Personaggi & Citazioni

Giovanni Celeste

celesteSe a Messina dici “Giovanni Celeste” la gente ti risponde “campo di calcio”. E’ vero, a Messina uno dei due stadi dove si gioca a calcio è intitolato a Giovanni Celeste.
Nato a Messina il 22 gennaio 1905, da giovane si dedica allo sport giocando nella locale società di calcio della U.S. Peloro, nel 1930 si laurea in Discipline Nautiche presso il Regio Istituto Superiore di Napoli e
successivamente decide di intraprendere la carriera Militare entrando nella Regia Scuola C.R.E.M. (Corpi Reali Equipaggi Marittimi). Partecipa alla operazioni militari in Spagna e nel 1937 si sposa. La sua carriera militare continua e come Ufficiale si imbarcherà su numerose unità di superficie e subacque, fino a quando nel 1942 subentra al comando del R. SMG Toti in sostituzione del C.F. Primo Longobardo, svolgendo numerose missioni di rifornimento tra la madre Patria e l’A.S.
stadioAgli inizi del 1943 gli viene affidato il suo primo effettivo comando e a bordo del SMG FR 111 di preda bellica Francese viene destinato alla base di Augusta.
Al rientro dall’isola di Lampedusa intorno alle ore 15,00 del 28 febbraio 1943, l’unità viene sottoposta a mitragliamento e bombardamento da parte di aerei nemici e nel giro di poco tempo il SMG FR 111 con il suo Comandante e l’intero equipaggio affonda al largo del Capo Murro di Porco (Sr).
Il Comandante T.V. Giovanni Celeste fù decorato con MAVM, MBVM, Croce di Guerra, Medaglia commemorativa intervento in Spagna, Cavaliere della Corona d’Italia.
Nel 1948 su delibera del consiglio comunale di Messina, lo stadio di “Gazzi” inaugurato nel 1932 viene intitolato a Giovanni Celeste.

