Sagre e Feste popolari

La Varas de Nostra Senora

Da lungo tempo si è portati a credere, di dare una origine certa al Carro trionfale che i messinesi portano per le strade di Messina ogni 15 di agosto. Ma siamo certi di queste testimonianze? Recentemente in uno dei miei studi, sulle festività messinesi verso la Vergine Santissima, mi ha condotto verso le tracce di una memoria apparentemente conosciuta. La tradizione ricorda, l’origine della celebrazione della Vara con riferimento alla visita di Carlo V in città. A parte una serie di spigolature più o meno veritiere, rimane il mistero sulla origine della invenzione della Vara. Non solo. Da tempo immemorabile si discute, se la festa debba essere indetta sotto le insegne della Vara o della Bara perché, ancora si ha il dubbio della sovrapposizione terminologica, assegnando a ogni sostantivo un significato probabile, dipendere dall’antica memoria. Quanto di più ingiusto e sbagliato. In realtà il valore del vocabolo di Vara, nasconde altri significati figli dei tempi. Quello che suona assolutamente sconosciuto ai messinesi, è di celebrare Maria sotto il nome della Vara. Perché la Vara non è altro che la Madonna, evocata nel trionfo del martirio (passaggio terreno di un corpo mortale alla gloria celeste) durante il momento della sua assunzione al cielo. Esatto, avete inteso bene. La Vara è Maria stessa. Questa notizia famosa e ristretta nel contesto cui fu dato conoscere all’origine della festa, non si discostò nel dal luogo in cui fu resa, ne venne recuperata nelle tradizioni messinesi e conseguentemente ricordata, sotto le insegne della “Senora Maria y Varas.”
San Francesco de Sales per esempio, ricordava che cosa rappresentasse Maria nel giorno della sua assunzione: l’augustissimo Sagramento, y las Varas del Palio ovvero: la rappresentazione in giorno festivo del Santissimo Sacramento, viene visto nella Vara e nel Palio. Cioè, nel fercolo portato dentro un carro coperto. Questa macchina fu una trovata aragonese, già celebrata fin dai primi del quattrocento in Aragona e poi recuperata in vario modo, nei regni sussidiari della corona. Questo apparato era formato come un grande catafalco che esponeva i simboli della “Passio Crhisti e della Dormitio Virginis.” A Messina una prima macchina fu creata da un palchetto sovrapposto a una sagoma di casa quadrata, segnato ai quattro angoli della stessa da quattro pilastri arcuati, impostati su un tronetto, inserito in un carro semovente, probabilmente a partire dal 1498; che ovviamente non esponeva ordigni superiori, segno che furono aggiunti dopo il 1535. Due autori ci descrissero che cosa era la Vara ancora verso la fine del XV secolo. Simeone Metafrastes e Niceforo Callixto ricordavano la festa, sotto le insegne di un Angelo che visitò Maria nella sua casa di Efeso, quattro giorni prima della sua assunzione al cielo. Egli portò alla Santa Madre un ramo di Palma, simbolo del martirio, illuminatosi di luce sfavillante splendente come di smeraldo. Questo simbolo dava il segnale che l’assunzione di Maria madre del Signore era avvenuta. Ella ormai dimorava nell’empireo celeste. Quella Palma che per giorni e giorni risplendeva a una cert’ora, fu intesa la Vara, quella di Nostra Signora, la Regina del cielo.

Alessandro Fumia

IL SANTO CON LE FRECCE – San Sebastiano, protettore della peste, nella tradizione religiosa locale e siciliana

“San Sebastiano” – VII secolo Mosaico di autore sconosciuto conservato nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma.

San Sebastiano, (dal greco sebastos = venerabile) martire di Roma, dove figura tra i protettori della città insieme ai santi Pietro e Paolo, è uno dei più famosi martiri della tradizione ecclesiastica occidentale. Viene ricordato per la prima volta nella Depositio Martyrum, inserita nel Cronografo dell’anno 354, che pone il suo anniversario il 20 gennaio e che indica come luogo della sua sepoltura il cimitero in catacumbas sulla via Appia a Roma.
S. Ambrogio ritiene che Sebastiano sia di origine milanese, mentre altre notizie dedotte dalla Passio Sancti  Sebastiani, attribuita a Sant’Ambrogio, ma opera di autore del V secolo (riconosciuto da molti nel monaco Arnobio il Giovane) si desume che egli è oriundo di Narbona in Francia, ma educato a Milano (probabile città di origine dei genitori). Un’ulteriore diffusione del suo culto in periodo rinascimentale fu attribuito alla “Leggenda Aurea” di Jacopo da Voragine (1230-1298), uno scritto di scarsa fattura che fondeva tra loro vari elementi narrativi religiosi, uniti a dicerie e leggende popolari. Da tutte queste fonti si evince che Sebastiano fu un cristiano attivo in Roma al tempo di Papa Caio (283-296), che lo avrebbe nominato difensore della chiesa (Defensor Ecclesiae) per aver aiutato i suoi compagni di fede, ma fu particolarmente apprezzato anche dagli imperatori Diocleziano e Massimiano che, ignari della sua fede cristiana, lo avevano nominato capo della prima coorte delle guardie imperiali. Sebastiano si sarebbe prodigato in favore dei cristiani in carcere, operando miracoli, opere di carità e conversioni tra la nobiltà romana e curando la sepoltura dei martiri. Scoperto dagli imperatori, fu condannato al supplizio delle frecce. Denudato e legato a un palo, fu trafitto dalle frecce dei suoi stessi commilitoni, che lo colpirono in tutte le parti del corpo tanto da sembrare un riccio (ut quasi hericius videretur). Ritenuto morto e abbandonato sul luogo del supplizio, fu soccorso dalla pia vedova Irene, che lo avrebbe curato fino al pieno ristabilimento della salute. Rifiutati gli inviti alla fuga suggeritigli dai compagni di fede, Sebastiano avrebbe provocato gli imperatori attaccando la fede pagana, venendo così condannato da Diocleziano a morire fustigato nell’Ippodromo del Colle Palatino. Il suo corpo sarebbe stato gettato nella Cloaca Massima. Apparso in sogno alla matrona Lucinia, Sebastiano indico’ il luogo in cui giaceva il suo corpo, chiedendo di essere sepolto nel cimitero in catacumbas, all’entrata della cripta degli Apostoli Pietro e Paolo (dal IX secolo Basilica S. Sebastiano).
Nell’iconografia popolare il santo, a causa del primo supplizio subito, divenne colui che protegge gli uomini dalla peste (depulsor pestis, come si legge nella Passio), perché sin dalle origini più remote le frecce furono legate simbolicamente alla peste. Secondo la mitologia, infatti, fu Apollo a mandare la peste tra gli uomini con frecce mortifere, come racconta anche Omero nell’Iliade.

