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Il Monte Dinnammare

Il Monte Dinnammare (1130 mt), è il monte più importante della catena dei monti peloritani, esso ospita sulla sua cima il santuario della Madonna detta Bimaris,poichè dall’alto del Monte si gode uno stupendo panorama che spazia dallo stretto di Messina,ai due mari, lo Jonio a Est, ed il Tirreno ad Ovest.
Precedentemente vi era forse un Tempio di  Nettuno…in quanto i peloritani erano nominati e conosciuti come i Monti Neptunii, esso invece il Monte veniva chiamato in epoca Romana Mons Porphyrionis, per il suo colore brunastro specie nelle giornate di umidità, colore dato dalle rocce ferrose di cui si forma il Monte.
Sul suo Nome attuale, che risente di una cieca e sprovveduta italianizzazione operata dai cartografi militari piemontesi, “Infatti, lo stesso monte intorno al III secolo d. C. aveva specificatamente un nome, ricordato addirittura da alcuni scrittori dell’antichità, nominandolo come il mons Porphyrionis, alias il monte rosso bruno immaginato, portatore di tempesta; in quanto, durante la perigliosa navigazione nello Stretto di Messina, appariva possente, lugubre e maestoso, tingersi di un color rossastro indice di arcane maligne sensazioni. ANTENNAMMARE” c’è da dire che si farebbe bene a chiamarlo Tinnamare o Dinnammare, ciò per seguire sia la tradizione storica popolare, sia per accogliere i recenti studi e ricerche storiche
PRENDENDO SPUNTO DAL LIBRO LA VARA a Messina di Alessandro Fumia e Franz Riccobono, alla nota 7 con riferimento al nome Dinnamari ossia un nome Mariano della chiesa Bizantina presente in esso già a partire dal VI d. C.: la voce è antichissima in quanto, si compone della combinazione di due radici nominali il Dinna (si scriveva Thynna utilizzando la lettera greca theta) e particolarmente rivolta ai fedeli di Maria Vergine (quelli dipendenti all’antico popolo dei Thyni) cioè i Bitini, segnalati con il nome latino medievale che sarà quello che ne celebra la nazionalità = Bìtini. Associato al nome della Madre di Dio all’uso siriano la Mar-i ossia, Maria: ottenendo in tal modo il relativo Thynna mar-i quindi, traducibile in Maria dei Thyni cioè, Maria regina di Bìtinia.
E’ interessante sapere, riferisce lo Storico Alessandro Fumia, che a Cumia superiore esiste un quadro della Madona sotto l’appellativo di Maria regina di Bitinia del primo settecento, di cui non si conosce nè la storia nè il motivo per il quale, si ricorda quella chiesa con l’istesso valore epitomiale. Ebbene, quel quadro e la sua storia, sono legate a un eremo mariano del VI secolo d.C. a quanto sembra dimenticato da tutti; hanno perduto la memoria e con essa, il valore nominale dato al nostro monte. Oltretutto, si incomincia a nominare il monte stesso con l’appellativo ntinnamari, specificatamente come il luogo del santuario, utilizzando la particella avverbiale dialettale di ‘n che specifica lo stato in luogo, presente in alcune postille duecentesche e vergati con questo utilizzo, da Bartolomeo de Neocastro alcuni scritti. Infatti, lo stesso monte intorno al III secolo d. C. aveva specificatamente un nprenome, ricordato addirittura da alcuni scrittori dell’antichità, nominandolo come il mons Porphyrionis, alias il monte rosso bruno immaginato, portatore di tempesta; in quanto, durante la perigliosa navigazione nello Stretto di Messina, appariva possente, lugubre e maestoso, tingersi di un color rossastro indice di arcane maligne sensazioni.
