Sulle artiglierie ad anima liscia e rigata

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1) E’ errato affermare che tutti i cannoni ad avancarica ad anima liscia, di cui non si è palesemente in grado di spiegare il funzionamento, le caratteristiche, il periodo e il metodo di fusione  e il peso della palla, sparassero ad una distanza massima di 1000 metri.  A parte la distinzione tra gittata massima e utile, la generica dizione di “cannone” non è corretta, poiché le palle sferiche di vario tipo, erano in uso a svariate tipologie di artiglierie a tiro teso e curvo differenziate in base a varie caratteristiche, e che nei secoli subirono cambiamenti anche circa la terminologia.
La gittata di un artiglieria ad avancarica ad anima liscia non può essere certo standardizzata, essendo dipendente da tante variabili come: il tipo di artiglieria, la temperatura dell’ambiente, il tipo, il materiale e il peso dei proietti, la velocità e l’attrito con l’aria, il vento (differenza tra il diametro della canna e quella della palla), l’angolo di tiro, la quantità e la qualità della polvere in uso, il tormento degli affusti, la resistenza e il surriscaldamento del metallo ecc.
Un cannone ad avancarica con palla ad es. da 8 libbre francesi, non aveva le stesse caratteristiche, prestazioni  e risultati di un cannone da 16, da 36 o di qualsiasi altro calibro, fermo restando che nel tempo anche le artiglierie lisce subirono notevoli modifiche ed evoluzioni sino ad arrivare, per citare solo alcuni esempi, ai famosi modelli Paixhans e Millar a bomba,  progettati negli 20- 30 dell’Ottocento ed utilizzati in Italia ed in Europa sino alla metà ed oltre dello stesso secolo.
Il cannone obice modello Paixhans da 80 libbre a bomba, che insieme alle artiglierie simili di fatto decretò  la fine del naviglio in legno, fu già utilizzato a Messina durante i moti del 1848 ed era molto ben conosciuto sia dal Cialdini che dal Garibaldi nel 1860-61. L’80 libbre nelle prove al tiro con una determinata elevazione e una data carica di polvere, superava i 1000 metri ed a 2000 riusciva a penetrare 26 cm di legno quercia.
Citando un altro esempio, un cannone da 36 libbre mod. Griebevaul della seconda metà del Settecento, con carica di polvere da 6 chili, a 1000 metri riusciva a penetrare 80 cm di legno di quercia; un 8 libbre con carica di polvere di 1,25 kg a 1000 metri nemmeno arrivava. Ciò a conferma dell’inattendibilità di quanto affermato dai sopracitati esperti .

2) Un altro punto da confutare è quello circa il sistema di artiglierie rigate modello Cavalli, citate nell’intervista quasi come fosse l’unico. In realtà esistevano altri modelli di artiglierie rigate, o comunque ad anima non liscia, come il francese La Hitte ad avancarica in bronzo. Tale modello fu sperimentato nel 1848,  diffuso presso molti Stati per la sua efficienza ed impiegato in guerra nel 1859; quindi prima del modello Cavalli in ghisa proposto nel 1832, adottato nel 1843 circa il sistema a retrocarica, sperimentato nel 1846 con l’anima a due righe, ed impiegato ufficialmente a Gaeta nel 1861.
Inoltre il modello La Hitte nel 1861 era già in uso in Italia dall’esercito borbonico proprio durante i fatti dell’assedio di Gaeta nel febbraio del 1861. Si trattava in particolare del 4 libbre e del 12 libbre in bronzo con i relativi proietti cilindrogivali; cannoni utilizzati anche dai piemontesi durante lo stesso assedio. Il 12 libbre mod. La Hitte giudicato efficiente, era poco differente dal 16 libbre rigato piemontese mod. Cavalli.
Inoltre a parte la rigatura è giusto ricordare che il Cavalli progettò appunto la retrocarica e alcuni modelli di affusto.
Anche nel caso della artiglierie rigate, non corrispondono a realtà le dichiarazioni circa la gittata dei pezzi indicata a 5000 metri. Come per le vecchie artiglierie infatti, anche quelle rigate avevano logicamente potenze, caratteristiche e rendimenti diversi in base a tante variabili. Un esempio è dato dal 16 libbre rigato piemontese, il cui tiro poteva raggiungere i 4000 metri, o entrando nello specifico, un cannone obice da 16,5 cm rigato con  carica di polvere  di 3 kg, a 10 gradi di elevazione raggiungeva i 2800 metri, a 15 gradi i 3800 metri, a 30 gradi i 5700 metri.
In ogni caso in tutti gli assedi alle Piazze borboniche, l’esercito piemontese non utilizzò solo i pezzi rigati ma anche quelli lisci di varia calibro e affusti.

3) Non era inoltre necessario attendere l’introduzione delle artiglierie ad anima rigata nel XIX sec, perché i sistemi fortificati venissero modificati. Infatti i primi adattamenti vennero già apportati molti secoli prima, a causa dell’effettiva introduzione delle artiglierie
A Messina abbiamo vari esempi come il castello Gonzaga, che indica un modello rinascimentale di transizione tra il vecchio concetto di castello e la sua evoluzione; o la stessa Real Cittadella  che seppur edificata alla fine del Seicento, presenta già una ben evidente ridotta estensione verticale delle mura.

4) Altre inesattezze sono state rilevate nell’intervista, riguardo quanto affermato circa l’assedio piemontese di Messina conclusosi nel marzo del 1861. Infatti è stato affermato che i presidi borbonici erano solo quelli della Cittadella, quanto in realtà tutta la zona falcata era sotto il controllo delle forze borboniche con batterie presso il bastione Don Blasco, lunetta Carolina, Real Cittadella, forte della Lanterna, castello del SS Salvatore. La Real Cittadella sul piano di Santo Stefano armava 42 pezzi di artiglieria lisci da 80, 36 e 24 libbre.
Nell’intervista si è dichiarato invece che quest’ultima armasse circa 400 cannoni, ma ci si domanda come fosse possibile che la sola Cittadella potesse avere  in posizione tale gran numero di pezzi.
Infatti il dato è assolutamente errato, poiché la cifra si riferisce al totale dei pezzi ritrovati insieme ad altro materiale dopo la resa borbonica, che per la precisione erano 455, di cui 300 in ferraccio e 155 in bronzo.

5) Ulteriore disattenzione è quella circa il bombardamento delle batterie piemontesi contro i suddetti presidi borbonici di Messina nel marzo 1861, che secondo gli esperti durò soltanto un’ora.
Ciò è errato poiché intanto è bene premettere che la convenzione Clary – Medici stipulata nel luglio 1860, fu abrogata con inizio delle ostilità il giorno 1 marzo 1861. Il 5 marzo le batterie borboniche aprirono il fuoco contro il nemico, proseguendo sino al 12.
A mezzogiorno del 12 le batterie piemontesi, forti in totale di 23 cannoni in ferro da 40 libbre rigati e 6 lisci, 10 cannoni rigati da 16 in bronzo da campagna, 6 da muro rigati, 12 mortai da 27 cm in ferro e 4 da 15 cm in bronzo, aprirono progressivamente il fuoco e con oltre 4000 granate ridussero al silenzio quelle nemiche mentre gli incendi minacciavano i depositi munizioni della Cittadella.
Alle 17 il comandante della Piazza borbonica chiese il cessate il fuoco, accordato 30 minuti dopo con  l’obbligo di dichiarazione di resa entro le ore 21.
Quindi il bombardamento piemontese durò non una ma  cinque ore.

Armando Donato

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