Le Fortificazioni

Torre Bianca

La Torre Bianca, conosciuta anche col nome di Torre Mazzone, è situata sulla costa tirrenica tra la Torre del Faro e la spiaggia di Mortelle proprio a difesa di un canale che univa il mare al cosiddetto lago piccolo e a difesa della costa. La struttura che vediamo ai giorni nostri è un tipico esempio di Martello Tower inglese: costruita appunto dagli inglesi nel primo decennio dell’ ‘800 quando la Sicilia, minacciata da Napoleone, era sotto la protezione militare Britannica. La torre era perfettamente integrata in un sistema di fortificazioni costiere che gli Inglesi misero in atto in quegli anni e di cui è possibile trovare dei resti anche non molto lontano.. La torre è assolutamente analoga nella tipologia ad altre torri costruite in ogni angolo dell’impero britannico: dall’Inghilterra, all’Irlanda, dal Canada alla Giamaica, dallo Sri Lanka agli Stati Uniti. Esattamente come le tipiche Torri Martello infatti, presenta una pianta circolare e mura molto spesse (dai 4 ai 2 metri) in grado di resistere ai colpi di artiglieria navale dell’epoca; la forma conica, simile a quella di un secchio rovesciato, contribuiva infatti a deviare i colpi di cannone nemici con la curvatura e l’inclinazione delle mura. Il piano superiore, scoperto, era occupato da un cannone di 24 o 32 libbre (libbre inglesi), in grado di ruotare a 360 gradi mediante un particolare affusto in legno su delle travi che fungevano da rotaie e facevano leva su un perno centrale. A tale perno corrisponde nei due piani sottostanti un pilastro posto proprio al centro dell’edificio in grado di reggere il peso del cannone e del relativo affusto ma anche assorbire l’onda d’urto dei colpi di cannone sparati dalla torre mitigandone l’effetto. E’ proprio questo pilastro un altro elemento che accomuna la Torre Mazzone alle Martello Towers presenti nel resto del mondo. Il piano intermedio era originariamente accessibile dall’esterno attraverso una scaletta retrattile ed era destinato a diversi usi: cucina, dormitorio e altri scopi logistici, il piano sotterraneo invece era utilizzato in parte come cisterna in parte come deposito.
Il topografo W.H.Smith tra il 1814 e il 1815 effettuò delle rilevazioni delle coste siciliane, lavoro propedeutico alla pubblicazione di una cartografia nautica pubblicata poi nel 1825. Smith parla di due torri martello nei pressi del faro di Messina, una delle quali è certamente identificabile con la Torre Mazzone. Nell’Archivio di Guerra di Vienna è conservato un carteggio con disegni delle torri martello siciliane eseguiti qualche anno dopo sotto il comando del generale dell’esercito austriaco Bernardo Caboga e tra questi disegni appare anche un disegno della Torre Bianca.
E’ certo che nello stesso luogo sorgesse, prima dell’edificazione dell’attuale edificio, una torre costiera come attestano alcuni documenti del XVIII secolo. In particolare un testo del 1709 la torre viene presentata non solo col solito nome di Torre Mazzone ma anche con l’inedito toponimo di Torre Scollato. Sappiamo da altri documenti, in particolare in una relazione pubblicata nel 1749 a Palermo sulla peste di Messina del 1743, che la Torre Mazzone fu destinata in quell’occasione a essere deposito di viveri provenienti da Milazzo. Questo porta a dedurre che in quei luoghi esisteva già una fortificazione che gli inglesi o distrussero o rimaneggiarono, tanto da renderne difficile l’individuazione di architetture precedenti nella riedificata torre ottocentesca.
Un fascio littorio sopra la porta d’ingresso testimonia l’utilizzo della torre anche durante il ventennio fascista e in epoca relativamente recente, quando fu usata come supporto per numerose antenne per telecomunicazioni. Osservando attentamente sono evidenti i segni causati da ordigni aerei degli Alleati durante il secondo conflitto mondiale, in questo senso è da considerare la vicinanza della torre ai punti di attracco delle motozattere italiane MZ che nel luglio – agosto 43 portavano le truppe italiane in ritirata dalla Sicilia a Scilla.
Attualmente la torre è in stato di abbandono e bisognosa di restauri, esattamente come l’altra quasi identica che si trova nel vicino villaggio di Ganzirri. Il modello virtuoso di altre torri della stessa tipologia in altre parti del mondo, valorizzate come musei, sale mostre, luoghi per rievocazioni storiche e comunque sempre restaurate e tenute con cura è certamente una prospettiva di recupero di uno dei tanti gioielli della costa messinese.

