Il Sacco di Novara 23 marzo 1843

Erano appena concluse le scaramucce belliche fra gli eserciti del Piemonte e del Lombardo-veneto alleati degli austriaci presso Novara che con fatica da ambo le parti si contavano i 10 mila morti. Quando l’esercito sconfitto di re Carlo Alberto, sviliva la sua rabbia sulla popolazione della città sorella di Novara. Una orde di trentamila sbandati a dire di alcune fonti ufficiali, si erano dati al saccheggio di una intera città. Non mancarono atti nefandevoli, di pura macelleria civile: scempi di corpi, violenze, stupri, sciacallaggio. Incendi, profanazioni di luoghi santi, rapina e soprusi di ogni genere. Ancora oggi non si riescono a quantificare con ordine le vittime fra i civili assediate da costoro in quel territorio del Piemonte. Una stima per difetto parla di un mezzo migliaio di morti. Ne tantomeno si riesce a dare una misura parcellizzata alle vittime occorse a Novara, ne allo stesso esercizio di barbarie arrecato ai borghi e ai villaggi del territorio provinciale di Novara e a quello della allora provincia di Lorellina. Uno scandalo di proporzioni gigantesche aveva ammantato di vergogna l’esercito savoiardo. Ma per quanto appaia clamorosa questa notizia, ben poche sono le tracce storiche che la ricordano; tranne alcune lettere subito entrate nel repertorio di incuriositi cronisti. Molto tempo dopo questi accadimenti, da testi austriaci e francesi, piano piano, si accrebbero le verità ancora oggi, misteriosamente nascoste agli ignari cittadini italiani. Perfino il parlamento di Sardegna ne ebbe sconcerto e conoscenza, nella sessione del 1850 atto n° 276 sotto l’incalzante relazione del deputato Pallavicini Ignazio, il quale mise alla attenzione dei colleghi, i risvolti di una petizione popolare degli abitanti del comune di Romagnano, fatti oggetto dello stesso trattamento adoperato a Novara e ai villaggi di quelle valli, quando trentamila sbandati dell’esercito regio, si erano dati alla macchia e alla rapina, seminando centinaia di vittime. Quando mi sono ritrovato per le mani una traccia come quella appena segnalata, stentavo a crederci se non che, recuperando l’arroganza tutta sabauda, nel raccontare la storia quasi sempre partigiana, sunto di una mentalità autoritaria, come quella che ha annichilito i territori di una intera penisola non mi meravigliavano adesso queste nuove. Come non ricordare il bombardamento di Genova del 1849, quando le artiglierie piemontesi devastarono l’ospedale civico mietendo decine e decine di malati? Per non parlare delle devastazioni arrecate al porto e alle abitazioni dei genovesi. Come non recuperare gli atti di terrorismo civico, quando persino gli studenti del magistero della regia università di Torino, vennero decimati passati di baionetta o sgozzati nelle aule barricatisi fra i banchi di scuola perché oppostisi alla polizia? Perché meravigliarsi in simile stato: anche questi fenomeni fanno parte della storia di Italia anche se la Repubblica fa finta che non siano mai accaduti, limitandosi a rastrellare le carte scomode nascondendole alla storia. Oppure coprendo oltraggi disumani arrecati alle popolazioni italiche memorie clamorose riposte in scomodi e sporchi scaffali, passandovi un ben munito panno per asciugare il sangue che ancora gronda copioso dai quei fondi.
Eppure, stiamo parlando di un esercito che fece delle province napoletane macello in dieci anni di lotta civile. Stiamo dunque narrando di fatti che neppure oggi, gli stessi storici di Novara vogliono ricordare alienandosi a un dolce sentire di arpe e violini, strimpellare melodie malinconiche ma affratellanti nel ricordo di un epico risorgimento.
Vergogna a voi intellettuali di Novara che dimenticate la vostra storia, il vostro sangue. Eppure anche se pochi, le voci contrastanti si levarono in quegli anni. Salvo poi, inabissarsi sotto un glaciale silenzio.
Da uno studio a cura di Rchard Moll tradotto dal tedesco ed inserito in un sommario di Cesare Balbo, pubblicato a Torino nel 1852 alla pagina 117 si segnalava: “si volse del tutto contraria ai piemontesi la battaglia, i quali disordinatamente si ritirarono fin sotto le mura di Novara cui toccò la deplorevole sorte di essere saccheggiata dai suoi propri connazionali.”
