Mese: dicembre 2012

Sulle artiglierie ad anima liscia e rigata

ImmagineokkIn merito a quanto sostenuto dagli esperti locali afferenti al museo di Forte Cavalli, in occasione delle recenti interviste sul programma Extra presso l’emittente Tremedia, è bene rettificare e confutare alcuni punti.

1) E’ errato affermare che tutti i cannoni ad avancarica ad anima liscia, di cui non si è palesemente in grado di spiegare il funzionamento, le caratteristiche, il periodo e il metodo di fusione  e il peso della palla, sparassero ad una distanza massima di 1000 metri.  A parte la distinzione tra gittata massima e utile, la generica dizione di “cannone” non è corretta, poiché le palle sferiche di vario tipo, erano in uso a svariate tipologie di artiglierie a tiro teso e curvo differenziate in base a varie caratteristiche, e che nei secoli subirono cambiamenti anche circa la terminologia.
La gittata di un artiglieria ad avancarica ad anima liscia non può essere certo standardizzata, essendo dipendente da tante variabili come: il tipo di artiglieria, la temperatura dell’ambiente, il tipo, il materiale e il peso dei proietti, la velocità e l’attrito con l’aria, il vento (differenza tra il diametro della canna e quella della palla), l’angolo di tiro, la quantità e la qualità della polvere in uso, il tormento degli affusti, la resistenza e il surriscaldamento del metallo ecc.
Un cannone ad avancarica con palla ad es. da 8 libbre francesi, non aveva le stesse caratteristiche, prestazioni  e risultati di un cannone da 16, da 36 o di qualsiasi altro calibro, fermo restando che nel tempo anche le artiglierie lisce subirono notevoli modifiche ed evoluzioni sino ad arrivare, per citare solo alcuni esempi, ai famosi modelli Paixhans e Millar a bomba,  progettati negli 20- 30 dell’Ottocento ed utilizzati in Italia ed in Europa sino alla metà ed oltre dello stesso secolo.
Il cannone obice modello Paixhans da 80 libbre a bomba, che insieme alle artiglierie simili di fatto decretò  la fine del naviglio in legno, fu già utilizzato a Messina durante i moti del 1848 ed era molto ben conosciuto sia dal Cialdini che dal Garibaldi nel 1860-61. L’80 libbre nelle prove al tiro con una determinata elevazione e una data carica di polvere, superava i 1000 metri ed a 2000 riusciva a penetrare 26 cm di legno quercia.
Citando un altro esempio, un cannone da 36 libbre mod. Griebevaul della seconda metà del Settecento, con carica di polvere da 6 chili, a 1000 metri riusciva a penetrare 80 cm di legno di quercia; un 8 libbre con carica di polvere di 1,25 kg a 1000 metri nemmeno arrivava. Ciò a conferma dell’inattendibilità di quanto affermato dai sopracitati esperti .

2) Un altro punto da confutare è quello circa il sistema di artiglierie rigate modello Cavalli, citate nell’intervista quasi come fosse l’unico. In realtà esistevano altri modelli di artiglierie rigate, o comunque ad anima non liscia, come il francese La Hitte ad avancarica in bronzo. Tale modello fu sperimentato nel 1848,  diffuso presso molti Stati per la sua efficienza ed impiegato in guerra nel 1859; quindi prima del modello Cavalli in ghisa proposto nel 1832, adottato nel 1843 circa il sistema a retrocarica, sperimentato nel 1846 con l’anima a due righe, ed impiegato ufficialmente a Gaeta nel 1861.
Inoltre il modello La Hitte nel 1861 era già in uso in Italia dall’esercito borbonico proprio durante i fatti dell’assedio di Gaeta nel febbraio del 1861. Si trattava in particolare del 4 libbre e del 12 libbre in bronzo con i relativi proietti cilindrogivali; cannoni utilizzati anche dai piemontesi durante lo stesso assedio. Il 12 libbre mod. La Hitte giudicato efficiente, era poco differente dal 16 libbre rigato piemontese mod. Cavalli.
Inoltre a parte la rigatura è giusto ricordare che il Cavalli progettò appunto la retrocarica e alcuni modelli di affusto.
Anche nel caso della artiglierie rigate, non corrispondono a realtà le dichiarazioni circa la gittata dei pezzi indicata a 5000 metri. Come per le vecchie artiglierie infatti, anche quelle rigate avevano logicamente potenze, caratteristiche e rendimenti diversi in base a tante variabili. Un esempio è dato dal 16 libbre rigato piemontese, il cui tiro poteva raggiungere i 4000 metri, o entrando nello specifico, un cannone obice da 16,5 cm rigato con  carica di polvere  di 3 kg, a 10 gradi di elevazione raggiungeva i 2800 metri, a 15 gradi i 3800 metri, a 30 gradi i 5700 metri.
In ogni caso in tutti gli assedi alle Piazze borboniche, l’esercito piemontese non utilizzò solo i pezzi rigati ma anche quelli lisci di varia calibro e affusti.