Antonino Teramo

La postazione MILMART di San Placido Calonerò.

Premesse.
Messina ha la fortuna (per nulla sfruttata) di possedere tante opere militari permanenti ascrivibili a vari periodi. Uno dei più significativi è quello che intercorre tra  la metà degli anni Trenta  e il 1943, nel quale furono edificati gli ultimi sistemi difensivi messinesi (detti fam e fat) in sostituzione di quelli ottocenteschi ormai inutili e vetusti. Tali sistemi furono di fatto utilizzati nel secondo conflitto mondiale, periodo importantissimo per la Sicilia e Messina, cronologicamente ancora vicino a noi e di cui conserviamo ancora tantissimi esempi di architettura militare contemporanea, perfettamente osservabili e che al contrario di quanto si vuole far credere, mantengono ben viva la memoria di quei fatti. Basti pensare che in quanto ad opere permanenti, nonostante siano passati vari decenni e la progressiva urbanizzazione, dalle ricerche sul campo nel solo territorio del Comune di Messina è stato rilevato ancora integro e visibile un totale di:

40 postazioni in casamatta per ami leggere o controcarro;
5 postazioni in barbetta del tipo Tobruk;
5 postazioni controcarro in barbetta;
2 ricoveri;
6 postazione per telegoniometro;
1 osservatorio principale
2 direzioni tiro
2 postazioni per aerofono;
1 postazioni per telemetro navale;
1 postazione per cannoncino c.o.;
1 batteria terrestre da  75/27 (poi c.a.);
2 batterie costiere;
8 batterie contraeree o d.c.

Fatte queste premesse, un luogo certamente significativo è la postazione di intercettazione aereonavale di San Placido Calonerò. Si tratta di una serie di varie opere sistemate a oltre 100 di quota su un piccolo promontorio di poco sottostante il monastero di San Placido. Esse erano a vario titolo deputate al controllo dello stretto di Messina e in modo particolare del suo ingresso meridionale.
Così come ricorda una targa ancora leggibile, la gestione spettava alla VI legione MILMART (Milizia Marittima di Artiglieria) al comando del console (colonnello) Michele Tomasello; ovvero un reparto della MVSN dipendente dalla DICAT, pari ad un reggimento. Alle legioni MILMART spettava principalmente la gestione delle batterie delle Piazze MM (come Messina) in collaborazione con le altre armi.
L’opera più significativa che risalta subito all’attenzione è certamente la postazione aerofonica, o meglio il “complesso segnalatore a tre mura d’ascolto a stella abbinato a postazione aerofonica” per aerofono mod. Galileo. Secondo le carte esisteva un prototipo costruito a cura e su progetto del Comando VI Legione Milmart (per tramite Dicat-Messina), presso la batteria MS620 di Torre Faro e un altro presso Campo Italia, ma l’unica opera delle tre ancora visibile è appunto quella in questione. La struttura risalente alla fine degli anni Trenta, è in ottimo stato, presenta  notevoli dimensioni e si compone di un nucleo centrale su due piani di cui uno ipogeico e uno scoperto per la strumentazione; il tutto coronato da un muro d’ascolto triplo a generatrice parabolica, utile a facilitare le attività di intercettazione aerea e in secondo luogo offrire una minima protezione (sono ben visibili i fori dei mitragliamenti e spezzonamenti aerei). L’accesso al piano sotterraneo è ad est, mentre la scala che conduce al piano superiore a nord, ciò indica che l’orientamento della struttura è a sud. La postazione conserva inoltre ancora l’originaria colorazione policroma rimasta praticamente intatta.
Tuttavia poco distante esistono altre opere di varia natura; scendendo infatti verso l’estremità del promontorio, si notato i resti di vari alloggi, baraccamenti e altre opere di servizio, mentre è ben visibile una piccola struttura dotata di scale che una volta sosteneva un altro aerofono del tipo Galileo. Procedendo più avanti ci si imbatte in un grosso pozzo circolare, utile all’installazione di un telemetro navale, con accanto una piattaforma in calcestruzzo sul quale veniva posizionata una fotoelettrica carrellata fonopuntata, cioè col fascio luminoso diretto da un graduato che riceveva i dati in cuffia dall’aerofono al quale era collegata.
Quasi accanto al pozzo vi è la piazzola per cannoncino contraereo  per la difesa  bassa a quota, mentre permangono ancora i resti di trinceramenti e altre accessori utili probabilmente per la telemetria.
Questo luogo fu in guerra uno dei più importanti in assoluto, poiché utile ad intercettare sia gli avvicinamenti navali, sia le incursioni aeree e dare con un certo margine di anticipo  l’allarme alla città e alle batterie.

