I cinque Messinesi più famosi

Una vita sospesa, quella dei Florio – Crollalanza frutto di una clamorosa rievocazione storica fra triangoli impossibili ed incesto?

Immaginare un percorso storico, come quello propinatoci da Santi Paladino e Martino Juvara, riflettevo, come abbiano potuto prendere un abbaglio clamoroso, non ci permette di capire, come gli altri, dopo di loro, hanno condiviso un errore madornale. Ho potuto recuperare, da una piccola cronaca, realizzata da Luca Gallesi, un commento all’opera di Giovanni Florio, dal titolo “ The Garden of ricreation” ovvero, il Giardino di Ricreazione, opera edita dalla Greco Editrice Greco nel 1993. Questo bellissimo saggio, recupera una mole incredibile di documenti, provenienti dai libri rari della biblioteca manoscritti di Oxford e dai fondi bibliotecari del British Museum e da altri, importanti archivi inglesi; per raffigurare un analitico cammino della memoria, sul conto di John Florio, figlio di Michelangelo Florio, pastore protestante e Giuditta Crollalanza, moglie di Michelangelo e madre di John.
L’affare, questo mi è apparso, rischia di cadere nel ridicolo se si dà voce, a queste ricostruzioni made in Messina. Così come motivo nel titolo di questo articolo, la vicenda quasi comica, in rapporto alle carte più antiche ed originali, ci viene raccontata, oserei dire come corteggiamento amoroso: ricco di trovate e di combinazioni incestuose. Perché, a seguire le contorsioni storiche di Paladino e Juvara, la vicenda appare in un modo un pò stravagante: Michelangelo che nella vera storia, è il padre di Giovanni Florio, ne diventa il figlio e il figlio, assume il ruolo di padre. Mentre, Giuditta Crollalanza, moglie di Michelangelo, adesso è moglie di suo figlio Giovanni e madre di suo marito Michelangelo. Se non che, dai manoscritti d’epoca, trapela che la famiglia è originaria di Siena e per giunta ebrea, convertita la cristianesimo. Mentre adesso, diventa messinese cristiana, ma di nobili natali: assegnando a Giuditta il nome di Guglielmina, senza la quale, il figlio non potrà assumere le sembianze di William Shakespeare, pazzesco!!!!!
Ecco allora, cosa segnalavano le fonti, sulla vita e le opere, di una discendenza, maltrattata dai nostri oratori che si atteggiano, a sapienti cultori della letteratura e della storia inglese.
Compendio estratto dal saggio come sopra, a cura del professor Luca Gallesi pp 11 – 31. Un cultore italiano, alla corte della regina Elisabetta, nacque a Londra nel 1553. Il suo futuro di insegnante, traduttore, diplomatico e spia, era già stato tracciato dal padre, alias Michelangelo Florio detto il Fiorentino, riformatore approdato in Inghilterra nel 1550. Il regno di Edoardo VI fu un porto sicuro per i perseguitati religiosi e in modo particolare, per i protestanti italiani. Accanto a Michelangelo Florio troviamo, Bernardino Ochino e Pietro Martire Vermigli. I rifugiati approdati in Inghilterra, dovettero lavorare come insegnanti e traduttori, esercitando una notevole influenza nel mondo della letteratura anglosassone. Michelangelo Florio vantava ascendenza fiorentine ma in realtà, proveniva da Siena, da una famiglia ebrea convertitasi al cristianesimo. Frate francescano, venne privato degli ordini religiosi e gettato nelle carceri romane per aver aderito al Calvinismo. Riuscì ad evadere nel 1550 e dopo, un avventuroso viaggio durato due mesi, giunse a Londra. Qui fece amicizia con Ser William Cecil che lo prese sotto la sua protezione. Divenuto pastore della chiesa protestante di St Thomas of Acon, dove si riunivano gli esuli italiani, colto in fragrante fornicazione con una delle anime a lui affidate, fu costretto a sposarsi e rinunciare all’incarico di pastore. Michelangelo Florio insegnò l’italiano, a personaggi molto influenti, come Henry Conte di Herbert a cui dedicò la sua opera: “Regole della lingua Thoscana” e successivamente, compose un altro libro, intitolato “A Lady Jean Grey” prima del trionfo di Maria di Scozia. Con l’ascesa al trono di costei, Michelangelo dovette fuggire, prima a Strasburgo e in seguito a Chiavenna allora nei Grigioni; dove divenne pastore della chiesa riformata di Soglio. Qui si dedicò alla traduzione del “ De Re Metallica dell’Agricola: dedicandolo alla Serenissima Elisabetta. Michelangelo Florio morì a Soglio nel 1565, lasciando un figlio di nome Giovanni. Come suggerito prima, Giovanni Florio nacque a Londra, imparando dal padre le lingue straniere e la cultura italiana. Non ebbe modo di visitare l’Italia perché figlio di un noto eretico. Nel 1563 il padre lo aveva mandato presso l’Università di Tubingen sotto la protezione del Vergario, già vescovo di Capodistria. Intorno al 1572, Giovanni Florio giunse in Inghilterra. Nel frattempo, la situazione politica e religiosa in Inghilterra era mutata; i nuovi profughi ebbero il compito di promuovere iniziative culturali. Le traduzioni in italiano e l’insegnamento diventarono attività ancora più importanti.
La lingua italiana era il passaporto per il mondo degli aristocratici e della diplomazia. L’italiano era la lingua straniera più diffusa nel mondo della scuola inglese e presso la corte d’Inghilterra. John Florio, non ebbe per tale motivo difficoltà alcuna ad entrarvi come insegnante, sfruttando le amicizie paterne. Divenne amico di Robert Dudley Conte di Leicester, cognato di quella Lady Jean Grey che era stata tanto importante per suo padre. Attraverso il Conte strinse amicizia con Ser Walter Releigh, Walsingham e Lord Burghley. Proprio al Conte di Leicester è dedicato il primo libro di John Florio, del 23 agosto 1578 il cui titolo intero, era lunghissimo, ma è solitamente ricordato come “ First Fruites” appunto. Si tratta di un’opera apposita per apprendere l’italiano, costituito da 42 dialoghi in italiano col testo a fronte in inglese. Le fonti del First Fruit rilevano, l’erudizione di Florio, comprendenti compendi di Ludovico Guicciardini, Guevara, Petrarca, Ariosto e Boccaccio. L’italiano aveva fatto il suo ingresso in Inghilterra con il manuale modello, a cui aveva attinto lo stesso John Florio, pubblicato nel 1550 con il titolo: “Grammar principle Rules of the Italian grammar with a dictionary for the better understanding of Dante, Petrarca et Boccaccio. Nel frattempo John Florio ampliò le sue amicizie, concedendo lezioni private a Stephen Gosson, Sidney, Dyes e Greville. Il successo come insegnante dei poeti ed uomini di mondo, dimostra come seppe lasciare un gran segno in quella società. Nel 1578 Richard Barnes, Bishop of Durham designa John Florio come tutore di suo figlio Emmanuel; ed è in quelle terre che Florio si trasferisce. In quella scuola Florio conobbe il geografo Richard Hakluyt che insegnava al Christ Church. Dal Hakluyt ricevette l’incarico di tradurre il libro dell’esploratore francese Jacques Cartier: Florio tradusse quell’opera attraverso la versione italiana di G.B. Ramusio, pubblicandola in inglese nel 1580 sotto il titolo di “ A Shorte and briefe narration of the two navigations and discoveries to the northweast partes called Newe France” dedicandolo, allo sceriffo della contea di Oxford Edmund Bray.
John Florio, allargò il campo delle sue amicizie importanti, facendo da professore di italiano a Samuel Daniel, incontrato presso la Magdalene Hall nel 1571. Florio sposerà la sorella di Daniel, Rosalinda, dalla quale nascerà la figlia Joanne Florio 1585. Incontrò nello stesso luogo di studio, Ser Edward Dyer poeta e magistrato di Oxford, che fu fatto oggetto, della dedicazione di una sua opera manoscritta, conservata ancora nel British Museum. Si trattava della prima versione del 12 novembre 1582 del Giardino di Ricreazione. Ser Edward Dyer lo introdusse nella sua cerchia di compagnie, dove conobbe Ser Philip Sidney a sua volta vicino, a un gruppo di artisti e letterati. Divenne ancora, amico del Gallese Matthew Guinne musicista, filosofo, drammaturgo e cerusico, attraverso il quale, conobbe Giordano Bruno, anche egli esule italiano in Inghilterra. Nel 1585 John Florio lasciò la famiglia di Oxford per andare come precettore a Londra presso l’ambasciatore di Francia Castelnau. Durante quegli anni nelle varie attività ed attendenze, si ricorda di lui una lettera, pubblicata come gazzettino di frivolezze, dedicata al Castelnau del 29 giugno 1585. Con l’arrivo del nuovo ambasciatore di Francia a Londra, Florio si stabilisce definitivamente in detta capitale, portando con se la famiglia, presso la casa di a Shoe Lane, dove nacquero nel 1588 Edward il suo secondo genito, e nel 1589 Elizabeth. Sempre nel 1589, passò a servire William Cecil, già protettore di suo padre; dove ebbe l’incarico di curare l’istruzione dei suoi figli e del Conte di Sauthampton minorenne. Nel 1594 John Florio alloggiava a Tichfield presso la dimora di Sauthampton, come risulta da atti giudiziari. Fu proprio in questi anni che Giovanni Florio servendo il Conte Herny Wriothesley di Sauthampton che conobbe W. Shakespeare; il quale per ingraziarsi le benevolenze del nobile, il drammaturgo gli dedicò nel 1593 il poema Venus et Adonis e nell’anno successivo the rupe of Lucrece. Moltissime citazioni di Shakespeare, sono tratte da opere di Florio come: “ Venetia chi non ti vide non ti pretia” in love’s labour’s lost, tratta da Florios second fruites; legate alle descrizioni delle regioni italiane, recuperando in “The Taming of the shrew in cui la Lombardia, viene dipinta il giardino d’Italia. Così come Florio in secondi frutti, la definisce, il giardino del mondo.
[Alcuni critici attribuiscono a John Florio il rinnovamento di Shakespeare, avvenuto attorno al 1600: fino ad affermare che, nessun contemporaneo ebbe maggiore influsso su Shakespeare se non John Florio.] Questo periodo, farà osservare ai poco informati ricercatori Paladino e Juvara, una commistione, tradotta ed interpretata, senza conoscere le carte fino in fondo.
Dal 1603 al 1611, John Florio, pubblica i saggi di Essais e Montaine, una opera monumentale. Non meno impegnativa, della seconda edizione del dizionario di italiano inglese, già tradotto nel 1598 e che vede, nel 1611 la stesura comprendente 74.000 vocaboli con una lista di ben 249 volumi consultati. Nel 1613 di Florio si conosce una lettera dedicata alla Regina Anna. Nel 1615 morì la moglie di John Florio che nel frattempo, si risposò con Rose Spicer il 9 settembre 1617. Nel 1619 morendo la Regina Anna, sua ultima benefattrice che l’aveva introdotto a corte con altri titoli e ne pagava uno stipendio di 100 sterline annui, Florio perdette il suo posto di ufficiale di camera. Lui che fu precettore del Principe Enrico, si era ingraziato il Re, traducendo in italiano il “Basilikon doron” opera dello stesso sovrano. Nel 1621 per bancarotta, vennero sospesi i pagamenti, e John Florio si ritrovò povero e malato. Fra il 1621 e il 1623, emise una serie di lettere, inviate ai suoi protettori per sostenerlo finanziariamente. John Florio, nel 1625, il primo anno del regno di Carlo primo, morì poco dopo aver fatto testamento.