3) Non era inoltre necessario attendere l’introduzione delle artiglierie ad anima rigata nel XIX sec, perché i sistemi fortificati venissero modificati. Infatti i primi adattamenti vennero già apportati molti secoli prima, a causa dell’effettiva introduzione delle artiglierie
A Messina abbiamo vari esempi come il castello Gonzaga, che indica un modello rinascimentale di transizione tra il vecchio concetto di castello e la sua evoluzione; o la stessa Real Cittadella  che seppur edificata alla fine del Seicento, presenta già una ben evidente ridotta estensione verticale delle mura.

4) Altre inesattezze sono state rilevate nell’intervista, riguardo quanto affermato circa l’assedio piemontese di Messina conclusosi nel marzo del 1861. Infatti è stato affermato che i presidi borbonici erano solo quelli della Cittadella, quanto in realtà tutta la zona falcata era sotto il controllo delle forze borboniche con batterie presso il bastione Don Blasco, lunetta Carolina, Real Cittadella, forte della Lanterna, castello del SS Salvatore. La Real Cittadella sul piano di Santo Stefano armava 42 pezzi di artiglieria lisci da 80, 36 e 24 libbre.
Nell’intervista si è dichiarato invece che quest’ultima armasse circa 400 cannoni, ma ci si domanda come fosse possibile che la sola Cittadella potesse avere  in posizione tale gran numero di pezzi.
Infatti il dato è assolutamente errato, poiché la cifra si riferisce al totale dei pezzi ritrovati insieme ad altro materiale dopo la resa borbonica, che per la precisione erano 455, di cui 300 in ferraccio e 155 in bronzo.

5) Ulteriore disattenzione è quella circa il bombardamento delle batterie piemontesi contro i suddetti presidi borbonici di Messina nel marzo 1861, che secondo gli esperti durò soltanto un’ora.
Ciò è errato poiché intanto è bene premettere che la convenzione Clary – Medici stipulata nel luglio 1860, fu abrogata con inizio delle ostilità il giorno 1 marzo 1861. Il 5 marzo le batterie borboniche aprirono il fuoco contro il nemico, proseguendo sino al 12.
A mezzogiorno del 12 le batterie piemontesi, forti in totale di 23 cannoni in ferro da 40 libbre rigati e 6 lisci, 10 cannoni rigati da 16 in bronzo da campagna, 6 da muro rigati, 12 mortai da 27 cm in ferro e 4 da 15 cm in bronzo, aprirono progressivamente il fuoco e con oltre 4000 granate ridussero al silenzio quelle nemiche mentre gli incendi minacciavano i depositi munizioni della Cittadella.
Alle 17 il comandante della Piazza borbonica chiese il cessate il fuoco, accordato 30 minuti dopo con  l’obbligo di dichiarazione di resa entro le ore 21.
Quindi il bombardamento piemontese durò non una ma  cinque ore.