Sergio Cavacece

Pino Campolo da Messina

Uno dei grandi uomini dei meliores messanensis, mercante e padrone di navi, aveva fatto una grande fortuna al servizio della Repubblica di Venezia navigando i mari del Levante e commerciando con i maggiori mercanti di quelle terre. Famosa era la sua galea per le imprese compiute in particolari condizioni politiche, quando, ripetutamente, veniva segnalata la “Cocca sancta Maria.” Molti autori riconoscono a questo figlio di Messina, il merito di avere ingrandito nei traffici, un senso pratico negli affari; capacità esemplari che gli consentirono di avere salva la vita, quando Messina era attraversata da fermenti politici degenerativi. Uno dei primi attori della rivolta angioina al tempo di Chiaromonte, seppe affaccendarsi fra mille rivoli praticando il doppio gioco. Ritenuto affidabile, intraprese rapporti sempre più solidi con la potente Venezia. Forte delle amicizie e delle conoscenze giuste, ben presto ricoprì a Messina il 14 febbraio 1395, la carica di Console dei veneziani per la Sicilia; una sorta di protettorato che i veneziani riscuotevano, favorendo nei commerci, quei canali mercantili per approdare senza rischi in luoghi come il Mar Nero e attraverso la navigazione dei grandi fiumi, le contrade di Romania. Come Console di Venezia in Sicilia, ebbe la possibilità di entrare in rapporti di interesse con i mercati del centro Europa e gli opposti mercati del nord Africa. Durante il governo dei Martini, si incominciò a formare un nuovo gruppo sociale, entrando a far parte della nobiltà civica urbana, quando i mercanti di lungo corso, che ebbero ad affiancare i ceti amministrativi, entrarono nella ristretta mischia dei proprietari fondiari. In quella fase storica, prima a Messina fra i grossi agglomerati urbani di Sicilia, si originava una nuova figura, il patrizio-mercante che pratica gli affari alla vecchia maniera, in prima persona oppure delegando terzi in vece sua. Abile negli intrallazzi furono richiesti i suoi servigi. Messina più volte si servì delle sue qualità. Per questi “meriti” durante la penuria di viveri, fu eletto Collettore del grano; ricevendo alcuni poteri e lucrose sopravvenienze applicate sui traffici di questo prodotto. Egli, ricevette una onza sopra ogni salma di vettovaglia estratta da tutti i caricatori, così come segnalato nei Registri della Real Cancelleria, registro 42 carta 35r indetto il 15 luglio 1404. La sua peculiarità di mercante senza scrupoli, pronto sempre al guadagno, al punto di approfittate senza preoccuparsi più di tanto, della carestia che affliggeva la città peloritana, fa testimonianza degli occorsi accidenti che colpirono questa città nel 1392. Tanta era la necessità di alimenti della città di Messina, comprando le 112 salme di frumento di Pino Campolo, da essere pronta a vendersi perfino la catena che chiudeva il porto. In tale necessità, ottenne di estrarre secondo privilegio, anche sulle tratte gratuite, ulteriori guadagni estraendo una ulteriore rendita sulla pari quantità di frumento dai caricatori di Lentini e Siracusa. Erano talmente cospicue le sue entrate, da inventarsi perfino banchiere e mettere in soggezione addirittura, la Curia Straticozionale. In tale evenienza ottenne da quell’ufficio politico-finanziario, una gabella pari a 100 onze, applicata sulle rendite della Zecca di Messina: a sua volta, prima mutuata in forza di un prestito e poi vessata, per sovra tassazione delle rispettive rendite. Le sue doti, furono osservate dalla corona, apprezzandovi queste innate qualità di far cassa. I Martini, conoscevano fra l’altro, la sua fedeltà alla corona. Un valore morale, anche questo messo a frutto dal mai domo Pino Campolo. Infatti, divenne dilecto consiliarium della corona e responsabile dell’officium vicesecrecie di Agrigento addì 16 febbraio 1396, successivamente rinunciando alla su edotta carica. Questo comportamento, se in un primo momento suscitò straordinaria sorpresa, ben presto fu compreso e pubblicamente spiegato. Il suo fiuto innato nel mercanteggiare fu ancora di grande aiuto. La carica onorevole alla quale fu indirizzato in quel di Agrigento, fu sovvenzionata da altri interessi; per tanto, di li a poco, perdendo un privilegio troppo oneroso, abbandonando lo scomodo ufficio ottenne, non si sa per quali avventure, una cospicua percentuale del feudo di Sahuna in Val di Noto presso Lentini. E non pago del pegno, o regalia qual dir si voglia, ottenne anche il feudo in territorio agrigentino, vicino la terra di san Laurentio e santa Giordana, di Limbrichi.
Nell’anno 1400, fu inviato come ambasciatore assieme a Matteo di Bonifacio e Cola Camuglia a re Martino, portandogli i memoriali della città di Messina: “a rifiriri a lu serinissimu signuri re Martinu pi parti di la universitati. Un documento studiato da più di uno studioso, generando un grande interesse storico anche in funzione, di quei privilegi che il Giardina qualificava, erronei o addirittura falsi. In questi atti invece, datati e vergati in documenti ufficiali, quelle consuetudini vengono alla luce, in un modo tale da mortificare quelle analisi partigiane e niente affatto disinteressate, come sempre esercizio e studio palermitano. Un degno anticipo, delle richieste “storiche” esercitate dagli ambasciatori messinesi al re, si possono cogliere in alcuni punti. Meglio attenzionati al numero nove e al numero dieci, così condensati: nel punto nono, i messinesi richiedevano al re – cum zo, sia cosa chi quistu regnu sia poviru e vulissimu nui nu gabelli maximi a lu districtu di missina, avennu a pagari la sua maiestati a lu tempu di la guerra e ora pocu ki intru tucti nu si trova unu dinaru. Al punto decimo si segnala: nui richidemu o re ki nulla pirsona poza haviri privilegiu di unu né di dui anni di li offici di la chitati di Missina, ma tucti li officiali si fazinu annuatim et a scarfi quilli ki su consueti essiri facti a scarfi (essere estratti a sorte), secundu li nostri privilegi et ki non si fazanu a manu né a vuluntati. Un documento molto importante, conservato nella Real Cancelleria, registro 38, cc 44-46 addì 8 maggio 1400.
Nel testamento di Pino Campolo si intravede la sua opulenza. L’atto veramente cospicuo, risulta impaginato in molti fogli; dove un lungo elenco di eredi ebbero a spartirsi un bottino degno di un principe. Non solo gli affini di sangue ne ebbero grande ristoro, ma perfino, numerosi enti religiosi ottennero, laude elemosine e numerosi suppellettili in oro e argenti. Un grande messinese poco ricordato e fra gli illustri, stenta a farsi ricordare.

