Costume e Società

Il cimitero monumentale di Messina

Il cimitero monumentale di Messina è uno dei più importanti d’Italia. Progettato dall’Ing. Leone Savoja, venne inaugurato nel 1872. All’interno di esso si trovano numerosi monumenti funerari degni di essere visitati ed osservati, il patrimonio scultoreo presente è di notevole pregio artistico. Purtroppo nel maggiore dei casi, queste opere d’arte sono trascurate in fatto di ordinaria manutenzione, sicuramente perché i discendenti dei defunti sono assenti fisicamente o non hanno nessun interesse al loro mantenimento strutturale, risultando nella maggior parte dei casi addirittura mutilati.

Da appassionato della storia della II^ GM non posso non fare una visita alla tomba del marinaio Giuseppe Mangano caduto sulla corazzata Giulio Cesare nel corso della battaglia di Punta Stilo del 9 luglio del 1940 al largo delle coste di Reggio Calabria. Si tratta di un’opera dello scultore Saro Leonardi voluta dai genitori dello sfortunato marinaio morto ad appena vent’anni. Descrivere l’opera non è facile, in quanto la giudico molto bella e toccante e pertanto consiglio una visita sul posto e perché no portare un omaggio floreale al marinaio ed ai suoi genitori.

Sergio Cavacece

Le origini del nome Brasile, sono paternità di un messinese

La ricerca a volte, segnala straordinarie scoperte. Nella affannosa ricostruzione delle origini toponomastiche, dei luoghi geografici, è da notare una singolare scoperta. Le origini del nome dello stato sudamericano più esteso, il Brasile, sono legate alle annotazioni di uno dei più grandi cartografi di Messina Giovanni Martines. Secondo quanto ebbe osservato lo studioso e scrittore inglese Johns Hopkins nel suo: Modern Linguage notes, pubblicato come primo volume nel 1890 a pagina 106, stigmatizzando sulle condizioni etimologiche del nome dello Stato del Brasile, precisava l’assoluta mancanza di certezze storiche. Infatti, fin dal tempo in cui, i primi esploratori giunsero sulle coste di quel paese, non ebbero il modo di individuare nelle prime carte, un nome principale. Brasilia era nome fittizio, assegnato a un territorio niente affatto vasto, ma limitato e assoggettato a un fiume, le cui foci furono scoperte nell’anno 1500 dallo spagnolo Vicente Yanez Pinzon. Gli aborigeni incontrati dopo la presa di possesso ufficiale del paese che ebbe inizio l’anno del Signore 1532 chiamavano, la grande foresta Amazzonica allora estesa su quasi tutto il Brasile con una voce, che i portoghesi tradussero in Matas, la madre, poi conosciuta come Mata Atlantica. Esistevano presso la parte settentrionale delle coste brasiliane, delle isole, segnalate in alcune carte inglesi del 1580 col nome di Brasile; così ricordate e vergate, nella successiva pubblicazione dell’inglese Ser However 1598. Nè può dirsi attendibile, la spiegazione che vuole identificare il nome brasil da una particolare pianta, discendente della famiglia delle Fabaceae e che i nativi chiamavano Pau Brazil. Secondo alcuni studiosi del XVII secolo, il nome derivava dalla voce portoghese brasa che significa “rossa”. Per spiegare in tal senso, l’osservazione fatta su un particolare tipo di pianta dalla infiorescenza rossastra dal legno durissimo. Ma ovviamente, le origini portoghesi del nome non possono viaggiare di pari passo con la scoperta di un paese che assunse, i rudimenti di un lessico neolatino, se non dopo la prima fase della sua conquista, iniziata come anticipato nel 1532. Da ciò si osservava, le origini del nome, dovevano provenire da altri fattori, probabilmente legati ai primi viaggi. Infatti, si associano alla visitazione delle coste del futuro paese dell’America Latina, le esplorazioni di Amerigo Vespucci, italiano che nel 1499 si era imbattuto casualmente in questo grande territorio. I rudimenti etimi potrebbero dipendere da questa fase ricognitiva. La presenza del Vespucci, propone una origine legata al complesso mondo degli esploratori italiani. Nella mischia dei quali, i messinesi ebbero grandi rappresentanti. Negli stabilimenti messinesi ben presto, si fecero largo, delle carte davvero ragguardevoli già nel 1558. Le quali negli anni successivi, furono eseguite nuovi esemplari sempre meglio curati. Sarà sempre Johns Hopkins a segnalare che, dalle carte di Giovanni Martines cosmografo messinese, nella edizione del 1578, si osservava sopra tutto il paese sud americano, il toponome di regno des Brasil. Probabilmente, l’origine del topo nome scovato nelle soluzioni del cosmografo messinese, dipende da una locuzione, ben presente nella terminologia giuridica latina con attinenza, alla gestione di grandi latifondi di proprietà di un principe, qualunque esso sia. Infatti la voce bratilianus che altri conieranno come brasilianus era il latifondo, dato in locazione a coloro che lo occupavano in nome di un signore. Simbolicamente, il vocabolo bratiliano, viene suggerito in un documento napoletano del 1309 con la valenza appena segnalata. Quindi, come era già accaduto al tempo di Colombo e come accadeva ogni volta si scoprisse un nuovo fondo, queste terminologie accompagnavano, le formule giuridiche per individuare alcuni territori o parti di essi, praticamente ritenuti disabitati. Ma comunque, fonti di un patrimonio delegato a un sovrano. Sembra che, in mancanza di un nome preciso e condiviso, l’esperimento proposto dal cosmografo Martines, indicante quel vasto territorio come il Brasil, sia una soluzione all’origine di un nome, oggi largamente utilizzato e condiviso, nell’identificazione del più grande stato sudamericano.

