Archeologia

Recenti ritrovamenti archeologici a Rometta Marea

E’ di pochi giorni fa, la notizia del ritrovamento di resti archeologici nel piccolo paese della provincia messinese di Rometta marea. Durante i lavori di realizzazione di uno scantinato in via Fondaco Nuovo, infatti sono stati riportati alla luce, frammenti di terracotta e ceramica, risalente al I secolo d.C.. I reperti sono affiorati ad una profondità di circa 3 metri e apparterrebbero  probabilmente ad una costruzione. Diversi son stati fino ad ora i ritrovamenti nelle aree limitrofe al paese di Rometta, in una zona inscrivibile in un’area che si estende dal Capo Peloro al promontorio del Tindari, ad attestare proprio lo stanziamento di popolazioni in età augustea su tutto il tratto costiero, come dimostrato, peraltro, da altri ritrovamenti nella zona di Spadafora. In questo periodo, infatti, la vita economica pulsava nei piccoli centri urbani della costa della Sicilia settentrionale. La zona, ricordiamo, era di grande interesse, grazie al passaggio delle navi commerciali che facevano rotta per l’Africa.

fonte: http://www.assomarduk.it/reperti%20rometta%20marea.htm

Indagini archeologiche nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto

Nel mese di novembre del 2010, a seguito di alcuni lavori edilizi, mi fu segnalata l’esistenza di una tomba a grotticella artificiale ricavata nel tufo. Alcune ricognizioni nell’area portarono al rinvenimento di altre tombe site nelle strette prossimità.
I ritrovamenti effettuati, ubicati nelle prossimità del torrente San Giacomo (affluente del Longano), non erano menzionati nelle pubblicazioni e nelle ricerche archeologiche che furono effettuate nel secolo scorso nel comprensorio barcellonese per opera di Vincenzo Cannizzo (necropoli di Pozzo di Gotto), Luigi Bernabò Brea (monte Ciappa e aree limitrofe, Rodì Milici), Carmelo Famà (Maloto, Barcellona Pozzo di Gotto) e Pietro Genovese (monte S. Onofrio e Lando, Barcellona Pozzo di Gotto). La presenza di frequentazione nel periodo preistorico, protostorico e greco, che era stata rilevata in queste indagini, non aveva evidenziato l’esistenza dell’area che era stata casualmente rinvenuta.
I positivi risultati ottenuti nelle prime ricognizioni hanno indotto a eseguire indagini più estese e approfondite. Partendo dall’area limitrofa al torrente San Giacomo, le ricerche in corso hanno consentito di creare una continuità archeologica che abbraccia senza interruzione tutta la fascia medio-collinare del territorio barcellonese, secondo una direttrice di massima che, provenendo dai territori di Castroreale, Rodì Milici e Terme Vigliatore, prosegue per le contrade monte S. Onofrio, Gurafi, Mortellito, Santa Venera, torrente San Giacomo, Maloto, San Paolo, Pozzo di Gotto, Praga, Migliardo, Spadolelle e Lando. All’interno dell’area individuata, allo stato attuale delle ricerche, i rilievi e le tipologie riscontrate (tombe a grotticella, strutture megalitiche, tracce di antichissimi insediamenti e di fortificazioni, luoghi di culto e altro ancora) si presentano in molti casi uguali tra loro. I numerosi rinvenimenti effettuati (in gran parte sconosciuti) orientano verso la presenza di un antichissimo insediamento, stratificatosi nei secoli, il quale, con elementi più ricchi nella fase compresa tra l’età del bronzo (cultura Rodì-Tindari-Vallelunga) e il periodo pre-greco e greco, occupava le colline barcellonesi, proseguendo verso i territori dei comuni limitrofi.