Alessandro Fumia

I novellieri italiani e Shakespeare

Da qualche anno a Messina, si sta propinando ai messinesi tutti, un modello sgradevole ed ingiusto, oserei affermare, scorretto nei confronti della scuola letteraria italiana. Un pensiero fisso, si è insinuato nella mente di alcuni cittadini della Città dello Stretto: affermare che William Shakespeare, sia in realtà un figlio di Messina. Una parte del cosi detto “mondo intellettuale” messinese, celebra le memorie riconducibili al noto drammaturgo inglese, nelle veci di una messinesità, che non si può dimostrare in nessun modo possibile. In questi anni, dicevo, la città, ha incominciato a sindacare sulla vita e le opere, del più grande drammaturgo del mondo per far passare l’idea, che la società di Messina non abbia nulla di meno, di qualunque altro contesto civico, nazionale ed internazionale. Purtroppo però, la strada intrapresa è senza uscite: il percorso porta a un vicolo cieco. Le impressioni suscitate da alcuni osservatori del passato, su un aspetto della vita di Shakespeare, ha indotto già negli anni venti dello scorso secolo, a fare alcune ipotesi invereconde. Si è immaginato, che un Messinese scappato dalla sua città natale per motivi religiosi nel ‘500, si sia diretto, dopo mille peripezie in Inghilterra. Qui, camuffando le sue generalità, ha incominciato a prendere le sembianze di un giovane di nome William Shakespeare. Da quella base di partenza per altro galvanizzata, da alcune segnalazioni di gossip, provenienti dal gazzettino scandalistico Notes & Quaeris, prodotte nella seconda metà dell’ottocento, si è proceduto, in chiave moderna, ad indagare sul conto di un simile personaggio. Si sono messe in dubbio, le sue generalità, la sua discendenza familiare, i suoi comportamenti da civile, le sue abitudini di studente, perfino, la sua cultura e l’ingegno che lo hanno reso, un grande personaggio storico. Tutto in funzione di un teorema che non è stato mai provato. Ma a questo tentativo, se ne sono aggiunti altri, per costringere ( quasi una provocazione) l’opinione pubblica internazionale, a guardare la società di Messina con occhio malizioso.
Si che, dopo avere prodotto un certo tipo di indagine, favorita da partecipazioni più o meno dotte del mondo televisivo, si è pensato bene, di creare attorno all’evento, un palcoscenico mediatico, veicolando una richiesta assurda; Shakespeare è stato un messinese. Un iter mai programmato se non nelle intenzioni di qualche pseudo storico, che tratta i dati storici a suo piacimento, osservando quello che piace osservare e producendo risultati, sempre più simili a pantomime; di cui si conosce il punto di partenza, ma non si sa mai, quale sarà quello di arrivo. Questo stato di cose, ha prodotto in alcuni messinesi, la convinzione che il noto drammaturgo inglese, sia realmente un cittadino della Città dello Stretto. Ma andiamo con ordine per osservare alcuni aspetti, alcune peculiarità. Negli ultimi cinque anni, si è alzato il tiro, sulla questione qui analizzata: dover raccontare delle vicende shakesperiane a una società come quella messinese, contemporanea, afflitta da tante contingenze e da altrettanti bisogni: per tanto, si è creduto bene, di fare leva sull’orgoglio civico. Più alte sono le sollecitazioni in questo senso hanno immaginato, maggiori saranno i risultati conseguibili. Per ottenere risultati considerevoli, hanno programmato un percorso mediatico-culturale, dove l’ossessiva richiesta, fatta alla città prima e al mondo di conseguenza, è stata, fateci recuperare le origini messinesi di un nostro grande concittadino. Non so, quanto siano consapevoli, coloro che portano le insegne del prodotto qui segnalato. Non voglio pensare che siano perfettamente coscienti che si tratti di una invenzione a tavolino. Credo viceversa, che siano realmente convinti di essere nel giusto perché, dai dati ricavati, dalle analisi prodotte e dagli accostamenti effettuati, hanno la quasi certezza di aver fatto la scoperta del secolo. Il problema resta invariato: come possono dimostrare di aver ragione? Come possono convincere i forestieri che trattasi di pura realtà e non di una invenzione? Per raggiungere l’obiettivo, hanno scelto una strada senza ritorno, una strada accidentata già di suo, oltretutto segnalata dagli stessi attori, è il caso di dire, quando specificano che non hanno l’assoluta certezza. Adesso però, dopo aver pompato l’argomento nel tubo catodico per lungo tempo, hanno prodotto un atto ufficiale; la richiesta, da parte delle istituzioni municipali di Messina, di verificare gli archivi della regina d’Inghilterra. Un fatto per certi versi originale, nella sua ingenua normalità. Visto che un amministratore, sente di poter interloquire con un altro amministratore straniero con pari dignità. Questa posizione non fa una grinza, se non fosse altro che, la politica, ha scelto di affidarsi totalmente, alle deduzioni di una sola parte degli intellettuali di Messina. Non si è voluto creare un tavolo di concertazione sull’argomento, credendo di avere tutte le carte vincenti in mano. Come segnalavo prima, colui il quale ha indagato sul conto del Crollalanza di turno per immaginarlo Shakespeare, si è cullato delle posizioni di alcuni giornalisti, evitando di immergersi nel mare della ricerca. Non ha voluto controllare se, le affermazioni di un Santi Paladino o di un Martino Juvara, avessero avuto un certo peso specifico: magari andando a verificare se quelle segnalazioni, corrispondessero al vero. Gli hanno dato assoluta fiducia, rimanendo su quelle posizioni e pascendosi di illusive trovate. Quando si abusa delle congetture per spiegare un avvenimento, avendo pochi dati storici in mano, si giunge 8 volte su 10 a sbagliare. Per tanto, una volta che ho verificato quelle affermazioni, a vario titolo apportate da coloro che immaginandosi esploratori, hanno certificato la nazionalità siciliana di Shakespeare, mi ritrovo a doverla segnalare, a doverla far conoscere agli scettici che sono in tanti.