Armando Donato

Il cannoncino da 20 mm del dragamine Glicine

Il forte Masotto, imponente opera di difesa costiera eretta presso l’antico Piano dei Campi alla fine dell’Ottocento, dal 1949 sino al 1988 circa espletò la funzione di deposito della Marina Militare. Masotto  conservava e conserva ancora alcune testimonianze di quegli anni, fatto non certamente nuovo per chi ha potuto visitare il forte già dai primi anni di abbandono, allorquando era accessibile a chiunque. Uno dei reperti più significativi è senza dubbio l’affusto navale per cannoncino Oerlikon da 20/70 un tempo sistemato sulla prua del dragamine Glicine, piccolo mezzo costiero da 375 tonnellate, varato nel 1956 e dismesso nel 1980, avente come distintivo ottico la sigla M5537. Il cannoncino da 20 mm Oerlikon, di produzione svizzera su progetto iniziale tedesco (anni Venti), è una delle artiglierie (specialmente in funzione contraerea) largamente utilizzate dalle forze armate di tutto il mondo già a partire dagli anni Trenta, e ancora oggi in uso.
Non è chiaro se il reperto è ancora in loco (il Masotto non è accessibile e versa in stato di gravissimo abbandono) oppure è stato trasferito altrove.
E’ tuttavia evidente che si tratta di un pezzo postbellico, quindi non in uso durante il secondo conflitto mondiale; e come tale deve essere descritto non bastando di certo una mano di vernice per trasformarla in arma utilizzata in guerra.