Vi è, anche, una tradizione storica popolare, delle valli della Zona Sud: il conquistatore arabo di Messina “Al Din Al Marrar”, che sarebbe poi il GRIFONE della leggenda dei Giganti Mata e Grifone, nell’atto di sbarcare a Gazzi (Al Gaziz: la Vittoria), vide già dal mare questo monte maestoso e selvaggio, se ne innamorò tanto, che dettò di voler essere sepolto, dopo la sua morte ai piedi dello stesso monte, cosa che avvenne per cui il monte avrebbe preso il nome del Condottiero defunto “Al  Din Al Marrar” sicilianizzato “Din ‘a Mmari”, ma questa sarà stata una invenzione dei mussulmani allora imperanti a Messina.
Il monte Dinnammare e il monte per antonomasia di Messina – e’ un simbolo della città, la festa che si celebra nella prima metà di agosto e’ un evento atteso da tutti i villaggi ed i quartieri che sono ubicati alle falde di esso o lungo le fiumare che dal monte nascono.
Il quadro della madonna di Dinnammare viene custodito per tutto l’anno nella chiesa di Larderia ed in agosto,viene portato a spalla, in processione silvestre al santuario di Dinnammare.
La leggenda dice,che il quadro fu portato a riva da due delfini,e raccolto da pescatori di Larderia,fu sistemato nella chiesetta di Dinnammare a protezione dei villaggi pedemontani e della stessa città di Messina e del suo stretto ma poi per ragioni di sicurezza, a causa di un trafugamento, fu sistemato a Larderia.
Qui poi per tutto il mese di Agosto si succedono veri e propri pellegrinaggi di giovani, prevelentemente che marciando tutta la notte, per sentieri antichi e selvaggi, raggiungono verso l’alba la cima del monte, i della zona valle del torrente Gazzi Bordonaro, sono quelli della “Cruci ‘i Cumia” e “dill’acqua frisca” che io ho percorso per alcune volte…. “C’è da fare una considerazione, i messinesi dei villaggi Sud, sono figli diretti del monte, anche a Gazzi, al Dromu, a San Cocimu, al Santu e Pammara, Burdunaru, San Fulippu, Santa Lucia e poi i Cammari, San Paulu, San Paulinu, Bisconti, i Kumii ecc., si sentivano tali.
Allora assistiamo nei fatti, con questi pellegrinaggi alla sovrapposizione di antiche pratiche religiose pagane e pre-pagane degli albori della vita nel sito messinese, è il ritornare alla natura, riscoprire i sentieri, le piante, i ruscelli, i sentieri,gli animali, gli uccelli, le voci ed i silenzi del Monte Padre e Divinità, che da vita con le sue acque, i suoi frutti i suoi animali, è il pellegrinaggio che i Sicani ed Siculi delle valli torrentizie facevano ai Numi naturali,e principalmente all’anima del Monte che era Orione, che dalì lanciò la Falce che si saldò alla riviera messinese formandone il porto; poi alla Ninfa Peloria, di cui sicuramente esisteva sul monte almeno un altare, o a Nettuno durante il periodo Romano, od al “Nume Ignoto” che raccoglieva tutte le antiche divinità e credenze, oramai dimenticate. I pellegrinaggi dei messinesi delle valli del Dinnammare, ripercorrono quegli antichissimi sentieri, ed entrano in simbosi ed in comunione con il Loro Monte – Padre, da almeno 5000 anni.
Chi può, vada alla festa che si celebrerà la seconda Settimana di AGOSTO!!!
Una tradizione che ha sconfitto anche lo iato del Terremoto del 28 Dicembre del 1908 E CHE CONTINUA NEL POPOLO.

