Architettura

Il Monastero dei SS. Pietro e Paolo D’Agrò

In provincia di Messina, nella frazione di forza D’Agrò, sorge su una concrezione concava il paesino di Scifì.  Si tratta di  un piccolo paesino posto a 120 metri sul livello del mare. Il nome Scifì è di origine greca e proviene dal termine σκυφοζ che indica un tipo di coppa usata per bere, la quale  richiama  la morfologia a coppa del terreno su cui sorge il sito. In epoche successive, quindi durante la dominazione romana, il paese mantenne il nome, modificandolo in Scyphus. Scifì, dunque sorge su un antico abitato di epoca greca. Pochi sanno, che questo paesino, presenta testimonianze archeologiche. Nel 1987, fu il Professor Giuseppe  Lombardo, a portare alla luce i resti archeologici, probabilmente questi  appartenevano ad un edificio religioso, anche se in realtà i reperti vennero catalogati come resti di un antica fattoria romana di epoca imperiale. Pochi sono i resti visibili, anche perché non vi è una zona di vero interesse archeologico, l’area infatti è incolta  e la vegetazione ricopre parte dei resti. Alcuni ritrovamenti, portarono a pensare che in quel luogo sorgesse l’ antico monastero. Vennero effettuati scavi, che avvalorarono l’ipotesi del professor Lombardo e cioè che quei resti portati alla luce sotto uno strato di terra alluvionata, appartenessero all’antico monastero  di Scifì dedicato ai SS. Pietro e Paolo D’Agrò, oggi ubicato nella frazione di  Casalvecchio Siculo. Del vecchio monastero non si conosce la giusta collocazione del passato, difatti gli storici affermano che il monastero sia stato ricostruito sulla stessa area distrutta dagli arabi. Mentre gli studi del Professor Lombardo attestano che siano proprio i resti da lui trovati ad essere quelli dell’antico edificio.  Oggi l’edificio presenta  una decorazione in laterizio che richiama le antiche costruzioni del V secolo, anche se la decorazione presenta policromia e l’aggiunta di lesene, caratteristiche invece, dell’arte araba. Particolari sono gli intrecci di archi che si susseguono su tutto il perimetro dell’edificio e vivace è la policromia generata da laterizi posti di taglio, separati da uno strato di calce. Altri mattoni invece sono posti a spina di pesce misti a frammenti di lava e pomice nera, calcari bianchi e rossi provenienti dalle cave della vicina Taormina. Il monastero presenta una struttura interna a croce latina, con tre navate terminanti in tre absidi, quelle laterali sono più basse e leggermente più piccole. L’abside centrale, invece si erge maestosa, con  decorazione . In ogni abside troviamo una piccola finestra a sesto acuto. Mentre l’abside centrale presenta 4 lesene chiuse da archi a sesto acuto. L’edificio ha  due cupole;  una, posta nella navata centrale poggiante su un tamburo ottagonale, e l’altra al centro del transetto , entrambe in asse e intonacate di bianco all’interno e in rosso all’esterno. Quattro colonne in granito sostengono invece le arcate dell’edificio. L’ingresso  presenta una spiccata  policromia, costituita da due semicerchi in pietra bianca nera e rossa terminanti a sesto acuto. Il timpano, presenta invece una magnifica croce greca di colore bianco e rosso, iscritta in un cerchio, su fondo rosso. Sull’architrave, incisa in greco, vi è un iscrizione, firmata dal capomastro in cui si legge che  la ricostruzione dell’edificio fu  voluta e fatta a spese proprie  da Teostoricto catecumeno tauromenita, un catecumeno di Tauromenion, antico nome della città di Taormina. Da fonti sappiamo che nell’edifico i riti venivano pronunciati in lingua greca. Il monastero venne poi abbandonato,  difatti nel 1794 i monaci si trasferirono a Messina, in via Primo Settembre N°85, in un edificio che oggi ospita un palazzo di civile abitazione, ma che un tempo fu la sede arcivescovile. A ricordare la funzione della sede, una lapide posta sul portone principale dell’edificio.