Alessandro Fumia

Annibale Maria di Francia e la poesia

Un aspetto della personalità di Sant’Annibale Maria di Francia spesso sottovalutato o tenuto in poco conto è quello relativo alla sua attività poetica. E’ vero che questa passa nell’immaginario comune in secondo piano rispetto alle opere caritative e alle virtù cristiane esercitate dal canonico messinese, ma è pur vero che costituisce anche un elemento importante della sua formazione culturale e religiosa.
In un libro di poesie dal significativo titolo di «Fede e Poesia», pubblicato a Oria nel 1926, presso la Tipografia Antoniana dell’orfanotrofio da lui fondato, lo stesso Padre Annibale in una breve prefazione spiega il suo rapporto con la poesia ed espone i punti fermi della sua poetica.
Raccontava come fin dall’età di nove anni avesse cominciato a comporre versi e che egli stesso ritenesse questo suo interesse ereditato dal padre (che non conobbe mai perché morto quando lui aveva appena due anni) che aveva studiato i classici e aveva anche scritto poesie, e dalla madre che possedeva un buon gusto poetico. All’età di sedici anni ebbe come insegnante il poeta messinese Felice Bisazza che giudicava pari ai più grandi poeti moderni, distinguendo a quel  punto i poeti “moderni” dai “contemporanei”, coloro che hanno per capofila Carducci. Ed è proprio contro la poetica di Giosuè Carducci che il poeta Annibale Maria di Francia scaglia la sua critica, scriveva infatti:

«[…]perchè ho sempre ritenuto e ritengo, che Carducci, sia stato un dotto, uno scrittore, un letterato, ma non un poeta. Gli mancò quella che dicesi scintilla del genio; oltre che non ebbe il cuore capace dell’amore del bello, perché scettico, antireligioso, fino ad inneggiare a Satana, che fu il suo ideale! In una parola: egli non nacque poeta  volle esserlo a tutta forza: ebbe la monomania di esserlo, e si dedicò a verseggiare; il che, per altro, non è cosa impossibile per uno studioso ed erudito. Da lui venne poi una degenerazione in poesia; poiché non si cercò più il sentimento nobile, gentile, spontaneo; ma, distrutto il principio religioso, smontata la base del sentimento estetico, soppresso il puro ideale, era inevitabile che la poesia scendesse troppo basso, anche nella forma!
Ed è una pietà o una indignazione, leggere certi componimenti in versi che non sono affatto versi, ma prosa divisa in linee, senza metro, senza ritmo, senza concetti poetici. Paragonerei questa scuola veramente barbara, al suono confuso e discordante che si trarrebbe da un cembalo, sul quale si gettassero a caso le mani, battendo e ribattendo i tasti. Povera gioventù che ritiene come stile poetico tale foggia di scrivere![…]»

«[…] Ho scritto parecchi componimenti in poesia da giovinetto, perché ne sentivo l’estro, e ancor di più quell’intimo e indefinito sentimento del bello, del puro e dolce amore di tutto ciò che è buono e santo. Avviene che ciò che si sente con un po’ di poesia, si ama di estrinsecarlo in quelle forme poetiche che rispecchino l’interno sentimento.[…]»

Quindi, secondo Padre Annibale, quando cominciano a mutare gli intenti, quando  cioè il fine non è più la ricerca di sentimenti spontanei e quindi naturali, di conseguenza anche l’arte poetica degenera provocando uno scadimento di qualità. E Carducci veniva considerato da padre Annibale il punto di partenza di questa degenerazione, avendo egli per primo rinunciato a cercare il bello nel suo inno a Satana.
Lo stesso Padre Annibale non si riteneva degno di essere paragonato al suo maestro Felice Bisazza ma era comunque figlio di quella scuola di poesia che ricercava il Bello e l’armonia, sentendosi erede della tradizione plurisecolare della poesia italiana. Non poteva far altro che proporre un modello di poesia antitetico a quello dei suoi contemporanei.
L’analisi della degenerazione della poesia, e potremmo aggiungere dell’arte in generale, appare organica. Padre Annibale infatti individuava un preciso processo di decadimento che oggi chiameremmo dei “piani inclinati”, tendente cioè a andare verso il basso:

«[…] Ma dove si è giunti in fatto di idee e di poesia? Dal verismo, al più erotico sentimentalismo, e da questo al sensualismo. Così la poesia che, al disopra di ogni arte bella, ha la missione di educare, di muovere, di entusiasmare, è diventata ludibrio del pervertimento delle idee, dei costumi, della lingua![…]»

E’ proprio questa crisi del mondo contemporaneo, che rintraccia anche nella poesia, che Annibale Maria di Francia vuole combattere con i suoi versi, ed è questo l’unico motivo che lo spinge a pubblicarli accettando le richieste dei suoi orfani che  da tempo avevano raccolto molti dei suoi componimenti poetici.

