La Provincia di Messina

Il “Palazzo Zito” di Cesarò

La signorile e preziosa dimora è l’edificio più insigne eretto nel comune di Cesarò. Sorge in una posizione elevata, da cui si può dominare l’intera vallata. Sul cancello d’ingresso si nota un lamierino a bandieruola traforato, con la scritta F.lli Zito. Sulla porta d’ingresso alle scuderie del palazzo vi è un artistico fregio in arenaria riproducente tra scanalature verticali due serpentelli.
L’edificio si articola su vari piani ed occupa una superficie di mq. 800, di cui 680 coperta e oltre 120 adibita a cortile ed orto.
E’ delimitato dalle vie Bellini, San Francesco e Pozzo Gianfoli. E’ stato edificato in periodi diversi; l’inizio della costruzione risale al 1600 e in tempi successivi ha subito dei rimaneggiamenti conservativi e vari ampliamenti. Tuttavia, la maggior parte della costruzione si presenta di architettura settecentesca. La struttura portante e il cantonale del corpo principalle, realizzato in pietra arenaria lavorata a scalpello e sfalsata nei vari piani, con cui bene si intonano sia gli stipiti dei balconi, anch’essi in pietra arenaria lisciata a risalto e lavorata a scalpello, sia la ringhiera dei balconi e delle terrazze in ferro battuto.
Dall’ingresso principale (via Bellini, 79), attraverso un cortile interno, si accede da una parte al corpo principale del Palazzo, che si eleva per tre piani, e dall’altra al corpo secondario parallelo ad un piano attiguo al cortile ed un piano prospiciente la via S. Francesco, dove sono ubicate le scuderie, la falegnameria e la carbonaia.
Al di sotto del piano terra si trova un magazzino, in passato adibito a deposito del grano. Le volte dei piani rialzati sono decorate con affreschi di notevole pregio artistico e stucchi di pregevolissima fattura. Gli affreschi riproducono scene di vita da “salotto” di caccia e delle quattro stagioni caratteristici del primo 800. Sono anche presenti stemmi gentilizi in più punti del palazzo, mentre all’interno si posono ammirare un grandissimo salone tutto ricoperto da un tappeto d’epoca, più divani pregevolissimi con sedie a spalliera e altre venti sedie con cornice in oro, specchiere con cornice lavorata e un grandioso candelabro con oltre 100 candele.

Piccola escursione a Roccavaldina

Roccavaldina dista 37 Km. da Messina conta poco più di 1.300 abitanti e ha una superficie di 653 ettari, sorge in una zona litoranea collinare, a 320 metri sopra il livellodel mare, su un colle che ha di fronte le Isole Eolie, Roccavaldina è un centro prevalentemente agricolo. I prodotti maggiormente coltivati sono l’uva da mosto, il grano, le pesche, le olive e gli agrumi.
Il nome originario del paese era Rocca poichè situata su un promontorio. Il primo nucleo abitato nacque nel 1300 durante il regno di Federico II d’Aragona.
Nel 1509 venne acquisito dal nobile Andrea Valdina che ivi fece erigere un castello fortificato e lo prese a sua dimora permanente. Intorno al 1623 egli ottenne il titolo di primo marchese del paese. Solo nel 1863 venne aggiunto l’appositivo Valdina dal nome dei marchesi Valdina. Nel secolo XVIII il centro abitato fu ceduto in eredità agli Armao, mentre il castello divenne proprietà della famiglia feudale dei Nastasi de Spuches. In seguito il comune divenne autonomo.
Nel settore monumentale di notevole rilievo architettonico sono il Palazzo Baronale dei Valdina eretto nel XV secolo e modificato nel sec. XVII che presenta una facciata in stile manieristico siciliano, la Chiesa Madre dedicata a S. Nicola (patrono del paese) dotata di un campanile rinascimentale, che custodisce al suo interno la tomba del signore Maurizio Valdina del XV secolo e il Convento dei Cappuccini con tipica struttura in pietra locale.
È interessante sapere che Roccavaldina è nota per la cosiddetta “Bottega dello Speziale” che è una antica farmacia del 1500 all’interno della quale sono conservati gli originari strumenti per la preparazione dei farmaci e ben 256 tra anfore, fiaschi, brocchette e vasi raffiguranti scene mitologiche e bibliche.

Le case della contemplazione dei monaci Romei

Il fenomeno dei pellegrini che nel basso Medio Evo, prendevano la strada verso i luoghi santi, si manifestò, già nei primi decenni del II secolo d.C. Il popolo in cammino, sentiva il bisogno di ripercorrere in senso fisico, in una sorta di espiazione, le vie battute dai primi discepoli di Cristo. Siano stati testimoni degli apostoli e delle prime comunità greche o asiatiche, presenti in Sicilia in questo frangente storico. Le tracce della presenza di questi primi padri ecclesiastici in senso lato del termine, sono ancora presenti nelle comunità montane in tutto il territorio della provincia di Messina. Per esempio, a Mistretta i primi seguaci della croce, si servivano di una altura in aperta campagna, servita da camminamenti sotterranei che giungevano fino all’eremo di sant’Isidoro, presso le pendici del pizzo di Arianna. Questa area, fu sfruttata anche come zona cimiteriale a modo di catacombe ( VI – VIII secolo d.C.). Un lampante esempio a Messina, ci viene dalle famose Camerelle.

Alessandro Fumia

Laure rupestri sul colle dell’Immacolata a Monforte San Giorgio

L’organizzazione monastica durante il dominio bizantino in Sicilia, ha lasciato molte testimonianze del suo passaggio nell’isola del Sole. Nel distretto dei monti Peloritani, in quel frangente storico, esistevano numerose comunità di monaci cosiddetti basiliani, che presero ad abitare in luoghi isolati  rupestri. Un esempio di laura basiliana, ci viene fornita, dalle tracce d’insediamento  ricadenti presso il colle dell’Immacolata a Manforte san Giorgio VIII- IX secolo.
Si suppone che in alcune grotte ricadenti in sito, fossero adibite nel passato, a celle servite a carattere di diaconion, per favorire il culto di comunità monastiche. L’osservazione viene suffragata dalla presenza nelle caverne di camminamenti, dove compaiono tracce di laterizi atti a convogliare l’acqua piovana all’interno delle stesse. In alcune delle quali, sono ancora evidenti, tracce di affreschi e cavità che potevano servire da nicchie per il culto, in forza delle quali, come previsto in una grotta, appellata di santo Abramo, era adibita a piccolo santuario, ivi si ritrovava un piccolo altare ed altre presunte suppellettili cultuali.

Alessandro Fumia