Laura Gangemi

Carlo Falconieri, architetto e critico d’arte

Nato a Messina il 20 ottobre 1806, fu un grande architetto e critico d’arte, di fama riconosciuta in tutta Europa.
Figlio di Natale Falconieri, commerciante, e Marta La Conti, mostrò già da giovane l’interesse sia per gli studi letterari (seguendo gli insegnamenti del fratello maggiore Giuseppe), che per quelli artistici, in particolar modo per il disegno e per l’architettura.
Compì i suoi primi studi a Messina, formandosi presso la scuola «Regio Collegio Carolino» del pittore Letterio Subba. Quando nel 25 marzo 1821 Messina insorse ribellandosi alla sovranità borbonica, il giovane ribelle e avventuriero non esitò a partecipare alle prime sollevazioni liberali.
Appena ventenne, Falconieri si segnalò da subito come uno degli allievi di maggiore talento, ottenendo la nomina a socio ordinario nella classe di lettere e arti dell’Accademia Peloritana.
Nel 1828 debuttò come scrittore d’arte, pubblicando a Firenze un sapiente e dettagliato studio su un affresco del Seicento del pittore Andrea Suppa, conservato nella chiesa messinese della Santissima Annunziata dei Teatini (Dissertazione sopra un dipinto a fresco di Andrea Suppa). Per il Falconieri fu l’inizio della sua intensa e polemica attività di pubblicista, oltre che di teorico e critico, rivolta su temi architettonici e storico-artistici, che s’affiancherà all’attività di architetto per tutto l’arco della sua vita.
Dotato di un ingegno eclettico e vivace, pronto a recepire le novità e i mutamenti del gusto, aderì alle poetiche neoclassiche, interpretate con misura e rigore, adattandole alle tendenze del neogotico.
Nel 1830 si trasferì a Roma per perfezionarsi negli studi architettonici e per esercitarsi nel disegnare le antichità classiche e i più celebrati monumenti del Cinquecento.
Tra i suoi primi lavori si ricordano una ricca serie di studi sui monumenti antichi di Roma (il Pantheon, il teatro di Marcello, il Colosseo, le terme di Caracalla, l’arco di Tito, la colonna Traiana, i templi della Concordia e della Fortuna Virile, ecc….) e su alcuni palazzi (palazzo Massimi, Farnese, alla Cancelleria, ecc….), oltre ai disegni di interni di chiese e dei più famosi monumenti funerari del Medioevo e del Cinquecento esistenti a Napoli.
Inseritosi ben presto nell’ambiente artistico e letterario romano, il Falconieri strinse amicizia con il pittore Camuccini, esponente autorevole del neoclassicismo di derivazione accademica.
Collaborò insieme agli architetti Francesco Gasperoni e Giuseppe Servi alla fondazione de “il Tiberino”, giornale d’informazione e critica artistica che aveva l’intento dichiarato di difendere il neoclassicismo e condannare il romanticismo “che minaccia dì attossicare la pianta della nostra arte”.
Nel 1833 progettò un cimitero monumentale a Napoli e mai realizzato, improntato ai rigidi canoni dell’architettura neoclassica, con un largo uso di colonnati, emicicli, cupole emisferiche ed altri elementi decorativi di derivazione classica.
Durante la sua permanenza a Napoli, continuò la sua attività di scrittore: “Memoria intorno il rinvenimento delle ossa di Raffaello Sanzio”,“Memoria intorno alla vita e alle opere di Bartolomeo Pinelli” (1835) e “ il Ponte di Rialto in Venezia” (1838).
Nel 1838 il Falconieri partecipò al concorso per il progetto per la costruzione del primo grande teatro in Sicilia, denominato “Santa Elisabetta di Messina” (in omaggio alla regina Elisabetta di Aragona), oggi Teatro Vittorio Emanuele. Vi presero parte anche altri architetti messinesi quali Mallandrino, Brigandi e Subba, ma fu poi il napoletano Pietro Valente ad aggiudicarsi l’incarico, appoggiato dal presidente della commissione Antonio Niccolini, uomo di origine toscana ma napoletano d’adozione.