«[…]Ma non pretendo che ricordare ai giovani che prima del Carducci e compagni, c’é stata una poesia italiana che tutti, i quali abbiano un briciolo di genio poetico e di vero sentimento artistico, debbono mettersi d’innanzi, se vogliono riuscire a qualche cosa. Sia pure che si rifugga dall’imitazione servile, e che si voglia eseguire l’impulso di nuove ispirazioni; ma bisogna formarsi il gusto al bello estetico e poetico. E che gusto può formarsi con le odi barbare del Carducci e compagni? con la pornografia dello Stecchetti? con l’arruffamento del Rapisardi, e simili? Il gusto vero può formarsi sui nostri poeti Italiani dell’epoche della Letteratura classica e romantica. Ivi é robustezza di verso, eleganza di lingua, frase poetica, immaginazione, cuore, elevazione, poesia.[…]».

Così l’azione caritativa di Padre Annibale è presente anche nelle sue poesie che si trasformano in una sorta di apostolato culturale. La poesia e l’arte divengono quindi campo di battaglia e strumento privilegiato di educazione in cui la ricerca del Bello equivale ad aprire una via verso Dio.
Infine Padre Annibale, in questa sua breve prefazione distingueva tra i suoi componimenti quelli letterari, «che conservano una forma ed uno stile non andante e popolare, ma piuttosto elevato e poetico», da altri componimenti come novene per santi e preghiere che non potevano essere classificati come letterari per il loro stile umile e popolare. Riferendosi a queste ultime rime concludeva:

«[…]E forse queste cosucce, perché dirette al sacro culto e all’onore dei Santi del Signore, mi saranno di maggior profitto pel bene della povera anima mia, e qualche volta mi parranno più belle di tante altre, tinte della mia vanagloria!».