Armando Donato

Il Castello di Milazzo

Cuore della città e sua principale ragion d’essere, il Castello di Milazzo sorge in uno dei pochi luoghi del Mediterraneo ininterrottamente abitato da almeno cinquemila anni. La possente rocca naturale, da cui prese nome la città greca, aveva già visto fiorire le civiltà del neolitico, del bronzo e del ferro, e continuò ad essere fortezza di primaria importanza per il controllo della costa settentrionale della Sicilia e del suo mare sotto i Greci, i Romani e i Bizantini, anche se la natura rocciosa del suolo, il suo declivio e il suo sconvolgimento per la costruzione delle cinte bastionate non hanno lasciato traccia alcuna delle fortificazioni erette prima della conquista araba. Rimangono solo alcune interessantissime testimonianze di vita quotidiana: rinvenute casualmente entro il perimetro murario del maniero, attestano la presenza dell’uomo già in età classica. E’ il caso, ad esempio, della moneta rinvenuta recentemente nell’area antistante il monastero delle benedettine e raffigurante il dio Andranos (III a. C.), o di quella, risalente al medesimo periodo, un ippocampo al diritto ed una testa elmata al rovescio. Testimonianza di notevole valore storico che, unitamente ai numerosi cocci a vernice nera raccolti dal piano di calpestìo, rendono ormai indifferibile l’esecuzione di un’accurata campagna di scavi da parte della Sovrintendenza.
Il Mastio, che sorge sul punto più alto dello sperone roccioso a strapiombo sul mare e chiude un’ampia e ariosa corte, ha come suo nucleo più antico la Torre detta “Saracena” e come suo ambiente più pregevole l’elegante salone all’interno del quale si trova un possente camino. Iniziato forse sotto gli Arabi, ampliato dai Normanni, il Mastio assunse la sua struttura attuale (come rivelano le otto torri angolari e mediane) sotto Federico II di Svevia.
Alcuni dei conci in pietra lavica che ornano le strutture murarie delle torri e del salone recano ancora oggi i marchi dei lapicidi, geometrici contrassegni che consentivano di riconoscere – e conseguentemente controllare e remunerare – il lavoro dei singoli maestri impegnati nel cantiere milazzese. Successivamente, sotto gli Aragonesi, il Mastio normanno-svevo venne protetto dal tiro delle armi da fuoco attraverso la costruzione, nel corso del Quattrocento, della cinta bastionata che lo racchiude. Nel Cinquecento, infine, gli Spagnoli per proteggere la città e la costa dai pirati barbereschi che avevano saccheggiato le Eolie e la Calabria e per avere un’imprendibile fortezza da cui controllare Messina, innalzarono la poderosa cinta muraria contraddistinta dalle numerose caditoie un tempo destinate alla difesa piombante.
Con la costruzione della cortina cinquecentesca (cosiddetta “spagnola”) l’intero complesso fortificato assunse la fisionomia di una vera e propria città murata, entro la quale erano ubicati i palazzi del potere, dalla sede municipale agli uffici giudiziari, cinque-sei edifici di culto, oltre alla seicentesca chiesa madre, e le numerosissime abitazioni civili di coloro i quali dimoravano all’interno della città murata. Un complesso di fabbricati pubblici e privai del quale oggi, se si eccettuano l’antico Duomo e la seicentesca badia benedettina, non rimangono altro che i perimetri murari di base, solo in parte affioranti in superficie. Imponente e suggestiva ancora oggi, nonostante l’azione inesorabile del degrado, la cinta spagnola, che comprende la cortina e i due bastioni ad essa affiancati (denominati rispettivamente “di Santa Maria” e “delle Isole”), è il risultato della progettazione di alcuni dei migliori ingegneri militari del tempo. Tra questi, il bergamasco Antonio Ferramolino, al quale si deve la realizzazione di uno dei luoghi più affascinanti e suggestivi dell’intera città murata: la galleria di contromina del bastione delle Isole, un lungo e tenebroso cunicolo, ricavato nel perimetro murario dello stesso bastione, che aveva lo scopo di prevenire gli attacchi delle mine nemiche, ossia dei tunnel sotterranei realizzati dagli assedianti al fine di raggiungere la base delle fortificazioni onde collocarvi potenti cariche esplosive capaci di distruggerli.
Proprio per prevenire tali attacchi il Ferramolino consigliò la realizzazione di una galleria di contromina, dove l’assediato avrebbe pazientemente vigilato ascoltando l’eventuale approssimarsi dei colpi di piccone della costruenda mina nemica, che non appena intercettata, sarebbe stata prontamente neutralizzata. Questo complesso sistema di fortificazioni non venne mai espugnato: non ci riuscirono neppure gli Spagnoli, che l’avevano eretto, quando tentarono da qui di riconquistare la Sicilia perduta.  Nel luglio del 1860 il castello fu protagonista della sanguinosa battaglia di Milazzo, nella quale si scontrarono le truppe garibaldine e quelle borboniche.
Cominciò allora il declino della città murata: il Duomo, eretto a partire dal 1607 e caratterizzato da forti membrature di sapore michelangiolesco e da altari arricchiti da stupende tarsie marmoree, fu abbandonato al vandalismo e al degrado, mentre il Mastio diventava un carcere, rimanendo tale fino al 1960. E’ solo da poco più di un ventennio che la città ha cominciato a riappropriarsi di quello che un tempo era il suo cuore pulsante. In questo periodo, la realizzazione del teatro all’aperto, i restauri di parte del Mastio e dell’antico Duomo hanno rappresentato indubbiamente alcuni timidi ma comunque decisivi passi in direzione del recupero di una delle fortificazioni più importanti del Meridione.