Durante la realizzazione del suddetto teatro, Carlo Falconieri vi lavorò comunque, pur con la nomina ad “architetto dei dettagli”. Nel giro di pochi anni, però, gli vennero affidati dal Municipio di Messina diversi altri lavori (forse per intervento diretto del governo borbonico).
Scrisse a Messina nel 1840 un testo monografico “Ricerche intorno al bello dell’architettura dedotte dall’estetica, dalla storia, e dai monumenti “, inserendo brevi riflessioni sullo stato di allora dell’architettura in Italia. Nel 1842, fu incaricato dal Senato di progettare una “macchina”, in stile neogotico, per eseguire i fuochi pirotecnici, in occasione dei solenni festeggiamenti per i 18 secoli di devozione della città di Messina al culto della Madonna della Lettera.
Nello stesso anno progettò una fontana monumentale celebrativa, posta inizialmente a piazza Ottagona in borgo S. Leone (oggi piazza Juvarra), in marmo. Finita di realizzare l’anno successivo, dopo che fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1908, venne rimossa dall’ubicazione originaria e trasportata in frammenti al Museo nazionale per essere poi restaurata nel 1957. Spostata nella piazza Basicò, dove si trova tuttora, venne denominata Fontana Falconieri.
Riprendendo lo schema cinquecentesco a vasche sovrapposte, ha una vasca centrale, di forma ottagonale, contornata da altre quattro piccole vasche sormontate da figure mostruose in ghisa con il corpo di cavallo marino e con le teste, rispettivamente, di uomo, di uccello, di pesce e di leone. Al centro un alto basamento marmoreo, riccamente ornato con motivi fitomorfi, sorregge una vasca più piccola sulla quale si erge una stele con elementi decorativi compositi.
Carlo Falconieri progettò altre opere per Messina, molte delle quali sono purtroppo andate distrutte col terremoto del 1908, fra cui si ricordano:
-il palazzo del Peculio Frumentario, con prospetto ad emiciclo;
-il tempietto di stile ionico (1839), a pianta rotonda, destinato ad accogliere al centro il monumento a Francesco Maurolico (1857) dello scultore messinese G. Prinzi, realizzato all’interno della villa Flora, oggi denominata villa Mazzini;
– la villa–castello che realizzò per Tommaso Landi nel 1847, su un’altura che dominava il Torrente Boccetta.
Quest’ultima opera è tuttora esistente, sebbene alquanto rimaneggiato e soffocato da costruzioni di epoca recente e rappresenta forse la sua opera messinese più bella.
Si tratta di una sorta di originale villa in stile neogotico di derivazione siculo-catalana, come egli stesso chiarisce in una lettera al committente del 1872, caratterizzata dalle merlature, dalle lesene traforate e dalle torricelle esagonali agli angoli del corpo centrale dell’edificio, in cui sono chiaramente ripresi alcuni elementi decorativi da edifici quattrocenteschi taorminesi e da alcune bifore gotiche del Duomo di Messina.
I lavori di costruzione di questo villino furono eseguiti solo in minima parte sotto la sua direzione; proseguiti da altri dopo il 1847 e fino al 1850 e poi sospesi per un lungo periodo fino a che nel 1872 alcuni particolari, come la scala interna, vennero studiati e realizzati dall’architetto messinese Savoja con l’approvazione del Falconieri.
Proprio in quel periodo riaffiora in lui ancora una volta la sua indole ribelle di autentico patriota e, nel 1848, è fra le barricate a combattere durante i moti rivoluzionari messinesi antiborbonici.
Con la restaurazione borbonica, fu costretto a fuggire in esilio prima in Francia e poi, per circa quattro anni, andò a risiedere a Londra. Accompagnato dai suoi intensi studi e ricerche, pare che Falconieri eseguì lavori a Buckingam Palace e che progettò anche un imponente e scenografico cimitero che non fu mai realizzato.
Ritornato in Italia, passò alcuni anni tra la Liguria e il Piemonte, realizzando parecchi edifici pubblici e privati a Genova e Torino. In particolare, vinse il concorso bandito dall’Accademia Albertina di Torino per la costruzione del progetto del teatro lirico di Savona, i cui lavori, iniziati nel novembre 1850 sotto la direzione dell’architetto savonese Cortese, vennero portati a termine nel 1853.