Statua di San Sebastiano (XIII secolo) custodita a Melilli. E’ la piu’ vecchia statua del santo di tutta la Sicilia

Nonostante gli storici pongano la data della morte di San Sebastiano tra il 303 e il 305 (anni in cui Diocleziano, prima di ritirarsi a vita privata nel suo palazzo di Spalato, promulgò quattro editti contro i cristiani), il suo culto si comincia ad affermare solo a partire dal VI secolo, parallelamente alle prime pestilenze di una certa portata di cui si abbia cognizione storica. Un notevole impulso alla diffusione del suo culto fu lo smembramento, presunto o reale, delle ossa del suo corpo che furono traslate in varie zone dell’Italia centro-settentrionale e dell’Europa, e utilizzate come segno di protezione dalle epidemie.
San Gregorio Magno, intorno al 602, scrisse nei suoi Dialoghi di essere stato testimone di molti miracoli al semplice tocco delle sue reliquie.
Paolo Diacono, nella Storia dei Longobardi, riferisce che la peste del 680 cessò quando fu intitolato a San Sebastiano un altare nella Chiesa di San Pietro in Vincoli. Lo storico ci informa anche di una traslazione delle reliquie del Santo a Pavia, in occasione di quella stessa pestilenza. Altre traslazioni di reliquie sono attestate nell’826, sotto il pontificato di Eugenio II (che ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons), e sotto Gregorio IV (che traslò l’anno successivo il resto del corpo nell’oratorio romano di S. Gregorio, sistemando il capo in un prezioso reliquiario). Tutte le reliquie furono poi definitivamente ricomposte nell’antica cripta da Onorio III (1218).
Tutto ciò favorì una grande diffusione del culto di San Sebastiano con la dedicazione di chiese e con la compilazione di raccolte di miracoli.
In questi secoli (VI –XIII) prevarranno sacre rappresentazioni del santo visto come un vecchio, con vesti di militare o cavaliere, talora con una corona nelle mani, per esaltarne le doti di grande paladino. Ciò avveniva soprattutto per divulgare un esempio di cristianità nei secoli delle Crociate.

I nuri di Palazzolo Acreide

La vara di San Sebastiano trainata di corsa dai “nuri” a Mistretta

In Sicilia le tracce più antiche del culto di San Sebastiano riportano al 1347, quando, in occasione della terribile epidemia di peste bubbonica che colpì tutta l’Europa, il santo fu proclamato compatrono e protettore di Palermo.
Questa epidemia fece diffondere una grande devozione per San Sebastiano poiché il santo, legato a una colonna e colpito dalle frecce, veniva considerato il simbolo dell’umanità trafitta dagli strali della peste. E’ attribuibile a questo periodo la preghiera latina (della quale esiste anche una variante dedicata a San Rocco) che invoca la sua protezione dal contagio: SANCTO SEBASTIANO, FAC ME AB OGNI CONTAGIONE SECURUM (San Sebastiano, rendimi immune da ogni contagio).
Nasce proprio in quest’occasione la sacra rappresentazione di Sebastiano giovane, raffigurato nella scena del suo primo supplizio e caratterizzato dall’attributo della freccia, elemento comune a tutte le opere che da allora in poi lo rappresenteranno. Essendo un santo di origine narbonese, si può dedurre che il suo culto fu introdotto in Sicilia da quel gruppo di Longobardi che, scesi nell’isola al seguito di Ruggero I, si stabilirono poi in Val Demone. Fu però con l’avvento della dominazione spagnola (XV secolo) che il suo culto subì una grandissima espansione, poiché in tutta la Spagna il santo era, ed è tutt’oggi, molto venerato.
E’ proprio a questo periodo (1414) che si fa risalire, secondo la tradizione, il ritrovamento sulla spiaggia di Stentino (Augusta) dell’attuale statua di S. Sebastiano (poi venerata a Melilli).
A Siracusa, dove il santo è patrono insieme a S. Lucia, la primitiva chiesa di San Sebastianello fu costruita per devozione nel 1449, in occasione di una pestilenza di quegli anni.
Ad Avola la chiesa del patrono San Sebastiano, ubicata nel quartiere delle Balze, risale all’anno 1450.
A Palazzolo Acreide il culto del santo si fa riferire alla pestilenza del 1455.
A Palermo, in seguito a una pestilenza, gli furono intitolate due chiese, una vicino al porto (1482) e una presso il quartiere militare (1493).
Attraverso i Nebrodi, il culto del “santo con le frecce” si diffuse anche nel versante orientale della Sicilia (dove esistono oggi circa metà delle chiese a lui intitolate di tutta l’isola) in seguito all’epidemia di peste del 1575/1578, di gravità paragonabile a quella del 1347. Molti comuni (tra cui Barcellona P.G ., Gaggi e Mistretta), proprio in quegli anni, come ringraziamento per lo scampato pericolo, lo elessero patrono.
Un grande impulso alla diffusione del culto di San Sebastiano, tra il XV e XVI secolo, fu dovuto soprattutto all’operato di numerosissime confraternite a lui intitolate (nelle Relationes ad Limina del 1594 sono presenti numerosissime Confraternitates Sancti Sebastiani, in numero nettamente superiore a quelle intitolate ad altri santi). Molti altri comuni, in occasione di altre pestilenze, lo elessero successivamente patrono (Ferla e Mongiuffi Melia).
Solo a Tortorici e Maniace il santo divenne patrono a causa del cosiddetto diluviu, la disastrosa alluvione del 1682.
La notevole libertà di culto che si venne a generare in Sicilia alla fine del XVI secolo (limitata da papa Urbano VIII nel 1630) e la profanazione a Soisson delle sue reliquie a opera degli Ugonotti nel 1564 (salvate poi, come vuole la tradizione, da una donna che le restituì nel 1578), favorì la comparsa in Sicilia di moltissime sue reliquie, sulla cui veridicità esistono molti dubbi (vale la pena ricordare in tal senso la processione di ben 21 reliquie del santo avvenuta il 9 agosto del 2000 in occasione dei festeggiamenti di San Sebastiano a Palazzolo Acreide, in cui confluirono molti doppioni di ossa del santo).
Il culto di San Sebastiano cominciò a perdere importanza verso gli inizi del XVII secolo, soprattutto perché cominciò a diffondersi il culto di San Rocco, altro santo che nell’iconografia siciliana ha il privilegio di proteggere dalla peste.