Real Cittadella: breve relazione sui fatti bellici del febbraio – marzo 1861

A seguito dei fatti del luglio 1860, Messina era ormai da mesi in mano agli eserciti garibaldino e piemontese, solo le fortificazioni del porto falcato erano presidiate dall’esercito borbonico (4500 uomini) presso i presidi di: don Blasco, lunetta Carolina, Cittadella, batteria della Lanterna e SS. Salvatore (tutte opere ancora ben visibili), il cui punto di forza era la Cittadella comandata dal brig. De Martino, mentre il castello del SS. Salvatore era al comando del Brig. Anguissola (fratello del comandante della pirofregata Veloce, il quale nel luglio 1860 tradì consegnando la nave al nemico che la ribattezzò Tuckery) e le sue artiglierie dirette dal ten. col. Recco. Le uniche Piazze del regno duosiciliano che ancora resistevano erano quelle di Messina e Civitella, mentre Gaeta era caduta a metà febbraio.
Il giorno 25 febbraio 1861 l’esercito piemontese giunse a Messina (in cui dal settembre 1860 vi era la brigata Pistoia del magg. gen. Chiabrera, il quale aveva già intimato invano la resa della Cittadella) inizialmente col solo quartier generale, cominciando la ricognizione del territorio e lo studio delle difese nemiche. Ne risultò che le fortificazioni borboniche erano ben strutturate e quindi un attacco regolare per via di terra avrebbe creato gravi problemi, tuttavia dato che le batterie borboniche erano tutte in barbetta, senza alcuna protezione e dominate dalle alture circostanti, si optò per un attacco con le artiglierie, la cui efficacia avrebbe avuto ragione sul nemico. Presa tale decisione, il 26 febbraio mediante tre navi provenenti da Gaeta, fu sbarcato a sud della città presso Contesse un corpo di spedizione composto da: 4 battaglioni di fanteria, 3 di bersaglieri, 7 compagnie di artiglieria e 6 compagnie di genieri, che iniziarono i lavori di trinceramento e di sistemazione delle batterie e del materiale occorrente, insieme a tutte le strutture utili (strade, terrapieni, polveriere, depositi) nonché l’organizzazione del piano di fuoco. Ciò provocò la reazione del maresc. Fergola il quale lamentava il mancato rispetto di uno degli articoli della convenzione stipulata dal suo predecessore Clary e il gen. Medici nel luglio 1860. Seguì uno scambio di lettere tra il Cialdini e il Fergola, i quali fermi sulle rispettive posizioni non raggiunsero un accordo, provocando di fatto l’abrogazione della suddetta convenzione e la dichiarazione dello stato di guerra, con l’inizio delle ostilità il primo marzo. Nel frattempo i piemontesi sistemarono le loro artiglierie a varie altitudini sul versante sud-sud ovest della città posizionando 59 vari pezzi (il gen. Menabrea riferisce 55) di artiglieria suddivisi in 6 batterie al comando di due maggiori. Il comando generale spettava al generale di armata Cialdini (IV C.A.), quello delle artiglierie fu affidato al luogoten. gen. Valfrè, quello del Genio al luogoten. col. Belli, quello del parco di assedio al magg. Mattei, mentre al magg. gen. Avenati spettava il comando della fanteria. Nello specifico il parco di assedio era composto da: 23 cannoni in ferro da 40 libbre rigati e 6 lisci, 10 cannoni da 16 in bronzo da campagna rigati e 6 da muro rigati, 12 mortai da 27 cm in ferro e 4 da 15 cm in bronzo, ciascun pezzo disponeva di 500 colpi.
Nel frattempo i borbonici si organizzavano per la difesa, diretta dal giovane ten. colonnello Patrizio Guillamat, pluridecorato, veterano e studioso nel campo delle fortificazioni e artiglierie, giunto sul posto nel mese di febbraio con l’incarico di direttore delle artiglierie e capo di SM della Cittadella (che aveva i depositi pieni di polveri e munizioni e accoglieva i familiari dei militi).