Alessandro Fumia

Lu Carnasciavali di Missina

La memoria storica del carnevale a Messina, mantiene particolari peculiarità; questa festa, le cui origini si perdono nel tempo, è stata sempre oggetto di curiose soluzioni.
Le prime tracce storiche della festa del carnevale, sono segnalate nelle pagine delle rime, componimenti poetici romanzate, presenti nella cerchia dei cantori messinesi, nella corte dello Svevo Federico II.
Di poi, col passare delle stagioni, si è sentito sempre un crescente bisogno, di codificare, un sistema, un linguaggio distinto e distintivo; talmente sentito, da lasciare una traccia rimarchevole, in pagine e pagine del bel vivere nostrano, descritto nelle corti e nelle signorie italiane. Una delle prime testimonianze che celebrano “la recita del carnevale” seguendo un cerimoniale ossequioso e moderno, dove era ricercato il gusto del bello anche in rapporto ai bagordi della folla, si ha già nel 1576. Le cariche civiche di Messina, avevano il compito di organizzare gli eventi; un po’ come accade oggi, a questi incontri, si dava un indirizzo politico favorendo tutta una serie di trovate e stratagemmi, organizzati dal gruppo di potere che soprintendeva la città.
Le fonti storiche di Messina, osservano come in una linea di confine, l’inizio di un nuovo programma culturale, meno abbottonato che in passato, allontanandosi da una strada ancora legata a concetti religiosi tipicamente clericali: non che il teatro, primo fra tutte le forme di espressione, ne fosse lontano o imbottigliato in sistemi linguistici antiquati fra i siciliani anzi, quello messinese seppe sempre anticipare i tempi e le mode nell’isola: ma, in pieno Rinascimento, anche Messina, si apprestava ad abbandonare le antiche cerimonie religiose, abbracciando il tema frivolo della festa. Con tutti quei vantaggi che la stessa celebrazione acconsentiva per l’epoca e la situazione politica del tempo. La Città dello Stretto più di tutte le consorelle del regno di Sicilia, favorita da una opulenza derivata dai suoi traffici commerciali, si apriva al mondo, attraverso i canali principali del gusto, del nuovo, attrezzati nelle corti italiane. Infatti, alcuni documenti rilevati dal sistema festivo messinese durante il carnevale, annotano modelli tipicamente fiorentini o veneziani.
Storicamente, l’origine di questa fase culturale viene fissata proprio agli inizi del cinqucento, accostata alla fase politica in cui Messina riconosce come sovrano Carlo V; ma le carte, storicamente parlando, fissano nuovi schemi in rapporto alla recita giusto appunto, già a partire dal 1573 dove, si abbonda di espressioni volgari, triviali, sconcezze serbatoio del volgo: licenziosi programmi aperti a una società peccatrice, slegata dai concetti rigidi e protocollati voluti dal clero sempre pronto ad ammonire l’uomo se si allontanava dal vecchio per il nuovo. In quel preciso momento storico, dove la città satura di gioie, di orgoglio civico, di vittoria sotto le insegne di Don Giovanni e vicina ai bagordi del trionfo sul barbaro invasore, proprio in quel momento dicevo, venne colpita dal morbo, da contingenze vecchie ed inattese, fino ai giorni in cui, proprio dal nobile La Rocca, e dalla sua cerchia famigliare, notevolmente radicata nei meandri e negli uffici del Senato, dava un nuovo impulso al bel vivere alla spensieratezza.
La peste, abbattutasi sulla città aveva lasciato segni inconfutabili, gettando nello sgomento molte famiglie e in città altrettanti lutti, stentando a ritornare alla vita. Non mancavano occasioni per ritornare al quotidiano prima dell’epidemia: ma la gente, sdegnata dagli odori di morte che si percepivano in ogni angolo, in ogni via, non riusciva ad accettare la gioia del vivere e le bellezze della vita. Da che, un nobiluomo, quali fu Don Paolo La Rocca, si diede ad organizzare un simposio mascherato con sfarzo e con lusso, come da tempo non si ricordava più in città. Ecco una breve cronaca di quei giorni, dove appare la forza positiva e lo spirito intraprendente dei Messinesi:
“…nel carnevale del 1576, una commedia rappresentavasi in Messina con apparati da degradarne i più belli, che sino allora s’erano fatti. Don Paolo La Rocca, onde festeggiare, il ritorno di coloro che la peste del 1575 aveva fatto allontanare, dalla città, e per fare deporre loro le vestimenta di lutto, diede la cura della commedia a una Compagnia di comici detta degli Uniti; che allora cominciavano ad andare per l’Italia e fuori, rappresentando commedie e tragedie.
Or venuta la sera dell’ultima domenica di carnevale, scrive chi la vide, si trovarono essere ottima- mente apprestati: così per la scena che la commedia come gli ordini delle segge per gli spettatori, in ampia e capacissima sala. D’ogni intorno, di finissimi e vastissimi panni di razza adornata, e di molte ed artificiose lampade illustrata, che di odorato liquore il lume nutrendo, molto splendore ed odore in ogni parte mandavano. Questa sala era in guisa di bello teatro formata, da un capo della quale era collocata la scena, nel cui frontespizio appariva le sembianze di una gran città formata maestralmente da ingegnosi legniaiuoli, e da ottimi pittori con disegno d’ottimo artificio di prospettiva eccellentemente adombrata. Fra i convitati e le donne, si vide tant’oro ed argento, tanti fregi di perle e di gemme adornati che in questa città ancora veduti non furono. Intorno a un’ora di notte, si fece cader come piovendo dal cielo, dall’alto della sala, arredata di tele di color turchino raffigurato, con vaga distinzioni di maggiori e di minori stelle, una moltitudine di piccole carte nelle quali si leggeva un sonetto, composto dallo stesso Don Paolo.”