Colui il quale, ha indotto il palazzo a produrre un atto ufficiale, ha fondato le sue certezze, vestite di ipotesi e di momentanea cautela, per travolgere e travolgersi avviluppandosi, in raffronti che partono zoppi, fin dal suo costituirsi. Costui, incomincia a segnalare attraverso le opere prodotte dallo Shakespeare, tutta una serie di passaggi, di avverbi, di proverbi, di massime, riscontrate serialmente, in quasi tutte le opere del drammaturgo inglese. Era una scoperta sensazionale: in barba a qualunque prudenza, assolutamente convinto che Crollalanza fosse lo Shakespeare, produce tutta una serie di ragguagli che devono dimostrare la fondatezza dello studio. Non solo afferma che quelle opere, sono il bagaglio della cultura novellistica italiana, immediatamente accostata alla cultura siciliana e di rimando messinese, ma arriva ad ipotizzare tutte una serie di trovate e marchingegni, che dimostrano viceversa, la posizione netta che ha preso: non una prudente valutazione dei fatti, come in apparenza propone, ma una deriva di passaggi dimostrativi: indicando che, la verità sta nel prodotto realizzato, in funzione della sua teoria. Allo scopo, costruisce uno schema, diviso in modo sintetico in 25 punti. Ripescando da ogni commedia, da ogni storia, un accostamento fra lo scibile di Shakespeare e la Città dello Stretto. Messina dicevo, è presente come il prezzemolo in cucina, su tutti i piatti. Trova la presenza della città siciliana anche dove non potrebbe starci. Giustifica un motto, un proverbio figlio della nostra comune terra. Non va minimamente a soppesare quello che dice, convinto di essere nel giusto. Bene, tutta la costruzione è a rischio di crollo. Non ho, a differenza di altri, la presunzione di affermare che la verifica da me effettuata, sia la controprova che Crollalanza non è Shakespeare o viceversa: ma a differenza di altri, chiedo una verifica, chiedo di confrontare alcuni elementi, rimasti fuori dalle ricostruzioni prodotte a tavolino, come verità assolute. L’ipotesi o la possibilità rimanendo nel dubbio, che Crollalanza sia in realtà un’altra persona, rimarrebbe nelle intenzioni, qual’ora il municipio non avesse proposto, di conferire una cittadinanza che sa di consacrazione. L’ultimo atto per certificare la verità di parte. Io mi limito a segnalare alcuni dati, in modo, assolutamente sintetico, senza ricamarci sopra per favorire quel confronto, più volte da me segnalato.
Mi limito a segnalare una nota bibliografica, prima di innescare, una serie di annotazioni specifiche.
Nella ricerca personale delle fonti, recupero lo studio effettuato dalla Universidad Nacional Autonoma de Mexico, della dottoressa Ma. Enriqueta Gonzales Padilla, responsabile del progetto Shakespiriano della facoltà di Filosofia e Lettere di quel ateneo, prodotta nel 1998. A pagina 8 del numero 83, si segnalano in rapporto, alle opere scritte da William Shakespeare, nella prima fase della sua vita di drammaturgo, alcune soluzioni presenti nei novellieri italiani della prima metà del XVI secolo.
L’intellettuale, dopo un accurato ragguaglio di documenti e sovrapposizioni di contributi, sullo studio delle opere di Shakespeare, appura quanto segue:
“Si deve comprendere nuovamente, la questione di Matteo Bandello, nelle sue novelle del 1560 che sono state tradotte in inglese nel 1567. Una svolta alle storie di Bandello c’è stata, quando è stato inserito nel The Palace of Pleasure di William Painter, nelle versioni del 1566, 1567, 1575. Queste raccolte, formatesi già da un’altra fonte, tradotta dalle opere francesi del tempo di Pierre Boaisteau, apparse nelle storie tragiche di Belloforest del 1559.”
Si che, come si può comprendere, la prima fase compositiva dello Shakespeare, è stata osservata, piena di riferimenti ai due filoni su edotti: quella che faceva a capo di Matteo Bandello e quella riconducibile alle romanze francesi del Belloforest. Questo cliché, permette di studiare in modo appropriato, tutte quelle opere che si riconducevano alla tradizione italiana e a tutti quei novellieri, che hanno prodotto le rispettive opere, molto tempo prima che il drammaturgo inglese nascesse. E visto che, si è immaginato che a nascere a Stratfrod upon Avon fosse il Crollalanza e non altri, tutto quello costruito per identificarlo e rapportarlo a Messina, viene meno. Il nostro messinese, è stato immaginato non solo autore delle opere di Shakespeare ma anche protagonista. In quanto, il ricercatore, limitato di mezzi, non riusciva a comprendere come, tutte quelle trovate espressive, ripescate nelle opere del drammaturgo inglese, potessero ivi essere ricondotte, se già bagaglio della cultura siciliana e messinese. Quindi, escludendo un’altra chiave di lettura, si è immerso a trovare tutto e il contrario di tutto per giustificare la sua parte. Per tale motivo, ha indottrinato tante persone a pensare come lui, che Crollalanza durante il suo peregrinare giungendo a Treviso, si innamorò di una giovane, la Giulietta del dramma che prende lo spunto, adesso intitolata Giulietta e Romeo; quindi, dopo la morte della sventurata, il Crollalanza giunse a Venezia, presso la casa di un mercante di nome Otello. Anche questa congettura, gli permetteva di perorare la causa che il Messinese, aveva fatto delle esperienze che gli serviranno, successivamente a sviluppare le sue opere inglesi. Insomma, un cumulo di corbellerie: che aumentavano ( non poteva essere altrimenti visto la piega intrapresa) ogni giorno di più per dare forza al suo ragionamento, e clonare al suo anche il pensiero di altri. Se si è arrivati al punto di chiedere la cittadinanza non si è più sul campo delle ipotesi, ma sul suolo delle certezze. Giungiamo adesso alle certezze escluse da quell’assurdo appunto, costruzione fatta, senza badare alle fondamenta del prodotto, rendendo sospeso un palazzo per aria; forse l’invenzione di un titolo per un’altra commedia? Non si sa, quello che invece è risaputo, sviscerato in tutte le sue forme, studiato da secoli in tutto il mondo, si riconduce alla scuola dei novellieri italiani. Eccone un sintetico richiamo.
Commedia, Giulietta e Romeo: tratta dalla novella così intitolata, Giulietta e Romeo di Matteo Bandello 1559. Riscritta da Shakespeare nel 1594.
Commedia, La dodicesima notte: novella scritta da Matteo Bandello nel 1560 intitolata, la dodicesima notte. Riscritta da Shakespeare nel 1600.
Commedia, Amleto: novelle scritte dal Bandello intitolate, il regno di Danimarca, costruiscono la trama della II parte dell’opera composta da Shakespeare del 1600.
Commedia, Tanto rumore per nulla: novella di Bandello con lo stesso nome, del 1559. Riscritta da Shakespeare nel 1598.
Commedia, Misura per misura: novella di Giraldi Cinzio con lo stesso nome, composta nel 1560. Riscritta da Shakespeare nel 1601.
Commedia, Otello: novelle scritte da Gilardi Cinzio, intitolate Otello degli Ecatommiti del 1561. Reinterpretate e scritte da Shakespeare nel 1602.
Commedia, Cimbelino: Decamerone del Boccaccio ( IX novella della II giornata) dell’anno 1351. Riscritta ed interpretata da Shakespeare nel 1607.
Commedia, IL Mercante di Venezia: novella detta del Pecorone, opera di Giovanni Fiorentino del 1385. Reinterpretata da Shakespeare nel 1596.
Commedia, Le Comari di Windsor: la struttura viene ricreata da un gruppo di scritti di Giovanni Fiorentino 1385, inseriti nella II novella, della I giornata del pecorone 1385 e da alcune tradizioni inglesi. Lo Shakespeare la scrive nel 1601.
Storia, Venere ed Adone: novelle di Girolamo Parabosco, intitolate L’Adone, del 1557. Reinterpretate e riscritte da Shakespeare nel 1592.