Fu inaugurato nell’ottobre del 1853 con l’”Attila” di Giuseppe Verdi e intitolato a Gabriello Chibrera (1552 – 1638), massimo poeta savonese.
Centro di tutte le attività musicali di Savona, il teatro è caratterizzato da un’imponente facciata neoclassica. Il prospetto del teatro è dominato da un imponente pronao a due ordini con frontone decorato da altorilievi, che introduce nell’atrio, scandito da colonne doriche, e nell’ampia e armoniosa sala, con forti colonne corinzie che delimitano il boccascena. La sala è a ferro di cavallo con tre ordini di palco e loggione.
Il governo nazionale gli affidò successivamente l’incarico di Ispettore generale del Genio civile, in qualità di ingegnere architetto, e lo nominò membro del Consiglio superiore dei Lavori pubblici.
Quando, per ordine di Napoleone III, Firenze divenne la capitale del Regno d’Italia, fu necessario preparare un’aula sulle rive dell’Arno ai deputati ed ai senatori. Il Ministro dei lavori pubblici Stefano Jacini affidò a Carlo Falconieri, con decreto del 24 novembre 1864, la commissione di dirigere e sorvegliare i lavori di adattamento del Palazzo Vecchio e del Teatro Medici agli Uffizi, sedi delle due Assemblee legislative e di altri uffici governativi (Ministero degli Esteri, Prefettura, Corte d’Appello, Corte suprema di Cassazione, Direzione del Lotto).
Tale incarico gli suscitò invidie e gelosie nell’ambiente fiorentino, tanto che venne accusato di “falsità strumentale” , sebbene i lavori fossero stati eseguiti nei tempi prescritti e rispettando gli impegni di spesa.
Nel 1865 stampò nella tipografia della Gazzetta di Firenze un opuscolo “Intorno alla novella Camera dei Deputati, ragioni di Carlo Falconieri”, dove ammise che, nel concepire il suo disegno dell’aula parlamentare, “Firenze non fosse altro che una tappa per condurlo a Roma, al sospirato compimento delle nazionali aspirazioni”.
Per avere commesso frodi e peculati nel dirigere tali lavori, venne arrestato, processato e condannato dalla corte d’assise di Firenze a tre anni e mezzo di carcere, con sentenza del 21 agosto 1867.
La sua posizione era stata aggravata dal tentativo di corruzione di un funzionario della prefettura, incaricato dell’inchiesta, e della fuga con la quale aveva cercato, senza riuscirvi, di evitare l’arresto. Il ministro Jacini ottenne la condanna per diffamazione di un giornale che aveva tentato di coinvolgerlo nello scandalo. Dopo una lunga controversia legale con il Regio Demanio, la Corte dei Conti rigettò il ricorso del Demanio, scagionandolo da ogni accusa.
In quella occasione più di 800 messinesi (intellettuali, politici e cittadini comuni), in segno di stima e di affettuoso sostegno, sottoscrissero un attestato di solidarietà all’illustre concittadino, che lo stesso Falconieri ricambiò, nella dedica della “Vita di Vincenzo Camuccini…”, sua ultima pubblicazione data alle stampe a Roma nel 1875, con queste parole:
“Alla diletta patria Messina che sdegnosa guardò il lutto del suo vecchio esule artista oggi su di lui lieta riversa un tesoro di affetto pel recuperato onore questo umile lavoro nella piena del cuore commosso offre riverente e consacra”.
Non si hanno altre notizie della sua attività fino alla morte, in quanto molti dei suoi progetti sono andati dispersi. Rimangono però le testimonianze scritte e le poche opere realizzate che consentono di inserire la personalità del Falconieri, fra le più interessanti, nel campo architettonico dell’Ottocento, in ambito meridionale.
Morì a Roma il 15 marzo 1891, trovando sepoltura nel Campo Verano, lontano dalla sua Messina, a cui egli era fortemente legato e verso cui riuscì comunque a donare un forte ed operoso contributo.