La festa, raccoglieva consensi nella popolazione messinese, e nei secoli, divenne motivo di competizione, a volte anche di gareggiamento vero e proprio fra i villani o i cittadini, favoriti, dagli accorgimenti apportati dal Senato messinese; il quale, aveva introdotto, una serie di pregi ovvero, dei premi anche in denaro per favorire nuove trovate e stratagemmi, galvanizzando il popolo nella festa. Il teatro, come ebbi a dire prima e i suoi molteplici aspetti, era un finissimo espediente politico: a Messina, così come in tante altre città italiane, la rappresentazione teatrale, oltre a favorire il diletto del popolo, dal più abbiente al più miserevole suo cittadino, nascondeva secondi fini e secondarie occasioni.
Una maschera secondaria ottocentesca, era il Pacchianu o la Pacchina a secondo del sesso: non si sa con certezza, il ruolo ne i vestimenti, ma, si è certi nel collocare questa caricatura nella Città dello Stretto. Così anche, sono segnalate altre caricature, note a suo tempo in tutta la Sicilia, tristi personaggi vissuti a Messina: o come gli intellettuali siciliani osservano, prototipi di gente relegata in virtù di particolari attività, a un luogo piuttosto che a altra città. Se non che il Vigo segnalava a Messina in un sonetto, una caricatura tipica del messinese, inteso dal popolo Scorcia’mpisi. Mentre, nei suoi casali, veniva ricordato una variante dello stesso prototipo messinese, per altro segnalata dal Pitrè che la collocava bel borgo di Gesso. In città ormai, aperta ai baccanali, veri e propri festini, dove l’occasione favoriva istintive soluzioni, col passare dei secoli, si erano sviluppate, vere e proprie scuole di pensiero. L’abbondanza alternata alla carestia, aumentava il senso critico dei messinesi verso chi pilotava il rispettivo destino, galvanizzando la ciarla, o la satira; e con essa, si accresceva nella gente, la voglia di individuare un capo espiatorio, si offriva l’occasione, di deridere la sfortuna, la mala sorte e il carnevale adesso, era la vittima privilegiata, era l’occasione. In questi sollazzi, dove il potente era alla pari dello straccione, dove l’uomo era sullo stesso piano della donna se celati dalla maschera, tutto era possibile, tutto accadeva. Ma, se da un verso, il carnevale era sentito come momento liberatorio di immaginarie catene, la caricatura, presente nella festa, permetteva di vanificare la quaresima, di allontanare la penitenza. La fame restava tale in tempo di festa o di novena. Il riso leniva le gravità della vita, eccone la futuribilità, eccone l’occasione. Sia nelle strade quotidianamente, sia fra le mura domestiche del signore, la caricatura carnascialesca, viveva di vita propria, libera di esistere malgrado i precetti religiosi o municipali.
Il teatro concentrava e favoriva il manifestarsi del carnevale anche fuori da schemi programmati. E la dove, questo aveva la possibilità di esistere, la dove la società si dava all’oppio della risata, solo in quei luoghi, l’espressività veniva proiettata alle massime potenze. L’attore, principe delle scene, era un araldo potente, un anfitrione nocchiero di una festa passata, se si era in quaresima o un fine poeta, se si era pronti a celebrarlo.
Adesso, il carnevale era la vita stessa e per essa, poteva assecondare nel ludibrio di una scena il proprio io, a dispetto delle regole. Nell’uomo del passato, valicare i confini delle regole, era un potere, avvertito per elevarsi o per compiacersi a dispetto del rispettivo destino. La maschera dunque, non era soltanto una forma di espressività, ma diventava, motivo di libertà. E la potevi trovare in tempo di carnevale o durante tutto l’anno, purchè si lasciava prendere, purchè si concedeva alla fantasia del volgo. Messina, come tante altre realtà italiane, assecondando questi schemi, era riuscita a ritagliarsi un posto nelle prime file dei regni della penisola. Essa stessa era divenuta una maschera, un modello da imitare o da invidiare. Il gergo messinese, era apprezzato e riconosciuto come un idioma importante fra le voci linguistiche italiane. Fonte di ispirazione per i suoi e fra gli stranieri, un modello linguistico da imitare nelle botteghe teatrali. Così che, autori, musici, compositori crearono scene, canti e melodie, pensando in messinese, musicando in messinese. Era il trionfo della municipalità, la consapevolezza di essere al contempo emporio e regno, città e clique di vita. Essere messinese voleva dire, appartenere a un modello vincente, positivo. Essere messinesi voleva divenire, sinonimo di rispetto e orgoglio civico, tutti valori