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Il Quartiere Lombardo di Messina

Queste abitazioni sopra le rovine del 1908 costruì per le modeste borse del popolo Giuseppe Feltrinelli negoziante lombardo e donò alla città di Messina per XXV anni sua patria elettiva. Riconoscente a ricordo perenne dell’atto magnanimo il Comune pose, maggio MCMXV“.
Una lapide di marmo dalla cornice decorata fa ancora bella mostra di sè sulla parte di una delle “Case Feltrinelli”, un isolato costituito da 19 appartamenti, che fu realizzato grazie alle donazioni dei commercianti di legname Giuseppe Feltrinelli, che nel 1912 volle dre il suo contributo alla città ferita dal terribile sisma del 1908 che aveva ucciso circa 80 mila persone radendo al suolo l’abitato sulle rive dello Stretto.  “Il Quartiere Lombardo fu la grata / dietro la quale / era rinchiuso il mondo. Case senza radici / e senza storia / piccoli cubi di lardo salato / salso di mare / vento africano…”, cantano i versi del giornalista e poeta Giuseppe Longo, che al Quartiere Lombardo – dove visse l’infanzia proprio nella simbolica Via Milano – dedicò negli anni Sessanta un’omonima raccolta di versi. Qui, tra “i viali acciottolati”, “le siepi basse”, le case dai “tetti rossi”, rinasceva il cuore della città martoriata dalla distruzione. Un nucleo abitato le cui vie omaggiano ancora le città lombarde di Brescia, Bergamo, Monza, Pavia, Crema, Como e Lodi.
La Lombardia con le sue donazioni giocò quindi un ruolo prezioso all’indomani del sisma siculo-calabro, costituendo circa la metà dell’intero contributo materiale e finanziario nazionale pubblico e privato, a cui si aggiunge il contributo diretto dei volontari che raggiungeranno un quinto del totale. L’Opera Pia Lombarda con una somma di 1.600.000 lire riuscì a realizzare su un’area di 36 mila Kmq – grazie all’opera degli ingegneri Nava e Broggi – un gruppo di 23 case economiche per un centinaio di appartamenti, insieme ad una dozzina di botteghe commerciali, ad un asilo intitolato al filantropo Carlo Castiglioni e ad un orfanotrofio in cemento armato, inaugurato due anni dopo il sisma e demolito nel 1931.
La mobilitazione del mondo produttivo, culturale, politico, religioso di Milano fu immediata e intensa. Come rileva Licata, i milanesi non avevano bisogno di costituire un apposito comitato, in quanto era già attivo il Comitato permanente per le emergenze che era stato istituito nel 1905 dagli ingegneri Nava e Castiglioni. Diversi furono i casi di adesioni personalizzate e curiose: il marchese Stanga volle offrire la propria automobile, così come il consigliere comunale di Monza Penati, che insieme all’auto offrì anche lo chaffeur. L’Associazione Sanitaria Milanese venne sommersa di richieste di medici e infermieri che volevano recarsi sul luogo della tragedia: solo otto di loro potranno recarsi a Messina, i medici Ragni, Ubezio, Gutierrez, Ragazzi, Puni, Boni, Marzorati e Chierichetti. Il Comune di Milano, che donò la somma di 100.000 lire, inviò subito una squadra di soccorso composta da 43 persone, di cui faceva parte il figlio del sindaco, il senatore Ponti (che offrì 5.000 lire), insieme al maggiore Bassi e all’ing. Stucchi. La Curia si impegnò con l’invio di indumenti e viveri, oltre all’oblazione del vescovo Ferrari di mille lire e le messe celebrate in tutte le chiese della diocesi. Per assistere gli orfani di Messina, ai primi del 1909 fu fondata da padre Beccaro un apposito istituto in via Marcantonio Colonna, 24, nell’attuale sede della scuola multietnica. Un “nido” che accolse e formò tanti ragazzini siciliani che fecero di Milano la loro nuova casa della rinascita. La raccolta di fondi a Milano raggiunse solo il 30 dicembre la somma di ben 400.000 lire, grazie ai contributi comunali, della deputazione provinciale, delle banche, ma anche di tanti semplici cittadini, di associazioni e circoli che si associarono anche alla sottoscrizione promossa dal “Corriere della Sera” che pubblicava quotidianamente le “liste” dei sottoscrittori. Un lungo elenco della bontà che raggiunse in pochi giorni il mezzo milione di lire, cui aderirono imprenditori di fama quali – oltre allo stesso Feltrineli che offrì la somma di 5.000 lire – Benigno Crespi (1.000), G. B. Pirelli (500), Rusconi (50), Hoepli (500), i Fratelli Treves (500), nobili quali i Durini e il conte Visconte Di Modrone, presidente del Teatro La Scala, che donò 1.000 lire.
Tutti vollero unirsi all’iniziativa promossa dall’azienda di via Solferino, che offrì le cinquemila lire iniziali con in prima linea il direttore Alberto Albertini (che donò personalmente 500 lire), più le 425 lire dei redattori milanesi e le 132 di quelli romani, oltre alla redazione de La Gazzetta dello Sport (200).
La Banca Commerciale volle contribuire con la somma di 25.000 lire, mentre il Credito Italiano ne offrì 10.000. Tanti gli enti che offrirono donazioni con entusiasmo: dall’Associazione dei Laureati della Bocconi a quella degli Studenti Monarchici, dal Circolo Filologico dell’Automobil Club, fino al Comitato della Croce Rossa; e inoltre la Federazioni Esercenti, il Pio Istituto Oftalmico, la “Società Coloniale Italiana”. Molti semplici cittadini, privati e ditte, oltre a sottoscrivere somme di denaro, vollero contribuire alla sottoscrizione inviando pacchi di indumenti, coperte, vettovaglie. Anche le altre città lombarde vollero attivarsi per i superstiti dell’immane disastro: il “Comitato Provinciale Bergamasco”, in particolare, si segnalò per l’adesione di oltre novanta benefattori locali. Come osserva lo storico inglese John Dickie, un ruolo importante nella raccolta di fondi e nella sensibilizzazione per l’assistenza delle famiglie, alle vedove e agli orfani del disastro la ebbe – oltre alla Lega per gli interessi Femminili (che inviò una propria squadra di soccorso) – anche l’Unione Femminile, che aveva come figura carismatica la grande poetessa Ada Negri, autrice di due accorati articoli sul “Corriere della Sera”.
Anche le celebrazioni per la commemorazione della tragedia videro la Lombardia e Milano in prima fila, tanto che il Consiglio Comunale di Milano volle contribuire con un apposito fondo per celebrare il primo anniversario delle vittime.
Il contributo offerto dalla Lombardia, ancora oggi simboleggia in modo concreto dal Quartiere Lombardo, rimane un esempio di solidarietà preziosa che riuscì ad unire Nord e Sud in una straordinaria catena benefica attivata per dare nuova linfa ad una città che stava risorgendo sulle rive del mitico Stretto.