Al comprensorio barcellonese è legato l’antichissimo insediamento di Longane, la cui esistenza è attestata dal ritrovamento di litre (d’incerta provenienza) riportanti l’iscrizione ΛΟΓΓANAION = Longanaion (raffiguranti nel diritto la testa giovanile di Eracle e nel rovescio la testa di un dio fluviale) e di un caduceo di bronzo, oggi conservato al British Museum di Londra (proveniente da un sepolcro imprecisato della Sicilia e recante l’iscrizione ΛΟΝΓΕΝΑΙΟΣ EMI HMOΣ[IOΣ] = sono [l’araldo] pubblico longanese), che furono collegati, tramite Diodoro Siculo e Polibio1, al fiume logg¦noj (Longanos), sulle cui rive, nel 269 a.C., si svolse la battaglia fra i vittoriosi Siracusani, guidati da Gerone II, e i Mamertini, guidati da Chione.
I numerosi punti oscuri delle descrizioni storiche e la mancanza di riscontri portarono numerosi studiosi a formulare varie ipotesi  sull’ubicazione del fiume Longanos, e di conseguenza a cercare di localizzare il nucleo abitato di Longane.
Tra le varie tesi ebbe maggiore credito quella dell’ingegnere milazzese Domenico Ryolo, che identificò il Longanos con l’attuale torrente Termini o Patrì. In seguito a tale identificazione, Luigi Bernabò Brea, ricercando antichi insediamenti nelle prossimità del torrente Termini, individuò, tramite campagne di scavo dirette da dirette da G.F. Carrettoni, un’area costituita da una cinta muraria e da scarse tracce di antichi edifici su monte Ciappa, nel territorio di Rodì Milici. La ceramica rinvenuta e alcune tombe a grotticella annesse all’area indicarono un nucleo abitato fin
dalla prima età del bronzo (XVIII-XV secolo a.C.), con livelli più ricchi nel V secolo a.C.. I ritrovamenti effettuati portarono Luigi Bernabò Brea ad affermare che l’area individuata corrispondeva «all’antica Longane, centro popoloso situato in posizione fortissima su un piccolo altipiano che domina la valle del fiume omonimo»2.
Negli anni ‘70 del secolo scorso, l’architetto barcellonese Pietro Genovese, a seguito dell’individuazione dei resti di un villaggio fortificato posto sulla sommità di monte S. Onofrio e di una campagna di scavi (che portò alla luce fortificazioni ad aggere del V sec. a.C. e resti di ceramica risalente al VI-V sec. a. C.), ipotizzò che i rinvenimenti effettuati corrispondessero all’antica città di Longane, data la presenza nel territorio barcellonese del torrente Longano3. Altre importanti evidenze archeologiche nell’area in questione si evincono dalle ricerche di Vincenzo Cannizzo4 a Pozzo di Gotto (che indussero Paolo Orsi ad affermare che sulla collina Oliveto «esisteva un abitato siculo colla rispettiva necropoli, la cui età viene a cadere in media nel secolo VIII a. C.») e dagli scavi condotti nel 1995 su pizzo Lando, che portarono al rinvenimento di strutture murarie di grandi dimensioni (non fortificate), con annessi frammenti fittili dell’età del bronzo e resti di abitazioni stratificate di epoca greca (VI-IV e III sec. a. C.). I ritrovamenti effettuati nel 1995 indussero l’archeologa Carmela Bonanno a formulare l’ipotesi che monte Ciappa, monte S. Onofrio e pizzo Lando facessero «parte di un sistema di fortificazioni erette a difesa di un centro ellenizzato, quale potrebbe essere Longane o addirittura Abakainon»5. Le attuali ricerche, volte anche alla redazione di una mappa e di una pubblicazione, evidenziando un’estensione archeologica che occupa senza soluzione di continuità tutta la fascia medio collinare del territorio barcellonese e di altri comuni limitrofi (mai prima di adesso rilevata), inducono a ritenere Longane una città-territorio ricadente nel comprensorio barcellonese, essendo poco probabile che necropoli, resti di fortificazioni ed elementi archeologici tra loro vicini, coevi e con identiche caratteristiche siano stati singole unità non facenti parte di un’unica entità territoriale.