perduti dalla nostra gente da secoli. In questo momento della storia, Messina, aveva saputo ritagliarsi in questa forma d’arte, notevoli rappresentanti. Le maggiori compagnie teatrali, come in un ricco cartellone, prendevano con il modello mascherato, il genere teatrale da porre in scena. E se nell’aristocrazia veneziana e fiorentina si parlasse messinese, nessuno si scandalizzava. E se, fra le mura di Ferrara o a Cremona o nella dotta Bologna si applaudivano comici e buffoni che prosavano in dialetto messinese, nessuno si arrovellava l’animo. Era un modello alla moda, da imitare, da portare nel convivio fra gli amanti, era espressione ed espressività nel contempo. Nella commedia dell’arte, già a partire dai primi albori, potevano coesistere le notissime maschere di Pulcinella, Pantalone, Arlecchino con la nostra Giovannello; quest’ultima era la maschera di Messina. Cortese ed intrigante, sbarazzino ed insolente, il Giovannello, fu un modello di servo in scena, adoperato dalle compagnie romane, napoletane e venete di quegli anni. Il modello messinese, veniva animato nel simpatico simposio della commedia, mettendogli in bocca, parole e versi tipiche del linguaggio messinese. Non solo un modello di costume, non solo una pezza variopinta, ma anche un prototipo, un modello riepilogativo e riconoscitivo del faccendiere, dell’intrigante mercante visto e ripreso, dalla quotidianità, dalle attività che contraddistinguevano i messinesi fuori dal rispettivo contesto territoriale. Gli intellettuali messinesi, seppero lasciare, grande dimostrazione di se, nelle proprie trovate, nelle rime, nelle composizioni distinguendosi, in opere originali e alla moda; riuscendo a trattare materie complesse per l’epoca, dove uno dei primi e principali ostacoli, fu il linguaggio costretto nel seno di un idioma, dove la battuta e il motteggiare in siciliano, napoletano, veneto o messinese, restava comprensibile nell’italico suolo, o sfuggiva degradandosi in terre straniere o in Europa. Anche qui, un grande autore figlio di Messina, seppe portare un esempio della duttilità linguistica della sua gente: la quale, abile nel commercio e fra i banchi di impavidi e scaltri mercanti, provenienti da ogni parte del mondo, albergando nei lidi dello stretto, seppe cantare la follia della sua gente in tanti modi, con nuove trovate e stratagemmi lessicali e in lemmi differenti.
Gli attori e le maschere, erano frutto di una cultura all’avanguardia in Sicilia; e Messina in questo, seppe sempre distinguersi.
Il canto popolare nella ricorrenza della festa, portava con se contingenze mai vane: celebratissimo nel XVII secolo, il grande Jossi da Messina, preso a modello da altri autori dialettali italiani e fra i clerici messinesi anche il religioso padre Rao, ne infoltiva le schiere di un civico consesso. Essi come tanti altri, favorirono quelle compagnie teatrali, affamate di soluzioni, di novelle di scene, . A Messina in questi anni, giravano numerose compagnie di teatro ambulante, favolosi in scena e semplici allo stesso tempo che tanta magica ilarità distribuivano agli astanti.
La forza dell’ode si fondeva a quella della quartina in rima, utilizzando versi in bassa lega e trovate di grande respiro; tutto un fagotto, ben acconcio, ben fatto, risultato del tema, della festa aperta a strane stravaganze, a improponibili solfeggi. Durante il carnevale ci trovavi la poesia popolare uniformata al ramo dialettale, uniformandosi al linguaggio del posto attraverso le maschere della compagnia dell’arte. A Messina, i suoi attori, sapevano cimentarsi in schemi diversi, favorita da questa disposizione d’animo della sua popolazione, sempre portata a godere dello scambio di nuove esperienze. Il suo popolo capace di altezze sconosciute in altre realtà nell’iisola, sapeva cimentarsi in tutte quelle condizioni che esaltavano la maschera, il genio pazzerello ed estroverso della sua gente. Una delle figure carnascialesche più controverse, era quella del Pasquino. Ci trovavi versioni reggiane, parmensi, romane, ma anche messinesi.
La cultura popolare della Città dello Stretto e i suoi rappresentanti, erano riusciti nel tempo, a creare un modello culturale a cui identificarsi, modificandolo ed accrescendo in nuovi prototipi sia lessicali che figurativi, forte non solo di una tradizione burlesca, ma anche di testi e di invenzioni, apportate da emeriti ed illustri cittadini.
Dalle cronache dei viaggiatori più o meno famosi sulla ricorrenza del carnevale messinese, si colgono descrizioni straordinarie, che ci aiutano a comprendere la meraviglia degli ospiti e il brio della popolazione. Nel febbraio del 1847, H. Colburn funzionario regio britannico, presente a Messina, durante un suo sopralluogo in Sicilia per affari, descriveva sbalordito quello che la gente era in grado di mettere in piazza.