L’antico quartiere Bresciano a Messina

Nella città medievale di Messina, dopo gli effetti dell’incendio che la devastò radendola al suo del 1157, vide nuove entità insediate rigenerare una pianta sempre verde. Il nervo che ha sempre contraddistinto i messinesi nel passato,  si è mantenuto vivo ed attivo. Mai domi delle sventure arrecate dai eventi funesti, dalle calamità della natura o dalle iniquità del genere umano, l’hanno atterrata. Sempre Messina, è risorta come la Fenice dalle sue stesse ceneri. Ecco che, fra i secoli XII e XIV compaiono, tante comunità di tessitori, edili, fabbri ferrai, artisti che in cerca di fortuna, incominciarono a popolare nel versante meridionale dell’Italia, le fiorenti città del sud. Tutte avevano partecipato alle fortune dei Normanni e dei loro comprimari, e tutte queste etnie, adesso, erano pronte a contribuire e a rendere sempre gloriose quelle città.
Messina, la più attiva fra esse, favorita dai commerci e da una certa dinamicità dei suoi cittadini, si stava dando una connotazione, più lungimirante e mirata, verso uno sviluppo sempre migliore. La ricchezza veniva perseguita attraverso l’ingegno e attraverso il lavoro. Il governo municipale sintesi della Giurazia cittadina, faceva la sua parte, accrescendo le sue ricchezze e i suoi averi. Una politica dell’accoglienza che darà i suoi frutti. Anche Messina partecipava alla gloria dei Comuni italiani, ricreando nel suo seno, le condizioni per competere. Negli anni in cui la Città dello Stretto, aveva innalzato i labari della Repubblica Marinara 1252 – 1256 alleandosi con lo Stato della Chiesa, giunsero a Messina tante comunità straniere; fra i quali anche cittadini della città di Brescia.
In un documento inserito nel secondo volume della Messana regumunque… di Placido Saperi 1742, si segnalava la presenza, di una loggia e di altrettante case, presso la “ruga brexianorum.”
I Bresciani che componevano quella mischia, erano tessitori di seta e i loro telai, furono richiesti per le produzioni del broccato, un filato che darà molta fama alla città di Messina nei secoli a venire.