Armando Donato

Piazza Reginaldo Giuliani al Villaggio Santo di Messina

60931_445958008786925_2131236009_nL’unica piazza esistente nel villaggio Santo sito a sud-ovest di Messina è intitolata a Reginaldo Giuliani. Chi era Reginaldo Giuliani direte voi ed ai più sconosciuto? Reginaldo Giuliani nasce a Torino il 28 agosto 1887 e dopo avere terminato gli studi presso i padri Salesiani, nel 1911 viene ordinato sacerdote.
Chiamato alle armi partecipa alla I^ GM come cappellano militare e per il coraggio dimostrato in prima linea viene decorato con due medaglie di bronzo ed una d’argento.
Terminato il sanguinoso conflitto ritorna ad esercitare i Sacramenti, tuttavia ben presto il suo carattere indomito e patriottico lo spinge a chiedere la dispensa dai suoi ministeri e si arruola per andare in A.O.
418174_451824224866970_1340000315_nAggregato ad un reparto di CCNN (Camicie Nere) con il grado di Centurione (equivalente a Capitano del R.E.) della MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), nel corso di un combattimento si trova nel pieno esercizio delle sue funzioni e mentre presta soccorso a tre ufficiali viene travolto dalle orde abissine, e nonostante mostri il crocefisso ai suoi assalitori viene colpito e finito a colpi di scimitarra.
553509_451824698200256_668651074_nIl suo cadavere a differenza degli altri orrendamente mutilati non viene violato forse in virtù del suo stato sacerdotale.
Per questa sua eroica impresa viene decorato con MOVM.

Sergio Cavacece

Gli ultimi sistemi difensivi dello Stretto di Messina

1Il dispositivo eretto a fine Ottocento a difesa dello Stretto di Messina, di fatto si componeva di batterie costiere alte a basso parapetto per il puntamento diretto, con artiglierie principali in ghisa (obici “C”) di grosso calibro con sistemazione in barbetta, utili al tiro curvo di sfondo contronave.

Tali batterie rappresentavano un esempio di strategia difensiva dei litorali basata su piazzeforti ben protette e fortemente armate, aventi il compito di operare in sinergia con le flotte navali per la difesa attiva in mare e le difese territoriali per l’opposizione a sbarchi o invasioni.
Tuttavia già nei primi anni del Novecento, il progresso delle artiglierie aveva posto il problema dell’adeguamento delle difese, suggerendo la realizzazione di un preciso programma di opere moderne.
Dal 1906 al 1943 lo SME e le varie Commissioni di difesa e studio, produssero sistematicamente tutta una serie di atti utili a meglio organizzare la protezione costiera.
In particolare dopo la fine della grande guerra lo SME ribadì l’ulteriore inefficacia delle batterie rispetto agli anni precedenti, ritenendo opportuna la sostituzione delle fortificazioni permanenti con quelle di tipo campale e la riduzione e l’adattamento delle vecchie fortificazioni alle offese aeree.
Nel frattempo si erano redatte nuove Istruzioni per la difesa costiera nel 1919, 20 e 21 e 1924-25 con la decisone, riguardo la Piazza marittima di Messina, di rimandare a tempi successivi l’allestimento delle batterie, rimanendo però la preminenza di interessi circa la gestione della Marina della Piazza stessa, con la gestione delle batterie di obici e quelle di grosso calibro a cura dell’Esercito.
Nel 1928 fu approvata la Relazione sulla difesa controarea territoriale attiva, che per Messina prevedeva l’organizzazione a cura della Marina. Nel 1931 seguì la nuova Istruzione per la difesa delle coste e nel 1935, nell’ambito della nuova organizzazione territoriale, Messina fu inserita alle dipendenze dell’Ispettorato di gruppo di zona di Napoli, diretto da un generale di divisione.
Lo stesso anno fu istituita una nuova specialità della MVSN da impiegare nelle Piazze marittime solo come artiglieria, ovvero la Milizia da COS., erede dell’Artiglieria da Costa e avente i comandi superiori in comune con la M. DICAT.
Nel 1939 la M. da COS. a sua volta divenne Milizia Marittima di Artiglieria, con compiti di gestione delle batterie contraeree, doppiocompito e costiere nelle Piazze marittime. 2
Dal 1940 al 1943 furono emanate importanti circolari e direttive circa la difesa delle coste, il potenziamento della difesa costiera e delle Piazze M. M., la protezione delle vie di comunicazione ed impianti e la difesa antiparacadutisti; sulla difesa delle frontiere marittime e riguardo la sistemazione difensiva e i lavori di fortificazione alle frontiere marittime.
Le ormai datate e vecchie batterie costiere di fine Ottocento dello Stretto, già drasticamente ridotte a 4 nel 1915 (all’epoca per la difesa antisom erano previsti i punti rifugio, ovvero apposite postazioni non permanenti di artiglieria di piccolo calibro distribuite lungo le coste), ancora dotate degli originari complessi da 280/9 in ghisa montati in piazzole circolari, su affusti da posizione e sott’affusti a molle a perno centrale, aventi cadenze di tiro, gittate e caratteristiche in genere ormai da considerarsi risibili; erano nel frattempo state in massima parte disarmate e destinate a depositi. Ne rimanevano infatti attive soltanto 8 nel 1942 e 4 nel 1943 a gestione MilMArt,
Ci si domanda a tal proposito:
1) durante quello che di fatto fu un conflitto mondiale innovativo dal punto di vista dei mezzi, delle tattiche e strategie belliche, erano tali poche e vistose opere costiere, concepite e progettate nell’ultimo ventennio dell‘Ottocento e dichiarate obsolete già a partire dai primi anni del Novecento, da sole in grado di difendere il fronte a mare, lo Stretto e il territorio della Piazza, evitando attacchi navali e sbarchi nemici in qualsiasi punto della costa?
2) Essendo state concepite in un periodo in cui per ovvi motivi il massimo sforzo difensivo si concentrava soltanto sulla protezione antinave e antisbarco dell’epoca; potevano esse a distanza di 60 anni, di offrire sorveglianza e dare effettiva protezione contro l’aereo, cioè uno dei principali strumenti di attacco, enormemente evolutosi e fortemente impiegato proprio come determinante arma di avvistamento e offesa nonché di risoluzione dei conflitti?