Alessandro Fumia

William Shakespeare e Matteo Bandello

Una stravagante ricostruzione storica, da circa un secolo, pervade le fantasie di sognatori, fintisi storici, che vogliono riscrivere la storia della letteratura inglese; attraverso mediocri interpretazioni di fonti mai osservate e neppure cercate, pensano a stratagemmi, a soluzioni assurde sul conto di un viaggiatore siciliano, di nome Michelangelo Florio da Messina. Così accade, che giornalai come Santi Paladino ed altri venditori di fumo, si ingegnano per collocare William Shakespeare in Italia e poi, precisando, a Messina. Altri che inseguono gioie fanciullesche, senza verificare affatto la portata di quelle parole, si  immaginano esploratori di carte, di fonti: scopritori del niente, mistificatori della verità. Così, a forza di vedere ciò che all’occhio conviene osservare, immaginano tranelli, segreti, anagrammi, frutto di una scuola a parer loro, quella del teatro, si improvvisano investigatori: cercando anacronismi, agganci linguistici per giustificare,  ora una scena, ora un racconto.

Sarebbe bastato, calarsi nel mondo di Shakespeare, quello vissuto, quello raccontato da tantissimi cronisti ed autori per accorgersi, che quello che loro reputano il tempo della verità, era di dominio pubblico molti secoli orsono: memorie recuperate, trasformate dalla sapiente e geniale anima di uno straordinario commediografo inglese.

Io che mi impongo per natura, di osservare dietro il parapetto, un servizio utile ma che a nessuno conviene adottare, piano piano, ho recuperato quello che la letteratura ha sempre adocchiato. Quello che gli studiosi hanno sempre saputo. Così, armatomi di una certosina pazienza, mi sono andato ad immergermi nelle pagine di Luigi Da Porto, un novelliere ed umanista Vicentino ( 1485 – 1529), famoso al suo tempo, per una sua novella fra le altre, intitolata Giulietta e Romeo. Questa, travasata nei racconti del primo cinquecento, girava fra le corti e i palazzi italiani. Tant’é che alcuni anni dopo, rivalendosi con aggiunte e sfumature nuove, Matteo Bandello Tortonese ( 1480 – 1561) ne recupera lo scritto in una nuova versione,  senza mutarne il titolo originale, sunto della storia amorosa di due giovani veronesi: tanto era famosa quella novella, da lasciare traccia durevole fra gli intellettuali dell’epoca. Persino Pietro Bembo Veneziano,  in alcune lettere spedite a Luigi Da Porto, discute della novella di Giulietta e Romeo, segnalandone all’amico, soluzioni linguistiche e sintattiche.    Si è detto tutto e il contrario di tutto, sul conto di uno sconosciuto  Michelangelo Florio da Messina, immaginandolo viaggiatore in fuga, per beghe di credo. Lui, di fede protestante, si ritroverà a cercare scampo, fuggendo da una terra a un altro luogo. Passando da città in città, da nazione in altra nazione fino a giungere in Inghilterra. Si è immaginato grande umanista, abile nelle lettere, capace  studioso di latino e di greco. Un vero  genio: talmente grande da pensare come Leonardo Da Vinci, a seminare trappole filologiche, e beffare il prossimo con trabocchetti linguistici e rebus.  C’è stato perfino, qualche autore che dovendo giustificare le sue congetture, lo ha  portato da Messina in Inghilterra dopo lungo peregrinare e ivi, perché di fede calvinista, a scansarsi dalla santa inquisizione, si cambierà d’abito e di pelle; vestendo i panni di un cugino e il nome della madre adoperato per un buon fine. Si che, il buon Michelangelo Florio diventa Crollalanza per dono materno e poi, Gugliemo per scambio di discendenza parenterale. Lo si è collocato a Venezia per fargli scrivere l’Otello, così come in altri anfratti per additarlo autore delle sue opere più celebri. Poiché Messinese, fu  pur egli, autore della sua prima opera: “Tanto rumore per nulla,” quale maggior certezza di questa? Una cavalcata fra trappole disposte a rebus. E di un vero e proprio rebus si è trattato il racconto  della  sua esistenza per questi investigatori, che non amano studiare. Avendo a verificare tra le maglie strette dello scibile di allora, si sarebbero accorti di tante faccende: nelle commedie, nelle tragedie, nelle parodie e nelle novelle, sconce, maccheroniche e prolisse, si sarebbero accorti di un’altra verità. Mi accingo a muovermi, come potrebbe fare un elefante in un emporio di cristallerie, senza badare a dove porre le zampe con movimenti bruschi, evitando gentilezze e galanterie, per segnalare  puntualmente, gli errori che tanta gente hanno commesso.  Portiamo a Cesare quello che è di Cesare diceva una massima: io aggiungerei, diamo a Shakespeare la sua naturale dignità, cittadinanza e merito.  Nessuno di chi si è incamminato per questo percorso a gincane, si è posto la domanda: ma in Inghilterra, negli anni di quel William Shakespeare si era formato scolasticamente, cosa conoscevano  delle romanze, dei racconti, del teatro europeogli Inglesi? Nessuno dico, di questi signori, si è accorto, che quello che ebbe a studiare il nostro genio poi divenuto messinese, lo aveva appreso sui banchi di scuola leggendo il Chapman che, alla fine del ‘500 aveva portato alle stampe, una versione poetica dell’Achille di Omero: un grecista inglese fra i primi che si era indottrinato attraverso alcuni intellettuali di scuola francese. In Inghilterra, erano penetrati molti autori italiani, favoriti della comunità italiana capeggiata da Giordano Bruno fra gli esponenti più eccelsi.  Così accadeva che in Inghilterra, già a partire  dalla prima metà del XVI secolo, di leggere gli scritti di Luigi Da Porto, Matteo Bandello, Giovanni Battista Gilardi Cintio, Giovanni Fiorentino, Agnolo Fiorenzuola, Michelagnolo Florio da Siena ed altri. Sarebbe  bastato poco, per recuperare le novelle del Ferrarese GB Gilardi Cintio, che scrisse in una prima versione del 1565 gli Ecatommiti, narrando di un geloso capitano veneziano di origini moresche di nome Otello; queste cento novelle, furono  raccolti a mena dito dalla scuola inglese in quegli anni. Nella successiva versione del 1583, pubblicata a Venezia a morte avvenuta dell’autore ferrarese  1573, un certo Shakespeare da Stratford upon Avon, ne ottenne copia: Il quale, si innamorò della novella che più rappresentava il Gilardi, intitolata “La storia d’Otello degli Ecatommiti. Per non dimenticare quel Matteo Bandello, segnalato poco innanzi, autore molto conosciuto nei teatri e nelle scuole d’Inghilterra, soprattutto per quella sua commedia, intitolata: Tanto Rumore per nulla, qui, in parte vergata e segnalata in allegato. Recuperata una versione in una ristampa Londinese del 1791,  alla pagina 99 e segnata come la XXIIma novella, precisava Bandello, la storia che lo condusse, sulle tracce di un racconto, che fu la prima opera per William Shakespeare.

Estrapolando quanto segue…….., così registrava il Bandello in una lettera, spedita alla Contessa Cecilia Gallerana nativa Bergamina

“Qvesta state passata essendo voi per gli estremi caldi che ardevano la terra, partita da Milano e ridutta con la famiglia al vostro Castello di San Giovanni in Croce nel Cremonese, m’occorse insieme col signor Lucio Scipione Attellano andare a Gagnolo, ove dal valoroso signor Pirro Gonzaga eravamo chiamati onde passando vicino al detto vostro Castello, ne sarebbe partito commetter un sagrilegio se non fossimo venuti a farvi riverenza. Non voglio ora star a raccontare quanto cortesemente fussimo da voi con umanissime accoglienze raccolti e sformati umanamente a restar quel di,  e duo altri appresso con voi. Quivi lasciando voi i soliti e dilettevoli vostri studii de le poesie latine e volgari, quasi il più del tempo conosco in piacevoli ragionamenti consumaste. E ritrovandosi il secondo di con voi alcuni gentiluomini Cremonesi, che la d’intorno avevano le lor possessioni, furono ad  ora del merigge, dette alquante Novelle tra le quali quella che il nostro Attellano narrò piacque molto a tutta la compagnia e fu da voi con accomodate parole largamente commendata, onde tra me stesso ad ora deliberai, di scriverla e farvene un dono. E cosi come da Gagnolo a Milano ritornai, sovvenutomi de la mia deliberazione la detta Novella scrissi. E benché il soave dire del nostro facondo et eloquente Attellano non abbia in questa mia Novella espresso, non ho perciò voluto restar di mandamela. Vi piacerà adunque accettarla come solete tutte le cose a voi da gli amici, doliate accettare e farle questo favore di riportarla nel vostro Museo, ove di tanti uomini dotti le belle rime et ornate prose riponete et ove con le Muse tanto altamente ragionate che, ai nostri giorni tra le dotte Eroine il primo luogo possedete. Feliciti nostro Signor Iddio tutti i vostri pensieri.