Statua di San Sebastiano venerata a Palazzolo Acreide

Statua di San Sebastiano (XVII secolo), venerata a Barcellona P.G.

San Sebastiano è festeggiato in Sicilia in moltissimi modi che, per rassodate tradizioni popolari, sono pervenuti in molti casi fino ai nostri giorni. La festa religiosa cade il 20 di gennaio, giorno in cui è celebrato in modo contenuto e sommesso, per poi essere degnamente rifesteggiato in molti comuni in estate, con manifestazioni in cui ad aspetti folkloristici si uniscono elementi della tradizione religiosa locale.
Uno degli elementi che accumuna gran parte di queste manifestazioni nasce dalla constatazione che è l’unico santo cristiano martirizzato nella sua totale nudità. Questa credenza ha generato la famosa processione dei “nuri”(i nudi), praticata a Melilli, Avola, Limina, Tortorici, Maniace, Mistretta e Palazzolo Acreide, cioè fedeli del santo che portano la vara vestiti di bianco (a volte con fasce rosse a tracolla) e scalzi. Quest’usanza prende origine dall’imitazione del martirio del santo, in cui il colore bianco delle vesti e i piedi scalzi richiamano la nudità del primo supplizio. Nella Sicilia occidentale, fino agli inizi del secolo scorso, in occasione della festa del santo, i fedeli adulti di moltissimi comuni si davano appuntamento interamente nudi per fare un pellegrinaggio a Melilli, suscitando l’indignazione delle autorità ecclesiastiche, che intervennero nel 1908 tramite il Vescovo di Noto Mons. Blandini, il quale sospese a divinis i parroci delle chiese locali, dichiarando indecente tale usanza. La Curia ha così operato anche in molti altri comuni siciliani, in alcuni dei quali sopravvive oggi solo la processione a piedi scalzi (Acireale e Cerami).
Un altro elemento comune delle processioni è il pane (simbolo della vita cristiana, presente in moltissimi altri culti, come ad esempio per S. Antonio, San Biagio e Santa Lucia) che, sfornato nelle forme più varie e benedetto, viene distribuito ai fedeli (Tortorici, Melilli e Palazzolo Acreide.). La tradizione popolare vuole che il pane simboleggi, nel caso di San Sebastiano, il fatto che egli abbia sfamato i prigionieri e i poveri di Roma.
Altro elemento comune è ancora l’alloro (l’albero al quale si crede che il santo sia stato legato nel primo supplizio), che, riunito in mazzetti, viene portato in processione (Melilli, Cerami, Tortorici e Maniace).
Un ultimo elemento sono i zagareddi o nzareddi, cioè nastri colorati lunghi dai tre ai cinque metri (generalmente rossi o gialli), che vengono sparati in aria all’uscita della vara del santo (Palazzolo Acreide, Mistretta e Melilli). Essi rimandano alla tradizione religiosa siciliana dove, fino alla fine del XIX secolo, erano semplici nastrini legati ai polsi che, benedetti il giorno della festa di San Sebastiano, venivano mantenuti fino a quando non si consumavano, poiché si credeva avessero il potere di scongiurare il contagio dalla peste (presenti anche nel culto di San Rocco).
Nei numerosi paesi siciliani che organizzano manifestazioni celebrative per San Sebastiano emergono, soprattutto per i festeggiamenti estivi, alcune particolarità di rilievo.
A Mistretta i devoti depongono in chiesa gli ex-voto, pesanti torce di cera, abbellite con immagini sacre, successivamente depositate sulla vara che contiene le reliquie del Santo, la quale sarà poi portata in processione a spalla e di corsa da centinaia di giovani che durante il tragitto si danno il cambio.
A Mongiuffi Melia, fino al secolo scorso, il santo era festeggiato con una novena e un inno composto da vari dialetti siciliani e latino, segno di molte influenze etniche.
Ad Avola, nella processione, i fedeli recano con loro dei fiori votivi, che saranno poi in parte depositati nelle tombe dei cari defunti.
A Maniace, i festeggiamenti prevedono che durante la processione della statua del santo si compiano alcuni giri attorno alla croce celtica che si trova nel cortile del castello di Nelson. Tali giri ricordano che in passato la città aveva conosciuto il dominio feudale (con essi il popolo vuole simboleggiare la richiesta al duca di allentare il suo potere).
A Melilli i devoti spesso si recavano a contemplare la statua del Santo (al grido di semu vinuti i tantu luntanu, prima diu e poi sam bastianu) con le parti intime coperte da mutandoni, per sciogliere i loro voti.
A Palazzolo Acreide  i genitori mostrano i loro figli (fino ad un massimo di due anni) interamente nudi al santo, per dimostrarne l’innocenza. I loro vestiti sono offerti al santo e gli stessi genitori li ricomprano elargendo cospicue offerte.
A Tortorici, una settimana prima della festa, si svolge “a bura” il falò di infiorescenze di ampelodesmo sulle cui fiamme i giovani saltano spargendo brace  ovunque.
A Francofonte la festa presentava fino all’inizio del secolo scorso aspetti molto discussi: schetti e maritati si contendevano il fercolo del santo, spingendosi fino allo scontro fisico. Per queste caratteristiche la festa era diventata addirittura un appuntamento per la resa dei conti tra i più facinorosi del paese: ogni disputa sorta durante l’anno veniva risolta col detto: “a Sammastianu ni videmu!”. Di questi scontri (eclatante quello del 1861, quando schetti e maritati, dopo essersi malmenati, si unirono contro un gruppo di soldati che si era dato da fare per sedare la rissa, i quali a loro volta per difendersi ricorsero all’artiglieria), oggi sopravvive solo a ricordo un’atmosfera chiassosa durante la processione.
Ciò che caratterizza la festa di San Sebastiano a Cerami è la preparazione ai festeggiamenti veri e propri, che si protrae per circa un mese, durante il quale donne e uomini, a piedi scalzi, si recano ogni sera in chiesa per implorare il santo.
A Buscemi la vara viene portata in corsa al suono della marcia dei bersaglieri.
A Barcellona P.G., nonostante la notevole solennità dei festeggiamenti, sopravviveva fino ai primi decenni del secolo scorso un aspetto curioso: era costume, infatti, colpire con i ceci la statua del santo in processione. Questa strana usanza ricorda alcuni culti della Sicilia occidentale, dove colpire il santo con pane, pietre, fiori significava liberarsi dei peccati.
In altri comuni il santo viene festeggiato esclusivamente con una celebrazione liturgica e con una processione molto contenuta (Gaggi e Limina).