Le risposte sono semplici, dato che non furono di certo tali vecchie batterie, tra l’altro fantasiosamente denominate “forti umbertini”, ad ottemperare a tali gravosi compiti, rivestendo solo un ruolo marginale nell’ambito delle attività difensive.

Infatti a partire dalla seconda metà degli anni Trenta fu edificata una prima ossatura del nuovo sistema difensivo attivo permanente, in sostituzione delle vecchie opere di GC di fine Ottocento, come detto assolutamente inadatte ad assicurare la difesa della Piazza da più evoluti strumenti, sistemi e tattiche offensive.
La protezione spettava dunque alle nuove batterie concepite in netto contrasto con le vecchie opere, secondo più adeguati criteri basati sulle ridotte dimensioni (elementi puntiformi), massimo mimetismo, economia e celerità di realizzazione e l’impiego di appositi sistemi d’arma. A queste opere seguirono a secondo conflitto mondiale già iniziato, quelle costituenti il nuovo fronte a terra, che aveva il compito specifico di controllo, impedendo eventuali penetrazioni nemiche nel territorio della Piazza.
Nel 1939 Messina in quanto località di primo grado armava 5 batterie da 75 mm in posizione più 5 assegnate e 22 mitragliatrici. In breve volgere di tempo, sorsero inoltre opere difensive a largo raggio, che integrati da servizi di vigilanza armata, valsero ad assicurare l’inviolabilità delle zone portuali mediante il controllo costante ed accurato sul traffico delle persone e dei mezzi e sui materiali e generi in approntamento per il carico a bordo delle unità da guerra.
Nel 1943 lo Stretto risultava difeso da un sistema permanente composto da 21 batterie per cannoni da 90/53, 4 da 90/42, 22 da 76/40, 3 da 75/46 e 2 da 20 mm, in posizione.
In particolare nel luglio- agosto di quell’anno, tra fisse e mobili contava circa 29 batterie italiane da 76, 90, 120, 149 e 152 mm e 22 tedesche da 88, 105 e 170 mm, più vari pezzi leggeri da 20 e 37 mm. A tal proposito circa la difesa contraerea vari autori tra cui Santoni, Jacason, Gundelach, Hooton e D’Este indicano notizie differenti, come ad es. 235 pezzi di cui 123 da 88 e 90 mm e 112 di calibro inferiore, oppure 70 batterie o 65 batterie, o ancora 164 pezzi pesanti e 112 leggeri. La difesa costiera era invece assicurata da batterie 152 mm italiane e 4 tedesche da 170 mm, oltre alle sopracitate quattro batterie da 280.
Fu l’azione di tali più moderne batterie, facenti parte del cronologicamente ultimo dispositivo eretto, ed effettivamente impiegato in guerra, a consentire l’efficace protezione dello Stretto durante il secondo conflitto mondiale, assicurando il pieno successo delle operazioni di trasferimento delle divisioni italiane e tedesche in Calabria nel luglio- agosto 1943, ed evitando dunque l’accerchiamento da parte delle due armate angloamericane sbarcate sull’isola.