Antonio Cattino

Il santuario dell’Ecce Homo di Calvaruso, Via Crucis e pellegrinaggio del lunedì dell’Angelo

Sulle colline che sovrastano il paese di Villafranca Tirrena in provincia di Messina, si erge immerso nella quiete, circondato da pini, un piccolo convento di Frati Francescani, questo edificio è il Santuario dell’Ecce Homo, risalente al 700. L’edificio, si presenta con un prospetto tripartito, accentuato dalla presenza di finestre lucifere che riescono a suggerire dall’esterno, la tripartizione in navate dell’interno. Sulla facciata, grosse lesene in pietra incorniciano i tre portali. L’ingresso principale è incorniciato da un portale in pietra arenaria, con due elementi richiamanti due colonne che sorreggono l’arco a tutto sesto chiuso da una chiave di volta a volute. L’arco, è inglobato in una struttura architettonica terminante con una nicchia la quale custodisce il busto dell’Ecce Homo. L’edificio sul lato destro è delimitato da un campanile con monofore (finestre ad unica apertura) terminante con un timpano riccamente decorato. Ai lati della chiesa, gli alloggi dei Francescani. All’interno, la navata centrale è intervallata da grandi lesene che sottolineano la grandezza volumetrica dell’edificio. La verticalità è invece accentuata da grossi cornicioni che seguono il perimetro. Al di sopra della cornice, la grande volta a botte, articolata da pennacchi intramezzati da 8 finestre, che copre il complesso architettonico. Nel punto di intersezione tra transetto e navata centrale, sotto un’ antica tela raffigurante l’iconografia dell’Immacolata con i Santi e sotto un antico ciborio ligneo, si trova l’altare. Il transetto è sottolineato, da un arco riccamente decorato da stucchi. La bellezza dell’edificio, è sottolineata dalla presenza di una magnifica scultura rappresentante il Cristo, opera di Frate Giovanni Francesco Pintorno, scolpita intorno al 1634. La statua, si trova entro una nicchia inglobata in un complesso elemento scultoreo, con degli angeli che aprono una tenda rossa all’esterno e bianca all’interno, che lasciano intravedere l’armoniosa scultura dell’Ecce Homo. È all’interno del convento, come da regola dei conventi Francescani, che si può vedere l’antico chiostro a pianta quadrangolare, delineato da pilastri intervallati da archi ad ogiva in mattoni. Sulle lunette interne due affreschi del 700 raffiguranti i frati francescani S. Bonaventura, S. Bernardino da Siena, S. Leonardo da Porto Maurizio e Santi martiri. Particolare è il medaglione affrescato, raffigurane il Frate che ha scolpito la statua.
Al centro del chiostro, il pozzo, che abbeverava i Francescani. Il convento, ospita al suo interno una piccola biblioteca contenente testi che vanno dal XVII al XVIII secolo. E ancora all’interno, un piccolo museo che custodisce ex voto. Il santuario ospita annualmente la mostra dei mini presepi nel periodo Natalizio, ma è meta di pellegrinaggio nel periodo Pasquale. Il venerdì Santo nelle ore serali, infatti, lungo il tragitto che porta dal paese al santuario, tra gli odori di pino e le luci soffuse delle candele, viene celebrata la Passione di Cristo. La via Crucis, segue un percorso ben definito intervallato dalle “stazioni”, realizzate con formelle scolpite che rievocano la Passione, qui si sosta e vengono recitati i versi liturgici, lungo il tragitto tra una stazione e l’altra vengono intonati canti religiosi. Il lunedì di Pasqua il santuario, viene visitato da numerosi pellegrini, i quali dopo aver fatto visita alle bancarelle poste lungo lo snodo stradale che culmina nella piazza antistante al santuario, possono ascoltare la celebrazione Eucaristica dei frati Francescani. Il paese vive con entusiasmo questa tradizione che viene da anni mantenuta in vita.