State sana”

Novella XXII

“NARRA IL SIG.  SCIPIONE ATTELLANO come il sig Timbreo di Cardona,  essendo col Re Piero d’Aragona in Messina s’innamora di Fenicia Lionata et i varii e fortunevoli accidenti che avvennero, prima che per moglie la prendesse.
Correndo gli anni di nostra salute MCCLXXXII i Siciliani non parendo loro di voler più sofferire il dominio dei Francesi con inaudita crudeltà, quanti ne in un solo erano,  un giorno ne 1 ora del vespro ammazzarono che così per tutta  l’Isola era il tradimento ordinato. Nè solamente uomini e donne de la nazion Francese uccisero, ma tutte le donne Siciliane che si puotero immaginare esser di Francese nessuno gravide il di medesimo svenarono, e successivamente se donna alcuna era provata che fosse da Francese ingravidata senza compassione era morta, onde nacque la miserabil voce del vespro Siciliano. Il Re Piero d’Aragona avuto questo avviso,  subito ne venne con l’armata e prese il dominio de l’Isola perciò che Papa Niccolò III a questo lo sospinse dicendogli che a lui come a marito di Gostanza figliuola del Re Manfredi l’Isola apparteneva. Esso Re Piero tenne molti dì in Palermo la Corte, molto reale e magnifica e de l’acquisto de l’Isola faceva meravigliosa festa.  Da poi, sentendo che il Re Carlo II figliuolo del Re Carlo primo che il Reame di Napoli teneva con grossissima armata,  veniva per mare per cacciarlo di Sicilia; gli andò all’incontro con l’armata di navi e galere che aveva e venuti insieme al combattere,  fu la mischia grande e con uccisione di molti crudele. Ma a la fine il Re Piero disfece l’armata del Re Carlo e quello prese prigione e per meglio attendere a le cose de la guerra, ritirò la Reina con tutta la Corte a Messina, come in quella Città che è per i scontro a l’Italia e da la quale con breve tragitto si passa in Calavria. Quivi tenendo egli una Corte molto reale e per la ottenuta vittoria essendo ogni cosa in allegrezza et armeggiandosi tutto il dì e facendosi balli, un suo cavalier e barone molto stimato et il quale il Re Piero perchè era prode de la persona ………”
Come si può facilmente verificare, la trama della commedia,  tanto rumore per nulla dello Shakespeare, viene a ritrovarsi, in uno scritto composto 40 anni prima che lo vergasse l’autore di Stratford upon Avon. Come accadde per Otello e per Giulietta e Romeo, le novelle della scuola italiana scritte addirittura mezzo secolo prima in Italia, dal tempo in cui, lo Shakespeare le ha rese delle opere d’arte, vennero recuperate e riadattate, nello stile del grandissimo drammaturgo inglese. Questo dimostra, che Michelagnolo Florio,  non ebbe a scrivere nulla di tutto ciò che gli viene assegnato; anche in veste di un impossibile Shakespeare.  Tutta la costruzione effettuata per giustificare, la presenza dell’emigrante messinese in quei luoghi, oggetto di verifica, si va a fare  benedire. Una trama mai accaduta, imposta dal Paladino e dallo  Juvara su vicende, perfettamente conosciute in molte università del mondo, ma sconosciute a un professore di letteratura, hanno creato un movimento inusitato. Quasi una beffa, nella quale, ci sono caduti in tanti in vario modo.

Alessandro Fumia

Shakespeare è Garibaldi

Una ricerca infinita sulle tracce di William Shakespeare, mi ha condotto da Giuseppe Garibaldi; non ci credete? Eppure sto segnalando un fatto storico, realmente accaduto. Bando alle ciance e alla ilarità, diamo voce a chi, ha contribuito a minare dalle fondamenta,  i natali di uno dei più grandi letterati del mondo.  Colpa di un avventuriero italiano e di un giornalista superficiale, se decenni dopo, il mondo si interrogava, chi sia mai stato veramente Shakespeare. Un giornalista, di una piccola gazzetta londinese, nel lontano 1866 scrive l’ultima commedia: l’identità svelata di Sir Shakespeare. Ammirato, delle imprese del condottiero italiano, mezzo pirata e  ladro di cavalli, una figura romanzata che in Italia, divenne per volontà massonico politiche, eroe del suo paese, un gazzettiere londinese, incomincia ad idealizzare sulle origini dell’intrigante personaggio, facendo a suo dire, una piccola scoperta. Questo gazzettiere, le cui iniziali fanno Jah. Rh, nel numero dieci, della rivista intitolata “ Notes & Queries” nel lontano  21 luglio 1866, II serie, part. N° 238, p. 41, intitola il suo pezzo: curiosità etimologiche su Shakespeare Garibaldi. Egli non saprà mai, che cosa sarà in grado di scatenare, nella morbosa curiosità di numerosi futuri lettori, quella sua osservazione. In tanti dall’ora in avanti, in vario modo, recuperarono quell’articolo, secondando in Italia, le osservazioni fatte da Benedetto Croce. Infatti, se ce un responsabile italiano, sulle teorie moderne, venute innanzi  sul conto di William Shakespeare in arte Garibaldi poi Crollalanza, quello fu l’Illustre letterata. Leggendo una nota di Angelo Fabrizi su Benedetto Croce, in rapporto al suo libro, inserito nella collana “ Nuovi saggi della letteratura italiana del seicento,”  pubblicata nel 2003, a pagina 279 recuperavo: Garibaldi è Shakespeare, in quanto che, ottenendo da Croce gli estremi della gazzetta londinese, attrezzava una disamina, dalle rivelazioni clamorose, rivelate dallo stesso autore sul conto di Shakespeare;  un ragguaglio etimologico sensazionale. Benedetto Croce stava segnalando, un simpatico passatempo, messo su ad arte da alcuni intellettuali d’epoca, ragionando su una etimologica ricostruzione di vocaboli e termini tedeschi, affermando quanto segue: “ecco un curioso esempio per noi italiani, Shakespeare e Garibaldi. Infatti, dall’etimo Gariwald, o Gerwald, nome di un duca Bavaro del VI secolo, disceso in Francia, divenne prenome di famiglia. Esso suonava Girault, Gueralt. Che trapassato coi Normanni in Inghilterra, si ritrova nella forma inglese di Girald sopravvivendo nella forma di nomi composti.”  Il Croce a questo punto, sottolineava una stranezza, sul conto del nome Garibaldi rispetto a Shakespeare, traducendolo letteralmente in italiano come segue: “Ger [ tedesco] sta a Speare [ inglese] e si traduce italianamente in Lancia mentre, Wald [ tedesco] sta a Shake [ inglese] e si traduce italianamente in Scrollare.” Incredibile, direbbe il mitico cabarettista palermitano Sasà Selaggio, Shakespeare è Garibaldi; no è Garibaldi il redivivo Shakespeare. Ma se, gli intellettuali un tempo, passavano le ore giocando in simile modo, quello che accadrà successivamente, ha del clamoroso. Tutto nasce per colpa o per fortuna, delle osservazioni di Santi Paladino, che recuperando una vecchia tiritera, reimposta la questione. Questa volta, spostando l’attenzione su un certo Michele Agnolo Florio che da Senese, diventa Messinese. Misteri della psiche umana e di una formazione, ancora da sviscerare.
Da quell’istante, tutti sono autorizzati, a spararla più grossa. Maggiore è la fregnaccia, maggiore sarà il clamore. Nessuno si esenta a dire la sua: e in ambienti dotti, si sprecano le soluzioni e le trovate etimologiche. Tutti si sentono investigatori e portano prove inconfutabili, a suffragio delle rispettive soluzioni: roba da matti? Purtroppo no, siamo nel mondo dei savi, la moderna opinione pubblica che consuma si velocemente, come allo stesso tempo, dimentica. Ma ce chi, recuperando le ciance, gli dà corpo, gli conferisce forma e grandezza. Si che, a sparlare ci pensano in tanti, e tutti si riconducono a Santi Paladino. Le sorprese non mancano: ce da piangere. Una nota, pubblicata su una raccolta di scritti proviene, dalla edizione del 1984 pubblicata, sotto le insegne  dell’Istituto Universitario di Lingue Moderne di Milano, presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere; a pagina 12 si segnalava proprio che: la traduzione letteralmente esatta, del nome Crollalanza o Crollalancia, corrisponde a Shakespeare. La questione come si intuisce, era impostata su una mera teoria, che di tanto in tanto riemergeva, adesso, indorata, e prestigiosamente infibulata, nelle grazie di un ateneo: quale migliore ripostiglio di questo? Due anni dopo 1986, la notizia ricompare, nel prestigioso settimanale dell’Espresso n° 32 a p. 87 segnalando: durante il fascismo precisava il giornalista, ricordo che era venuta fuori, una teoria sul nome di Shakespeare. Dicevano che fosse Calabrese  e che il suo nome fosse Crollalanza. Guarda un po’, ma non era Messinese? Sembrerebbe proprio il redivivo amante dei viaggi in arte Shakespeare, quando da profugo si chiamava Florio. Florio, Crollalanza, Shakespeare, Garibaldi, mio Dio quanta confusione. Mettiamo le cose in chiaro, utilizzando una fonte diversa, figlia del tempo e di una moda, mai andata in disordine. Recuperiamo gli scritti, dell’architetto Luigi Bellotti detto il Veneziano, riscoprendo una nuova cittadinanza per Shakespeare, la Valtellina. Egli, affermerà in uno scritto, inserito  nella raccolta di “Studi di storia Pugliese”  edita nel 1972 a pag 210, che Crollalanza è l’evoluzione etimologia di Shakespeare, ma il di cui luogo di nascita, si deve andare a collocare nel profondo nord. Difficile capirci qualche cosa, eppure molti hanno le idee chiare:  Crollalanza era un Florio che ha cambiato il suo nome con quello della madre per somigliare a un cugino, figlio di un parente, disceso in Inghileterra anni prima amico di,  parente di, figlio di, mamma mia, mi gira la testa. Tutti sono convintissimi che il Crollalanza di turno sia un Messinese, lo ha certificato la Rai eppure, qualche altro, non appare convinto. Francesco Protonotari nel 1982, in una sua opera, inserita nella Nuova Antologia  nel volume 548, pag 58 affermerà sicuro. “ Un Inglese, dimostrò dall’etimologia che i due nomi Shakespeare e Garibaldi, avevano la stessa origine.” Capisco e mi immedesimo in voi lettori, di essere entrati in un ginepraio, dove tutto è possibile, e tutto può essere verosimile; ma la storia, la verità storica, ha bisogno di prove, di carte e di documenti. Anche se in questo caso, la verità, resta una bella intenzione di chi la vuole cercare, ma non di chi la propina come una insegna luminosa, per mostrare la merce in vendita. E se Paladino dice la sua, risponde Protonotari, quasi a riferire: mendace! Così, chi vuole assegnare al nostro Santi, la palma della scoperta, si deve ricredere, affidandosi, all’ennesima fonte, all’ennesimo autore; quell’inglese che capziosamente lo dice discendente da Garibaldi. Tanto che, William White, un articolista inglese, nel lontano 1921, a pag 160 ancora riscrivendone le insegne, nella gazzetta londinese di Notes  & Quaeries nel n° 140 riafferma l’antica profezia: Shakespeare in Italia, lo traducono Scrollalanza. Evidentemente, passando la dogana, ha perduto il cappello e per questo motivo, sarà ricordato, da tanto lontana via Crollalancia.  Un misterioso omino, di nome Crollalanza, ma che italianamente  in origine, faceva Garibaldi.