Armando Donato

Replica dell’Associazione “Festung” sulla mostra fotografica a cura del Sig. Pintaldi

Pubblichiamo, di seguito, la mail giuntaci da parte dell’Associazione “Festung”, che recita integralmente:

“E’ innanzitutto opportuno che, richiamandoci ai doveri contenuti nella Legge 3 febbraio 1963, n. 69, la responsabile del network MesisnOra, dottoressa Mancuso, cancellasse o rettificasse immediatamente il link
http://www.messinaora.it/joomla/cultura-e-spettacolo/item/3930-la-mostra-fotografica-del-maestro-pintaldi-e-i-fotogrammi-della-discordia-video.html

in cui, pubblicamente, in maniera del tutto aprioristica, offensiva e passibile di denuncia, ha tacciato di –nazismo- (Festung Sizilien significa Sicilia fortificata, e i bunker nazisti a Messina non esistono) l’associazione solo perché denominata in lingua tedesca.
Quella stessa lingua propria di imperatori, poeti, scrittori con i quali la Sicilia e Messina hanno avuto ed hanno importantissimi legami; propria dei tanti turisti che ogni anno vengono a visitare la nostra isola, incrementandone l’economia e soprattutto propria di quella terra che ha dato e dà la possibilità di lavorare e vivere a molti italiani, siciliani in particolare, –costretti- ad andar via.

Premesso ciò, le ironiche e screditanti dichiarazioni del signor Roberto Pintaldi, diffuse nel video su youtube pubblicato il 6 dicembre a cura del network multimediale MessinaOra, non ci toccano.

Tuttavia se la nostra Associazione è –sedicente– così come affermato nel video dal Pintaldi, risulta davvero strano che, citando un esempio, coloro non più giovanissimi che si occupano di cultura locale, possano ancora confondere la palazzina INAIL col palazzo Littorio.– Forse non siamo gli unici –sedicenti.–
il Sig. Pintaldi sappia che l’Associazione non è composta da FESSI così come crede.
E’ infatti palese che -dopo le nostre segnalazioni-,quindi a mostra in pieno svolgimento, nel pannello con le immagini inerenti i bombardamenti, nello spazio in alto, tra la foto che ritrae il palazzo del Banco Sicilia e quella del palazzo Littorio, e nello spazio a dx sopra il fotogramma che ritrae il porto distrutto, -siano apparse le targhette indicanti la provenienza, Immagini tratte da “Messina un secolo di storia, 1870-1960, ricerche cinematografiche Egidio Bernava””. –Targhette che prima non c’erano–.
Le fotografie che pubblichiamo a dimostrazione di quanto sostenuto, parlano chiaro.