NOTE: 1 Polibio, 9,7; Diodoro XXII, 13,2. Diodoro Siculo (ca. 90 a.C – ca. 27 a.C) menziona il loˆtanon potamÕn (da correggere, come evidenziato dal Mirone e da altri autori, con logg¦non potamÕn = fiume Longanos), mentre Polibio (ca. 206 a.C – ca. 124 a.C) riporta che il logg¦non potamÕn (fiume Longanos) era situato ™n tù Mulˆw pedˆw (nella piana di Milazzo).
2 L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, Il Saggiatore, Milano, 1966, p.183.
3 Pietro Genovese, Testimonianze archeologiche e paleontologiche nel bacino del Longano, in Sicilia Archeologica, rivista periodica di studi, notizie e documentazione edita dall’Ente Provinciale per il Turismo di Trapani, anno X, n. 33, aprile 1977.
4 P. Orsi, Necropoli sicula a Pozzo di Gotto in quel di Castroreale, Parma, Tipografia Federale, 1915.
5 C. Bonanno, Recenti esplorazioni a Pizzo Lando nel territorio di Barcellona P.G., in Kokalos – Studi pubblicati dall’Istituto di Storia Antica dell’Università di Palermo, Giorgio Bretschneider editore, 1997-1998, t. II 1, p. 396.

I rinvenimenti effettuati e le ricerche in corso possono essere visionate sul gruppo facebook BARCELLONA RICERCHE ARCHEOLOGICHE (http://www.facebook.com/profile.php?id=100003093194713).

E’ possibile visionare e filmare i siti rinvenuti. Contattare l’arch. Filippo Imbesi (filippo.imbesi@tiscali.it).

Tombe a Grotticella nel territorio barcellonese: scoperte recenti e prospettive di studio

Ormai da diversi mesi  a Barcellona Pozzo di Gotto quasi nel silenzio più assoluto sta accadendo un fatto di notevole importanza dal punto di vista culturale. Un gruppo di appassionati, guidato e coordinato dall’architetto Filippo Imbesi (già autore di un apprezzato lavoro sui feudi nel barcellonese e sul monastero di Gala e di diversi articoli su riviste storiche) sta esplorando sistematicamente il territorio allo scopo di censire le numerosissime “tombe a grotticella” che, quasi a dispetto della loro evidenza, sono passate inosservate e ignorate dagli studiosi fino ad oggi.
In realtà qualche studio in passato c’è già stato: le ricerche svolte prima da Vincenzo Cannizzo e poi Carmelo Famà e infine da Pietro Genovese nell’arco del secolo XX. Queste indagini però analizzavano un’area limitata del territorio non mettendo in luce quanto Filippo Imbesi col suo gruppo di appassionati e studiosi, raccoltisi spontaneamente attorno a lui, hanno scoperto e continuano a scoprire nelle loro ricognizioni. Al giorno d’oggi sono state individuate oltre 150 “tombe a grotticella” (ma il numero pare destinato a salire di volta in volta), quasi tutte di una stessa tipologia che lascia intendere una comune usanza funeraria e la presenza di uno spirito religioso delle popolazioni che le hanno realizzate. Le tombe, scavate nella roccia, risalgono probabilmente all’età del bronzo (quindi ad un periodo protostorico) ma è possibile ritenere che furono utilizzate anche in epoche successive anche per usi diversi. Si tratta di un’area archeologica  molto vasta che supera i confini territoriali del comune di Barcellona Pozzo di Gotto andando anche nei territori di Catroreale, di Rodì Milici e Terme Vigliatore. I ritrovamenti archeologici venuti fuori in queste aree se collegati idealmente tra loro potrebbero aprire nuove prospettive di studio su un periodo che va dalla protostoria fino alla presenza greca in Sicilia. Nella zona, non molto lontano, infatti alcuni archeologi, primo fra tutti Luigi Bernabò Brea, hanno voluto collocare il fiume Longano, identificandolo con l’attuale torrente Termini. Ma restando per un attimo fuori dagli studi e dagli scavi condotti per l’individuazione della città di Longane, certamente la presenza di tante tombe di una stessa tipologia e tutte di uno stesso periodo storico non può passare inosservata agli studiosi ma anche alle istituzioni.
L’architetto Imbesi ha da subito segnalato la vasta area archeologica alla soprintendenza, limitando ovviamente l’azione del proprio gruppo di ricerca a delle ricognizioni superficiali. Quindi quanto censito finora è solo ciò che affiora spontaneamente ed è ragionevole ritenere che una vasta e mirata campagna di scavi possa portare a nuove scoperte.
Si aprono quindi nuove prospettive di studio e si affacciano nuove piste di ricerca storica per gli studiosi di preistoria e protostoria, per gli studiosi di etnoantropologia, per gli studiosi di storia antica e prima di tutto per gli archeologi. La speranza è quella di vedere anche un interessamento delle istutuzioni preposte alla tutela del patrimonio culturale.
Intanto in attesa di studi mirati ci fermiamo qui promettendo nuovi approfondimenti.
Per ulteriori informazioni consultare il sito di Filippo Imbesi (www.barcellonaricerchestoriche.it ) o il gruppo nato su Facebook ( http://www.facebook.com/groups/filippoimbesi ).

