Autore: cariddiweb

Le schegge degli ordigni bellici. Testimonianza attuale sulle facciate dei palazzi messinesi

270018_194454073937321_4425324_nIl 10 giugno 1940 il Capo del Governo Benito Mussolini dal balcone di palazzo Venezia ed alla presenza di cittadini, militari ed appartenenti al partito, comunicava l’ingresso in guerra dell’Italia tramite dichiarazione inviata ai Governi di Francia ed Inghilterra. Sarà l’inizio della fine per il Duce ed il suo regime, non prima di aver condotto alla catastrofe un’intera Nazione. La RAF non resterà a guardare , iniziando blandi e timidi tentativi di incursione e ricognizione su Messina già dal luglio 1940, aumentando progressivamente gli attacchi in massima parte notturni, a partire dal 9-10 gennaio 1941 sino al 26 gennaio 1943, allorquando ad affiancare le operazioni di bombardamento subentrò l’USAAF. A causa della sconfitta delle truppe dell’Asse in A.S., gli alleati faranno decollare i loro aerei dalle vicine basi della Tunisia e successivamente anche dalle basi siciliane. Saranno questi primi otto mesi del 1943 i più duri e terrificanti per la città ed i suoi abitanti, i quali saranno costretti a bivaccare nei pressi dei ricoveri AA ed i più fortunati sfolleranno nei villaggi e paesi limitrofi. Solamente la mattina del 17 agosto del 1943 tutto questo finirà e con esso l’incubo dei messinesi, a porre fine a tanta sofferenza saranno i fanti della 3^ Divisione americana i quali faranno ingresso in una città distrutta ed abbandonata .
Ancora oggi ed a distanza di 70 anni dalla fine di quei tragici fatti, sono indelebilmente presenti su case, cancelli, inferriate e serrande i segni tangibili lasciati dalle schegge delle bombe “liberatrici”. Buchi di varie dimensioni, dai pochi centimetri ai più larghi fino a r261848_194454223937306_6734429_naggiungere in taluni casi i 20/30 centimetri, profondi a tal punto da piegare i ferri portanti dei pilastri che come sappiamo raggiungono anche i 20 millimetri di spessore. Attratto da tutto questo, ho pensato bene di fotografare e documentare tutto quanto è ancora oggi è visibile. Ben consapevole di svolgere una attività assolutamente inedita dal dopoguerra sino ad oggi, essendo il primo che con passione e studio si è dedicato a tale tema, ho ritenuto opportuno proseguire nella ricerca, nella speranza che i soliti furbi non facciano propri i meriti altrui come di solito accade in questa città.

Sergio Cavacece

Giovanni Celeste

celesteSe a Messina dici “Giovanni Celeste” la gente ti risponde “campo di calcio”. E’ vero, a Messina uno dei due stadi dove si gioca a calcio è intitolato a Giovanni Celeste.
Nato a Messina il 22 gennaio 1905, da giovane si dedica allo sport giocando nella locale società di calcio della U.S. Peloro, nel 1930 si laurea in Discipline Nautiche presso il Regio Istituto Superiore di Napoli e
successivamente decide di intraprendere la carriera Militare entrando nella Regia Scuola C.R.E.M. (Corpi Reali Equipaggi Marittimi). Partecipa alla operazioni militari in Spagna e nel 1937 si sposa. La sua carriera militare continua e come Ufficiale si imbarcherà su numerose unità di superficie e subacque, fino a quando nel 1942 subentra al comando del R. SMG Toti in sostituzione del C.F. Primo Longobardo, svolgendo numerose missioni di rifornimento tra la madre Patria e l’A.S.
stadioAgli inizi del 1943 gli viene affidato il suo primo effettivo comando e a bordo del SMG FR 111 di preda bellica Francese viene destinato alla base di Augusta.
Al rientro dall’isola di Lampedusa intorno alle ore 15,00 del 28 febbraio 1943, l’unità viene sottoposta a mitragliamento e bombardamento da parte di aerei nemici e nel giro di poco tempo il SMG FR 111 con il suo Comandante e l’intero equipaggio affonda al largo del Capo Murro di Porco (Sr).
Il Comandante T.V. Giovanni Celeste fù decorato con MAVM, MBVM, Croce di Guerra, Medaglia commemorativa intervento in Spagna, Cavaliere della Corona d’Italia.
Nel 1948 su delibera del consiglio comunale di Messina, lo stadio di “Gazzi” inaugurato nel 1932 viene intitolato a Giovanni Celeste.