“…era tempo di carnevale, quando giunti a Messina, presso questa città, come ci dicono i marinai, ci stanno un sacco di divertimenti di carnasciavale; in italiano come in spagnolo, questa festa, serve ad annunciare una momentanea separazione dai riti cristiani, dove si può mangiare grande quantità di carne di manzo e di montone, consumando salsicce di tutti i tipi. Se questo festival deriva dalle saturnalie dei tempi romani, lasciamo agli archeologi di esprimersi in merito. In questi tre giorni di allegrie, si parla e si discute al riparo di una maschera, durante la quale tutto si trasforma in baldoria. Nei paesi cattolici del sud Europa, questo festival è atteso tutto l’anno, nel quale momento vi è concesso di vivere al di fuori delle regole. Spesso si è detto che il divertimento in maschera, non sia congeniale per noi inglesi, eleganti nei modi, scevri da chiacchiere e battute; a Messina è consuetudine, osservare gente in maschera, esercitarsi in sceneggiate, dove si azzuffano a vicenda nella strada grande, lanciandosi l’un l’altro delle prugne di zucchero, camuffati, da una grande varietà di abiti assurdi e grotteschi, ricchi di una grande quantità di sfumature di colore.”
Ripescando, nella cronaca di G. Smith del 1818, pubblicata lo stesso anno in quel di Liverpool una edizione del carnevale a Messina, dove fra le altre stranezze, l’autore non poteva esimersi, di segnalare, l’ardore dei suoi cittadini, intenti e tutti presi a contestare il sovrano, oggetto di scherno e di satira. Tanto lastimo sottolinea, ha questa gente che é pronta a scialare sopra il re, scrivendo:
“… i canti della Sicilia, sono di un carattere cupo. A Palermo e soprattutto a Messina, il popolo durante il carnevale, aveva offeso il re ritenendolo un omosessuale. Le maschere sono state protette su entrambi i lati dal popolo, mentre una folla di ragazzi lavoratori al seguito del carro satirico gridavano, viva il re; la gente non stava allo scherzo e tentava di bloccare quel carro.”
A dire la verità, il clima di quel periodo storico che si respirava a Messina, durante il regno Borbonico era ambivalente: il popolo si divideva a favore e contro. Il malcontento veniva cavalcato da alcuni e scoraggiato da altri, creando le condizioni di nervosismo e di tenzione, sempre vivi, sempre attuali. Infatti anni prima, il governo era stato costretto, energicamente a limitare i fenomeni di piazza. I messinesi, da sempre legati a un loro particolare carattere gioviale, e a un senso delle patrie tradizioni poco comune, soffrivano malamente quella condizione. Gli echi della rivolta anti spagnola erano lontani dal ricordo, come allo stesso tempo il pugno di ferro di Carlo II. Così bastava un niente per far ripiombare la città e i suoi abitanti, in un clima bellicoso.
Quello che accadde, nella ricorrenza di carnevale del 17 febbraio 1791, riportato in una lettera da Brian Hill, ci chiarisce il polso della situazione, ma allo stesso tempo, ci permette di gettare un’occhiata indiscreta, nel costume di quegli anni; dove la gente, continuava ad apprezzare nella festa, una teatralità, foriera di antiche onorificenze mai dimenticate.
“…prima di lasciare Messina per attraversare in Calabria, ho voluto osservare, gli ultimi momenti del carnevale. Le strade quel giorno erano affollate, per vedere passare il carro trionfale, che è stato ostentato attraverso il popolo, trainato da sei cavalli bellamente acconci. All’interno di esso c’erano stipate figure mascherate che offrivano dolciumi ngilippate, diffusamente alla folla; uno degli agenti, il cui compito era quello di spianare la strada, colpì un uomo indisciplinato, facendone scaturire una rissa, durante la quale, trovai fortunatamente rifugio in una farmacia, risparmiandomi dalla folla per non averne pregiudizio. Il popolo, provocò uno scandalo formandosi in due squadraccie per uccidere lo sbirro; mentre sconsolato, me ne ritornai a casa stanco di cuore.”
Sulla stessa lunghezza d’onda, alcuni decenni dopo, un altro viaggiatore inglese Sir Gorge Cockburn ricordava, le meravigliose mascherate del popolo messinese, durante il carnevale del 13 gennaio 1811, dove fra le altre cose annotava, la compostezza della genta sfilando sulla pubblica via anche durante i bagordi nella festa, scatenarsi viceversa nel chiuso del teatro, quello della Munizione, dove non esisteva all’interno di esso, durante quei giorni, ne ordine e neppure disciplina. Anche attraverso questa cronaca, ci giungono notizie interessanti sul costume durante la festa del carnevale messinese, da annotare e valorizzare.
La ricerca sulle tracce del carnevale a Messina ha dato e darà, sempre spunti di studio e di apprezzamento, vista la mole di carte che vengono segnalate, da tanti autori siciliani e non. Nella raccolta di queste memorie non manca anche la descrizione, se pur per sommi capi, e l’individuazione di una maschera ottocentesca, legata al carnevale e ripescata per qualche tempo in città, così come ci viene segnalata in una strenna del 1879: in questa raccolta, si segnalava la caricatura di “ Turi turazziu cu lu manicu di scupa.”
Apparentemente poco originale se non addirittura lacunosa la sua segnalazione, questa caricatura invece, aveva un significato preciso, rivolto a ricordare, l’antico cerimoniere che annunciava nella festa, i convitati d’alto lignaggio. Evidentemente, questa particolare figura non era sfuggita all’occhio attento del popolino.