Egli dal giorno 4 marzo si occupò della sistemazione e dell’organizzazione delle batterie della Piazza, ma la mancanza di pezzi rigati (presenti a Gaeta) evidenziava l’impossibilità di una difesa adeguata contro le artiglierie piemontesi, invece in buona parte rigate (mod. Cavalli con canne a due righe e proietti cilindrico ogivali), il cui debutto su larga scala era avvenuto durante l’assedio di Gaeta.
Per cercare di risolvere il problema il Guillamat armò presso le opere di Santo Stefano (fronte sud della Cittadella) tre batterie per un totale di 42 pezzi lisci di cui: 16 cannoni-obici da 80 libbre (Paixhans), 13 da 36 libbre e 13 da 24. Non avendo tali artiglierie la capacità di raggiungere le principali batterie piemontesi, poste fuori tiro utile, in buona parte sulle colline a quote più elevate rispetto agli spalti della Cittadella, il Guillamat allo scopo di allungare il tiro, decise la sistemazione fissa dei pezzi, ovvero senza affusti, infossati e bloccati al suolo con massima elevazione di 42 gradi. Con tali modifiche erano tuttavia necessarie granate dotate di spolette programmate a circa 45 secondi, che però mancavano, ma l’ufficiale fece adattare le spolette di altre bombe programmate per 32 secondi e allungò il tempo di attivazione a 45 secondi intingendole in casse d’armi piene di terra fresca. Questa idea consenti di estendere l’attivazione delle spolette al momento necessario, massimizzando gli effetti dei tiri sulle posizioni nemiche. Infatti già il 5 marzo le tre batterie borboniche modificate, cominciarono contemporaneamente a far fuoco contro gli appostamenti nemici e le navi in zona Contesse, colpendo giorno 11 un vapore piemontese. Il fuoco continuò nei giorni successivi e l’8 marzo, dopo un ultima vana lettera del Fergola al Cialdini che intimava la sospensione dei lavori, tutte le batterie borboniche della zona falcata accompagnate dal suono dell’inno nazionale aprirono il fuoco, tuttavia sospeso in alcuni presidi per via dell’eccessiva distanza degli obiettivi e per evitare che le granate cadessero sulla città. Tra il 10 e 12 marzo tre batterie piemontesi furono danneggiate (ma i lavori di sistemazione non si fermarono) con morti e feriti, tantochè venne mandato un ufficiale piemontese a complimentarsi per l’efficacia del tiro giudicato ammirevole, nel frattempo fu stabilito il fuoco continuativo diurno e notturno (4 colpi ogni 15 minuti), anche sui veicoli che trasportavano i materiali utili alle batterie nemiche e la sede del comando, nonostante la stanchezza dei serventi e i vari pezzi che cominciavano a difettare e rompersi per via dell’usura o l’atipica sistemazione senza affusti.
A mezzogiorno del giorno 12 marzo, sfruttando un periodo di relativa pausa nemica, i piemontesi che sino a quel momento non avevano reagito, tolsero i mascheramenti e iniziarono un preciso fuoco di neutralizzazione e interdizione con le batterie superiori, alle quali si aggiunsero quelle a quote più basse (costruite molto vicine alla posizioni nemiche e coperte alla vista dalla vecchia cinta daziaria, tanto che una batteria si era dotata di osservatorio). Nel contempo la squadra navale sarda tirava sulla Cittadella nonostante le condizioni meteo marine sfavorevoli.