Fabio Marletta

La Meridiana di Via S. Marta – Appunti per una storia urbanistica delle periferie messinesi

La meridiana graffita di via S. Marta

La storia urbanistica di Messina dall’Unità d’Italia al disastro del 1908 è caratterizzata da un vivace rinnovamento: la città si dota di importanti infrastrutture e servizi pubblici e cresce espandendosi nel suburbio.
La produzione architettonica di quegli anni è all’insegna di un elegante eclettismo che aterna moduli neorinascimentali e neogotici, accogliendo infine le novità del Liberty accompagnate da un vivace neobarocchetto. La distruzione sismica del 1908 ha travolto gran parte delle realizzazioni di quegli anni e impedito una adeguata storicizzazione: intorno all’area urbana sconvolta, frammenti più o meno estesi delle espansioni del secondo Ottocento e dei primissimi anni del Novecento sono sopravvissuti precariamente nel contesto assai diverso del Piano Borzì, che ha modificato incisivamente la situazione dei luoghi. La parte alta della via S. Marta costituisce uno dei tanti contesti urbani periferici di fine Ottocento, con testimonianze d’epoca alternate a interventi dell’epoca della ricostruzione. La strada è fortemente incassata tra le prime pendici di Montepiselli e il pianoro sopraelevato degli Orti della Maddalena, ora occupato dall’ex Ospedale Militare: il percorso viario conserva in realtà l’alveo del torrente Camaro, solo parzialmente incanalato sotto l’attuale viale Europa.
Possiamo solo a stento immaginare le terribili distruzioni provocate dal Camaro a metà Ottocento con le sue alluvioni. La periferie della città e il territorio rurale furono allora quasi interamente travolti dalle piene, provocate dal totale disboscamento dei monti Peloritani. Solo il rimboschimento pose fine allo scempio, quando ormai le alluvioni avevano profondamente modificato lo stato dei luoghi coprendo giardini e costruzioni con potenti banchi alluvionali.
La parte bassa della via S. Marta era stata già compiutamente urbanizzata a metà Ottocento, come testimoniano la seicentesca chiesa di S. Rita in S. Paolino degli Ortolani e una isolata casa di abitazione a due piani con ammezzato; a fine Ottocento fu sistemato, alle prime pendici di Montepiselli, il vico Noviziato con una serie di case in struttura leggera (forse testimonianza dei terremoti del 1894 e 1905) con garbate decorazioni neorococò e liberty.
La parte alta della strada, meno favorita per la forte acclività dei luoghi, registrava probabilmente solo sparse costruzioni tra il distrutto villino Martinez ed il villino Bucca, pure demolito salvo un elegante frammento. Il grandioso viadotto ferroviario di Camaro costituiva la più impegnativa opera umana in zona, quasi un simbolo del progresso che attraversava le campagne dopo le rovinose alluvioni del recente passato.
La costruzione di un rione di case popolari negli anni Trenta tra via S. Marta e la Circonvallazione e la stessa apertura della Circonvallazione, occupata da graziosi chalet e dalla chiesa di S. Marta qui trasferita dal sito originario in piazza Trombetta, possono aver distrutto edifici anteriori al 1908.
L’ampiezza degli interventi, tuttavia, sembra confermare che tutta l’area si doveva presentare assai poco costruita.
Case sparse si incontrano alla fine della via, sebbene ormai totalmente travisate da rifacimenti: la casa al n. 199, caratteristica per l’assenza di qualsiasi elemento architettonico in pietra e per la disposizione delle aperture su tre lati, forse segnala il punto in cui la strada si biforcava, dando vita ad una diramazione che finica comunque sul torrente ed è stata soppressa per la costruzione dell’ex Ospedale Militare.
La spoglia costruzione al n. 199 presentava solo la consueta intonacatura rossastra e sullo spigolo destro i resti di una iscrizione stampigliata a svolazzanti caratteri liberti (Si vende pane di prima e seconda qualità e si fa da mangiare) a documentare una popolare attività di panificazione e ristorazione, probabilmente anteriore al 1908.
Caratteri più eleganti aveva la casa al n. 197, definita da elementi architettonici in calcare ma anch’essa totalmente alterata. La costruzione più interessante è però la casa al n. 306 per la presenza di una meridiana datata “Novembre 1882”: la costruzione, di non grandi dimensioni, era destinata dal’origine a due famiglie come rivelano i due portoncini decentrati che immettono al piano superiore, affiancati a due alti portoni che introducevano a piccoli cortili interni. Al primo piano due balconcini inquadrano, in posizione centrale, la meridiana graffita su intonaco. La casa presenta accurate finiture in pietra calcarea dissimulate dopo il 1908 da un rivestimento cementizion; una sopraelevazione ha ulteriormente travisato l’edificio.
La meridiana si presenta in buono stato di conservazione ma non è possibile valutare eventuali alterazioni, specie ai colori, causate dal rifacimento successivo al terremoto del 1908: è stata realizzata utilizzando un riquadro rettangolare con leggera cornice, parzialmente a rilievo e colorata di giallo nell’elemento interno. Il riquadro è dipinto in bianco e presenta in alto lo gnomone e la data mentre il restante spazio è occupato da un fitto intreccio di raggi con alternate numerazioni romane e arabe. Il manufatto è di assoluta e semplice eleganza, in conformità coi caratteri stilistici della casa, che propone stilemi di metà Ottocento senza aperture verso la nuova moda eclettica.
La meridiana di via S. Marta è una testimonianza rarissima, e forse unica in area urbana, degli orologi solari che dovevano comparire numerosi su case e pubblici edifici della Messina ottocentesca.
Celebre era la meridiana realizzata nel 1804 dal matematico Antonio Maria Jaci nel Duomo. Lo stesso Jaci aveva realizzato una meridiana graffita, sicuramente molto più modesta, sulla porta del convento di S. Placido Calonerò già in cattivo stato agli inizi del Novecento.
Un orologio solare in pietra si trova ancora nel secondo chiostro di S. Placido Calonerò: di provenienza ignota, appartiene con ogni probabilità allo stesso convento.
Una meridiana molto simile a quella di via S. Marta si segnala, infine, sulla facciata di casa Scionti nel villaggio Pezzolo: anche questa è graffita su uno spazio rettangolare dotato di semplice cornice e reca essenziali indicazioni astronomiche, mancando di ogni decorazione e anche data.