Ecco invece una bibliografia essenziale sui rinvenimenti  effettuati da Vincenzo Cannizzo, Carmelo Famà e Pietro Genovese:

Pietro Genovese, Testimonianze archeologiche e paleontologiche nel bacino del Longano, in Sicilia Archeologica, rivista periodica di studi, notizie e documentazione edita dall’Ente Provinciale per il Turismo di Trapani, anno X, n. 33, aprile 1977.
Paolo Orsi, Necropoli sicula a Pozzo di Gotto, Parma, Tipografia Federale, 1915.
Antonino De Pasquale, Ipotesi di riorganizzazione delle preesistenze Preistoriche, Protostoriche e Storiche nel territorio compreso tra il torrente Mela ed il torrente Patrì, 1993.

Antonino Teramo

Per una edizione dei frammenti della “Tabula Halaesina”

Zona Archeologica di Halaesa Archonidea

Nel rinnovato fervore degli studi e degli interessi per il mondo siceliota, significativamente testimoniato dal succedersi di Convegni, nazionali ed internazionali a Palermo, Siracusa, e Catania, ci sembra di particolare importanza riproporre all’attenzione degli studiosi della Sicilia antica, sensibili soprattutto a problemi di storia economica e sociale, l’esame di un documento, la nota iscrizione fondiaria di Halaesa 1, la cui utilizzazione si rivela, a tale scopo, fondamentale.
L’importante documento epigrafico si compone di tre frammenti di diseguale lunghezza, rinvenuti in età diverse tra le rovine dell’antica Halaesa, nella contrada S. Maria di PaIate del comune di Tusa (Messina). Il primo e più grande frammento della iscrizione fu ritrovato nel 1558: esso risultava inciso su due colonne parallele, di diseguale lunghezza (essendo la pietra mutila sia nella parte superiore come in quella inferiore), rispettivamente di 71 linee quella di sinistra, 88 linee quella di destra.
Questo frammento fu conservato per qualche tempo a Messina, in possesso di Alfonso Ruiz, Conservatore del regno e del nipote di questi, Giovanni Ventimiglia; passò poi a Palermo, nel Collegio dei PP. Gesuiti; a seguito di non chiare vicende se ne sono perdute le tracce. Oggi, per noi, è leggibile solo nell’apografo del Gualterio, che trascrisse il testo direttamente dalla pietra. Un altro apografo che ne aveva già tratto il Ruiz è andato perduto.
La tabula Halaesina, come è noto, contiene la descrizione di appezzamenti di terreno da affittare, suddivisi in lotti minuziosamente delimitati con l’accurata indicazione dei confini naturali ed artificiali: fossati, pietre terminali, alberi, colline, boschi, strade, corsi d’acqua di varia portata, ivi compreso il fiume Aleso, ed ancora edifici pubbici, privati, sacri.
Analoghe indicazioni si ritrovano in un secondo frammento, rinvenuto nel 1885 nella medesima contrada e forse non ancora perduto nel 1929. 2
Anch’esso risultava inciso su due colonne, entrambe mutile, con 24 linee superstiti in quella di sinistra e 18 in quella di destra. Oggi è anch’esso scomparso; ma è per noi ben leggibile in una splendida tavola fototipica, di grandezza quasi pari al naturale, allegata alla prima pubblicazione che, del frammento ne fece Vincenzo Di Giovanni 3.
Sembra appartenere alla medesima tabula un terzo frammento di sole 12 linee superstiti, rinvenuto, sempre nel medesimo sito, in data più recente, ma non precisata, pubblicato per la prima volta nel 1961 da Salvatore Calderone 4. Conterrebbe, a giudizio dell’editore (ed è molto probabile), «una parte delle disposizioni generali relative alle modalità di pagamento degli affitti, alle magistrature incaricate dell’esazione dei canoni, agli organi addetti all’assegnazione dei lotti o alla risoluzione di controversie» 5. A quest’ultimo più breve frammento è toccata miglior sorte che ai precedenti: è ancora visibile nelle sale del Rettorato dell’Università di Messina.