Antonino Teramo

Francesco Lo Sardo

Francesco Lo Sardo

A nome di tutto il gruppo degli imputati siciliani, dichiaro che noi siamo fieri di essere processati per la nostra attività comunista. Questo processo dimostra che i lavoratori del mezzogiorno non sono secondi a quelli del settentrione nella lotta contro il fascismo. Almeno mi sia concesso di dire che sono orgoglioso di essere processato perché comunista, che sono orgoglioso di portare dinanzi a questo tribunale trenta anni di attività politica spesa al servizio dei lavoratori dell’Italia meridionale“.
Se andiamo a piazza del Popolo, con grande sorpresa troviamo delle tabelle con su scritto piazza “F. Lo Sardo”, convinti che il comune abbia sbagliato percorriamo la rotonda e andiamo avanti, senza neanche chiederci chi sarà mai questo Lo Sardo. In effetti il comune ha sbagliato di grosso, perchè ad un personaggio del genere nn puoi dedicare una piazza col nome già radicato dal corso degli anni, meriterebbe qualcosa di più. Solo che di più Messina non gli può dare, sapete perchè? Perchè Francesco Lo Sardo fu un comunista, di quelli storici, il primo deputato comunista venuto dalla Sicilia. Che abbia combattuto una vita intera al fianco dei contadini e dei poveri nessuno lo ricorda, che sia stato l’unica persona vigile contro il mangia mangia della ricostruzione nn lo ricordano neanche, in una città massone, bigotta, destrofila e collusa come Messina ci ricordiamo solo che era un comunista, allora meglio non esagerare, ricordiamolo in maniera soft così nessuno potrà dirci niente…
Francesco Lo Sardo nacque in provincia, a Naso precisamente, il 22 maggio del 1871, da una benestante famiglia borghese che impose gli studi clericali presso il seminario di Patti. Lui però nn essendo avvezzo a quel tipo di situazione alla fine decise di spostarsi verso Messina, studiando al liceo prima e frequentando poi brillantemente la facoltà di Giurisprudenza. In quel periodo il giovane Lo Sardo prese coscienza delle proprie idee, decise di privarsi delle ricchezze familiari ed assieme al caro amico Giovanni Noè diventò subito personaggio di spicco della scena anarchico-socialista di una città all’epoca molto fervente politicamente. Fonda sia un giornale, “Il Riscatto”, che il primo circolo anarchico di Messina, affianca i contadini nella loro lotta contro lo sfruttamento dei “baroni”, si unisce al movimento dei fasci siciliani (ricordiamo che all’epoca i movimenti dei “fasci” erano di ispirazione socialista), organizzando operai e contadini fondò il Fascio Operaio Siciliano e per questo a soli 23 anni viene arrestato per la prima volta e confinato nelle isole Tremiti. Il suo primo esilio durò solo 4 mesi, studenti, professori e qualche deputato nazionale, con una petizione popolare riuscirono a far scarcerare Lo Sardo, che rientrato a Messina, riuscì finalmente a laurearsi, una volta diventato avvocato, dedicò la sua intera professione a difesa di poveri, oppressi e sfortunati, anche per questo veniva ancora visto come sovversivo ed arrestato nuovamente nel 1898. Venne recluso per un breve periodo nel carcere di Napoli, restò quindi sotto il Vesuvio anche fuori dal carcere per continuare la sua battaglia, continuando a scrivere per “Il Riscatto” cambiando però posizione, passando dalle idee puramente anarchiche a quelle di un socialismo più organizzato e vicino alle lotte contadine.
Addentare la pietra che ci colpisce senza toccare la mano che l’ha lanciata.
Nel frattempo Lo Sardo mise su famiglia con la quale decise di tornare a Messina agli albori del 1903, nella nostra città continuò senza sosta la sua lotta al fianco delle classi più deboli, sia da letterato che da avvocato, il terremoto del 1908 privò Lo Sardo dell’amatissimo figlio Ciccino, la tragedia lo segnò ma nn ne attenuò lo spirito battagliero, i sui articoli denunciarono di continuo come la chiesa e la borghesia messinese chiudessero sempre un occhio alle speculazioni che le imprese del nord operavano in fase di ricostruzione, inimicandosi buona parte della scena politica messinese. Sue erano le lotte anche contro l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, ecco perchè suscitò stupore il suo arruolamento volontario del 1915, la guerra fu crudele con lui, pagherà per tutto il resto della sua vita le conseguenze di una grave ferita al petto sul Col di Lana. Tornato nel 1916 a Messina, a capo della camera del lavoro, guiderà le occupazioni delle terre incolte da parte dei contadini, facendosi così notare dal regime fascista che dal 1919 inizierà a perseguitarlo per la sua attività a favore delle classi più bisognose. In quegli anni Lo Sardo abbandona le idee socialiste perchè deluso dai programmi e dalla risposta iniqua che i socialisti diedero al regime, si iscriverà al partito comunista diventandone un elemento di spicco, nel 1924 con un plebiscito di quasi diecimila voti, un utopia per un oppositore ai tempi del fascismo, verrà eletto alla camera dei deputati e ricordato come il primo comunista siciliano. Nonostante l’immunità parlamentare, il regime fascista che aveva sempre ostacolato l’attività politica di Lo Sardo lo arresterà nel 1926, per aver aderito alle direttive che il partito Comunista ha diramato dal congresso di Lione, in Francia, spostandolo da un carcere all’altro: Messina, Catania, Roma, Sassari, Oneglia e tante altre. A Turi, nei pressi di Bari, condivise la prigionia con Antonio Gramsci, Lo Sardo pur gravemente malato si rifiutò di ascoltare i consigli del compagno di cella e di chiedere la grazia, “Hanno voluto la carne? Si prenderanno anche le ossa” fu la risposta di Lo Sardo. Fu trasferito per l’ennesima volta al carcere di Poggioreale, a Napoli, dove trovò la morte il 30 maggio del 1931, morte che passò inosservata in Italia, ma che ebbe grande risalto in Francia, dove il quotidiano “L’Umanitè”, appena appresa la notizia (un mese dopo circa) dedicò addirittura l’apertura della prima pagina, dopo averne precedentemente seguito e documentato la prigionia.
Di Lo Sardo troviamo note, ricordi e biografie un pò in tutto il paese, la sue lotte civili sono state fonte di ispirazione non solo alla classe dirigente comunista che venne fuore nel dopoguerra, di lui si occuperanno in seguito anche grandi statisti di ispirazione cattolica, ma non avendo letto questa notizia da una fonte confermata, preferisco evitare di citare nomi.
Nella sua città in pochi sanno anche che sia esistito, sarebbe giusto riabilitare la sua figura di grande messinese, indipendentemente dal credo politico, perchè Lo Sardo ha passato la vita lottando non per quelli di sinistra o per quelli di destra, ma semplicemente lottando per il popolo.