Alessandro Fumia

Messina 1963: il Giro dei Monti Peloritani

E’ risaputo che uno dei periodi più vivi attraversati da Messina fu senza dubbio quello degli anni Sessanta. In quel periodo infatti, al contrario di oggi, diverse erano nell’arco dell’anno, le manifestazioni di un certo rilievo in vari settori. Non ultimo quello motoristico per appassionati e amatori.  In tale ambito era infatti  frequente l’organizzazione di varie gare, dedicate ad automobili o motocicli.
Una di queste gare fu “il Giro dei Monti Peloritani”, organizzata il 5 maggio del 1963 dal Moto Club Peloro (con sede in via G. Bruno); si trattava di una manifestazione motociclistica di regolarità per i tesserati FMI o CTSN.
Il regolamento composto da 17 articoli, indicava in particolare una tassa di iscrizione pari a lire 1000, e stabiliva tutte le modalità della corsa, dall’iscrizione  ai controlli e verifiche pre, durante e post gara.
Il tragitto prevedeva 4 passaggi sull’itinerario: Messina (partenza alle ore 8 dal viale della Libertà, ristorante Miramare), San Rizzo, Ponte Gallo, Granatari e Messina (arrivo), per un totale complessivo di 208 km.
Le categorie ammesse era suddivise in  6 gruppi distinti in cilindrate e media oraria:
A- motocicli fino a 50 cc
B- motocicli oltre 50 cc sino a 75 cc, scooters sino a 100 cc;
C- motocicli oltre 75 cc sino a 100 cc, scooters sino a 125 cc;
D- motocicli oltre 100 cc sino a 125 cc, scooters oltre 125 cc sino a 175 cc;
E- motocicli oltre 125 cc sino a 175 cc, scooters oltre  175 cc;
F- motocicli oltre 175 cc
Una bella manifestazione che certamente raccoglieva l’adesione a vario titolo di sportivi, cittadini e forestieri; testimonianza di un passato sportivo ormai lontano e non più attuabile a causa, apatia istituzionale a parte, degli ovvi motivi legati alle eccessive potenze  e prestazioni dei mezzi moderni in relazione ai tracciati.

