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Il Monte Dinnammare

Il Monte Dinnammare (1130 mt), è il monte più importante della catena dei monti peloritani, esso ospita sulla sua cima il santuario della Madonna detta Bimaris,poichè dall’alto del Monte si gode uno stupendo panorama che spazia dallo stretto di Messina,ai due mari, lo Jonio a Est, ed il Tirreno ad Ovest.
Precedentemente vi era forse un Tempio di  Nettuno…in quanto i peloritani erano nominati e conosciuti come i Monti Neptunii, esso invece il Monte veniva chiamato in epoca Romana Mons Porphyrionis, per il suo colore brunastro specie nelle giornate di umidità, colore dato dalle rocce ferrose di cui si forma il Monte.
Sul suo Nome attuale, che risente di una cieca e sprovveduta italianizzazione operata dai cartografi militari piemontesi, “Infatti, lo stesso monte intorno al III secolo d. C. aveva specificatamente un nome, ricordato addirittura da alcuni scrittori dell’antichità, nominandolo come il mons Porphyrionis, alias il monte rosso bruno immaginato, portatore di tempesta; in quanto, durante la perigliosa navigazione nello Stretto di Messina, appariva possente, lugubre e maestoso, tingersi di un color rossastro indice di arcane maligne sensazioni. ANTENNAMMARE” c’è da dire che si farebbe bene a chiamarlo Tinnamare o Dinnammare, ciò per seguire sia la tradizione storica popolare, sia per accogliere i recenti studi e ricerche storiche
PRENDENDO SPUNTO DAL LIBRO LA VARA a Messina di Alessandro Fumia e Franz Riccobono, alla nota 7 con riferimento al nome Dinnamari ossia un nome Mariano della chiesa Bizantina presente in esso già a partire dal VI d. C.: la voce è antichissima in quanto, si compone della combinazione di due radici nominali il Dinna (si scriveva Thynna utilizzando la lettera greca theta) e particolarmente rivolta ai fedeli di Maria Vergine (quelli dipendenti all’antico popolo dei Thyni) cioè i Bitini, segnalati con il nome latino medievale che sarà quello che ne celebra la nazionalità = Bìtini. Associato al nome della Madre di Dio all’uso siriano la Mar-i ossia, Maria: ottenendo in tal modo il relativo Thynna mar-i quindi, traducibile in Maria dei Thyni cioè, Maria regina di Bìtinia.
E’ interessante sapere, riferisce lo Storico Alessandro Fumia, che a Cumia superiore esiste un quadro della Madona sotto l’appellativo di Maria regina di Bitinia del primo settecento, di cui non si conosce nè la storia nè il motivo per il quale, si ricorda quella chiesa con l’istesso valore epitomiale. Ebbene, quel quadro e la sua storia, sono legate a un eremo mariano del VI secolo d.C. a quanto sembra dimenticato da tutti; hanno perduto la memoria e con essa, il valore nominale dato al nostro monte. Oltretutto, si incomincia a nominare il monte stesso con l’appellativo ntinnamari, specificatamente come il luogo del santuario, utilizzando la particella avverbiale dialettale di ‘n che specifica lo stato in luogo, presente in alcune postille duecentesche e vergati con questo utilizzo, da Bartolomeo de Neocastro alcuni scritti. Infatti, lo stesso monte intorno al III secolo d. C. aveva specificatamente un nprenome, ricordato addirittura da alcuni scrittori dell’antichità, nominandolo come il mons Porphyrionis, alias il monte rosso bruno immaginato, portatore di tempesta; in quanto, durante la perigliosa navigazione nello Stretto di Messina, appariva possente, lugubre e maestoso, tingersi di un color rossastro indice di arcane maligne sensazioni.
Vi è, anche, una tradizione storica popolare, delle valli della Zona Sud: il conquistatore arabo di Messina “Al Din Al Marrar”, che sarebbe poi il GRIFONE della leggenda dei Giganti Mata e Grifone, nell’atto di sbarcare a Gazzi (Al Gaziz: la Vittoria), vide già dal mare questo monte maestoso e selvaggio, se ne innamorò tanto, che dettò di voler essere sepolto, dopo la sua morte ai piedi dello stesso monte, cosa che avvenne per cui il monte avrebbe preso il nome del Condottiero defunto “Al  Din Al Marrar” sicilianizzato “Din ‘a Mmari”, ma questa sarà stata una invenzione dei mussulmani allora imperanti a Messina.
Il monte Dinnammare e il monte per antonomasia di Messina – e’ un simbolo della città, la festa che si celebra nella prima metà di agosto e’ un evento atteso da tutti i villaggi ed i quartieri che sono ubicati alle falde di esso o lungo le fiumare che dal monte nascono.
Il quadro della madonna di Dinnammare viene custodito per tutto l’anno nella chiesa di Larderia ed in agosto,viene portato a spalla, in processione silvestre al santuario di Dinnammare.
La leggenda dice,che il quadro fu portato a riva da due delfini,e raccolto da pescatori di Larderia,fu sistemato nella chiesetta di Dinnammare a protezione dei villaggi pedemontani e della stessa città di Messina e del suo stretto ma poi per ragioni di sicurezza, a causa di un trafugamento, fu sistemato a Larderia.
Qui poi per tutto il mese di Agosto si succedono veri e propri pellegrinaggi di giovani, prevelentemente che marciando tutta la notte, per sentieri antichi e selvaggi, raggiungono verso l’alba la cima del monte, i della zona valle del torrente Gazzi Bordonaro, sono quelli della “Cruci ‘i Cumia” e “dill’acqua frisca” che io ho percorso per alcune volte…. “C’è da fare una considerazione, i messinesi dei villaggi Sud, sono figli diretti del monte, anche a Gazzi, al Dromu, a San Cocimu, al Santu e Pammara, Burdunaru, San Fulippu, Santa Lucia e poi i Cammari, San Paulu, San Paulinu, Bisconti, i Kumii ecc., si sentivano tali.
Allora assistiamo nei fatti, con questi pellegrinaggi alla sovrapposizione di antiche pratiche religiose pagane e pre-pagane degli albori della vita nel sito messinese, è il ritornare alla natura, riscoprire i sentieri, le piante, i ruscelli, i sentieri,gli animali, gli uccelli, le voci ed i silenzi del Monte Padre e Divinità, che da vita con le sue acque, i suoi frutti i suoi animali, è il pellegrinaggio che i Sicani ed Siculi delle valli torrentizie facevano ai Numi naturali,e principalmente all’anima del Monte che era Orione, che dalì lanciò la Falce che si saldò alla riviera messinese formandone il porto; poi alla Ninfa Peloria, di cui sicuramente esisteva sul monte almeno un altare, o a Nettuno durante il periodo Romano, od al “Nume Ignoto” che raccoglieva tutte le antiche divinità e credenze, oramai dimenticate. I pellegrinaggi dei messinesi delle valli del Dinnammare, ripercorrono quegli antichissimi sentieri, ed entrano in simbosi ed in comunione con il Loro Monte – Padre, da almeno 5000 anni.
Chi può, vada alla festa che si celebrerà la seconda Settimana di AGOSTO!!!
Una tradizione che ha sconfitto anche lo iato del Terremoto del 28 Dicembre del 1908 E CHE CONTINUA NEL POPOLO.