La popolarità di San Sebastiano ritorna anche in molti detti popolari che collegano il santo al freddo invernale (ciò perché il popolo siciliano fu sempre colpito dal contrasto stridente tra le nudità del santo e i rigori invernali).
Alcuni di essi più conosciuti così recitano:
A san Bastianu a nivi è ghianu ghianu;
Ora chi vaci lu nuru pi li stradi,/ non è ttantu luntana a nui la stati
Uno dei detti popolari (originario dei comuni di Tortorici e Maniace) che invece racchiude elementi caratteristici del suo culto, così recita: “San Bastianu, cavaleri ranni / cavaleri di Diu senza disinni / quannu lu ‘ssicutavanu i tiranni / sutt’on peri di dauru mantinni; / calaru l’angjleddi cu li parmi / dicennu: Bastianu, ‘cchianatinni. / Lassa l’oru, la sita e li panni: / la grazia di lu cielu ‘nterra scinni…” In esso si accenna al dauro (l’alloro), albero al quale il martire sarebbe stato legato per essere trafitto dalle frecce dei soldati romani, all’oro e alla seta indici della ricchezza che Diocleziano voleva offrirgli e alle vesti di cui venne privato nel suo martirio.
Altri detti popolari rimarcano una forma di pomposità e grandezza legata al culto del santo, per il quale ogni manifestazione di devozione era giudicata riduttiva.
Infatti a Palazzolo Acreide si usa dire ma cà fari a Chiesa di Sam Mastianu?, a Melilli e cu è, Sam Bastianu?; molto simili al detto barcellonese  ma chi è u brazzu i Sam Bastianu? (riferito alla reliquia cittadina).

La tradizione gastronomica legata alla festa di San Sebastiano assume contorni diversi a seconda del comune in cui il santo è festeggiato.
Ad Acireale e Ferla torroni bianchi e paste di mandorla; a Melilli torroni bianchi; a Palazzolo Acreide, Tortorici, Maniace torroni neri e mandorle; a Cerami e Mongiuffi Melia torroni e mandorle coperte da una crosta di zucchero.
L’unico elemento con un forte linguaggio simbolico é la giaurrina (dolce di origine araba, a base di zucchero e miele) venduta durante la festa del santo a Barcellona Pozzo di Gotto. Essa viene stirata a strisce longitudinali che vorrebbero, nella tradizione locale, simboleggiare le freccie.

Foto di Bruce Weber per un costume di Gianni Versace del 1992

Scena tratta dal film TV “The Martyrdom of Saint Sebastian”, diretto da Petr Wiegl nel 1983