Tale importante, se pur frammentaria iscrizione, per molta parte, come si è detto, forse irrimediabilmente perduta, non ha avuto la stessa fortuna ed abbondanza di studi e di edizioni, che sono toccati in sorte ad analoghi e più celebri testi epigrafici greci. Pensiamo alle tavole di Eraclea di Lucania, alle tavolette dell’Olympieion di Locri, alle tavole di Tauromenion.
Causa ne è forse, il fatto che chi si accinge a studiarla non ha la possibilità, ed il piacere, di una immediata lettura sulla pietra, sicché più arduo e meno sicuro diventa ogni tentativo di ricostruzione e di interpretazione del testo. Eppure per la storia economica e sociale, costituzionale e linguistica di Halaesa greca e romana, riproposta all’attenzione degli studiosi dagli scavi recenti ripresi dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa ed affidati all’amico e collega Giacomo Scibona 6, uno studio globale dei frammenti della Tabula Halaesina, si impone ormai.
Dobbiamo al Prof. Salvatore Calderone il suggerimento, (alla Prof. Sebastiana Consolo Langher il successivo pronto incoraggiamento), di raccogliere tali clisiecta membra.
Ci proponiamo di offrirne uno studio sistematico e completo, che si comporrà, oltre che della edizione critica dei tre frammenti, di una traduzione italiana, tutt’oggi mancante, se si esclude il tentativo, sempre valido, ma incompleto, di Umberto Sicca 7.
Il lavoro si presenta piuttosto arduo: sebbene la descrizione dei vari lotti sia condotta sulla base di formule semplici, che si ripetono monotone, tuttavia la presenza di numerosi termini di uso molto raro, peculiari del linguaggio tecnico gromatico e, solo in minima parte, confrontabili con termini consimili, ricorrenti in ambito siceliota e magno-greco (affinità di linguaggio si riscontrano soprattutto con le tavole di Eraclea di Lucania), impone una serie di accurati controlli lessicali, i più ampi possibili, sul materiale documentario a nostra disposizione.
Tale esame, necessariamente preliminare ad ogni possibile intelligenza del testo, dovrebbe offrirei, noi speriamo, anche qualche valida indicazione per una probabile cronologia, non solo della età della epigrafe (a tal uopo, solo in parte, può soccorrerei l’esame della forma delle lettere dell’unico frammento superstite), ma, soprattutto, una cronologia dei fatti ivi contenuti.
La suddivisione di terreni da affittare, prospettata dalla tabula Halaesina, si presenta infatti come una delle tante operazioni di rilevamento catastale e di ordinamento della proprietà terriera, di cui è costellata la storia della Sicilia e della Magna Grecia fin da epoca arcaica (VI sec. a. C.). E poichè la documentazione epigrafica è frammentaria e mutila (nessuno dei tre frammenti della tabula ci ha conservato il praescriptum), nè risultano di particolare ausilio le poverissime e saltuarie notizie reperibili presso gli storici antichi, appare difficile ascrivere i frammenti dell’epigrafe ad un periodo ben definito della storia di Halaesa: le datazioni proposte oscillano tra II e I sec. a. C.
1 L’ultima edizione è in V. ARANGIO RUIZ – A. OLIVI ERI, Inscriptiones Graecae Siciliae et infimae I taliae ad ius pertine11tes, Roma 1965 (Rist. anast. dell’ed., Milano 1925), pp. 47-61.
2 Acl esso, probabilmente, fa riferimento G. M. COLUMBA, Alesa, in «Eh, II (1929)_
3 In «ASS», X, (1885), pp … 123-128.
4 In «Kokalos» VII (1961), pp. 3-15.
5 S. CALDERONE, art. cii., p. 6
6 Gli scavi di Halaesa, in «SICILIA», Assessorato Turismo Regione Siciliana, nr. 76, 1975, pp. 89-96; IID., s. v. Halaisa, in «The Princeton Encyclopedia of Classical Sites», a cura di R. STILLWELL, W. L. MAcDoNALD, M. H. McALLISTER, Princeton, 1976, p. 374.
7 Grammatica delle iscrizioni doriche della Sicilia, Arpino 1924, pp. 211-231.