto nella stessa Atene.
La maggior parte degli storici siciliani sono citati da Ateneo, che visse nel II secolo d.C., in piena età imperiale. Questo ci porta alla conclusione che le opere siciliane erano ancora in circolazione fino a quel periodo. Ad esempio, Ateneo è il solo autore dell’antichità che cita lo storico Andrea di Palermo e Ninfodoro di Siracusa.
Infine mi preme ricordare che da pochi giorni sono stati ripresi gli scavi a Selinunte, concessi dalla soprintendenza trapanese. Selinunte è stata scavata solo per il suo 40% di territorio. Il restante 60% è tutto da scoprire. Questi scavi sono sovvenzionati per durare due anni: incrociamo le dita e speriamo che venga alla luce qualche reperto per noi interessante.
Selinunte prima di essere distrutta contava 100 000 abitanti ed era la terza potenza siciliana dopo Agrigento e Siracusa. Possibile che Selinunte non contenesse opere papiracee importanti?
Per ora gli scavi si stanno concentrando su strutture funerarie: questo genere di costruzioni conservano quasi sempre corredi funerari di ogni tipo, da vasi ad oggetti di vita quotidiana dei defunti. Speriamo che con qualche cittadino selinuntino importante siano stati seppelliti dei papiri.
La direzione spetterà alla Dott.ssa Rossella Giglio, Responsabile dell’Unità Operativa Beni Archeologici della Soprintendenza trapanese, mentre le operazioni sul campo, condotte dall’archeologo Ferdinando Lentini, avranno come scopo di riportare alla luce le strutture e corredi funerari sopravvissuti ai saccheggi dei tombaroli in un passato ormai lontano.

Di passaggio, ricordo anche che la Villa dei Papiri di Ercolano non è ancora stata scavata interamente e molti archeologi ritengono che nasconda una biblioteca che potrebbe contenere opere attualmente  perdute.
Ma torniamo a Diodoro.
Come già scritto in precedenza, della Biblioteca storica ci sono giunti i libri I-V e XI-XX. Andiamo adesso ad analizzare di cosa trattavano.
Nei primi cinque libri vengono narrate le origini mitologiche dei vari popoli allora conosciuti, inclusi nel V libro i siciliani. Il V libro infatti riguarda le isole occidentali.
Nei libri XI-XV viene trattata in parallelo la storia greca e quella siciliana, con brevi flash su Roma; il libro XVI è dedicato a Filippo II e il XVII ad Alessandro. La storia ellenistica occupa i libri XVIII-XXII.
Questo è ciò che abbiamo eccetto il XXI ed il XXII libro.
Ora andiamo a vedere ciò che ci manca.
Il VI libro concludeva i racconti mitologici con una consequenziale razionalizzazione di essi.
Dal VII al X libro veniva raccontata la storia dalle vicende della guerra di Troia fino al 480 a.C., ossia l’intera parte della colonizzazione della Sicilia e delle sue successive vicissitudini fino appunto al 480 a.C.
XXIII-XXVII guerre puniche. XXVIII-XXXVIII imperialismo romano dal 168 all’88 a.C.
Gli ultimi due libri proseguivano con la storia di Roma fino alla guerra gallica di Cesare del 60 a.C., con cui l’opera si concludeva.
Perciò se Diodoro avesse anche fatto menzione della Sicilia o excursus che la riguardavano, nel periodo compreso tra la guerra di Troia e il 480 a.C. o tra la prima guerra punica (264 a.C.) e il 60 a.C, nulla ci è giunto.
Ma perchè della Biblioteca Storica ci sono giunti solo alcuni libri? Sembrerà strano scoprire che l’intera opera di Diodoro esisteva almeno fino al X secolo d.C.
Diodoro fu letto e ripreso dal biografo Fozio di Costantinopoli (820-893). Molti estratti della Biblioteca furono infatti riportati nella raccolta di Fozio, anch’essa chiamata Biblioteca.
E fu anche ripreso dall’imperatore bizantino Costantino VII  Porfirogenito (905-959).
Quindi fino al X seccolo d.C. La Biblioteca storica esisteva nella sua interezza, quanto meno nella ricca biblioteca di Costantinopoli. Come mai non giunse per intero agli umanisti di fine ‘300- inizio ‘400? Probabilmente perchè Costantinopoli fu incendiata dai crociati nel 1203 e saccheggiata nel 1204.
Adesso citerò per dovere di cronaca i pochi autori siciliani di epoca romano-bizantina che però, come già anticipato, non hanno scritto quasi nulla sulla propria terra d’origine.
Il primo è Cecilio di Calatte, vissuto nel I a.C., che scrisse un opera storica sulle rivolte servili della Sicilia.
Si ricordano quindi il poeta Calpurnio Siculo ed altri scrittori come Panteno di Lilibeo, Giulio Firmico Materno, Flavio Vopisco e il messinese Claudio Mamertino (320-402).
La maggior parte di questi autori si dedicarono alla poesia. Dunque se consideriamo che Diodoro Siculo scrisse non una storia di Sicilia ma una storia universale, durante il dominio romano-bizantino non ci fu nessun autore che scrisse una storia di Sicilia.
Questo periodo storico è dunque destinato a restare pressoché oscuro?

Antonino Romeo

Regia nave Roma: ma quanto furono gli ordini e dettati da chi?