Sergio Cavacece

La Fiera di Messina

qmessinaUno degli angoli più caratteristici ed amati dai Messinesi, è indubbiamente la “passeggiata a mare”. Denominata lo chalet prima del terremoto del 1908 che distrusse quasi totalmente la città messinese e quella reggina, venne arricchita dalla costruzione della fiera campionaria internazionale iniziata nel 1938.
In pieno regime Fascista lo stile degli enormi padiglioni non potevano non essere accostati al razionalismo Italiano che prese piede negli anni 20/30 e che fu sfruttato dal Regime Mussoliniano facendo anche la fortuna di molti architetti dell’epoca divenuti famosi in futuro. Ancora oggi lo stile e la lungimiranza delle sue linee architettoniche futuriste per quegli anni, quando ancora si costruiva seguendo i vecchi canoni ottocenteschi, catturano chi le contempla specie chi apprezza tale stile. Naturalmente molti edifici eretti nel periodo pre-bellico si accostano al futurismo, ma molti non sapendo che questo stile tanto vituperato e disprezzato in passato perché considerato “complice” del disgraziato Regime, viene accostato a non meglio identificate geometrie degli anni ’50. Oggi, e finalmente direi, il futurismo Italiano viene riconsiderato e studiato da molti architetti i quali, ne stanno rivalutando forme e spazi dedicando anche conferenze e trasmissioni televisive. Indubbiamente ancora a distanza di tanti anni non si è maturata all’interno della mente umana quella semplice ma per molti complicata scissione degli eventi storici, sociali e culturali dalla, visti gli odierni risultati, degenerazione della politica.