A.A.

Antonio Ricciardi protagonista della ricostruzione post-terremoto

Tra i tanti architetti che hanno operato a Messina non è certo il più noto. Eppure è utile ricordare la figura e le opere di Antonio Ricciardi proprio per questo; è infatti una figura professionale con una dimensione più ampia di quella comune e cenni biografici confermano una dimensione europea. Antonio Ricciardi nacque a Mandanici il 29 febbraio 1892 (bisestile), dove frequentò le elementari continuando poi gli studi a Messina e diplomandosi presso l’Istituto Fisico-Matematico.
Per continuare gli studi si trasferì a Firenze dove presso l’Istituto di Belle Arti conseguì il titolo di Professore di Disegno Architettonico mantenendosi con il suo lavoro di disegnatore di parti anatomiche eseguito su commissione di medici chirurghi per pubblicazioni scientifiche.
Chiamato alle armi col grado di sottotenente del Genio Zappatori fece la 1 Guerra Mondiale sul fronte del Carso. Finita la guerra rientrò per qualche tempo a Firenze ove collaborò con studi professionali di architettura.  Nel 1930 si trasferì a Parigi dove seguì dei corsi di specializzazione in disegno architettonico e lavorò come collaboratore di studi professionali ad importanti opere nell’ambito parigino acquisendo notevole esperienza sui movimenti moderni contemporanei, quali l’art deco e successivamente il razionalismo.
Tornato in Italia nel ’34, non essendo abilitato a firmare autonomamente progetti in quanto gli Istituti Italiani di Belle Arti per l’architettura sul modello dell’Ecole des Beaux Art Francese rilasciavano diplomi di professore di Disegno Architettonico che non consentivano l’esercizio della attività professionale, lavorò prima in collaborazione con l’ing. Guido Viola e successivamente costituì una società di costruzioni con l’ing. Domenico Pandolfo partecipando attivamente alla costruzione della città.
A Messina opere: Villino Cesareo ed altri, is. 88 P.R.G., is. 488 P.R.G., is 215 P.R.G. (alloggi per Ufficiali), Capitaneria di Porto, etc.
Sono documentati inoltre: Monumento dei Carabinieri caduti nel Cimitero dei Rotoli di Palermo (concorso nazionale), Ponte Nuovo di Mandanici a una sola arcata (con una tecnica innovatrice appresa a Parigi), villa Notaio Livoti a Mazzarrà S. Andrea, ville a Mandanici, ville a Taormina ed altre opere non rintracciate in Provincia.
Richiamato alle armi nel ’42 partecipò alla II Guerra Mondiale in Albania come Ufficiale del Genio. Dopo la guerra tornò nella sua città lavorando come imprenditore edile.
Il 23 ottobre ’44 morì a Messina. L’opera dell’architetto è una testimonianza che si protrae nel tempo ed è quindi soggetta a tutti i cambiamenti che in esso comporta e per l’invecchiamento delle opere stesse sia per la mano dell’uomo che purtroppo spesso le deturpa e ne cambia le caratteristiche stilistiche e le stesse funzioni.
Un particolare interesse è dato dal villino di proprietà del prof. Cesareo progettato nel 1934 da Antonio Ricciardi con un garbo eccezionale ed una grafica eccellente. Il villino è ancora esistente in via Francesco Todaro. Attualmente risulta modificato per non dire stravolto, un gioiello di architettura quasi irriconoscibile che ha tuttavia ancora particolari di estremo interesse architettonico. Dal raffronto tra il progetto e la realtà attuale si nota come all’accuratezza grafica del progettare corrisponde una qualità del particolare eseguito che ci porta a riflettere sulle caratteristiche di particolare bravura degli artigiani e delle maestranze che le hanno eseguite. Nessuna sbavatura o impuntatura, tutto eseguito alla perfezione per restituirci la sensazione e l’impegno del progettista a proporre l’armonia delle linee e delle curve tese a darci la migliore sensazione del bello.