Le raffigurazioni artistiche del santo in Sicilia alludono tutte al suo protettorato dalla peste. Non esistono opere nella cultura siciliana che lo ritraggono alla vecchia maniera, anziano, barbuto e vestito con i ricchi abiti del palatinus (tutte soprattutto dell’Italia centrosettentrionale). Il Rinascimento lo reinventa santo nudo, scegliendo il momento in cui è già stato spogliato e legato per far da bersaglio alle frecce.
Molte opere lo ritraggono in sacra conversazione con S. Giobbe, S. Rocco e S. Rosalia, altri martiri che vantano protettorati dalle epidemie. In altre opere prevale la sua glorificazione attraverso gli angeli che portano la corona del martirio e le palme, in direzione di una bellissima Madonna (la Gloria di San Sebastiano di Olivio Sozzi a Melilli, il S. Sebastiano di Giuseppe Conti a Barcellona). Molti polittici lo inquadrano con la Madonna e qualche altro santo locale (si tratta di ex voto commissionati dalla comunità per la fine della peste).
Quasi tutte le sue statue (Melilli, Palazzolo Acreide, Maniace, Cerami e Limina) lo raffigurano con caratteristiche effeminate molto evidenti (ciò perché i suoi fedeli furono da sempre attirati dalla nudità del martirio e dalla sua figura di giovane efebo), mentre raramente prevalgono aspetti più rigidamente seri (tra cui la statua di Maniace). Molte tele minori sono dedicate ai suoi miracoli (tra le quali emergono quelle di Limina, Avola e Maniace), altre lo raffigurano con il dito rivolto al cielo (in segno di risposta alla domanda fattagli da Diocleziano: scegli il tuo Dio o i miei dei?), in altre  ancora è intento a dare l’eucaristia ai primi cristiani nelle catacombe.
Il martirio di San Sebastiano ispirò  moltissime rappresentazioni teatrali e opere letterarie. Infatti, il santo fu uno dei protagonisti del romanzo Fabiola di Nicholas Wiseman (1854) e la sua vicenda fu ripresa, con toni decadenti ed estetizzanti, nel Le martyre de Saint Sebastien di Gabriele D’Annunzio, musicato da Claude Debussy nel 1911. Quest’opera teatrale suscito’ gli anatemi delle gerarchie ecclesiastiche poiché si accennava a un presunto rapporto  di omosessualità tra San Sebastiano  e  l’imperatore Diocleziano (in quell’occasione il vescovo di Parigi scomunico’ tutti i cattolici che vi avevano partecipato). Fu probabilmente da quest’opera che Derek Jarman prese lo spunto per il film Sebastiane (1977), che riprese con toni più accentuati la presunta omosessualità del santo (e che scatenò di pari modo la censura del film). A esso seguì nel 1983 l’unico film serio finora realizzato, dal titolo The Martyrdom of Saint Sebastian (Il martirio di San Sebastiano), diretto da Petr Wiegl.
A livello locale vale la pena ricordare per l’alta qualità raggiunta il dramma Il Sebastiano, del mistrettese T. Aversa, pubblicato a Palermo nel 1643; l’opera in vernacolo Il Martirio di S. Sebastiano (di P. Livrera e B. Filetto) dei primi anni del ‘900;  e il dramma teatrale San Sebastiano di Narbona, realizzato a Barcellona P.G. nel 1957, con la regia di Michele Stilo e con interprete principale l’attore Alberto Lupo.
La figura di San Sebastiano é stata, soprattutto negli ultimi anni, filtrata nell’immaginario collettivo per le vie più impensate. Infatti, l’immagine del santo fu sfruttata in moltissimi campi: dalla pubblicità (famosa quella di una nota marca di scarpe, che propose nel 1984, in un manifesto pubblicitario, un modello legato al palo, trafitto dalle frecce e con le scarpe da tennis), alla politica (un assessore comunale, nei primi anni 90, defenestrato dai suoi stessi membri di partito, fu paragonato dalla stampa locale a San Sebastiano, trafitto dalle frecce dei suoi stessi commilitoni); dalle manifestazioni di protesta (in uno sciopero a Palermo alla fine degli anni 80, i lavoratori di una cooperativa si “travestirono” da San Sebastiano, paragonando le frecce ai torti da essi subiti) alla moda (Gianni Versace, nei primi anni 90, propose un  costume da bagno maschile ispirato al primo martirio del santo).

La notevole popolarità acquisita nel corso di secoli da San Sebastiano (qui sommariamente trattata), rende il santo  una delle figure più venerate di tutta la Sicilia.  Anche se il suo martirio ha dato origine a espressioni figurative (sicuramente da abolire o limitare) totalmente diverse dal concetto religioso del suo supplizio e a evidenti caratteri arcaici ancora presenti nel suo culto in Sicilia, la straordinaria molteplicità di segni che San Sebastiano riesce ancora oggi a esprimere rende il santo con le frecce una delle figure più importanti dell’intero panorama religioso siciliano.

Filippo Imbesi

Breve storia della Vara di Messina

La grande storia si costruisce sul sacrificio di tanti uomini; la grande devozione a Maria, palesemente ritrovata fra tutti i cristiani, si accende di zelo, di ardore qui, fra le genti sicule e calabresi. Nelle feste di mezz’agosto, Messina si popola di gente, di curiosi e di devoti verso la Madre celeste, animando la città di mille e mille voci, di invocazioni e di speranza. Non solo Messina ed il suo popolo, ma anche i paesi vicini, e quelli della terra di Calabria, aspettano con entusiasmo il giorno della festa della Vara.
Anticamente i Messinesi, ricordavano entrambe le ricorrenze mariane: della Lettera Santissima e dell’assunzione di Maria al cielo, nelle ricorrenze ferragostane del Grande Carro; chi lo osservava rimaneva stupito, catturato da un’emozione indistinguibile fra mista, di curiosità, di fede e di festa. Un carro a forma di monte, risplendente di luce argentea, mostrava in forma piramidale, le scene immaginate della dipartita della Madonna, quando dalla santa Casa di Efeso, raggiunse il più alto dei cieli, dimorando in Paradiso affianco dell’amato figlio. Una macchina piena di ordigni, di ruote, di giri e di movimenti, pullulata di anime e fiati, di bimbi e di bimbe, come angioletti in adorazione ai piedi di Maria, innalzata dalla mano di suo figlio alla luce divina. Seguita dal popolo contrito, ammutolito in rappreso silenzio, aspettavano devotamente la partenza, il viaggio: Ella, mostrandosi a tutto il suo popolo, lassù sul vertice come di colonna, mentre sostenuta fra stelle e pianeti e nubi candidissime, invocata dal popolo eletto e dall’entusiasmo di tanti pargoli, il suo catafalco veniva trainato da 150 “bbastasi.” Successivamente, intorno al 1565, vi aggiunsero due lunghe gomene per volontà di Francesco Maurolico.
La festa non era solo, mezzo di divulgazione della fede di Messina; non era esposizione di pubblico orgoglio, ma col passare dei secoli, diventò occasione di vanto. Ma con l’unico scopo, di assolvere ai precetti religiosi, richiesti a ogni buon cristiano. Questo, nel passato, venne visto come, “speciale privilegio“ concesso, da Messina e dai suoi devoti, attraverso il suo Senato, alle comunità fraterne che parteciparono, nel bene e nel male con essi alle fortune di Messina. Anche e soprattutto Palmi e la sua gente, ottennero per volontà del Senato di Messina, l’onore e il privilegio, di apparare, le ricorrenze delle principali feste, rivolte da Messina a Maria sempre vergine. Voci non controllabili, vogliono il sussidio di cittadini Palmesi al popolo di Messina affamato, intorno alla fine del XVI secolo. Altre carte puntualizzano, vicende meno appariscenti e più veritiere. Legate, al quartiere dei Calabresi in quel di Messina, presso la chiesa di santo Luca: ovvero, agli avvenimenti del 1626, durante la grande carestia che investì Messina e buona parte della Sicilia orientale. Già, a partire dal 1636, come segnalavano il Samperi nel suo volume Messana, lib. VI, ed altre piccole fonti, alcuni villani calabresi, e della sua costa tirrenica, avevano aiutato il popolo di Messina. E che nei mesi successivi, altri cittadini del porto di Palmi, durante le invocazioni che i messinesi elevavano alla Madonna della lettera, loro particolare protettrice, non mancarono di avvicinare sostanze alla gente di Messina. Mancano alcuni passaggi alla vicenda, ma la coincidenza dell’evento, legata alla costruzione della chiesa di santo Luca di Messina, sembra non sia passata inosservata. Sta di fatto che, proprio, dalla chiesa di santo Luca, ricadente nel quartiere dei Calabresi, si allestiva fin dal 1636 ogni 15 di agosto, l’antica Bara dell’Assunta, festeggiando il nome di Maria, sotto le insegne della sua Sacra Lettera e della sua Ascensione al cielo. A Palmi, dunque, da gran tempo, si annoverano, le insegne della festa della Sacra Lettera di Maria, nel nome della loro stupenda Varia che essi ricordano, tenacemente e fermamente celebrare, sotto le ali festanti del suo popolo con un grido che penetra l’animo: simbolo di fede, di amore e di storia patria. Non ce motivo, ritegno, scusa, oppure occasione, la Varia deve partire, deve scasare. Quantunque, la festa partecipata di Messina e di Palmi, raccoglie nell’essenza, la fede a Cristo, ricordato dalla speme di sua Madre, essi oggi, annoverano, l’antica gioia di quegli ambasciatori, che si recarono al suo Materno cospetto, professandoLe, puro amore, sintesi di una fede invincibile. Come in una cantilena o salmo misericordioso rivolto a Maria, il popolo racconta la sua storia, la sua fede, desideroso che Ella parteggi soprattutto per essi che ne esaltano la memoria.
Estratto da: “ La Vara, di Franz Riccobono e Alessandro Fumia,” EDAS 2004
Sti genti sunnu cuscenti
chi suli nu ponnu puttari,
sta rossa cascia senza pedi
s’arredi spincennu, Maria nu voli.