Sergio Cavacece

Messina i bombardamenti alleati del 1943 e le solite fantasie alla messinese

guerraA Messina la storia viene spesso usata per fini puramente campanilistici, basati sulla  frenetica ricerca e diffusione di primati e record che in realtà non  esistono o non fanno testo.
È dunque necessario smentire quanto pubblicamente affermato dai personaggi afferenti al Forte Cavalli che affermano  su giornali e testate varie che –Messina tra luglio e agosto  1943 fu la città italiana  più bombardata della seconda guerra mondiale, sulla quale solo nei primi 15 giorni di agosto furono scaricate dalla Fortezze Volanti alleate 6500 tonnellate di bombe—(fonte Gazzetta del sud e Tempostretto), non è stato ben chiarito da quali squadroni e gruppi, con quali strategie, dove  e soprattutto in quali giorni.
E’ opportuno che coloro che diffondono queste notizie a dir poco fantasiose, dall’alto dei loro studi -scientifici- esibiscano la  documentazione che dimostra in modo inequivocabile  tale sorprendente notizia, sfuggita persino agli studiosi angloamericani.
Sarebbe anche interessante capire cosa intendano i suddetti signori  per città più bombardata: per il numero di incursioni, di ordigni, la percentuale di edifici distrutti o cos’altro? In rapporto a cosa? Al numero di abitanti, alla superficie interessata, alle vittime? Non è dato saperlo, quindi è ancora più difficoltoso e rischioso stabilire ed esibire certezze  che tali non sono, così come è in uso fare a Messina, attingendo tra l’altro al solito libro o filmato locale.
In realtà dal 26  gennaio 1943 non iniziò proprio nulla, si ebbe solo il debutto dell’USAAF sull’area dello Stretto, in sinergia con la RAF che già incursionava Messina dal 1940. I primi attacchi aerei iniziarono infatti nel luglio di quell’anno e si conclusero nell’agosto 1943.
Ma se la guerra per la Sicilia finì con la conquista alleata dell’isola, così non fu per il territorio della penisola che già soggetto ad incursioni dal 1940, rimase  teatro di operazioni sino alla fine della campagna d’Italia .
Tuttavia se proprio vogliamo parlare di primati, come se si stesse trattando di una hit parade o di una gara, risulta evidente che lorsignori sconoscono i dati dei dettagliati rapporti e analisi alleate e di varie pubblicazioni, che indicano che l’isola di Pantelleria il 19 maggio 1943 fu colpita da 91 tonnellate di bombe, 1180 tonnellate tra il 20 e il 31 maggio, 128 il primo giugno e ben 4396 tonnellate dal 4 al 10 giugno. In circa 20 giorni Pantelleria assorbì 5795 tonnellate di bombe, 290 al giorno. Poco più delle 252 tonnellate sganciate su Messina il 25 maggio 1943 da 89 B17 e 40 B24 e poco meno delle 319 tonnellate del 25 giugno da 136 B17 in quattro missioni, o delle 207 tonnellate del 4 agosto, a cura di 69 B17  più 100  sganciate da 61 Wellington in missione notturna.
Che dire poi di Genova, che soltanto tra il giugno 1940 e il novembre 1941 ebbe 203 abitazioni distrutte, 1049 gravemente danneggiate e 4869 leggermente danneggiate e che in un sol giorno ebbe 354 morti e un altro ancora  fu colpita da 900 tonnellate di bombe? Che dire di Treviso (altri mille vittime e gravissimi danni in pochi minuti di attacco), Torino, Roma (oltre 1000 tonnellate in un giorno con migliaia di vittime), nel suo piccolo Randazzo e varie altre città italiane?
Tornando a Messina, non è assolutamente vero che le bombe furono sganciate esclusivamente dai B17 (fortezze volanti) per altro in uso solo all’USAAF, poiché le due aviazioni vantavano un vasto assortimento di aerei operanti a seconda delle caratteristiche  e delle missioni assegnate.
Le  6500 tonnellate scaricate sulla città sono comprese nel periodo 1940-1943, non certamente nei mesi di luglio ed agosto o peggio ancora nei primi 15 giorni di agosto 1943, così come  affermato dagli addetti di Forte Cavalli.
E’ infatti improponibile che un numero così elevato di tonnellate di ordigni fosse sganciato in un lasso così breve di tempo, dai soli B17 che in fin dei conti in quel periodo furono utilizzati in misura molto minore di altri velivoli.
Suddividendo il periodo non in base ai giorni effettivi delle incursioni, 6500 tonnellate in 15 giorni corrispondono a 433000 chili al giorno e dividendo per due mesi a 108300 al giorno. Numeri assurdi se confrontati con quelli effettivi.
Citando infatti solo alcuni esempi, in base alla variabili capacità di carico e caratteristiche dei velivoli, nonché al peso e al tipo dei vari ordigni, per sganciare 433000 kg di bombe su Messina per 15 giorni, avrebbero dovuto ad esempio sistematicamente operare ogni giorno a pieno carico e senza alcun problema 55 B17, oppure 43 Lancaster, oppure 110 B24, o 470 Beaufort, oppure 310 B25  o ancora 215  Wellington.
E’ da sottolineare che le incursioni non erano necessariamente quotidiane e in base alle missioni operavano vari velivoli aventi diverse caratteristiche e capacità di carico, che dovevano tener conto della distanza, degli obiettivi, della quota, della velocità, della  rotta ed eventuali azioni di disimpegno  e difesa da attacchi nemici  e della contraerea.
Risalire alle cifre effettive non è facile, tuttavia  in sintesi i rapporti e le analisi ufficiali che si invita  a cercare e visionare, indicano che nei primi sei mesi del 1943  da entrambe le aviazioni fu sganciato su Messina un totale 2056 tonnellate di ordigni, con media di 342 tonnellate al mese. Sommando le cifre relative ai mesi di luglio ed agosto risulta un totale di circa 4100, al massimo 4500 tonnellate sganciate, quindi 2050-2250 tonnellate ogni mese,  cioè 75 tonnellate al giorno.
Se alle 4500 tonnellate di luglio ed agosto si aggiungono le 2056 scaricate sulla città  da gennaio a giugno 1943, più  oltre 200 degli anni precedenti, si arriva ad un totale di circa 6500 tonnellate, distribuite appunto durante l’intero periodo di attacchi dal 1940 al 1943. I dati sopraindicati sono quindi inferiori alle 5795 tonnellate totali sganciate su Pantelleria in  circa 20 giorni (290 al giorno), di cui ben 4396 in soli 6 giorni, con media di 732 tonnellate al giorno. Cifra vicina ad esempio alle 830 tonnellate sganciate su Messina tra il 12 giugno e il 2 luglio 1943.
Detto questo, è scontato considerare un margine  di dubbio specialmente in questi temi così specifici, ma un conto è  la ricerca, il confronto e lo studio, un conto è anche il comprensibile errore; altra cosa è invece il perseverare nella disinvolta diffusione pubblica di notizie fantasiose ed opinabilissime affermazioni prive di fondamento. Il triste primato non spetta dunque a Messina  qualora ciò fosse di così essenziale rilevanza.
Per recuperare e tramandare la memoria bisogna prima studiare e seppur le commemorazioni rivestano un ruolo  importante, è bene distinguerle da quelle influenzate da sterile catastrofismo misto ad un inutile sensazionalismo.