Armando Donato

La nave romana, adagiata sui fondali di Capo Graziano a Filicudi

Il mare è il museo più ricco che possa esistere, basti pensare a quante battaglie sono state combattute in tempi avi tra le acque del mediterraneo e quante imbarcazioni sono affondate durante le traversate, cariche di anfore, a causa dei fenomeni atmosferici. Che il mare nasconda veri e propri tesori lo sanno bene i SUB PIRATI, che saccheggiano i fondali, ed è proprio per questo motivo che le forze di carabinieri del nucleo subacqueo di Messina hanno messo in pratica dei progetti che prevedono la documentazione dei resti sommersi. Le coste della Sicilia, nella zona dello Stretto, custodiscono la storia attraverso i relitti che sono affondati durante i millenni. La zona dello Stretto era un area di gran commercio, qui approdavano imbarcazioni per smerciare i carichi (anfore piene di vino, spezie, tessuti) ricordiamo ad esempio, che al periodo romano, la Sicilia era considerata il granaio di Roma, poiché dopo la conquista, attraverso accordi, la Sicilia che era divenuta la seconda provincia dell’impero romano, doveva pagare annualmente un tributo a Roma. La tassa, era proprio il carico di grano, materia di cui l’isola ne era la maggiore produttrice dopo l’Egitto. Inoltre in tempi ancora più avi, ricordiamo che diverse guerre sono state combattute nelle vicinanze delle coste dell’area messinese, ad esempio ricordiamo la battaglia di Nauloco combattuta intorno al 36 a.C. e ancora guerre furono combattute nelle acque del golfo di Milazzo. La zona dunque è ricca di imbarcazioni, che per ovvi motivi si sono adagiati sui fondali. La zona di Capo Graziano, nell’arcipelago Eoliano, custodisce i resti di una nave romana e dunque beneficia di questo progetto che vuole salvaguardare i resti. L’imbarcazione adagiata sul fondale, è un vero e proprio museo sottomarino, difatti gli appassionati di subacquea, possono immergersi, grazie ad un progetto messo in atto dalla Soprintendenza del mare, per ammirare le bellezze del relitto. Sui fondali, si scorgono inoltre i resti del relitto A, una nave ellenistica datata tra III e II sec. a.C.
Le isole Eolie, custodiscono inoltre il colonnato romano del II sec. Al 1975, risale invece il ritrovamento della GABBIA di alcune anfore antiche, depositatesi sul fondale. Fu in seguito un isolano, a scoprire a nord di Panarea, tra molluschi e pesci, la presenza di una magnifica anfora greco-italica (III-IV secolo a.C.). Il reperto si presentava in ottime condizioni. Diverse sono le anfore che ogni anno vengono riportate alla luce, queste sono definite anfore da trasporto, poiché presentano un puntale appuntito, realizzato in modo che queste potessero essere trasportate in modo verticale nelle stive delle imbarcazioni. Le stive, infatti presentavano degli ambienti, colmi di sabbia, in modo che si potessero affondare i puntali, e quindi le anfore, che arrivavano a destinazione, ricche del contenuto, spesso del vino. Inoltre sappiamo che nel periodo romano, si dava importanza a quelle che erano le superstizioni, spesso infatti le imbarcazioni, partivano con giorni di ritardo. Si racconta, che il comandante, prima che la nave salpasse, praticasse un sacrificio di un toro o di una pecora per capire quale fosse il volere gli dei. Se il responso era negativo, si rimandava la partenza. Pare che portasse male, o fosse presagio di sventura, se si starnutisse sulla passerella mentre si saliva sulla nave. Il segnale diventava positivo, se si starnutiva a destra durante il sacrificio. Segno orribile era invece se un corvo o una gazza, si posassero sull’albero della nave. Altro presagio negativo era se uno dei componenti delle imbarcazioni, sognasse prima della partenza gufi, tori, cinghiali e civette. Se si sognava qualcuno incornato era segno dell’affondamento di una nave. Portava male inoltre se si bestemmiava sull’imbarcazione, se si ballava o se ci si tagliava i capelli a bordo, anche se in questo caso, i capelli potevano essere gettati in mare, per placare l’ira degli dei. Uno dei segni favorevoli era invece se degli uccelli si posavano sulla nave durante la navigazione. Era dunque difficile riuscire a viaggiare tranquilli a bordo. Oggi comunque i relitti che per qualsivoglia motivo, sono colati a picco, custodiscono ancora i segni evidenti di una storia che può essere trascritta attraverso i reperti portati alla luce.

Laura Gangemi

Giochi e giocattoli nella tradizione messinese

I giochi in voga una volta, nel territorio della provincia di Messina, erano: il gioco da “lignedda”, “a pitrudda”, “a tocca ferru”, “o quadratu”, “a tocca muru”, “a cavaleri”, “e ciappi”, “a travu longu”, “a mmoffa lapuni”, “a mucciaredda”, “a spunna pedi”, “a guarda mugghieri”, “a fussitta”, “e buttuna”, “o paloggiu” (la trottola), al gioco delle bolle di sapone ecc. ecc.
Nelle campagne i giovani contadini solevano passare il tempo “cu friscalettu”, flauto di canna, che ci riportava in pieno nell’antica Grecia. Vi erano poi, giochi di applicazione quali ad esempio “la marreddha”.
Nel periodo natalizio vi erano i giochi di sparo quali: i tric trac, i mortaretti, i razzi. Le bambine oltre al naturale gioco delle bambole e del girotondo solevano giocare a mani manuzzi (si giocava in due e battendo le mani, come per riscaldarsi, in tre tempi: sulle ginocchia, una mano con l’altra, e , poi all’incontro con quelli della compagna)

“Mani manuzzi, olè
tutti i pecuri fannu mmè
e lu latti di la capra
la mennula munnata;
munnata i san Giuvanni
stinnitini sti panni,
sti panni e sti pannizzi,
strizzatini sti trizzi,
sti trizzi su fatati,
o Maria di la pietati”

e ancora

“Mani manuzzi
signura cummari
haiu ‘na figghia
chi sapi jucari
sapi jucari
o vintitrì
unu, dui e tri”.