Laura Gangemi

Nigra sum sed formosa

Intriso di mistero è il fascino della Madonna di Tindari. Antica icona lignea, custodita sulla vetta della collina antistate il Golfo di Patti, in un magnifico Santuario di recente costruzione, che si trova all’estremità orientale del promontorio, a strapiombo sul mare, in corrispondenza dell’antica acropoli, dove una piccola chiesa era stata costruita sui resti della città abbandonata, proprio per ospitare il simulacro della Madonna nera.
Tessuta di tradizioni e fioretti è la vicenda di questo simulacro, che si dice proveniente dalla Siria o dall’Egitto, in epoca iconoclasta, tra la fine del VIII secolo e gli inizi del IX. Questa tradizione trova motivo di credibilità nel fatto che Tindari fu sotto la dominazione dei Bizantini per circa tre secoli, dal 535 all’836; che la Sicilia si oppose energicamente alla persecuzione iconoclasta; che a Tindari, essendo stata sede di diocesi per circa cinque secoli, fosse fiorente una comunità cristiana.
Si racconta che la statua, sia giunta su una nave proveniente dall’Oriente, nascosta nella stiva per essere sottratta alla persecuzione iconoclasta. Mentre la nave solcava le acque del Tirreno, a causa di una tempsta, fu costretta ad interrompere il viaggio e a ripararsi nella baia del Tindari, oggi Marinello. Quando la tempesta si placò, i marinai decisero di riprendere il viaggio, ma levata l’ancora non riuscirono a muovere la nave che sembrava incagliata nella baia.
Pensarono allora di alleggerire il carico e, solo quando, tra le tante cose, scaricarono la cassa contenente il simulacro della Vergine, la nave si mosse. Partita la nave che aveva lasciato il carico, i marinai del luogo tirarono in secco la cassa, la aprirono e, con grande stupore trovarono l’Immagine della Vergine. Dalla spiaggia la stata venne trasportata sul colle soprastante, all’interno di un tempietto preesistente, nel luogo più alto e più bello della zona.
La storia della Madonna nera non può non essere accompagnata da qualche cenno storico inerente il bellissimo luogo che l’ospitò. Ecco, allora, qualche pillola di storia, su Tindari. Naturalmente, come tutte le storie siciliane che si rispettano, anche questa è intrisa di leggenda. Perchè qui, in quest’isola tutto è possibile, soprattutto l’inverosimile. E non c’è un mare, un anfratto, uno scoglio, una fonte, una pietra, che non furono vivificati dal meraviglioso mistero dell’irreale e del miracoloso.
Posta sulla vetta del Capo omonimo, dove sorgeva un’antica città greca, Tindari è un promontorio sulla costa nord orientale della Sicilia a 280 mt s.l.m. e a 10 ad est del centro di Patti. Osservando, a picco sotto il Santuario, si resta affascinati dai Laghetti di Marinello, piccoli specchi di acqua che il mare crea insinuandosi nella baia sabbiosa, dalle forme sempre diverse. La nascita di questi laghetti è legata ad una leggenda. Una signora che aveva la figlia gravemente ammalata si rivolge alla Madonna del Tindari, facendo voto per la guarigione della bambina. Ottenuta la grazia si reca a Tindari, per rigraziare la Madonna. Vedendola scura nel viso rimane, però, delusa e dubitando della sua natura miracolosa esclama: “sono partita da lontano per vedere una più nera e più brutta di me”. E riparte alla ricerca della sua bella Madonna Miracolosa. Nel frattempo la bambina, rimasta sola sulla terrazza del Santuario, precipita nella sommità del promontorio. La madre, disperata, torna a pregare: “Se siete voi la miracolosa Vergine che per la prima volta mi avete salvata la figlia, salvatela una seconda volta”.
Per miracolo della Madonna le acque impetuose si ritirarono, lasciando il posto ad una coltre di soffice sabbia che accolse la bambina, attutendo la caduta. Un marinaio passando da lì, la ritrova su quel piccolo arenile formatosi miracolosamente nel mare, proprio alla base del promontorio e la restituisce sana e salva alla madre. La donna commossa ringrazia la Madonna esclamando: “Veramente voi siete la gran Vergine miracolosa”. Quella zona sabbiosa che salvò la bambina diede origine ad una spiaggia, il “mare secco”, più noto con il nome di Marinello. Nel 1982 uno dei laghetti assunse una forma simile ad una donna velata di profilo nella quale la gente riconobbe la Madonna del Santuario.