Armando Donato

Quando la storia è scritta dai vincitori meglio che dai vinti

sicily 1943A settant’anni di distanza dagli eventi bellici aventi per teatro di operazioni il territorio siciliano, l’interesse editoriale sull’operazione Husky risulta tutt’oggi vivo e fecondo.
E’ di questi giorni infatti l’edizione a cura di Osprey Publishing di un interessante volume dal titolo “SICILY 1943 – The debut of Allied joint operations” dello storico statunitense Steven J. Zaloga e riccamente illustrato da Howard Gerrard.
http://www.ospreypublishing.com/store/Sicily-1943_9781780961262

Il Dr. Zaloga, già membro dell’Institute for Defense Analyses, è noto negli Stati Uniti ma anche all’estero, in quanto da sempre si occupa di tematiche storiche legate al modellismo militare, alla strategia, ai mezzi corazzati ed agli equipaggiamenti militari. Non si può restare indifferenti di fronte al vastissimo elenco di pubblicazioni da lui redatte, che trattano tra l’altro alcune tra le operazioni militari più famose accadute durante l’ultimo conflitto mondiale: gli sbarchi ad Anzio ed in Normandia, l’operazione Bagration e la controffensiva delle Ardenne.

Viene da chiedersi, era necessaria l’ennesima pubblicazione su di una vexata quaestio quale quella delle operazioni militari in Sicilia nel periodo di luglio-agosto 1943?
Sfogliando questo volume non si può che rispondere affermativamente, infatti si resta affascinati inizialmente dall’accattivante veste grafica ricca di illustrazioni che, grazie al sapiente impiego dei colori, rendono più vivi ed attuali episodi di battaglie ormai lontane ma soprattutto colpisce il livello qualitativo di immagini d’epoca inedite provenienti dagli archivi militari statunitensi.
Le mappe e le rappresentazioni tridimensionali delle direttrici di avanzata delle truppe alleate e conseguentemente di ritirata delle truppe dell’Asse facilitano meglio, se ve ne fosse bisogno, la comprensione del testo e del susseguirsi degli eventi.
Dulcis in fundo merita un particolare apprezzamento l’indagine storica, che, lungi dall’essere faziosa, come purtroppo sovente accade in pubblicazioni di carattere locale, assegna un doveroso riconoscimento al valore di alcuni reparti del Regio Esercito e della Regia Aereonautica che si batterono valorosamente tanto più trovandosi in inferiorità quali – quantitativa di attrezzature ed equipaggiamenti. L’elenco delle perdite in uomini e mezzi subite da ciascuna nazione impegnata nell’invasione della Sicilia è la miglior prova che tutti gli eserciti in campo si diedero del filo da torcere.
Sorprende, forse amaramente, che uno storico estero appartenente inoltre ad una delle potenze vincitrici riesca a narrare con obiettività tali eventi quando in Italia ancora si usano per definire le truppe dell’Asse impiegate in Sicilia termini, quali nazi-fasciste, con chiara accezione denigratoria.
In ultima analisi va rilevato come un’Opera di questo genere non possa nascere esclusivamente da una mera ricerca di materiale di archivio statunitense, ma necessiti sia delle dovute verifiche in loco sia dei relativi apporti di conoscenza che solo uno storico italiano avrebbe potuto fornire; ed è infatti meritoria come lo stesso Zaloga riconosce ed evidenzia, la collaborazione del Dr. Armando Donato, attento conoscitore e divulgatore di queste tematiche.
Si auspica che questo volume possa vedere presto la sua edizione in lingua italiana e sia di sprone per ulteriori ricerche riguardanti ad esempio, com’è evidenziato nel testo, l’inspiegabile incapacità delle forze alleate di fermare l’evacuazione delle truppe dell’Asse attraverso lo Stretto di Messina. Una buona lettura!