Alessandro Fumia

Felice Canonico, Carlo Rodriguez, I Gens, Stefano D’Arrigo, Marco De Vincenzo

1) Arte – Felice Canonico (Messina 1922 – Milano 1996)
La passione per la pittura lo convince ad abbandonare gli studi all’Istituto tecnico “Jaci” e da autodidatta partecipa ed emerge in varie mostre cittadine. Dagli anni ’40 frequenta gli studi accademici a Firenze mantenendo un rapporto continuo con l’ambiente artistico messinese. Nel 1953, infatti, vince il primo Premio Nazionale “Città di Messina” con “Fratelli pescatori”, un grande olio su tela appartenente al suo primo periodo figurativo. Il passaggio dal figurativo all’informale è naturale portandolo a sperimentazioni innovative soprattutto dal 1955, anno in cui Canonico si trasferisce a Milano entrando in contatto con i grandi protagonisti dell’Informale italiano (Burri, Fontana, Vedova, Morlotti, Santomaso). La critica ha voluto dividere la sua lunga produzione artistica (1946-1996) in cicli, o periodi, che non si distinguono cronologicamente, ma s’intersecano fra loro e identificati come Acquarelli, Braille, Stacchi, Reperti, Autori, Calendari, Enigmi. Accanto a una produzione che conta più di dieci mila lavori, l’artista ha trovato spazi espressivi anche nell’ambito dell’architettura, del teatro, della pubblicità e della fumettistica. Le sue opere sono state ospitate da gallerie e musei di tutta Europa con riconoscimenti internazionali.

2) Ingegneria navale – Carlo  Rodriguez
Imprenditore messinese che nel 1956, ereditando dal padre, il barone Leopoldo, una piccola officina di riparazioni navali avviata nel 1887 nel porto di Messina, iniziò una linea di trasporti veloci per passeggeri.  Nel corso della seconda guerra mondiale, infatti, Carlo Rodriquez seppe di studi tedeschi sull’aliscafo e conclusa la guerra assunse uno dei progettisti, l’architetto navale tedesco F. Löbau, per svilupparne gli studi a scopi commerciali. Gli studi portarono alla realizzazione dell’aliscafo “Freccia del Sole” che, varato nel 1956, fu il primo esemplare di aliscafo commerciale italiano a essere costruito. Sulla scia di questo successo fu costituita nel 1958 la società Aliscafi  S.N.A.V.  SpA, per i collegamenti marittimi inizialmente adibiti a rotte tra la Sicilia e l’Italia continentale, ben presto impiegati anche su altre rotte. Rodriguez scrisse così una nuova pagina dei trasporti marittimi.

3) Musica –  I Gens
Gruppo formato nel 1967 dai messinesi Filiberto Ricciardi (nato il 25 aprile del 1949), Pippo Landro (nato il 5 gennaio 1949), Ettore Cardullo (nato il 17 luglio 1948), Gilberto Bruno (nato l’8 giugno 1949) e Pino Salpietro (nato il 2 febbraio 1947).
Con la cover di “Is it yes, is it no” di James Brown, tradotta da Salvatore Trimarchi in Brucerà, avviene il loro grande debutto discografico: infatti, la canzone è inserita nella colonna sonora del film “Plagio”, interpretato da Mita Medici e Ray Lovelock. Nella colonna sonora vi è anche un’altra canzone del 1968, In fondo al viale (l’anno successivo presentata al Cantagiro), scritta anch’essa da Trimarchi, che viene pubblicata su 45 giri ottenendo un buon successo. La canzone sul retro, Laura dei giorni andati, è scritta per loro da Roberto Vecchioni. Nel 1975 ottiene un buon successo il brano Quanto freddo c’è del ’74. Nel 1969 il gruppo subisce il primo di una serie di cambiamenti, quando il chitarrista Gilberto Bruno muore in un incidente stradale e viene sostituito da Mauro Culotta (genovese ma di origini siciliane), nonostante ciò il successo è replicato da Insieme a lei, canzone con influssi psichedelici. In seguito partecipano al Festival di Sanremo del 1970 e nel 1972 vincono il Cantagiro con Per chi, versione italiana di “I can’t leave without you” di Harry Nilsson.  Anche il successivo singolo, composto da loro stessi, Anche un fiore lo sa raggiunge i vertici della Hit Parade, confermando il momento di sintonia con il grande pubblico.
Il gruppo successivamente  si scioglie a seguito di un momento particolare per la storia della musica italiana, cioè quando, come loro stesso affermano: “L’intimismo con gli occhi rivolti al sociale, lo sguardo verso alcune realtà di emarginazione, il dare in un certo modo voce a chi non ne aveva, era prerogativa, allora, quasi esclusiva, di un ristretto numero di cantautori” ed è per questo che i Gens, che sapevano raccontare le loro storie senza banalità alcuna, guardando dentro se stessi e insieme al mondo esperimentando nuove sonorità, decisero di rinunciare a facili treni commerciali in corsa sui quali invece molti altri gruppi del tempo finirono col salire pur di vendere dischi.