La fondazione del convento dei Cappuccini di Pettineo

Nella prima metà del XVI secolo diversi influssi contribuirono alla fondazione dell’Ordine religioso riformatore più fecondo dell’età moderna: i Frati Minori Cappuccini. A caratterizzare la nuova famiglia francesca fu un’intensa attività di predicazione e di opere di misericordia. Il frate cappuccino con la sua semplicità e la sua carità era sempre presente tra gli infermi e gli appestati, nelle carceri e al seguito degli eserciti, nelle terre di missione e fra gli eretici.
La riforma cappuccina si diffuse in tutta la Sicilia con sorprendente rapidità: nell’arco di 40 anni, dal 1534 al 1574, furono fondati 50 conventi, e alla fine del ‘500 i conventi erano 77. Il desiderio dei pettinesi di avere la presenza cappuccina fu forte, tanto che i Giurati, approfittando del Capitolo provinciale dei padri Cappuccini di Messina che si stava celebrando a Gangi, avanzarono la richiesta per avere i frati fra di loro. Così il primo maggio 1579 ottennero l’autorizzazione a poter fondare un convento dell’Ordine nella propria terra. I Giurati precedentemente avevano tenuto Consiglio dove avevano deliberato e si impegnavano di pagare nell’arco di otto anni la somma di 300 onze per la fabbrica del convento, dando inizio ai pagamenti dal successivo mese di settembre.
La considerevole somma comprendeva anche 70 onze offerte dalla baronessa di Pettineo, Gerolama Ferreri, che volle contribuire anche lei per conseguire l’intento dei pettinesi.
Il successivo 10 maggio, i Giurati assieme al Vicario Provinciale dei Cappuccini localizzarono il luogo per la costruzione del convento e scelsero un sito ubicato in un oliveto del magnifico Vincenzo Giallombardo, sopra i trappeti della baronessa di Pettineo. Seguendo la procedura prevista per l’occasione vi andarono in solenne processione e piantarono la santa croce. Essendo Pettineo terra feudale tutte le decisioni prese dai Giurati dovevano essere convalidate dal feudatario. Così la baronessa Gerolama Ferreri, con suo privilegio e decreto dato a Palermo il 15 maggio 1579, approvò tutte le decisioni dei Giurati, con l’ordine di tenere una esatta contabilità e nominò i magnifici Liborio Sastino, Filippello Glorioso, Francesco Romano e Filippo Lo Conti deputati alla fabbrica del convento, i quali dovevano eleggere fra di loro il tesoriere.
Nello stesso periodo si stava portando l’acqua in paese (terra) attraverso il territorio localizzato per il convento. Per ageolvare la costruzione e il successivo insediamento dei frati, con lo stesso privilegio, Girolama Ferreri concesse il prelevamento della metà dell’acqua, sia di giorno che di notte, per tutto il periodo dei lavori di “scopertura”. Invece dopo la “copertura” il prelevamento venne concesso per intero durante le ore notturne, mentre nelle ore diurne esclusivamente per canna in modo da poterla chiudere. In caso di necessità la concessione prevedeva il prelievo di una maggiore quantità di acqua.
Per dare inizio all’edificazione del convento mancava solo l’approvazione dei Superiori dell’Ordine. L’assenso non si fece attendere e il 17 settembre 1579 da Roma il ministro generale, p. Girolamo da Montefiore, e il procuratore dell’Ordine, p. Giovanni Maria da Tusa, concessero ai Giurati l’autorizzazione per avviare i lavori di costruzione.
Si fabbricò “parte a damuso e parte a piedi piano” e i primi frati si insediarono nel nuovo convento nel mese di maggio del 1582.

Personaggi illustri tra le tombe monumentali del Gran Camposanto

Varcando la Porta Maggiore del Cimitero di Messina, si può notare un effetto scenografico di vero impatto: il grande piazzale è contornato da fiori con colori sgargianti posti con un ordine accurato che, distogliendo la visione macabra del luogo, vanno a comporre un disegno al di sopra e al di sotto della Croce; suggestiva la composizione floreale che raffigura lo stemma della città di Messina con i colori simbolo della città, il giallo e rosso su campo bianco e, in alto, la dicitura Orate Pro Defunctis. Il cimitero, che è il secondo d’Italia per ampiezza, dopo quello di Genova, fu costruito dopo l’Unità d’Italia dall’architetto Leone Savoja (Messina 1814–Messina 1885). Nel 1865 sulla collinetta posta al di fuori dell’abitato (come è consuetudine storica le necropoli, già in età greca, venivano poste al di fuori dell’area urbana), Savoja decise di realizzare l’area sepolcrale. Servirono sette anni per la realizzazione, infatti il 22 marzo del 1872 avvenne l’apertura. Al Gran Camposanto si può accedere da quattro ingressi (Porta Palmara I, Porta Palmara II, Porta S.Cosimo e Porta Maggiore). I vialetti del cimitero scorrono in modo contorto quasi a richiamare i vicoli di un labirinto e si diramano attraverso le maestose cappelle e i loculi creando dei contorni che accarezzano come in un abbraccio i monumenti sepolcrali. Come diceva il grande Totò ne “A livella”:

“…Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
nce stava ‘n’ata tomba piccerella,
abbandunata,senza manco un fiore;
pe’ segno,sulamente ‘na crucella…“.