E spinciunu, e tirunu senza scantu,
e rumpunu i brazza e u pettu,
i reni si ghicunu ma nu si spezzunu
a fidi i stusteni e i fa smoviri.

Nu strappu, e ddui e deci ancora,
viva l’Assunta e u so cridu,
viva Maria chi iesti stinnuta
supra la manu i so Fiu.

Alessandro Fumia

L’infiorata Sampietrese del “Corpus Domini” a San Pier Niceto

Per un giorno la natura si spoglia dei suoi colori più belli e una pioggia di fiori e petali profumati invade le strade serpeggianti del centro collinare. Per un giorno i campi di spogliano del giallo lussureggiante delle ginestre, gli orti del profumo inebriante del rosmarino. Per un giorno San Pier Niceto diventa un giardino…un paese in fiore.
Mani sapienti, accostano, intrecciano, compongono secondo un disegno prestabilito, e creano… I fiori dai petali setati, dalle sfumature striate di bianco, di porpora e rosa, di giallo e violetto, diventano corolle riunite, rotonde e compatte in una miriade di strati sovrapposti, accostate le une alle altre a formare nastri danzanti nei tappeti barocchi, in una profusione di colori e profumi dal fascino antico e ammaliante…
Per un giorno, a San Pier Niceto, la bellezza e lo splendore della natura, l’arte e l’abilità dell’uomo si sposano e diventano “tappeto” di lode al Creatore che, sotto forma di Pane, si dona a noi e passa per le strade…..
Anche quest’anno l’appuntamento ormai stabile con l’Infiorata Sampietrese del Corpus Domini si rinnova.
Il recupero di questa splendida tradizione popolare del ‘700, che sopravviveva nell’usanza di cospargere di rosmarino, ginestra e petali di fiori le strade lungo le quali si snodava la processione con Gesù Eucarestia, si deve all’iniziativa di un sampietrese, il Dott. Giuseppe Donia, che dodici anni fa trasformò il tratto centrale del tradizionale tappeto realizzando raffigurazioni di simboli Eucaristici, alternati a composizioni barocche, con garofani, ginestre, bouganville e rosmarino: il suo amore per i fiori, l’arte e la cultura si è concretizzato nella costituzione dell’Associazione La Fenice, di cui è Presidente e i cui componenti sono da sempre l’anima, lo spirito e le braccia dell’Infiorata. In poco tempo il loro entusiasmo ha coinvolto tutta una comunità. Nasce così il miracolo “artistico” dell’Infiorata del Corpus Domini, che giunge ormai alla sua tredicesima edizione…13 anni caratterizzati dall’impegno infaticabile di uomini, donne e bambini che nel progetto comune di recuperare le tradizioni sentono l’orgoglio di appartenere ad una comunità vitale…13 anni che hanno reso quell’idea “in germe” una manifestazione sempre più conosciuta .
Nata come sentimento di fede, l’Infiorata è diventata anche una manifestazione d’arte suggestiva ed emozionante: gloria di fiori e di colori, che vanno dal bianco ai toni più intensi del porpora, passando attraverso tutte le sfumature del rosa, e ancora dal giallo, all’arancio, al verde. Visto dal piede della salita, il tappeto così sapientemente creato si mostra come una distesa variopinta e istoriata, che lo sguardo abbraccia improvvisamente e totalmente.
Chi non ha mai visitato l’Infiorata del Corpus Domini difficilmente riesce a percepire la magnificenza e lo splendore di un evento in cui arte, fede popolare e tradizione convergono e si fondono: magie di colori, splendore di corolle e leggerezza di petali eleganti e frastagliati, vellutati e corposi, uniti a creare forme aggraziate in contrasto cromatico, alla ricerca di armonie compositive e fregi d’arte. Tutto ciò per stendere un tappeto “ricamato” coi colori della natura a gloria del Creatore.
Negli anni passati abbiamo visto la partecipazione degli Istituti d’arte di Milazzo e Capo d’Orlando, del Liceo artistico “A. M. Di Francia” di Messina, del Centro arti della Dott.ssa Caterina Alfieri, direttrice artistica dell’Infiorata, e di valenti artisti che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. Nel 2008 il gemellaggio culturale tra l’Infiorata sampietrese e un’altra rinomata e antica tradizione rurale di Sicilia, gli Archi di Pasqua di San Biagio Platani (Ag), ha proiettato l’Infiorata verso l’apertura ad altre esperienze e tradizioni popolari.
L’edizione 2009 ha veduto la partecipazione dei maestri infioratori sampietresi alla manifestazione “S.Stefano in fiore” che ha avuto luogo a Santo Stefano di Camastra il 22, 23 e 24 Maggio: un gruppo di infioratori, infatti, ha collaborato con L’Associazione Culturale Margalena e l’Istituto regionale d’Arte “C.M.Esposito” nella realizzazione di quadri infiorati che hanno riprodotto i motivi decorativi tipici della ceramica di produzione locale. La collaborazione è stata ricambiata con la realizzazione di due tappeti durante l’Infiorata sampietrese 2009 ed è stata rinnovata nel 2010.
Infatti, anche quest’anno le collaborazioni e gli scambi che si sono rafforzati negli anni arricchiranno l’Infiorata del Corpus Domini 2010, che vuole rendere omaggio a Caravaggio sulla scia delle iniziative che ovunque nel mondo ricordano il genio della luce a 400 anni dalla morte.
Oggi San Pier Niceto è tra i protagonisti del panorama culturale in Sicilia, soprattutto per merito di tutti i sampietresi, per l’infaticabile impegno dell’Associazione La Fenice, e la fattiva collaborazione di privati ed Enti pubblici.
“…Ad usi più nobili gli stessi fiori, sfrondati e sminuzzati contraffanno le più nobili pitture ne’ colori nel resto dell’apparenza.[…] rappresenterà la carnagione della faccia bruna il garofano ricamato. La rosa dipingerà le guance, formerà le pupille degli occhi il fiore scuro, che dal turchino tira al nero. Nobiliterà le vesti, e arricchiralle col colore pur cilestro il fiore che chiamiamo sperone di cavaliere, e ’l papavero selvatico di color rosso e ‘l garofano dello stesso colore, o con l’oro suo la ginestra, o con la mortella la verdura.[…] Biancheggeranno le nuvole con la rosa damaschina, o col gelsomino.”
(Giovan Battista Ferrari, “De florum cultura”, 1633: descrizione della prima Infiorata fatta in Vaticano il 29 giugno 1625)