Come infatti è bene evidente, le immagini -A e B- scattate alla fine di novembre, si riferiscono a prima della modifica; infatti le frecce rosse indicano lo spazio vuoto in cui -le targhette non ci sono ancora–.
Nella foto –C- invece, ovvero l’immagine estrapolata dal suddetto video pubblicato su youtube il 6 dicembre, si nota bene che gli spazi prima vuoti sono occupati dalle targhette, –palesemente aggiunte dopo–.
Inoltre si ribadisce che la questione non è riferita ai soli due fotogrammi del periodo bellico; ovvero quello della jeep Willys MB e quello della mitragliera 20 /70 Scotti Isotta Fraschini, essendovi in totale 9 tra fotogrammi e foto non opera del Maestro, di cui non era stata segnala la provenienza.

Quindi le nostre segnalazioni, al di la delle chiacchiere e dei polveroni alzati, si sono rivelate giuste e fondate.
Finalmente adesso ci sono le indicazioni, seppur è chiaro che la fonte originaria dei filmati contenuti nel lavoro del gentile dott. Bernava (tra l’altro visibili in tanti altri dvd) che al contrario di quanto pubblicamente sostenuto in un precedente comunicato dal signor Pintaldi, non indica alcuna collaborazione, non citando nei titoli di coda il nome del Maestro; sono dell’Ist LUCE e /o altri archivi a seconda del tipo di filmato. Le foto invece sono spesso visibili anche in alcuni volumi sulla seconda GM, uno in particolare che contiene anche le eloquenti foto dei bombardamenti, scattate dal Maestro.

In conclusione l’Associazione ribadisce per l’ennesima ed ultima volta, che – non ha interessi di alcun tipo ed ha attaccato o criticato i pregiati lavori del Maestro Aldo Pintaldi, eccellente professionista mai messo in discussione.– Tantomeno cerca pubblicità, visibilità, contatti e collaborazioni, in una realtà locale che si commenta bene già da sola.
L’Associazione, costituita da un gruppo di liberi cittadini contribuenti, che per mezzo di essa hanno liberamente espresso una propria legittima, pacata e fondata segnalazione, non ha nulla da condividere e tantomeno nessun dovere ed obbligo nel confronti del signor Roberto Pintaldi e della relativa mostra pubblica sponsorizzata da enti pubblici; riservandosi di appalesarsi nei modi ritenuti più opportuni.

Buon proseguimento
Best regards (siamo in Italia che in quanto paese libero ci consente di parlare come meglio crediamo)

Ass. Festung Sizilien”

In allegato, la foto relativa alla mostra.

mostra fotografica

Replica dell’ASS. Festung Sizilien al Sig. Roberto Pintaldi circa la mostra fotografica presso i locali di SM Alemanna

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Riceviamo e pubblichiamo quanto segue:

“In merito alle risposte date dal Sig. Roberto Pintaldi circa il nostro comunicato, pubblicato su Tempostretto al seguente link
http://www.tempostretto.it/news/pro-quo-associazione-segnala-foto-non-originali-mostra-pintaldi-replica-disattenti.html

si premette che Festung Sizilien è un’ Associazione che come tante altre realtà opera in assoluta autonomia.
Il fatto che a Messina sia conosciuta o meno non ha rilevanza alcuna, dato che la città non è certo  da intendersi essenziale banco di prova o fondamentale indicatore e marchio di garanzia di chissà quale livello storico culturale.
Occorre altresì puntualizzare che nel precedente comunicato che si invita a rileggere, l’Associazione non ha mosso attacchi o critiche contro qualcuno o qualcosa, ma secondo l’articolo 21 della Carta Costituzionale, i cui principi sono evidentemente sconosciuti a certi lettori/cittadini, ha pacatamente ed educatamente puntualizzato in maniera più che attenta e specifica, alcuni legittimi e fondati dubbi circa la mostra in oggetto. Per tali motivi si riserverà di agire nelle sedi opportune qualora fosse ulteriormente fatta oggetto di diffamazioni,  calunnie e accuse senza nessun fondamento.
La questione in oggetto non si riferisce tanto all’originalità delle opere, ma all’autore, ovvero a colui che ha effettivamente eseguito gli scatti.  Evidentemente le disattenzioni non sono state nostre poiché::