Il cimitero, infatti, ospita gente di carattere sociale diverso e anche a Messina, tra le varie sepolture, si possono scorgere nella Galleria monumentale, le tombe di uomini illustri e le spoglie di uomini che hanno segnato la storia. All’ingresso, sul vialetto a sinistra del cancello, si trova il monumento innalzato in onore di Stefano Ribera che fu giornalista poeta e combattente per la libertà. Di fronte, il monumento di Francesco Faranda (Falcone 1835- Messina 1914), penalista e deputato per le due legislature al Parlamento del Regno d’Italia, nonché collaboratore nella compilazione del Codice Penale Italiano (un suo busto, si trova nel pian terreno del tribunale di Messina). Ancora la galleria ospita i monumenti del giurista Antonio Fulci, di Ludovico Perroni Grande, le spoglie del letterato Michele Catalano e ancora i monumenti a Salvatore Pugliatti (Messina 1903-Ragusa 1976)giurista musicologo e letterato, Giovanni Antonio di Giacomo (Ragusa 1891-Messina 1960) poeta italiano, Gaetano Martino (Messina 1900- Roma 1967) politico e fisiologo, e Ettore Castronovo (Messina 1894- Messina 1954) scienziato italiano. Sul primo vialetto a destra, la tomba che ospita le spoglie di Emanuele Pancaldo, medico e politico messinese, fedele alle idee di Mazzini, eletto con carica di deputato al Primo Parlamento Nazionale a Torino.
Proseguendo troviamo il monumento innalzato a Tommaso Cannizzaro (Messina 1838 – Messina 1921) critico letterato, traduttore italiano, scrittore e poeta e ancora la tomba di Edoardo Giacomo Boner (Messina 1866 – Messina 1908), poeta e autore di novelle, scrittore, critico e giornalista, morto nel terremoto del 1908. Proseguendo, si nota che i vialetti di destra e sinistra, si congiungono ai piedi del monumento eretto per Leone Savoja. Tra le arcate create dalle colonne sormontate da capitelli si notano i monumenti eretti in onore a Giuseppe Natoli barone di Scaliti (Messina 1815- Messina 1867) giurista patriota e politico, Felice Bisazza (Messina 1809 – Messina 1867) poeta e letterato e Giuseppe La Farina (Messina 1815 – Torino 1863) patriota e scrittore. Ancora il Gran Camposanto, accoglie vicino al monumento a Giuseppe Seguenza (Messina 1833 – Messina 1889) naturalista e geologo;i resti di Antonio Catara Lattieri filosofo, Vincenzo D’Amore e Riccardo Mitchell. Proseguendo si giunge al Cenobio, circondato da monumenti antichi che mostrano il lato macabro dell’area. Questo è sormontato da una copertura conica altissima, quasi a voler indicare che quell’edificio sia il tramite tra il mondo dei mortali con il mondo ultraterreno. Poco Vicino al centro di un vialetto, è collocata la chiesa affiancata sulla destra da un monumento dedicato ad uno scultore e architetto messinese Saro Zagari (Messina 1821-Messina 1897).

Laura Gangemi

Una fiera agro industriale nel comune di Malvagna in provincia di Messina

Nella ricerca di carte d’epoca per valorizzare il territorio provinciale, della Provincia di Messina, si va a recuperare notevoli documenti che illustrano, realtà dimenticate, di stampo agro industriali un tempo, fiore all’occhiello del territorio in oggetto.
In un Decreto legge del Regio Governo Borbonico numero 2325, del 23 giugno 1851, si segnalava quanto segue: col presente decreto numero 2325 , S. M. il Re, autorizza il comune di Malvagna in provincia di Messina a celebrare nel suo territorio, una fiera di manifatture e di animali, dal 22 al 27 luglio di ogni anno,  in occasione della festa di Sant’Anna Patrona del comune; serbate le prescrizioni contenute nelle sovrane risoluzioni del 2 di marzo e del primo giugno del 1826 vergato a Napoli 23 giugno 1851

Alessandro Fumia

Lo sviluppo dell’abitato del villaggio Paradiso

Ha dato memoria di se, allo stesso tempo, così accade per il ristretto lembo costiero oggi, Case Basse. Le prime tracce come detto in precedenza, ricadevano nell’area di servizio delle calatte di sosta medievali: che una testimonianza del luogo, segnala, comparse negli anni immediatamente successivi, alla fine della seconda guerra mondiale dopo una mareggiata. Realisticamente, doveva esistere  al tempo del regno di Guglielmo il Buono, una comunità di pescatori. Seguiranno altre vicende, legate al territorio del castello dei Moac, e al Corno destro del porto di Messina. Nel XIV secolo, vengono segnalate strutture signorili, così come nel seicento non che, nel settecento e il secolo successivo: dove presero stanza, le truppe al seguito di Bertrando del Basso con la sua flotta angioina 1326. E col mutare delle stagioni, fu meta, del passeggio e del soggiorno, di viceré ed illustri personaggi.
Sede di eventi storici e di dileggio, ricordiamo in una rapida carrellata, uomini e fatti, presenti nella memoria di questi luoghi: la principessa Eleonora di Napoli, futura consorte di Federico III d’Aragona, qui sbarcata per convogliare alle sue nozze.

Alessandro Fumia