Le batterie piemontesi fecero piombare sulle posizioni borboniche ben 4239 granate (da un rapido calcolo risulta che le granate nemiche giungevano ogni 5 sec), riducendone al silenzio le relative artiglierie. Il tiro diretto, incrociato e d’infilata piemontese durò ininterrottamente per 5 ore fu molto proficuo per via della posizione e quota delle batterie e della ridotta distanza degli obiettivi (minima di 400 metri e massima di 2000 metri circa) in relazione alla potenza e precisione delle artiglierie, che permetteva anche il fuoco al rovescio, ovvero sulle parti retrostanti gli obiettivi nemici. Le granate piemontesi inizialmente si concentrarono sull’opera meridionale più avanzata rispetto alla Cittadella ovvero il bastione Don Blasco dotato di 13 cannoni (già luogo di combattimenti a seguito di una sortita borbonica), seriamente danneggiato, quindi  abbandonato sotto i colpi nemici e fatto saltare in aria a cannonate dagli stessi borbonici.
L’incendio che ne conseguì anche per via del bombardamento nemico che nel frattempo si era spostato sugli altri punti della Cittadella, si estese a causa del vento ai padiglioni limitrofi ad una delle polveriere, piena zeppa del munizionamento portato da tutti gli ex presidi siciliani. Il fuoco fece saltare in aria alcuni depositi munizioni minacciando praticamente tutta la fortificazione con grave rischio di esplosione, distruzione totale e sicura morte per gli occupanti, compresi i mille civili presenti. Nell’impossibilità di domare le fiamme sotto l’incessante tiro delle batterie piemontesi, alle ore 17 il maresc. Fergola chiese una tregua di 24 ore, accettata in parte. Dunque lo SM borbonico vista la grave situazione e l’impossibilità di resistere oltre, decise la resa a discrezione per il giorno 13 stabilita dal Cialdini e da comunicargli inderogabilmente entro le 21 dello stesso giorno, onde evitare la ripresa del tiro delle batterie piemontesi. Fu così diramato l’ultimo comunicato ufficiale borbonico e concesse le decorazioni al valor militare. Il giorno 13 marzo del 1861, spenti quasi tutti gli incendi, i soldati borbonici che lamentarono 47 morti, si arresero ufficialmente secondo le condizioni dettate dal gen. Cialdini, il quale non concesse l’onore delle armi, anzi fece arrestare e mettere sotto processo tutti gli ufficiali di SM, poi scagionati e rilasciati.
I tecnici dell’esercito piemontese crearono per i vari assedi delle Piazze nemiche, un’apposita commissione di studio circa gli effetti dei cannoni rigati e relativi proietti cilindrico ogivali sugli obiettivi nemici.
La Piazza di Messina fu dunque l’ultimo presidio di Sicilia e il penultimo del regno duosiciliano. Dopo la fine delle ostilità, nella Piazza fu conteggiato un totale di 455 artiglierie varie di cui 155 di bronzo e 300 di ferro, insieme a 267.000 chili di polvere sciolta e migliaia di pezzi tra affusti, attrezzi, fucili, sciabole, cartucce, munizioni e quant’altro.
Nello stesso anno, dopo la proclamazione ufficiale del regno d’Italia, i parlamentari La Farina e Plutino chiesero la demolizione della Cittadella, protagonista di ben 4 assedi in un secolo e mezzo.
Stolta richiesta fortunatamente mai posta in essere, anche se, dismessa la funzione militare dopo la fine  del secondo conflitto mondiale, l’opera così come l’area circostante, fu via via devastata dal degrado e da miopi scelte politiche ed economico industriali, rilevatesi nel tempo a dir poco errate e fallimentari, i cui vergognosi risultati gravano sule spalle delle nuove generazioni.
A ciò si aggiunga la ancora diffusa mentalità “lafariniana”, mista ad una disarmante ignoranza storica, che insieme al persistente degrado e abbandono, contribuiscono tutt’oggi a privare ulteriormente i cittadini messinesi di tale meravigliosa porzione della città.