4) Letteratura – Stefano D’Arrigo (Alì Terme 15 ottobre 1919 – Roma 2 maggio 1992)
Frequenta le scuole prima nel paese natio, poi a Milazzo, fino a quando si trasferisce a Messina nel 1938 per iscriversi alla Facoltà di Lettere dove consegue la laurea nel 1942 con una tesi sul grande poeta tedesco Hölderlin.  D’Arrigo si stabilisce a Roma nel 1946, dove si dedica al giornalismo e frequenta musei, gallerie e collezionisti collaborando come critico d’arte al «Tempo», al «Giornale d’Italia» e al settimanale «Vie Nuove». Proprio nel 1950 si comincia ad intravedere lo spunto per  quella che sarà la sua opera maggiore,  infatti  nella presentazione al catalogo di una mostra dell’artista  Giovanni  Omiccioli si sofferma sulle figure dei pescatori scrivendo una frase che chiuderà, venticinque anni dopo, Horcynus Orca: «circoscritta ma disperata, vasta avventura quotidiana di questi pescatori che remano chini e assorti, in un gesto severo e immutabile, in un tentativo continuamente ripetuto di condurre l’imbarcazione dentro, più dentro dove il mare è mare».  Sempre in quell’anno, dopo essersi fatto ben riconoscere da importanti scrittori come Ungaretti e Gadda che lo premiarono per il suo Codice Siciliano, scrive tra il ’56 e ’57 il testo narrativo La testa del delfino, che è il primo abbozzo di quel romanzo che poi, dopo infinite riscritture e ampliamenti protrattisi per quasi vent’anni, diventerà Horcynus Orca . Pubblicato presso Mondadori nel 1975, fu considerato un vero e proprio caso letterario non solo per i tempi molto lunghi, ma anche perché è un’opera creativa, complessa e raffinata, di 1257 pagine, costruita con un linguaggio nuovo che ha le radici nel magma delle numerose lingue (dialettali e non) di cui lo Stretto di Messina è stato punto d’incontro e di filtraggio. Affronta il mito dell’eroe errante presente nella letteratura dalle origini fino al mondo contemporaneo, dall’Odissea di Omero all’Ulisse di James Joyce.

5) Moda – Marco De Vincenzo (Messina 1978)
La sensibilità verso la moda nasce guardando vecchie foto di famiglia. E’ durante gli anni di liceo classico che inizia a disegnare abiti.  Dopo la maturità si trasferisce a Roma e nel 2000 si diploma in Moda e Costume all’Istituto Europeo di Design.  Con tanto entusiasmo e un book pieno di disegni, si presenta, a soli 21 anni, all’ufficio stilistico di Silvia Venturini Fendi, ma il posto in quel momento disponibile è come creatore di accessori e De Vincenzo accetta ottenendo soddisfazioni come diventare l’assistente della stilista.  Nel 2009 decide di affiancare alla collaborazione con Fendi una propria linea di haute couture ed è così che la passione, la voglia di emergere e qualche soldo messo da parte lo convincono a rischiare con una propria collezione. Con una ventina di pezzi, il 28 gennaio 2009 arriva il debutto nella moda a Parigi durante la settimana dell’Haute-Couture. Nello stesso anno vince Who is on Next?, concorso di scouting organizzato da AltaRomaAltaModa in collaborazione con Vogue Italia.  Il 26 settembre 2009 ha presentato la sua seconda collezione di pret-a-porter, questa volta a Milano, durante la fashion-week che lo ha fatto conoscere alle grandi firme. Punto di forza della sua linea è sempre uno stile concettuale focalizzato sulla silhouette e le forme pulite, sulle geometrie e sui colori contrastanti, senza mai replicarsi. Oggi De Vincenzo, che oltre ad essere un apprezzato giovane stilista continua a essere consulente per il marchio Fendi, vive e lavora a Roma, ma ritorna a Messina per trovare la sua famiglia, in una città che sebbene gli ricordi una felice adolescenza non avrebbe certo potuto aprire la strada verso la moda.

Laura Mauro (Operatrice Culturale)

Francesco Lo Sardo

Francesco Lo Sardo

A nome di tutto il gruppo degli imputati siciliani, dichiaro che noi siamo fieri di essere processati per la nostra attività comunista. Questo processo dimostra che i lavoratori del mezzogiorno non sono secondi a quelli del settentrione nella lotta contro il fascismo. Almeno mi sia concesso di dire che sono orgoglioso di essere processato perché comunista, che sono orgoglioso di portare dinanzi a questo tribunale trenta anni di attività politica spesa al servizio dei lavoratori dell’Italia meridionale“.
Se andiamo a piazza del Popolo, con grande sorpresa troviamo delle tabelle con su scritto piazza “F. Lo Sardo”, convinti che il comune abbia sbagliato percorriamo la rotonda e andiamo avanti, senza neanche chiederci chi sarà mai questo Lo Sardo. In effetti il comune ha sbagliato di grosso, perchè ad un personaggio del genere nn puoi dedicare una piazza col nome già radicato dal corso degli anni, meriterebbe qualcosa di più. Solo che di più Messina non gli può dare, sapete perchè? Perchè Francesco Lo Sardo fu un comunista, di quelli storici, il primo deputato comunista venuto dalla Sicilia. Che abbia combattuto una vita intera al fianco dei contadini e dei poveri nessuno lo ricorda, che sia stato l’unica persona vigile contro il mangia mangia della ricostruzione nn lo ricordano neanche, in una città massone, bigotta, destrofila e collusa come Messina ci ricordiamo solo che era un comunista, allora meglio non esagerare, ricordiamolo in maniera soft così nessuno potrà dirci niente…
Francesco Lo Sardo nacque in provincia, a Naso precisamente, il 22 maggio del 1871, da una benestante famiglia borghese che impose gli studi clericali presso il seminario di Patti. Lui però nn essendo avvezzo a quel tipo di situazione alla fine decise di spostarsi verso Messina, studiando al liceo prima e frequentando poi brillantemente la facoltà di Giurisprudenza. In quel periodo il giovane Lo Sardo prese coscienza delle proprie idee, decise di privarsi delle ricchezze familiari ed assieme al caro amico Giovanni Noè diventò subito personaggio di spicco della scena anarchico-socialista di una città all’epoca molto fervente politicamente. Fonda sia un giornale, “Il Riscatto”, che il primo circolo anarchico di Messina, affianca i contadini nella loro lotta contro lo sfruttamento dei “baroni”, si unisce al movimento dei fasci siciliani (ricordiamo che all’epoca i movimenti dei “fasci” erano di ispirazione socialista), organizzando operai e contadini fondò il Fascio Operaio Siciliano e per questo a soli 23 anni viene arrestato per la prima volta e confinato nelle isole Tremiti. Il suo primo esilio durò solo 4 mesi, studenti, professori e qualche deputato nazionale, con una petizione popolare riuscirono a far scarcerare Lo Sardo, che rientrato a Messina, riuscì finalmente a laurearsi, una volta diventato avvocato, dedicò la sua intera professione a difesa di poveri, oppressi e sfortunati, anche per questo veniva ancora visto come sovversivo ed arrestato nuovamente nel 1898. Venne recluso per un breve periodo nel carcere di Napoli, restò quindi sotto il Vesuvio anche fuori dal carcere per continuare la sua battaglia, continuando a scrivere per “Il Riscatto” cambiando però posizione, passando dalle idee puramente anarchiche a quelle di un socialismo più organizzato e vicino alle lotte contadine.
Addentare la pietra che ci colpisce senza toccare la mano che l’ha lanciata.
Nel frattempo Lo Sardo mise su famiglia con la quale decise di tornare a Messina agli albori del 1903, nella nostra città continuò senza sosta la sua lotta al fianco delle classi più deboli, sia da letterato che da avvocato, il terremoto del 1908 privò Lo Sardo dell’amatissimo figlio Ciccino, la tragedia lo segnò ma nn ne attenuò lo spirito battagliero, i sui articoli denunciarono di continuo come la chiesa e la borghesia messinese chiudessero sempre un occhio alle speculazioni che le imprese del nord operavano in fase di ricostruzione, inimicandosi buona parte della scena politica messinese. Sue erano le lotte anche contro l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, ecco perchè suscitò stupore il suo arruolamento volontario del 1915, la guerra fu crudele con lui, pagherà per tutto il resto della sua vita le conseguenze di una grave ferita al petto sul Col di Lana. Tornato nel 1916 a Messina, a capo della camera del lavoro, guiderà le occupazioni delle terre incolte da parte dei contadini, facendosi così notare dal regime fascista che dal 1919 inizierà a perseguitarlo per la sua attività a favore delle classi più bisognose. In quegli anni Lo Sardo abbandona le idee socialiste perchè deluso dai programmi e dalla risposta iniqua che i socialisti diedero al regime, si iscriverà al partito comunista diventandone un elemento di spicco, nel 1924 con un plebiscito di quasi diecimila voti, un utopia per un oppositore ai tempi del fascismo, verrà eletto alla camera dei deputati e ricordato come il primo comunista siciliano. Nonostante l’immunità parlamentare, il regime fascista che aveva sempre ostacolato l’attività politica di Lo Sardo lo arresterà nel 1926, per aver aderito alle direttive che il partito Comunista ha diramato dal congresso di Lione, in Francia, spostandolo da un carcere all’altro: Messina, Catania, Roma, Sassari, Oneglia e tante altre. A Turi, nei pressi di Bari, condivise la prigionia con Antonio Gramsci, Lo Sardo pur gravemente malato si rifiutò di ascoltare i consigli del compagno di cella e di chiedere la grazia, “Hanno voluto la carne? Si prenderanno anche le ossa” fu la risposta di Lo Sardo. Fu trasferito per l’ennesima volta al carcere di Poggioreale, a Napoli, dove trovò la morte il 30 maggio del 1931, morte che passò inosservata in Italia, ma che ebbe grande risalto in Francia, dove il quotidiano “L’Umanitè”, appena appresa la notizia (un mese dopo circa) dedicò addirittura l’apertura della prima pagina, dopo averne precedentemente seguito e documentato la prigionia.
Di Lo Sardo troviamo note, ricordi e biografie un pò in tutto il paese, la sue lotte civili sono state fonte di ispirazione non solo alla classe dirigente comunista che venne fuore nel dopoguerra, di lui si occuperanno in seguito anche grandi statisti di ispirazione cattolica, ma non avendo letto questa notizia da una fonte confermata, preferisco evitare di citare nomi.
Nella sua città in pochi sanno anche che sia esistito, sarebbe giusto riabilitare la sua figura di grande messinese, indipendentemente dal credo politico, perchè Lo Sardo ha passato la vita lottando non per quelli di sinistra o per quelli di destra, ma semplicemente lottando per il popolo.