Come ogni sera dopo cena si guarda un po’ di TV e girovagando tra i vari canali, mi sono soffermato sulla trasmissione di Bruno Vespa perché colpito dalla presenza della gigantografia della corazzata Roma usata come sfondo dello studio televisivo
Intuendo che si sarebbe parlato della triste vicenda, decido di ascoltare la trasmissione nella speranza di conoscere ulteriori dettagli riguardanti il ritrovamento del relitto, grazie all’ausilio di un robot munito di telecamera.
Da appassionato di storia della seconda guerra mondiale e particolarmente sensibile ai fatti successivi l’8 settembre, non posso non provare una particolare emozione quando l’argomento è la R.N. Roma. Il mio pensiero va immediatamente a tutti quei marinai che riposano in fondo al mare all’interno di quella superba e bellissima Regina del mare, che purtroppo non ha conosciuto il battesimo del fuoco.
Il triste destino della corazzata inizia la sera dell’8 settembre, momento in cui viene comunicato da Supermarina che il giorno successivo si devono mollare gli ormeggi.
Successivamente l’Ammiraglio Bergamini viene informato della resa, cosa che lo manda su tutte le furie perché sa che da li a poco deve consegnare la flotta a colui che fino a qualche ora prima è stato il suo nemico. Si passa poi alla lettura dell’ultima missiva scritta dal Comandante Adone del Cima indirizzata alla madre la quale ha tutta l’aria di essere l’ultima. Così purtroppo sarà.
Nel corso della navigazione la Corazzata Roma viene colpita da due bombe “intelligenti” sganciate da aerei Germanici e nel giro di poche ore la nave affonda trascinando con se l’ammiraglio Bergamini ed oltre 1.300 uomini componenti l’equipaggio.
Volutamente non mi soffermo sui fatti e sulle vicende legati all’8 settembre 1943, ma credo che siano maturi i tempi per scrivere con onestà le vicende italiane legate alla partecipazione al secondo conflitto mondiale, senza alcun timore di essere tacciati di faziosità o revisionismo cosa che succede puntualmente ogni qual volta si apre l’argomento guerra. Ciò servirà anche e finalmente a realizzare quella pacificazione invocata da tutti ma voluta da pochi.

Sergio Cavacece

La Varas de Nostra Senora

Da lungo tempo si è portati a credere, di dare una origine certa al Carro trionfale che i messinesi portano per le strade di Messina ogni 15 di agosto. Ma siamo certi di queste testimonianze? Recentemente in uno dei miei studi, sulle festività messinesi verso la Vergine Santissima, mi ha condotto verso le tracce di una memoria apparentemente conosciuta. La tradizione ricorda, l’origine della celebrazione della Vara con riferimento alla visita di Carlo V in città. A parte una serie di spigolature più o meno veritiere, rimane il mistero sulla origine della invenzione della Vara. Non solo. Da tempo immemorabile si discute, se la festa debba essere indetta sotto le insegne della Vara o della Bara perché, ancora si ha il dubbio della sovrapposizione terminologica, assegnando a ogni sostantivo un significato probabile, dipendere dall’antica memoria. Quanto di più ingiusto e sbagliato. In realtà il valore del vocabolo di Vara, nasconde altri significati figli dei tempi. Quello che suona assolutamente sconosciuto ai messinesi, è di celebrare Maria sotto il nome della Vara. Perché la Vara non è altro che la Madonna, evocata nel trionfo del martirio (passaggio terreno di un corpo mortale alla gloria celeste) durante il momento della sua assunzione al cielo. Esatto, avete inteso bene. La Vara è Maria stessa. Questa notizia famosa e ristretta nel contesto cui fu dato conoscere all’origine della festa, non si discostò nel dal luogo in cui fu resa, ne venne recuperata nelle tradizioni messinesi e conseguentemente ricordata, sotto le insegne della “Senora Maria y Varas.”
San Francesco de Sales per esempio, ricordava che cosa rappresentasse Maria nel giorno della sua assunzione: l’augustissimo Sagramento, y las Varas del Palio ovvero: la rappresentazione in giorno festivo del Santissimo Sacramento, viene visto nella Vara e nel Palio. Cioè, nel fercolo portato dentro un carro coperto. Questa macchina fu una trovata aragonese, già celebrata fin dai primi del quattrocento in Aragona e poi recuperata in vario modo, nei regni sussidiari della corona. Questo apparato era formato come un grande catafalco che esponeva i simboli della “Passio Crhisti e della Dormitio Virginis.” A Messina una prima macchina fu creata da un palchetto sovrapposto a una sagoma di casa quadrata, segnato ai quattro angoli della stessa da quattro pilastri arcuati, impostati su un tronetto, inserito in un carro semovente, probabilmente a partire dal 1498; che ovviamente non esponeva ordigni superiori, segno che furono aggiunti dopo il 1535. Due autori ci descrissero che cosa era la Vara ancora verso la fine del XV secolo. Simeone Metafrastes e Niceforo Callixto ricordavano la festa, sotto le insegne di un Angelo che visitò Maria nella sua casa di Efeso, quattro giorni prima della sua assunzione al cielo. Egli portò alla Santa Madre un ramo di Palma, simbolo del martirio, illuminatosi di luce sfavillante splendente come di smeraldo. Questo simbolo dava il segnale che l’assunzione di Maria madre del Signore era avvenuta. Ella ormai dimorava nell’empireo celeste. Quella Palma che per giorni e giorni risplendeva a una cert’ora, fu intesa la Vara, quella di Nostra Signora, la Regina del cielo.

Alessandro Fumia