1)    Di fatto è stata allestita una mostra d’autore pubblica, sponsorizzata da enti pubblici (aspetti da tenere nella giusta considerazione), contenente però varie immagini che riguardo il secondo conflitto mondiale, non sono state scattate dal Maestro Aldo Pintaldi; la cui integrità morale e professionale non è mai stata messa in discussione, così come i preziosi scatti eseguiti;

2)    Il Sig. Roberto Pintaldi era però disattento quando, nonostante il particolare al punto n 1, ha consentito l’affissione dei due manifesti sul cancello di accesso della chiesa, riportanti la scritta a caratteri cubitali “”Attraverso le immagini di Aldo Pintaldi, Mostra fotografica continua..”. Ciò ha lasciato subito intendere che anche nel comparto relativo alla guerra, tutti gli scatti fossero opera del Maestro;

3)    Se il lavoro a cura Egidio Bernava “Messina un secolo di storia 1870-1960”, citato dal Sig. Roberto Pintaldi è quello edito nell’anno 1999, quale fonte di alcune non meglio indicate immagini esposte, risulta sorprendente che nella videocassetta relativa alle immagini dal 1933 al 1944, in nessuna occasione compaia il nominativo del Maestro Aldo Pintaldi;

4)    A differenza delle foto effettivamente scattate dal Maestro, per altre note immagini tra foto e fotogrammi relativi alla guerra, salvo  eventuali modifiche in corso d’opera, non è affatto chiaramente indicata alcuna notizia circa l’origine o l’autore (vedasi l’esempio in foto);

5)    Risultano totalmente false le dichiarazioni del sig. Roberto Pintaldi, circa presunte collaborazioni con i curatori del DVD “Novecento, le guerre del secolo: Codice Husky, gli alleati in Italia 1943-1945”, a cura dell’Ist. LUCE 2004, e il DVD “Sicilia 1943, lo sbarco alleato” ,edito da Le Nove Muse 2004, a cura di E. Costanzo, il quale ha smentito personalmente quanto asserito dal Pintaldi. Tra l’altro se collaborazione vi fosse stata, il nome del Maestro sarebbe risultato nei titoli di coda, così come per tutti gli altri collaboratori.

6)    Si rammenta che il lavoro del Bernava, quelli succitati e tanti altri, sono stati prodotti attingendo in massima parte e/o totalmente da filmati a cura dei cineoperatori ufficiali italiani e quelli alleati (ed anche tedeschi),questi ultimi conservati insieme a vario materiale fotografico presso gli archivi americani del N.A.R.A. e US.AHEC, inglesi dell’IWM e australiani del War Memorial.

7)    Circa gli storici locali  accennati dal  Sig. Pintaldi non è chiaro a quale titolo, è bene ricordare a qualcuno di essi, che esistono pregevoli collezioni a cura di un dimenticato personaggio, che produsse decine di scatti tra le rovine della città subito dopo le incursioni aeree angloamericane, indicando per ciascuna foto luogo, anno, mese, giorno, ora  e minuti.

Dato che per alcuni signori il legittimo desiderio di onorare le  preziose opere eseguite da un eccellente professionista, equivale ad esibire arbitrariamente anche foto e fotogrammi di altra appartenenza, origine o autore, tra l’altro facilmente verificabili; sarebbe bastato per rispetto della verità storica,fare le opportune dichiarazioni e conferme in modo costante e chiaro,anche nei vari comunicati diffusi in questi ultimi mesi.
In tale modo, così come intrinsecamente contenuto negli articoli 118, 119 e 120  del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, non sarebbe venuto meno il diritto alla corretta informazione a favore dell’utenza circa la genuinità dei pezzi esposti, e codeste nostre doverose puntualizzazioni, distanti da pregiudizi, intenzioni e interessi di qualsiasi natura, non avrebbero avuto ragione di esistere.
Questo è quanto; chi vuol intendere intenda.

Distinti Saluti Ass. Festung Sizilien”