Elisa Abbate

La festa di Santa Rita a Messina

Santa Rita nacque intorno l’anno 1381, probabilmente nel mese di ottobre, e morì il 22 maggio 1457. L’anno di nascita e la data di morte vennero accettate ufficialmente da papa Leone XIII quando la proclamò Santa il 24 maggio 1900.
Margherita nasce a Roccaporena, a pochi chilometri da Cascia (PG), figlia unica di Antonio Lotti e Amata Ferri.
I genitori, pacieri di Cristo nelle lotte politiche e familiari fra guelfi e ghibellini, diedero a Rita una buona educazione, insegnandole a scrivere e leggere.
Già dalla tenera età Margherita era desiderosa di intraprendere il cammino che l’avrebbe portata verso la consacrazione a Dio, ma gli anziani genitori prima di morire, insistettero per vedere accasata la loro unica figlia. Mite e obbediente, Rita non volle contrariare i genitori e a soli sedici anni andò in sposa a Paolo di Ferdinando Mancini, giovane ben disposto, ma di carattere irruento. L’indole rissosa di Paolo non impedì a Rita, con ardente e tenero amore di sposa, di aiutarlo a cambiare.
Ben presto nacquero i gemelli Giacomo Antonio e Paola Maria. Con una vita semplice, ricca di preghiera e di virtù, tutta dedita alla famiglia, Rita aiutò il marito a convertirsi e a condurre una vita onesta e laboriosa. Questo fu forse il periodo più bello della vita di Rita, ma fu attraversato e spezzato da un tragico evento: l’assassinio del marito, avvenuto in piena notte, presso il mulino di Remolida da Poggiodomo nella valle, sotto le balze di Collegiacone. Le ultime parole di Paolo, vittima dell’odio tra le fazioni, furono parole d’amore verso Rita e i suoi figli.
Rita fu capace di una sconfinata pietà, coerente con il Vangelo di Dio cui era devota, perdonando pienamente chi le stava procurando tanto dolore. Al contrario i figli, influenzati dall’ambiente circostante, erano propensi e tentati dal desiderio di vendetta. I sentimenti di perdono e di mitezza di Rita non riuscivano a persuadere i ragazzi. Allora Rita arrivò a pregare Dio per la morte dei figli, piuttosto che saperli macchiati del sangue fraterno: entrambi morirono di malattia in giovane età, a meno di un anno di distanza dalla morte del padre.
Rita ormai sola, e con il cuore straziato da tanto dolore, si adoperò a opere di misericordia e, soprattutto, a gesti di pacificazione della parentela verso gli uccisori del marito, condizione necessaria per essere ammessa in monastero, a coronazione del grande desiderio che Rita serbava in cuore sin da fanciulla. Per ben tre volte bussò alla porta del Monastero Agostiniano di santa Maria Maddalena a Cascia, ma solo nel 1417 fu accolta in quel luogo, ove visse per quarant’anni, servendo Dio ed il prossimo con una generosità gioiosa e attenta ai drammi del suo ambiente e della Chiesa del suo tempo.
La sera di un Venerdì Santo, dopo la tradizionale processione del Cristo Morto, avvenne un prodigio che durò per tutti i suoi ultimi quindici anni di vita: Rita ricevette sulla fronte la stigmate di una delle spine di Cristo, completando così nella sua carne i patimenti di Gesù. Rita ne sopportò il dolore con gioiosa ed eroica forza. Salvo una breve parentesi, in occasione della visita a Roma per acquistare le indulgenze romane, la ferita rimase aperta sulla fronte di Rita fino al termine della sua vita terrena. Morì beata il giorno di sabato 22 maggio 1457.
Fu venerata come Santa subito dopo la sua morte come è attestato dal sarcofago ligneo e dal Codex Miraculorum, documenti risalenti all’anno della morte.
Dal 18 maggio 1947 le ossa di Santa Rita da Cascia riposano nel Santuario, nell’urna di argento di cristallo eseguita nel 1930.
Ricognizioni mediche effettuate in epoca recente hanno affermato che sulla fronte, a sinistra, vi sono tracce di una piaga ossea aperta (osteomielite). Il piede destro ha segni di una malattia sofferta negli ultimi anni, forse una sciatalgia, mentre la sua statura era di 157 centimetri. Il viso, le mani ed i piedi sono mummificati, mentre sotto l’abito di suora agostiniana si trova l’intero scheletro.