Antonio Cattino

Il santuario dell’Ecce Homo di Calvaruso, Via Crucis e pellegrinaggio del lunedì dell’Angelo

Sulle colline che sovrastano il paese di Villafranca Tirrena in provincia di Messina, si erge immerso nella quiete, circondato da pini, un piccolo convento di Frati Francescani, questo edificio è il Santuario dell’Ecce Homo, risalente al 700. L’edificio, si presenta con un prospetto tripartito, accentuato dalla presenza di finestre lucifere che riescono a suggerire dall’esterno, la tripartizione in navate dell’interno. Sulla facciata, grosse lesene in pietra incorniciano i tre portali. L’ingresso principale è incorniciato da un portale in pietra arenaria, con due elementi richiamanti due colonne che sorreggono l’arco a tutto sesto chiuso da una chiave di volta a volute. L’arco, è inglobato in una struttura architettonica terminante con una nicchia la quale custodisce il busto dell’Ecce Homo. L’edificio sul lato destro è delimitato da un campanile con monofore (finestre ad unica apertura) terminante con un timpano riccamente decorato. Ai lati della chiesa, gli alloggi dei Francescani. All’interno, la navata centrale è intervallata da grandi lesene che sottolineano la grandezza volumetrica dell’edificio. La verticalità è invece accentuata da grossi cornicioni che seguono il perimetro. Al di sopra della cornice, la grande volta a botte, articolata da pennacchi intramezzati da 8 finestre, che copre il complesso architettonico. Nel punto di intersezione tra transetto e navata centrale, sotto un’ antica tela raffigurante l’iconografia dell’Immacolata con i Santi e sotto un antico ciborio ligneo, si trova l’altare. Il transetto è sottolineato, da un arco riccamente decorato da stucchi. La bellezza dell’edificio, è sottolineata dalla presenza di una magnifica scultura rappresentante il Cristo, opera di Frate Giovanni Francesco Pintorno, scolpita intorno al 1634. La statua, si trova entro una nicchia inglobata in un complesso elemento scultoreo, con degli angeli che aprono una tenda rossa all’esterno e bianca all’interno, che lasciano intravedere l’armoniosa scultura dell’Ecce Homo. È all’interno del convento, come da regola dei conventi Francescani, che si può vedere l’antico chiostro a pianta quadrangolare, delineato da pilastri intervallati da archi ad ogiva in mattoni. Sulle lunette interne due affreschi del 700 raffiguranti i frati francescani S. Bonaventura, S. Bernardino da Siena, S. Leonardo da Porto Maurizio e Santi martiri. Particolare è il medaglione affrescato, raffigurane il Frate che ha scolpito la statua.
Al centro del chiostro, il pozzo, che abbeverava i Francescani. Il convento, ospita al suo interno una piccola biblioteca contenente testi che vanno dal XVII al XVIII secolo. E ancora all’interno, un piccolo museo che custodisce ex voto. Il santuario ospita annualmente la mostra dei mini presepi nel periodo Natalizio, ma è meta di pellegrinaggio nel periodo Pasquale. Il venerdì Santo nelle ore serali, infatti, lungo il tragitto che porta dal paese al santuario, tra gli odori di pino e le luci soffuse delle candele, viene celebrata la Passione di Cristo. La via Crucis, segue un percorso ben definito intervallato dalle “stazioni”, realizzate con formelle scolpite che rievocano la Passione, qui si sosta e vengono recitati i versi liturgici, lungo il tragitto tra una stazione e l’altra vengono intonati canti religiosi. Il lunedì di Pasqua il santuario, viene visitato da numerosi pellegrini, i quali dopo aver fatto visita alle bancarelle poste lungo lo snodo stradale che culmina nella piazza antistante al santuario, possono ascoltare la celebrazione Eucaristica dei frati Francescani. Il paese vive con entusiasmo questa tradizione che viene da anni mantenuta in vita.

Laura Gangemi