Anche l’edificio “alloggio ufficiali” is. 215 del P.R.G. è particolare per la sua eleganza e per l’interesse di alcuni particolari architettonici. Il prospetto di progetto originario è certamente molto più armonico ed elaborato dell’esistente. Ma anche qui i particolari architettonici realizzati sono di una notevole bellezza e vanno segnalati ed evidenziati in modo che gli utenti del fabbricato e gli stessi messinsi ne prendano atto e passando per via Tommaso Cannizzaro prestino quell’attenzione necessaria per ricevere quella sensazione di piacevole benessere che l’architetto e gli esecutori si sono prefissi di dare. I progettisti di rango si sono sempre attivati a questi traguardi per rendere belle e particolari le loro città.
Come per gustare un concerto occorre orecchio, per lo spazio occorre una sensibilizzazione all’armonia delle figure, dei vuoti, dei pieni e di tutto quello che in una parola si chiama ritmo architettonico.
Ricciardi si è occupato anche di ediliza economica e popolare con il progetto dell’isolato 203 del P.R.G. In considerazione si è voluto prendere un particolare di facciata, certamente un contesto cittadino dal contorno molto diverso, ma l’edificio mantiene la sua integrità e anche la sua dignitosa eleganza. Ma anche in questo caso non si può fare a meno di sorvolare sui particolari costruttivi riconoscendo l’armiosità progettuale e la stessa continuità con le altre proposte architettoniche di Ricciardi. Bellissime le opere in ferro battuto, bellissimi gli stucchi. La dimensione europea di Ricciardi è caratterizzata dal progetto per la costruzione “Du grupe d’immeubles asnieres a Siene” in Francia, redatto in Parigi nel 1928.
La dimensione e i ritmi sono di una grande opera. Le articolazioni e le dimensioni della pianta sono veramente progressiste introducendo tra l’altro il concetto di cellula con l’accoppiamento dei servizi. Molto interessante anche per la soluzione tridimensionale del tempietto della Gloria del 1914. Con questo studio vengono rettificati alcuni precedenti studi che attribuivano alcune delle opere di Messina all’Ing. Guido Viola che le aveva firmate quale ingegnere capo dell’Unione Ediliza Nazionale. Tra le opere non realizzate assume importanza rilevante il progetto per la costruzione di un grande albergo in montagna da realizzare in messina nell’anno 1934.
Antonio Ricciardi personifica oltre che l’architettura soprattutto la creatività e la professionalità dettata da una conoscenza poliedrica che si esprime anche nella progettazione e realizzazione di manufatti ingegneristici come la costruzione del ponte Passo della Provvidenza – Mandanici, realizzato nel 1927-29. Ricordarlo e conoscerlo oltre che un vanto per la nostra città, evidenzia la capacità dei soggetti creativi di trovare nuovi rapporti e soluzioni, allontanandosi nel contempo dagli schemi di pensiero tradizionali e convenzionale fuori del tempo e fuori dai limiti di frontiera e quindi di spazio.