Francesco M. Grasso
Federazione Festung Sizilien

Un altro falso storico in Italia durante il Risorgimento: La nascita dei Bersaglieri

BERSAGLIERIUn corpo della fanteria dell’esercito italiano, a ragione e in mancanza di documenti contrastanti, si ritiene costituito dal re Carlo Alberto con il Regio Decreto del 18 giugno 1836; quando in realtà, simile reparto di fanteria già esisteva sotto le insegne del Real Esercito del Regno delle Due Sicilie. I fatti che ne segnalano la presenza si legano alla guerra che Napoleone scatenò in Europa e nel merito, alla campagna di Russia, dove i bersaglieri napoletani, dimostrarono un gran valore.
Anche in questo caso una retorica di parte, racconta fatti mistificati nella più becera tradizione politica, imposta dal regno sabaudo all’Italia. Rinnovando ripetutamente soprusi storici in campo morale e militare. La storia invece, racconta della nascita di un corpo di fanteria, quello dei bersaglieri napoletani ( truppe scelte murattiane) distintosi sulle lande russe, e nelle vicinanze della città di Danzica; quando si fecero onore al fianco di reparti dell’esercito polacco, impegnato in quell’occorso. Un reparto di fanti dunque, già operativo venti anni prima da che, fosse “inventato” dallo spavaldo capitano Alessandro La Marmora.
La gloria in verità che si può raccogliere dagli opposti spalti, mise in luce in alcuni accadimenti rivoluzionari accaduti in quel di Messina, faccende più o meno importanti. Esistono documenti che segnalano la presenza di questo corpo di eccellenza nell’esercito napoletano; prima al tempo del Regno Repubblicano di Napoli e successivamente, quando il Sovrano Ferdinando IV, riconciliandosi con il popolo e con l’esercito, costruì su quell’esercito il nuovo corso della storia duo siciliana. Ben presto però, la natura indivisa di alcuni ufficiali seguaci e partigiani napoleonici, riprende in seno a un ristretto corpo di rivoluzionari, l’antico compito. E in quel di Messina, opera una rivolta che lascerà il segno, in seno alla macchina politica napoletana.
Eccone in sintesi gli avvenimenti e i provvedimenti presi dal governo contro i sediziosi.

N 35 Decreto per lo scioglimento ed abolizione del quarto battaglione Bersaglieri Napoli 14 Maggio 1821
FERDINANDO I per la grazia di dio re DEL REGNO DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ec INFANTE DI SPAGNA i DUCA DI PARMA PIACENZA CASTRO ec ec GRAN PRINCIPE EREDITARIO di toscana ec ec ec
Per la reprensibile condotta tenuta dal quarto battaglione Bersaglieri negli avvenimenti che ebbero luogo in Messina nello scorso mese di marzo. Ed altronde essendosi rimossi alla competente autorità giudiziaria gl individui del medesimo prevenuti di fatti criminosi, Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue: Art l iI quarto battaglione Bersaglieri resta disciolto ed abolito. 2 i sottufiziali saranno degradati ed insieme a soldati riceveranno il loro congedo. 3 Gli uflziali del disciolto quarto battaglionè Bersaglieri, si conferiranno nell’isola di Procida per attendere colà le sovrane determinazioni sul loro ulteriore destino, percependo intanto gli averi di seconda classe. 4 i Direttori delle reali Segreterie di finanze e guerra, sono incaricati della esecuzione del presente decreto In assenza di SM il Rè