Alessandro Fumia

L’antico quartiere di Ferraresi a Messina

L’evoluzione storica di una città, può avvenire per svariate cause, l’importante che tutte queste combinazioni, vengono indirizzate verso una crescita civile che darà i suoi frutti, nell’immediato o nei decenni successivi. La storia di Messina ci ha insegnato, che la sua gente nel passato, ha saputo programmare il suo futuro; le iniziative all’origine, avevano uno stampo di natura commerciale e quasi sempre, la dinamica dello scambio diretto, di esperienze e di conoscenze, avveniva con la presenza nel suo ambito municipale, di entità civiche straniere, coabitanti nel suo territorio. Queste nuove comunità, col passare degli anni, si trasformavano come il nervo più attivo e capace che rinnovava in nuove iniziative e nuove energie, il tessuto civico messinese. Uno scambio quasi sempre vantaggioso per i Messinesi. Accadde che, dopo l’incendio della città normanna di Messina, avvenuto dell’anno 1157, la città ampliò il suo territorio municipale, accogliendo i nuovi arrivati in fondaci, delimitati da due strade principali, dove organizzavano la loro rispettiva comunità. Questa presenza come era costume in quegli anni, dopo aver costruito le sue botteghe e i rispettivi magazzini, innalzava una chiesa e costruiva una loggia di rappresentanza per organizzare gli affari. Insomma, ricreavano in piccolo con l’accordo della Giurazia di Messina, un territorio nel territorio, apportando quelle peculiarità richieste al momento del loro insediamento nella Città dello Stretto. Da un atto notarile testamentario, redatto nel 1261, segnalato in una sua pubblicazione di Diego Ciccarelli, documento 67, pagina 130 studiava gli effetti di quelle dichiarazioni: l’atto era legato, alla famiglia del dominus messanensis Jacopo De Natale che discuteva sugli effetti della sua eredità, ai congiunti e alla moglie la domina Emma, la quale possedeva una grande casa murata e soleggiata, con ambienti terrazzati presso la “ruga Ferrariorum” studiando, di quale strumento fosse idoneo affinché, il suo patrimonio non si disperdesse fra nuovi pretendenti, inseritisi nelle frange della parentela molto numerosa.
Ma più che cercare di rintracciare gli effetti del parentado nel testamento del nobile signorotto messinese, il nostro obiettivo invece, resta quello di individuare la comunità di cittadini di Ferrara, catapultati nelle memorie patrie di Messina. I fatti, gli accadimenti legati a questa comunità, vivono e sopravvivono in ambito alla prima comunità insediata. Gli effetti, si muovono nei secoli successivi, fin al tempo della rivolta antispagnola della stessa città: e riemergono in coloro che sinceri partigiani, ne innalzano i labari familiari per identificazione e gloria del singolo nelle fortune di Messina. Così accade che, dalla ridda di voci e di nomi di quegli avvenimenti 1674 – 1678 compaia anche un capostipite della loggia dei Ferrariorum, intendente e rappresentate di quelle famiglie. Essi celebrano la loro discendenza sotto le sembianze di un loro Console familiaris, nomina onorifica ma nel contempo identificativa. Una piccola comunità nella grande comunità di Messina. Gli operatori Ferraresi presenti a Messina nel XIII secolo, alimentavano le fila dei tessitori, questa volta di lino. Abili erano costoro e molto apprezzati nei loro ambienti produttivi. Così che, la perla dello stretto, organizzava i suoi commerci con il meglio della manodopera presente nel mercato. Dall’atto testamentario, qui ricavato in stralci si segnala:
…elegerit dotem suae ripetere quod solvat expensas factas nuper post incendium Messane in refectione magne domus murate site in ruga Ferrariorum et quod solvet inde pecuniam refusam pro eadem domo tempore divisionis facte….
Poche ma suggestive righe, che unite a tante altre tracce, testimoniano a Messina, la presenza di una piccola ma dinamica cerchia di cittadini di Ferrara.