Francesco Mangiò

Lo scultore Ovidio Sutera

I decenni della ricostruzione dopo il tragico terremoto del 1908 e dopo il secondo dopoguerra furono caratterizzati da una notevole presenza culturale in città. Letterati, architetti e artisti contribuirono in modo determinante alla ricostruzione, arricchendo Messina di palazzi pubblici e privati, di ville, di chiese, di monumenti, di piazze che nonostante gli anni trascorsi ancora oggi rappresentano stabilmente il volto della città. Per quanto riguarda gli scultori, molto attivi sia nell’ambito dell’edilizia, cioè nelle decorazioni dei nuovi palazzi, ma anche nell’arte funeraria, nei monumenti o nell’arte sacra,è possibile ritrovare nomi degni di nota e tra questi scultori affiora la figura di Ovidio Sutera.
Nato a Buenos Aires il 28 febbraio 1914 da genitori siciliani, dopo una prima formazione al seguito del padre Giuseppe, affermato scultore, si trasferisce a Roma nel 1936 dove intraprende gli studi artistici presso la scuola libera di nudo, segue in seguito anche i corsi serali dell’Accademia di Francia, essendo infineammesso ai corsi di scultura dell’Accademia di Belle Arti. Nel corso degli studi prende parte attivamente alla vita culturale romana partecipando a manifestazioni artistico-culturali.
Nel 1937 lascia Roma e si trasferisce a Messina per lavorare nello studio del padre, nella stessa città a partire dal 1942 si dedica all’insegnamento del disegno nella scuola media.
Si distingue nel panorama culturale Messinese come uno degli scultori più prolifici: partecipa a un considerevole numero di mostre collettive regionali e nazionali, molte sue opere sono sparse per la città ed alcune passano anche lo stretto di Messina.
Da non trascurare neppure i suoi componimenti poetici, pubblicati dal 1937 nella rivista “Il Marchesino”, altri suoi versi sono invece raccolti nel libro autobiografico “Sculture e poesie” pubblicato a Messina nel 1966 (da cui sono tratte le immagini di questo articolo) a cui segue un’altra raccolta pubblicata sempre a Messina nel 1979: “La voce delle pietre”. Entrambi i volumi comprendono anche un ampio corredo fotografico che documenta la vasta produzione artistica e possono essere un punto di riferimento per intraprendere seri studi su questo artista dimenticato.

Antonino Teramo

Giacomo Scibona e gli scavi archeologici intrapresi a Messina e Rometta

Il prof. Giacomo Scibona

Giacomo Scibona è stato uno dei personaggi più importanti nella storia dell’archeologia degli ultimi anni. Laureatosi all’Università di Roma la Sapienza, fece scuola sotto i più illustri nomi dell’archeologia e storia dell’arte, citiamo Ranuccio Bianchi Bandinelli, Laura Breglia e Margherita Guarducci. Tornato a Messina, mise presto in pratica il frutto dell’insegnamento nella prestigiosa Università Romana. Si batté per la valorizzazione del patrimonio. Insegnò nell’Ateneo Messinese e intraprese numerosi scavi archeologici a Messina, Alesa, San Marco d’Alunzio, Rometta, Alcara Li Fusi, Enna, Troina e Agira. Negli anni 60, si occupò di cercare informazioni su Erymata l’odierna Rometta; fino ad allora di questa si conosceva soltanto la fortezza, risalente al periodo bizantino e si sapeva di un incursione avvenuta nell’882 d.C. per opera delle armate musulmane. Nulla si sapeva della fondazione, o per lo meno, si conoscevano delle leggende. Dal punto di vista archeologico, erano invece state riportate alla luce piccoli manufatti come vasellame, monete statuette e lucerne. Presto Scibona cominciò, con l’adesione di Luigi Bernabò Brea allora Soprintendente alle Antichità della Sicilia Orientale, a scavare sul Monte Palostrago, portando alla luce una necropoli ellenistica con corredi funerari. La zona venne utilizzata, secondo gli studi stratigrafici fino all’epoca bizantina. Sulla collinetta del Monte Motta è interessante ricordare il ritrovamento di una capanna dell’età del ferro, risalente al periodo Siculo o Ausonico. Ritrovamenti di cocci in zone limitrofe fanno supporre un utilizzo dell’area sin dal Neolitico fino al periodo greco III secolo a.C. Nel 1966 furono invece portate alla luce, in contrada Raspa, delle tombe di IX e VIII secolo a.C., scavate nella roccia, definite a “grotticella”. Nella zona occidentale, vennero riportate alla luce delle tombe scavate nella roccia a sezione rettangolare, simili a quelle di Barcellona Pozzo di Gotto. Scibona, portò alla luce una serie di monete, battute a Siracusa, Reggio, Zancle e Atene. Vi sono inoltre monete in bronzo di epoca bizantina e una moneta araba in oro di X secolo. Purtroppo solo parte del materiale, venne catalogato, ma nulla di questi resti è stato esposto al pubblico, per mancanza di un museo, nonostante Giacomo Scibona si fosse occupato di fare i mezzi possibili per l’apertura di un edificio che li esponesse. Scibona, nella sua carriera, prese parte agli scavi della città di Messina, ricordiamo quelli intrapresi nella zona falcata, nel cortile del municipio, in via Faranda, negli scavi dell’isolato 193 e 224, nella zona dell’attuale Palazzo della Cultura, nella necropoli dell’isolato 73 a Largo Avignone e nella chiesa di San Tommaso. Intraprese ricerche anche sul territorio di Caronia dove individuò una città greco romana e ancora una “chora” intorno alla città, con insediamenti in contrada Samperi, una fornace di età imperiale in contrada Chiappe e resti di un villaggio preistorico dell’età del bronzo in contrada Fiumara. Studiò inoltre un iscrizione greca, proveniente dalla collina di Caronia, la quale conteneva dati interessanti che riportavano l’esistenza di un santuario di Apollo e l’organizzazione politica di Kalè Aktè. L’antica città giace ancora sotto le attuali costruzioni. Giacomo Scibona scomparve nel 2009, ma i suoi studi lo portano ad essere uno dei personaggi più illustri della storia dell’archeologia moderna.