Armando Donato

La Pirofregata Borbone

La marina militare borbonica di metà Ottocento era una delle più efficienti e moderne d’Europa, infatti la cantieristica e l’ingegneria navale borbonica avevano raggiunto insieme alla progettazione e produzione delle artiglierie, un avanzato livello tecnologico; vasta era infatti la produzione negli stabilimenti di Pietrarsa, nei cantieri di Castellammare di Stabia e nella Real Fonderia e Barena di S.M. il Re delle Due Sicilie (diretta dal ten. col. Mori). Non è infatti un caso che la neomarina militare italiana nacque grazie alle navi borboniche.
Un esempio eloquente è quello della pirofregata di primo rango Borbone, modernissima nave ad elica, tipica del periodo cosiddetto di transizione tra la propulsione velica e quella a vapore. La pirofregata Borbone infatti era dotata di alberatura  e nello stesso tempo di apparato termico ausiliario.
Fu varata nel gennaio 1860 su progetto di G. De Luca, e presentava lo scafo in legno di quercia di Calabria con carena ramata e dimensioni pari a 68 metri di lunghezza, 15 di larghezza e 7 di pescaggio.
La stazza era di 4000 tonnellate, mentre la macchina motrice Mudslay & Field sviluppava una potenza di 1000 cavalli che la spingevano ad una velocità di 10 nodi. L’armamento consisteva in due ponti (uno scoperto e uno coperto) a batteria con 8 pezzi rigati (a dimostrazione che la rigatura dei cannoni non era un‘esclusiva piemontese), 12 pezzi lisci da 72 libbre a bomba, 26 da 68 a bomba e 4 da 8 in bronzo.
La Borbone nell’estate del 1860 faceva parte del cospicuo gruppo di temibili navi da guerra che pattugliavano lo stretto contro le sortite garibaldine sulla sponda calabra, nell’agosto dello stesso anno infatti, al comando del C.F. Flores, bombardò i presidi garibaldini del Faro, provocando feriti e affondando naviglio vario. In un’altra occasione tentò invece di speronare la corvetta a ruote Tuckery, ovvero la ex pirofregata borbonica di secondo rango Veloce, consegnatasi all’amm. Persano nel luglio del 1860.
Passata alla marina sarda nel settembre 1860 fu ribattezzata Giuseppe Garibaldi partecipando al bombardamento delle Piazze di Ancona nel settembre 1860 e Gaeta nel febbraio 1861, mentre il mese successivo entrò ufficialmente nella regia marina italiana subendo nel tempo varie modifiche, ridenominazioni e classificazioni. Assolse ed espletò diversi compiti e servizi sino al disarmo e la demolizione avvenuta nel 1899. La Borbone fu la prima nave militare ad elica costruita in Italia.

Armando Donato

L’obice di Forzà D’Agrò

Nella piazza Giovanni XXIII di Forza d’Agrò è collocato da diversi anni un interessante pezzo di artiglieria. Si tratta di un obice 100/22 Skoda  mod. 14/19, ovvero un pezzo di artiglieria di nazionalità Ceca, prodotta subito dopo la fine del primo conflitto mondiale. Arma di preda bellica di provenienza Ceca, Polacca, Jugoslava o Greca, fu a disposizione del Regio Esercito Italiano  a partire dal 1941. Il 100/22 divenuto materiale regolamentare dell’artiglieria da campagna, fu  distribuito in vari reparti anche per la difesa costiera già dal 1941, 42 e impiegato anche contro le truppe alleate durante la Campagna di Sicilia nel luglio-agosto 1943. Le ruote semipneumatiche celerflex a razze metalliche elektron o lamierino per il traino meccanico, indicano appunto il ricondizionamento e l’uso durante il secondo conflitto mondiale.

Caratteristiche tecniche

Tipologia: obice
Anno di produzione: 1919 su progetto dell’obice 100/17 mod. 14/16
Calibro: mm 100
Lunghezza: calibri 22 (220 cm)
Peso in batteria: kg 1430
Peso granata: kg 13
Settore di tiro verticale : da – 8° a + 48 °
Velocità iniziale proietto: 415 m/s
Cadenza di trio: 4 – 6 colpi/minuto
Gittata massima : m 9600

Armando Donato