Alessandro Fumia

Sulle artiglierie ad anima liscia e rigata

ImmagineokkIn merito a quanto sostenuto dagli esperti locali afferenti al museo di Forte Cavalli, in occasione delle recenti interviste sul programma Extra presso l’emittente Tremedia, è bene rettificare e confutare alcuni punti.

1) E’ errato affermare che tutti i cannoni ad avancarica ad anima liscia, di cui non si è palesemente in grado di spiegare il funzionamento, le caratteristiche, il periodo e il metodo di fusione  e il peso della palla, sparassero ad una distanza massima di 1000 metri.  A parte la distinzione tra gittata massima e utile, la generica dizione di “cannone” non è corretta, poiché le palle sferiche di vario tipo, erano in uso a svariate tipologie di artiglierie a tiro teso e curvo differenziate in base a varie caratteristiche, e che nei secoli subirono cambiamenti anche circa la terminologia.
La gittata di un artiglieria ad avancarica ad anima liscia non può essere certo standardizzata, essendo dipendente da tante variabili come: il tipo di artiglieria, la temperatura dell’ambiente, il tipo, il materiale e il peso dei proietti, la velocità e l’attrito con l’aria, il vento (differenza tra il diametro della canna e quella della palla), l’angolo di tiro, la quantità e la qualità della polvere in uso, il tormento degli affusti, la resistenza e il surriscaldamento del metallo ecc.
Un cannone ad avancarica con palla ad es. da 8 libbre francesi, non aveva le stesse caratteristiche, prestazioni  e risultati di un cannone da 16, da 36 o di qualsiasi altro calibro, fermo restando che nel tempo anche le artiglierie lisce subirono notevoli modifiche ed evoluzioni sino ad arrivare, per citare solo alcuni esempi, ai famosi modelli Paixhans e Millar a bomba,  progettati negli 20- 30 dell’Ottocento ed utilizzati in Italia ed in Europa sino alla metà ed oltre dello stesso secolo.
Il cannone obice modello Paixhans da 80 libbre a bomba, che insieme alle artiglierie simili di fatto decretò  la fine del naviglio in legno, fu già utilizzato a Messina durante i moti del 1848 ed era molto ben conosciuto sia dal Cialdini che dal Garibaldi nel 1860-61. L’80 libbre nelle prove al tiro con una determinata elevazione e una data carica di polvere, superava i 1000 metri ed a 2000 riusciva a penetrare 26 cm di legno quercia.
Citando un altro esempio, un cannone da 36 libbre mod. Griebevaul della seconda metà del Settecento, con carica di polvere da 6 chili, a 1000 metri riusciva a penetrare 80 cm di legno di quercia; un 8 libbre con carica di polvere di 1,25 kg a 1000 metri nemmeno arrivava. Ciò a conferma dell’inattendibilità di quanto affermato dai sopracitati esperti .