Laura Gangemi

Armi e porta insegne di Messina

Lo studio della storia in rapporto agli oggetti che ne rilanciano le vestigia a Messina, è stato ricercato, come mezzo necessario per giustificare, i ripetuti ritrovamenti di oggetti e di reperti, riscontrati nel rispettivo territorio. Se questa necessità risarciva nell’orgoglio i messinesi, da sempre propensi a ritenere le glorie patrie, come sunto di una leggenda più degna rispetto alle memorie delle altre città siciliane, essi non perdevano occasione di recuperare la memoria perduta; osservando nelle vestigia affioranti qua e la nei suoi ripostigli, le tracce che acclaravano quelle suggestioni. Per tanto, quando in modo occasionale, vennero rinvenute due mazze ferrate d’epoca incerta, molti studiosi del suo tempo 1733 fecero a gara per datarne il periodo della fabbrica. Ne ebbero grande merito e riconoscimento, gli accademici della Accademia dei Pericolanti, in quel momento storico più pronti di altri, a verificarne il messaggio riscoperto nei fondi dei reperti: che esponevano un tesoro cognitivo di gran vanto, una volta reso pubblico alla popolazione messinese. Giovanni Francesco de Quingles, messinese, diede l’impulso a una contesa filologica straordinaria ancora oggi celebrata.
Gli accademici della Accademia dei Pericolanti dunque, erano riusciti ad attirare l’attenzione del Senato di Messina, nelle loro dispute, divenute in breve tempo pubbliche. L’attenzione morbosa che suscitarono, si trasformò in vero e proprio entusiasmo per la cittadinanza spingendo il Senato a rendere pubbliche quelle glorie. Si affidò a questi signori accademici dei Pericolanti, il compito di portare ai torchi  del veneziano Francesco Pitteri il manoscritto, che fu stampato a Venezia nel 1740 e con grande pompa ricevuto a Messina, conservandolo negli archivi del suo Senato; dove,  pian piano, veniva ricostituito il fondo aureo dal quale nel passato Messina, ne ostentava gloria e privilegi rispetto al mondo. Nel testo che suonava “invenzione di due mazze di ferro” si stabilivano le peculiarità storiche. I relatori dell’opera, venivano nominati con i rispettivi pseudo nomi accademici: il Naufragante, relatore principale, alias Giovanni Francesco de Quingles e il suo collega Ardito, alias Paolo Agliotti incrociavano si fa per dire, le armi dell’intelletto, contro le tesi degli illustri colleghi ed accademici dei Pericolanti. La fazione degli scettici, dava più spessore al risultato finale dello studio, dove si mostrava fra l’altro, una distaccata partecipazione garante della bontà e dello spirito critico della storia raccontata. Il contesto importante, reso tale dalla autorità di Messina, faceva da sfondo a questa contesa incruenta, dove l’accademico detto il Minacciato alias Giovanni Natoli, e l’accademico il Timido, alias Francesco Natoli marchese di Camporotondo, insieme all’altro accademico del Recuperato, alias Ignazio Cesareo portarono la rispettiva critica agli astanti, affermando che si trattasse di semplici armi da guerra. Le spiegazioni accademiche formulate nel convivio messinese, tentavano di spiegare una complessa analisi storico – antiquaria, che puntava a recuperare una memoria, osservando due aspetti particolari, evocate e riscontrate nelle due mazze di ferro. Giovanni Francesco de Quingles, ne trascrive il contenuto: copiando fedelmente i caratteri incisi e i segni in esse riportate, dipingendo le stesse come in una composizione dal vero. Il Naufragante prende spunto per il suo studio, osservando le caratteristiche della mazza leggera.  