Tra i giochi, quelli ancora in voga sono i giochi delle carte: la primiera, la scopa, lo scopone, la briscola, il tresette.
Poi vengono “i tocchera” (diversi modi di tirar le sorti), soprattutto quello di “patruni e sutta”, nel quale colui su cui cadono le sorti, elegge un padrone del boccale colmo di vino (cannata) o bicchierone di birra, ed è solo costui che ha facoltà di far bere chi più gli aggrada, finchè finisce per offrirne anche al “sutta”, che gli aveva conferito quella autorità.
Qualche volta s’impone che il sorteggiato possa servire da bere a qualunque altro eccetto che a sè stesso e perciò non può gustarne se non gliene viene offerto dai compagni.
Poi vi sono ancora i giochi ginnastici come quelli dei birilli (brigghia)  e delle bocce (mmocci).
Giochi popolari in uso nelle pubbliche feste erano quelli da “ntinna” (l’albero della cuccagna, o “Pagghiaru” che ancora oggi si tiene a Bordonaro il 6 gennaio ) che offriva alla tentazione del vincitore qualche galletto, coniglio, soldi ed altri doni..; della corsa nel sacco; della rottura delle pentole; delle girandole, ecc. ecc., dei “giochi di fuoco”.

Gli avvenimenti familiari nella tradizione popolare

Celebrazione di un matrimonio

In molte località dei Nebrodi e dei Peloritani, vi sono delle usanze e tradizioni che iniziano con la nascita. Per esempio, i bambini, fino ad alcuni anni fa nascevano in casa con la sola assistenza delle donne di famiglia e della ostetrica “a mammina”; oggi vengono alla luce in clinica o in ospedale.
La nascita era preceduta dai vari pronostici della ostetrica e delle comari sul sesso del nascituro; se la donna incinta, per esempio, aveva la pancia appuntita, allora il nascituro doveva essere maschio; se invece la donna ingrassa e le forme delle natiche diventano prominenti, di sicuro era una femmina. Nel frattempo, nella casa si usava preparare il corredino del bambino (cannistru), ed il futuro padre si premurava di appagare ogni desiderio della moglie incinta per scongiurare l’apparizione delle “voglie” sul corpo dell’attesa creatura.
Dopo la nascita, si pensava al Battesimo; era, infatti, in questo giorno che veniva festeggiata la nascita del bambino. Si sceglieva il compare o la comare e ci si recava in Chiesa. Durante il tragitto, il bambino, una volta era portato in Chiesa generalmente dalla nonna o dalla comare, mentre la mamma restava in casa.
Nei tempi più antichi le bambine venivano battezzate spesso di giorno e senza tanta solennità, mentre i maschi a tarda sera e solennemente. Appena avvenuto il battesimo, all’uscita della Chiesa vi era la tradizionale pioggia di confetti e monete quale augurio di prosperità per il bambino; in tale circostanza avveniva una caccia spietata da parte di bambini che si recavano in Chiesa aspettando questo momento. Appena la comare o il compare facevano ritorno a casa e restituivano il bambino alla mamma, questa li ringraziava dicendo: “vi ringrazio che da pagano me lo avete fatto cristiano”, e poi iniziava il rinfresco con la distribuzione di confetti e dolci e qualche volta si ballava fino a tarda notte.
LE NOZZE: Dopo un periodo di fidanzamento più o meno lungo in cui avveniva lo scambio dei primi doni, le serenate, l’apprezzo del corredo della sposa, veniva il giorno delle nozze; ma non in ogni tempo era (ed è tuttora) adatto per la celebrazione del matrimonio.
Fin dai tempi più antichi maggio e agosto erano e sono stati ritenuti mesi nefasti.
“La sposa maiulina
non si gode la curtina”
“La sposa agustina
si porta la lavina”.
e parimenti non si sposa nè di martedì nè di venerdì.
nè di venniri, nè di marti,
nun si sposa nè si parti.
All’uscita della Chiesa gli sposi venivano accolti con un copioso getto di confetti e monetine, lungo il percorso dalla Chiesa alla casa le persone gettano sugli sposi riso e frumento.
Dopo le nozze vi era e vi è il banchetto nuziale solenne per i parenti e per i convitati; una volta si faceva in casa, oggi invece nelle sale di ricevimento.
Tra le curiosità relative alle nozze un cenno a parte merita l’uso del matrimonio “all’agghiu” che avveniva quando gli sposi erano vecchi ed uno o entrambi vedovi. Si faceva allora presso la loro casa una gazzara indescrivibile con casseruole, pentole ed altri oggetti, per tutta la notte ed anche per diversi giorni, costringendo quei poveracci a restare tappati in casa fino a quando non fosse passata quella sfuriata.
IL FUNERALE: L’avvenimento familiare che conclude la vita di un individuo è il funerale.
Un tempo quando moriva una persona venivano chiamate le prefiche o reputatrici, cioè delle vecchie vendilacrime che intervenivano a piangere il morto prima che venisse portato via.
Quest’uso, oggi è completamente scomparso. Sussistono però il viatico, la toeletta del morto (inzavanu), il banchetto funebre (consulu) e il lutto (visitu). Vi è pure ancora in augue il discorso del morto; infatti non vi è quasi funerale senza discorso; arrivati al cancello del Camposanto, quello del discorso si fa avanti e a seconda dell’occasione, o sferra in modo teatrale un discorso lungo e pieno di particolari, con delle parole di commozione, o si sbriga speditamente: “In nome della famiglia addolorata, sentitamente ringrazio tutti quanti hanno voluto accompagnare il caro estinto all’ultima dimora”.