Francesco Securo da Messina – architetto militare (parte terza)

Nel 1781 occorse un grave incendio presso il piazzale del Foro Magno, meglio conosciuto come la Piazza del  Mercato a Napoli.
Il Re diede incarico all’architetto Francesco Securo, di recuperare lo spazio urbano. Egli realizzò a dispetto di quanto osserveranno gli storici, la sua opera d’arte.
Ebbe a restaurare la piazza, con un impianto ad esedra. Sistemandone la pavimentazione. Alle estremità della piazza: ad est di essa e rispettivamente di incontro, all’opposto sul lato ovest, vi fece realizzare due Fontane obelisco in stile neoegizio. Collocando ai quattro lati di entrambe le fontane, quattro sfingi stilizzate di piccole dimensioni.
L’incendio aveva devastato i palazzi che si affacciavano verso lo slargo, distruggendo le suppellettili che si trovavano poste ai margini dell’antica piazza,quasi pericolanti insistere presso la chiesa di Santa Croce. Questo tempio, già in condizioni precarie, venne ulteriormente danneggiato dalle fiamme, che carbonarono le pietre alla faccia principale, contribuendo a mandarne in rovina il tempio stesso. Anche altri palazzi furono devastati dal rogo, tranne la chiesa di Sant’Eligio che subì pochi incidenti. L’architetto Securo, avendo avuto carta bianca dal suo sovrano, fece abbattere le rovine della chiesa domenicana di Santa Croce e su suo progetto, nel 1792 fu ricostruita la nuova chiesa denominata: chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato.
Oggi la piazza del Mercato di Napoli è in condizioni  precarie: le fontane hanno subito una serie di vandalismi, avendo decapitate le teste di tutte le sfingi che aspettano di essere restaurate.

Alessandro Fumia

Francesco Securo da Messina – architetto militare (parte seconda)

La sua prima opera architettonica che gli si riconosce eseguita a Napoli, fu la realizzazione del Teatro del Fondo, oggi teatro Mercadante. I lavori ebbero inizio nell’anno 1778, sovvenzionando le fabbriche di esso con le somme ricavate, dalla vendita di alcuni immobili, di proprietà dell’ordine dominicano partenopeo.
Il 17 luglio del 1779 fu inaugurato:  per l’occasione venne apparata una scenografia molto suggestiva, mettendo in opera, la commedia scritta da Domenico Cimarosa ed intitolata: l’infedeltà fedele.
Il teatro era nato con lo scopo di alleviare i pensieri dei sudditi: destinandolo per eseguirvi melodrammi buffi ed eroici, con balli o senza.
Di fabbrica pressoché quadrangolare ma sferico all’interno, offriva una ricca scenografia: il teatro fu progettato con 4 ordini di 17 palchetti ciascuno. Altri due vennero realizzati sul proscenio.
Nella seconda metà del XIX secolo, furono apportate delle modifiche agli arredi interni; e successivamente, il teatro progettato e realizzato da  Francesco Securo sarà ribattezzato, in teatro Mercadante.

Alessandro Fumia

Francesco Securo da Messina – architetto militare (parte prima)

Un grande architetto messinese che ha lasciato una traccia rimarchevole del suo passato; fu un soldato e poi un genio posto al servizio di  Re Ferdinando IV di Borbone. Le sue fabbriche riscossero l’ammirazione dei suoi contemporanei, ma non dei critici dopo la sua morte. Fu un architetto militare prestato all’arredamento urbano. Di lui si ricordano palazzi signorili, una caserma, chiese, un teatro e perfino una piazza.
Francesco Securo fu un allievo della scuola di disegno dell’Accademia Carolina a Messina. In quel periodo storico, su invito del suo professore di matematica Andrea Gallo, eseguì alcune incisioni di pregevole fattura, compresa una delle rare immagini della stessa scuola, l’Accademia Carolina.
Ormai uomo, si trasferì a Napoli entrando a far parte del Reale Esercito; e con il passare del tempo ebbe una discreta carriera militare, giungendo fino al grado di colonnello.
Ricoprì alcune mansioni prestigiose: come addetto alla Regia Fonderia ed Ispettore delle fabbriche d’armi.
Francesco Securo conobbe in accademia militare, il noto architetto  Ferdinando Fuga e ne divenne suo allievo. L’esperienza accumulata negli anni di apprendistato con particolare riguardo, nelle applicazioni di architettura militare, gli valsero la fama di Architetto di Corte. Eseguendo numerose opere urbanistiche, commissionategli da Re in persona.
Rimarrà a servizio della Corte e del suo Re; quando Ferdinando per  gli occorsi delle guerre napoleoniche e le sommosse  murattiane, fu costretto ad esiliare in Sicilia nel 1806. Ritornando l’ordine, nel 1814 il nostro architetto, si trasferì nella capitale, dove vi troverà la morte nel 1824.

Alessandro Fumia