Francesco Mangiò

Felice Bisazza, “il Manzoni di Messina”

Nacque a Messina il 29 gennaio 1809, da Vincenzo Bisazza, commerciante in grani, e da Angela Maria dei Baroni Marino. Nonostante la difficile situazione finanziaria in cui veniva a trovarsi il padre, riuscì a frequentare gli studi presso il Real Collegio Carolino delle Scuole Pie di Messina, diventato poi Convitto “Dante Alighieri”, riservato ai figli dei membri appartenenti all’alta società.
Felice manifestò da subito una certa predisposizione verso la poesia e a soli 15 anni, da autodidatta, decise di dedicarsi pienamente agli studi dei classici letterari, abbandonando gli studi che servivano per diventare avvocato, come voleva il padre.
Si fece apprezzare già, intorno ai vent’anni, quando nel 1831 pubblicò a Messina il suo primo volume di versi, intitolato “Saggi poetici”, per il quale ebbe numerosi giudizi positivi che lo portarono a ricevere l’onorificenza della Croce di Cavaliere da parte del re Ferdinando II delle Due Sicilie.
Nel 1832 fu il primo esponente siciliano ad aderire al nuovo movimento letterario che lentamente si stava diffondendo sia in Italia che all’estero, fino a venir definito dal Lettieri il “Manzoni della Sicilia”, per la sua facile vena romantica intrisa di sentimenti religiosi.
Animato da una autentica passione, il 27 settembre 1832, presso l’Accademia Peloritana di Messina, osteggiato dai vari scrittori classicisti siciliani dell’epoca, tra consensi e dissensi, volle propagandare quelli che erano i principi fondamentali di questa nuova corrente letteraria, allo scopo di farne promozione culturale in Sicilia e a livello nazionale, con la sua opera “Sul Romanticismo”.
Con il dilagare delle prime rivoluzioni antiborboniche, alla sua attività di poeta volle legare anche quella di giornalista. Collaborò come critico letterario per numerosi quotidiani messinesi (citiamo “L’Osservatore Peloritano”, “Il Maurolico”, “Lo Spettatore Zancleo”, “Il Faro”, “La Sentinella del Peloro”,ecc.). Divenne anche proprietario del giornale “L’amico delle donne”, insieme a Giuseppe La Farina.
Scrisse articoli di critica letteraria, teatrale, di costume, seguiti e apprezzati. Dovette spostarsi anche a Palermo per lavorare per conto de “Il Siciliano”.
Per un breve periodo fu anche un ottimo traduttore di alcune opere, tra le quali “La Morte di Abele” (1832), traduzione dal tedesco dell’omonima opera scritta dallo svizzero Gessner e “L’Apocalisse” (1838), scritta da San Giovanni Evangelista.
Dimorò a Napoli nel 1835, collaborando con i più importanti giornali di quella città, come l’”Omnibus”, ma dovette allontanarsene dopo un anno a seguito di alcune sue allusioni in merito alla situazione della patria e al predominio borbonico.
Un’altra importante attività, forse meno conosciuta, fu quella di librettista. Scrisse, in collaborazione con validi musicisti come il Laudamo e Giuseppe Albanesi, molti libretti per musiche sacre e cantate sceniche, tra i quali:
-“Gli amori di Paolo e Virginia”, opera rappresentata al Teatro La Munizione nel 1833, riscuotendo un grande successo;
-“Il trionfo della pace”, eseguita per l’inaugurazione del Teatro Santa Elisabetta, poi diventato Teatro Vittorio Emanuele;
-“Al sangue di Cristo”, sestine cantate coralmente in alcune importanti chiese di Messina.
Del 1841 è una delle sue importanti opere, “Leggende ed Ispirazioni”, una serie di ballate aventi per argomento storie medievali siciliane, pubblicate all’epoca anche a Parigi e a Madrid.
Mentre si stava conquistando grande fama anche nel resto dell’Italia, nel 1851 ottenne la cattedra come docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Messina (uno dei suoi allievi fu Annibale Maria di Francia), venendo molto apprezzato per la sua grande capacità come insegnante e come dantista.
Diventato una personalità culturale di spicco, strinse amicizie con Vincenzo Bellini, Massimo D’Azeglio e Giuseppe Pitré. Fu socio di alcune Accademie letterarie d’Italia e Segretario perpetuo della Società Economica di Messina, un’importante istituto creato da Ferdinando II per promuovere lo sviluppo del settore agricolo e artigianale.
Nel 1858 pronunciò nell’Università di Messina un discorso intitolato “Della letteratura poetica”, in cui riprendeva le sue teorie sul moderato romanticismo religioso e moralistico, aggiornate grazie ad una maggiore esperienza di vita artistica e culturale accumulata dopo circa trent’anni.
Volle poi rendere omaggio agli uomini che si erano prodigati per l’Unità d’Italia, da lui auspicata fin da giovane. Nel 1865 partecipò alle celebrazioni dantesche, con versi ritenuti particolarmente belli.
Proprio in quegli anni terminerà di scrivere quella che sarà la sua ultima opera, “Fede e Dolore”, in cui volle raccontare il periodo in cui il colera mieteva vittime a Messina, trasparendo nei suoi scritti riflessioni particolarmente religiose.
Venne colto ben presto dal morbo, subendo con atroci sofferenze, senza affidarsi all’uso di farmaci e rifiutando fatalmente le cure dei medici. Morì nella sua Messina la mattina del 30 agosto 1867, dopo aver trascorso i suoi giorni di agonia dedicandosi alle preghiere.
Sepolto nel cimitero dei colerosi a Maregrosso, la sua salma venne poi trasferita nel Gran Camposanto, dove oggi riposa tra gli uomini illustri della città. A Messina gli furono intitolati l’Istituto Magistrale di Via Catania e una via del centro cittadino.
Divenne storica una sua frase rivolta ai suoi amici che gli consigliavano, contro il suo volere, di allontanarsi dalla città afflitta dal colera: “Dovunque io mi rifugga, la spada di Dio mi raggiungerà se egli vuole colpirmi. E se vuole colpirmi, ciò non può essere un male, perché Dio è un bene!”.

Fabio Marletta