Alessandro Fumia

L’antico quartiere di Lucchesi a Messina

Un quartiere di abitanti della città di Lucca, impiantato nel tessuto urbano della Città dello Stretto nel XIII secolo. In questa fase storica, i Giurati di Messina  in accordo con le forze commerciali della città, si erano gettati nella produzione della seta col piglio industriale; essi avevano intuito primi di altri che la concorrenza in campo serico, si poteva ottemperare, se a filare e tessere il prodotto serico messinese, vi erano i migliori setaioli dell’epoca operanti sul mercato. E nel XIII secolo, i migliori operatori tessili non v’è dubbio alcuno, che fossero i Lucchesi. In tal modo, concessero con un sistema di concessione demaniale, settori del loro territorio municipale a svariate comunità municipali, provenienti dall’Italia e dall’Europa, migliorando le rispettive conoscenze in molti campi. Queste collaborazioni in questo momento storico, erano favorite da una necessità primaria. La vecchia città di Messina, perduta in un violento incendio che la rase al suolo, favoriva l’incameramento di territorio demaniale a nord come a sud del vecchio impianto municipale, allora concentrato sugli spalti del colle Tirone e in un territorio delimitato a sud, dalle palizzate dello Zaera e a nord, dalle palizzate del Portalegni. La città di Messina, fino al 1157 era quella: la stessa Città dello Stretto che fu preda di Ruggero il Normanno, era quella. L’attuale centro storico, era campagna e fu popolato dopo il 1157. La nuova città di Messina, come segnalano gli atti del Tabulario di Messina, oggi conservato nella Novelle Biblioteque della città di Parigi, concedeva la possibilità ad altri enti, di favorire la convivenza multi etnica del tempo. In quella città e nei secoli a venire, nasceranno nuove cellule  d’affari che daranno la spinta a far crescere, la grande Messina che la storia ricorda.  Da uno di questi atti notarili conservati a Parigi, si apprende della presenza a Messina, di una comunità di cittadini di Lucca. Essi erano conurbati in un settore civico concentrato: fra la “ruga pisanorum”  sul suo lato occidentale, e la “ruga indultis” sul suo lato orientale dalla parte del mare.
Come accennato prima, Lucca viene ricordata nel periodo compreso fra i secoli XI e XIII,  come il più importante centro di produzione occidentale di seta, e da essa si rivolgeva la domanda europea e mediterranea per il consumo di beni di lusso. Nella nuova Urbe di Messina, nel periodo che va dal 1239 al 1313 si vanno a creare, delle nuove realtà insediate che prima non esistevano. Da un documento legato a un litigio per motivi di eredità testamentarie:  un tale, Giovanni Chipulla figlio e nipote di Lucchesi, litiga con domina Rosa, nipote di Falcone e figlia di un altro Lucchese per la divisione di un fondaco, formato da ben dodici fra botteghe e magazzini diversi, affacciati per un confine sulla ruga de indultis.
Questo era il settore medievale in cui ricadeva la comunità di Lucca trapiantata a Messina.

Alessandro Fumia

Il viale San Martino di Messina

Alla principale arteria cittadina, nel 1940 nel tratto che dal viale Europa a Piazza Palazzotto (zona Provinciale), venne dato il nome di Italo Balbo, il maresciallo dell’aviazione caduto in Africa Settentrionale. Successivamente, con delibera del 23 marzo 1944 in detto tratto fu ripristinato il vecchio toponimo. Il viale S. Martino, in base all’ampliamento del piano regolatore della città, i cui studi furono iniziati nel 1861, doveva essere la strada principale (m. 30 di larghezza) di tutto il nuovo quartiere di espansione a Sud. Risulta che il Consiglio comunale, nella seduta del 15 giugno 1874, lo chiamò, per la prima volta «Stradone S. Martino». Parecchi cittadini, comunque, ritengono che la denominazione avesse riferimento con la famiglia Sammartino, ma che però, per la vicinanza non solo di via Solferino, ma anche di tute le vie più a Sud aventi nomi risorgimentali (Manara, XXVII Luglio, dei Mille, Camiciotti, ecc.), si deve concludere che l’intitolazione venne effettuata per ricordare la vittoria (decisiva per il Risorgimento italiano) dei piemontesi sugli austriaci a S. Martino il 24 aprile 1859. Per un certo tempo, sembra comunque che piazza Cairoli, avesse il nome di S. Martino.

Tuttavia, risulta che, nel 1893, aveva già il nome di Cairoli. Il viale S. Martino, comunemente inteso per antonomasia “il Viale”, fu definito da molti “salotto di Messina” per i numerosi e bellissimi negozi che richiamavano non solo i cittadini provenienti dai quartieri più lontani, ma anche i forestieri. Negli ultimi anni, la fisionomia dell’importante arteria, è stata totalmente sconvolta con la costruzione di una tramvia proprio al centro della strada, restringendo, di conseguenza le carreggiate per la circolazione degli autoveicoli, con la conseguenza di grosse difficoltà per lo smaltimento del flusso veicolare.
Recentemente, è stato pubblicato sull’ultimo numero di “Città & Territorio”, la rivista tecnica del Comune di Messina, un progetto di riqualificazione che prevede la chiusura totale al traffico, con la tramvia che scorre al centro.

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