Datando la sua costruzione, intorno al VI secolo a.C.  e specificatamente, inserirà la mazza ritenuta pesante, come opera del X o del XI secolo a.C. Credeva che le due mazze, fossero state delle vere e proprie insegne della magistratura di Messina;  assoggettandone il rispettivo utilizzo agli ufficiali del Capitolo del Senato  e a quelli delle Basiliche, quando in tale guisa le portavano al pubblico. Viceversa l’Ardito, stabiliva che l’uso delle rispettive mazze, fossero le insegne del municipio di Messina, indagando sull’utilizzo di queste macchine in altri consessi siciliani, dove si notavano ancora espressi in talune cerimonie. Successivamente specificava, ricavando da questo suo studio, il convincimento che fossero state fabbricate intorno al X o al XI secolo, prossime alla presenza Normanna in Sicilia. Convinto della rispettiva autenticità, esaminava i caratteri e le caratteristiche delle incisioni: in modo particolare, curando uno studio nell’utilizzo antico sulla sintassi, raffrontando quello stilema grafico con manoscritti d’epoca. Confrontando altresì, l’uso delle parole inserite nel testo inciso nelle mazze,  in rapporto alla metrica, conseguendone in un ambito ragionato, che trattavasi di un linguaggio tipico in epoca Ruggeriana. Discutendo con i suoi critici della fondazione del Duomo messinese, in forza di epigrafi molto antiche in esso ricoverate,  ne portava come riscontro le frasi in esse contenute, dando maggiore forza al suo studio.  Ma più d’ogni altra cosa, si ingegnava a dimostrare, come il contenuto del messaggio riscontrato, evocasse alcuni preamboli riscossi nella Sacra Lettera inviata dalla Madonna ai messinesi, e in forza di questo ragionamento, spingeva ancora più in  dietro nei secoli, la gloria di quelle armi, come il simbolo di un privilegio epistolare mariano autentico in esse confermato.
Uno dei tesori artistici conservati nella Cattedrale di Messina, sono le mazze ferrate d’epoca settecentesca: nelle quali si ritrovano incise, le suppliche che il popolo della Città dello Stretto enunciava, per riscuotere il credito che secondo la tradizione, le spettava per bocca di Maria, madre di Cristo. Il ritrovamento fortuito, divenne un monito per le autorità ecclesiastiche e nobiliari della città di Messina: fu ritenuto un segno del cielo, in rapporto al centenario che si solennizzò alcuni anni dopo 1742 sfoggiando un’opulenza e un attaccamento religioso straordinario.
Il contenuto si compone sotto forma di inno, e ricalca fedelmente, quello che rappresenta il lascito Mariano, fin dall’anno 42 d.C.
La prima Mazza, quella che possedeva il Senato della città, esposta nelle ricorrenze solenni, conteneva la mirabile invocazione,forse risalente nell’alto Medio Evo (valutazione effettuata dal De Quingles al VI secolo), che riportava il seguente passo:

“IN NOMINI  PATRIS et FILII et SPIRITU SANCTI amen.
VIRGO MARIA JESU CHRISTI CRUCIFIXI MATER,
LIBERAM MESSANAM TUAM a SARACENORUM.
BENEDICH NOS et ARMIS PROTEGE SEMPER
SICUT.  PROTECTIONES et BENEDIT  S. APPROBASTI
IN EPISTOLA S.S.A. NOBIS MAXIME ADORATA.
DONA NOBIS  VICTORIAM CONTRA INIMIC S. FIDEI.”

Invece,  nella  seconda mazza conservata dal Capitolo della Cattedrale, portava pure esposta  in  solenni processioni, una solenne esortazione, alla SS madre  celeste:

“IN NOMINE   SS. et INDIVIDUAE TRINITATIS  amen
VIRGO MARIA JESU CHRISTI CRUCIFIXI MATER
LIBERA MESSANAM  a  SARACENORUM ADVENTU
BENEDICH NOS  et ARMIS. DEFENDE SEMPER
SICUT IN EPISTOLA TUA NOS CONFIRMASTI
DONA NOBIS AUXILIUM  et VICTORIAM
CONTRA SARACENOS  et  FIDEI S. EXALTATIO.”

Alessandro Fumia