2) Un altro punto da confutare è quello circa il sistema di artiglierie rigate modello Cavalli, citate nell’intervista quasi come fosse l’unico. In realtà esistevano altri modelli di artiglierie rigate, o comunque ad anima non liscia, come il francese La Hitte ad avancarica in bronzo. Tale modello fu sperimentato nel 1848,  diffuso presso molti Stati per la sua efficienza ed impiegato in guerra nel 1859; quindi prima del modello Cavalli in ghisa proposto nel 1832, adottato nel 1843 circa il sistema a retrocarica, sperimentato nel 1846 con l’anima a due righe, ed impiegato ufficialmente a Gaeta nel 1861.
Inoltre il modello La Hitte nel 1861 era già in uso in Italia dall’esercito borbonico proprio durante i fatti dell’assedio di Gaeta nel febbraio del 1861. Si trattava in particolare del 4 libbre e del 12 libbre in bronzo con i relativi proietti cilindrogivali; cannoni utilizzati anche dai piemontesi durante lo stesso assedio. Il 12 libbre mod. La Hitte giudicato efficiente, era poco differente dal 16 libbre rigato piemontese mod. Cavalli.
Inoltre a parte la rigatura è giusto ricordare che il Cavalli progettò appunto la retrocarica e alcuni modelli di affusto.
Anche nel caso della artiglierie rigate, non corrispondono a realtà le dichiarazioni circa la gittata dei pezzi indicata a 5000 metri. Come per le vecchie artiglierie infatti, anche quelle rigate avevano logicamente potenze, caratteristiche e rendimenti diversi in base a tante variabili. Un esempio è dato dal 16 libbre rigato piemontese, il cui tiro poteva raggiungere i 4000 metri, o entrando nello specifico, un cannone obice da 16,5 cm rigato con  carica di polvere  di 3 kg, a 10 gradi di elevazione raggiungeva i 2800 metri, a 15 gradi i 3800 metri, a 30 gradi i 5700 metri.
In ogni caso in tutti gli assedi alle Piazze borboniche, l’esercito piemontese non utilizzò solo i pezzi rigati ma anche quelli lisci di varia calibro e affusti.

3) Non era inoltre necessario attendere l’introduzione delle artiglierie ad anima rigata nel XIX sec, perché i sistemi fortificati venissero modificati. Infatti i primi adattamenti vennero già apportati molti secoli prima, a causa dell’effettiva introduzione delle artiglierie
A Messina abbiamo vari esempi come il castello Gonzaga, che indica un modello rinascimentale di transizione tra il vecchio concetto di castello e la sua evoluzione; o la stessa Real Cittadella  che seppur edificata alla fine del Seicento, presenta già una ben evidente ridotta estensione verticale delle mura.

4) Altre inesattezze sono state rilevate nell’intervista, riguardo quanto affermato circa l’assedio piemontese di Messina conclusosi nel marzo del 1861. Infatti è stato affermato che i presidi borbonici erano solo quelli della Cittadella, quanto in realtà tutta la zona falcata era sotto il controllo delle forze borboniche con batterie presso il bastione Don Blasco, lunetta Carolina, Real Cittadella, forte della Lanterna, castello del SS Salvatore. La Real Cittadella sul piano di Santo Stefano armava 42 pezzi di artiglieria lisci da 80, 36 e 24 libbre.
Nell’intervista si è dichiarato invece che quest’ultima armasse circa 400 cannoni, ma ci si domanda come fosse possibile che la sola Cittadella potesse avere  in posizione tale gran numero di pezzi.
Infatti il dato è assolutamente errato, poiché la cifra si riferisce al totale dei pezzi ritrovati insieme ad altro materiale dopo la resa borbonica, che per la precisione erano 455, di cui 300 in ferraccio e 155 in bronzo.

5) Ulteriore disattenzione è quella circa il bombardamento delle batterie piemontesi contro i suddetti presidi borbonici di Messina nel marzo 1861, che secondo gli esperti durò soltanto un’ora.
Ciò è errato poiché intanto è bene premettere che la convenzione Clary – Medici stipulata nel luglio 1860, fu abrogata con inizio delle ostilità il giorno 1 marzo 1861. Il 5 marzo le batterie borboniche aprirono il fuoco contro il nemico, proseguendo sino al 12.
A mezzogiorno del 12 le batterie piemontesi, forti in totale di 23 cannoni in ferro da 40 libbre rigati e 6 lisci, 10 cannoni rigati da 16 in bronzo da campagna, 6 da muro rigati, 12 mortai da 27 cm in ferro e 4 da 15 cm in bronzo, aprirono progressivamente il fuoco e con oltre 4000 granate ridussero al silenzio quelle nemiche mentre gli incendi minacciavano i depositi munizioni della Cittadella.
Alle 17 il comandante della Piazza borbonica chiese il cessate il fuoco, accordato 30 minuti dopo con  l’obbligo di dichiarazione di resa entro le ore 21.
Quindi il bombardamento piemontese durò non una ma  cinque ore.

Armando Donato