Biografia tratta dal sito http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1051&biografia=Santa+Rita+da+Cascia

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La festa di Sant’Annibale Maria di Francia

Sant’Annibale Maria Di Francia nacque a Messina il 5 luglio 1851, terzogenito del cavaliere Francesco, marchese di Santa Caterina dello Ionio, Vice Console Pontificio e Capitano Onorario della Marina reale Borbonica e dalla nobildonna Anna Toscano dei Marchesi di Montanaro, Annibale divenne orfano di padre il 10 ottobre 1852, ancor prima di compiere il secondo anno di vita e, forse, da questo luttuoso evento personale, nacque in lui quella particolare sensibilità verso gli orfani che contraddistinse tutta la sua opera.

Il piccolo orfano, conobbe anche il distacco dall’affetto materno, venendo affidato ad una anziana zia, ma nel 1859, quando un’epidemia di colera, colpì la città dello stretto, anche la zia venne a mancare ed Annibale Maria, ritornò nella casa materna. A sette anni iniziò gli studi presso il Collegio dei Gentiluomini dai monaci cistercensi del convento di S. Nicolò di Messina ove insegnava lo zio paterno Raffaele Di Francia. Intelligente e di chiarissime capacità umanistiche ad appena diciotto anni sentì fortissima la chiamata del Signore e, completati gli studi, il 16 marzo 1878 fu ordinato sacerdote.
Qualche mese prima della sua ordinazione sacerdotale, un incontro particolare segnò per sempre la vita terrena del Padre Di Francia. Il religioso era sicuramente aduso all’incontro con i diseredati ed i bisognosi, ma quel povero che aveva davanti gli aprì una nuova visione della carità Cristiana, questi era il Cieco Zancone. Quell’uomo lo mise a contatto con la triste realtà sociale e morale del quartiere periferico più misero di Messina, le cosiddette « case Mignuni» (Case Avignone) di proprietà dei Marchesi Avignone. Al di là del ponte Zaera, Padre Annibale si inoltrò nella miseria reale dei bassifondi cittadini, dove avrebbe dovuto trovare le case dei marchesi Avignone, trovò solo un quartiere di baracche addossate l’una all’altra, sporcizia, squallore e tanta disperazione e li ebbe inizio il cammino dell’opera pia di Sant’Annibale Maria. Con la paterna benedizione del suo Vescovo, Mons. Guarino, andò a vivere in quel «ghetto» ed impegnò tutte le sue forze morali e materiali, per affrancare a tutti i costi quei derelitti e, soprattutto i loro bambini da quella condizione di miseria materiale e morale ed approntò per loro, alle Avignone, una scuola per i maschietti e un asilo per le bambine. Non fu un’esperienza facile; incomprensioni, ostilità e minacce, caratterizzarono quell’embrione di carità Cristiana, ma egli superò ogni ostacolo con l’aiuto della sua grande fede, per realizzare quella che definiva:
« …doppia carità: l’evangelizzazione e il soccorso dei poveri »

Il 20 febbraio 1927, Annibale Maria Di Francia celebrò l’ultima Messa, il 15 marzo  1927 ricevette l’unzione degli infermi e morì il 1 giugno 1927 all’età di 76 anni, nella sua casa di Fiumara Guardia, dove sorge il Santuario della Madonna della Guardia.
A Messina la festa di sant’Annibale viene celebrata il 16 maggio di ogni anno con particolare solennità, dal momento che la città dello Stretto è il luogo nel quale il Santo delle vocazioni ha impegnato l’intera sua vita al servizio dei poveri e dei piccoli nella realizzazione del comando di Gesù “Pregate il Signore ella messe perchè mandi gli operai”. La basilica-santuario del S. Cuore e di sant’Antonio di Padova è il cuore delle manifestazioni religiose. Inoltre, in preparazione alla festa, gli alunni del Liceo Artistico, Scientifico e la scuola Primaria e Secondaria di 1° grado dell’Istituto scolastico Paritario Canonico Annibale Maria Di Francia delle Figlie del Divino Zelo, con la partecipazione degli infioratori di S. Pier Niceto, hanno realizzato la III infiorata messinese con tappeti floreali in onore di sant’Annibale verso la piazza del popolo. In mattinata, è stato anche distribuito il “Pane Padre Di Francia” e, a sera, la processione con la reliquia del cuore e l’esibizione della Banda Musicale di Larderia.

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La Festa degli Spampanati

La Festa degli Spampanati ripropone la Resurrezione di Gesù attraverso una singolare Processione che si snoda lungo un percorso tra le vie del centro di Messina.
Organizzata su iniziativa della Confraternita S.M. della Mercede in S. Valentino, viene così denominata poichè tradizione vuole, che a questa festa pasquale partecipassero avvenenti fanciulle del contado e che, per l’occasione, smessi gli abiti invernali, indossassero vesti in seta fiorita, dai colori sgargianti, da cui il termine spampanati.  Qui un tempo giungevano da un’atra chiesa più a monte, nella borgata di Gravitelli, i simulacri della Madonna SS. della Mercede e di Gesù Cristo risorto.

Antonio Abbate

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