Un altro autore francese di nazionalità Charles Victor Prevot appena un anno prima, aveva portato alla stampa e pubblicata in Livorno 1851 un resoconto delle rivolte delle maggiori città italiane nei regni di loro competenza. Recuperando gli eventi legati alla capitolazione dell’esercito savoiardo del 23 marzo 1843 in quel di Novara, a pagina 133 segnalava: “in quella medesima notte ebbero luogo a Novara orribili disordini. Era tanta l’esacerbazione dei soldati vinti, che essi si diedero a saccheggiare le case e volevano dar fuoco alla città, secondando la voce che diceva volersi vendicare del tradimento dei lombardi.”
Vaneggiamenti di una tiritera che fu, immediatamente innalzata come coltre fumogena, dagli attacchini di casa Savoia per mitigare quelle notizie al popolo del regno savoiardo avvilito da quelle storie. E di storie furono raccontate distribuendo leccornie in buone azioni degli ufficiali che addolorati per quelle mere stragi, intervenivano al fianco del popolo fraterno. Strano, la satira e l’opinione pubblica nelle corti amiche e nemiche in Italia in quella fase storica, suonavano la stessa musica. L’unica corte che non si era accorta del genocidio, fu proprio quella che commise quella rapina. Si che, alle memorie degli “stranieri” si aggiungono quelle dei “fratelli” che in vero non solo non si discostano di un millimetro dai primi, ma si allontanano per contenuti assolutamente, dalla stampa piemontese che cercava di addolcire la pillola.
Da una Raccolta per ordine cronologico di tutti gli ordini, decreti, nomine eccetera del Governo provvisorio di Venezia, stampato in Venezia nel 1849 e precisamente nel VII° volume, a pagina 5 segnalava un fatto di cronaca: “durante la ritirata, Novara fu dalle proprie truppe saccheggiata ed incendiata.”
Dalle cronache smielate provenienti da Torino, immediatamente a quei fatti e negli anni successivi, si affrettavano a segnalare qualche porta infranta e qualche bancarella di mercato incendiata perché, il disordine arrecato agli ignari abitanti del novarese, potrebbe essere apportato all’abitato torinese, vista la felloneria di molti ufficiali del regio esercito e soprattutto, la facile presa di posizione di una dinastia pronta al massacro per una folata di vento fuori posto. La satira dell’epoca, pronta a massacrare e diffamare i regnanti legittimi delle Due Sicilie non fu incline al silenzio, quando a cantare si doveva raccontare una opera sgradita al sovrano e alla casa Savoia. Allora, dalle pagine del giornale fiorentino Il Popolano, anno secondo dei numeri di aprile del 1849, immediatamente tuonava ribalda (raccolta incasellata p. 1116) la critica: “la brigata Casale fu rilevata dalla brigata Pinerolo che è una delle migliori, e perciò predisposta a non fare il suo dovere. Dopo due scariche si videro gli ufficiali far mezzo giro e con tranquillo passo ricondursi dietro i soldati maravigliati. Savoia si batté poco o nulla, come se si trattasse di una causa straniera e non dell’onore dei suoi Principi e del prossimo loro destino. Savoia entrando in Novara affamata, sfondò gli usci e depredò le case. Furono forzati gli usci di tutte le botteghe, rubando dal pane, al salame, agli ori e gli orologi preziosi e perfino denari. Nei villaggi fecero peggio: uccidendo vacche e porci senza cibarsene.” La satira dunque, sferzante, mitigava annullando le giustificazioni della stampa torinese che giustificò quella sconfitta merito della disordinata alleanza che non provvide a sfamare il povero esercito savoiardo, costretto a rubare per non morire di fame. Ecco che i fatti accaduti nella provincia, subito ripresi da quei toscanacci e dal parlamento Savoiardo ricordate, dove segnalo ad apertura di articolo, quanto il governo dell’epoca, fosse assolutamente a conoscenza dei fatti, decidendo a rimborsare coloro che subirono un danno dal Regio Esercito.
In verità un solo ribaldo, un uomo onesto, Felice Venosta ebbe il coraggio a giuoco ultimato, di esercitare il potere dello storico eviscerando le ragioni di un comportamento e la dura cronaca quando, nel suo tomo intitolato “La battaglia di Novara, nel 1864 portava alle stampe in quel di Milano, una piccola cronaca degli accadimenti, qui estratta e sintetizzata dalle pp. 114 – 116. “Fu praticato l’omicidio come mezzo di persuasione appianando le divergenze fra i proprietari e i ladri che penetrarono nelle case cercando ori e denari e non cibo. Furono incendiate case presso la piazza D’Erbe e passati di baionetta novaresi in fuga impauriti presso la piazza Bellini. Gli ufficiali complici e ben comandati da un generale più bravo a rubare che a combattere come il Biscaretti, assisteva agli scempi inerme, giustificando addirittura le azioni della soldatesca. Furono commessi atti vergognosi da un esercito oggi reso italiano. E tutto questo avvenne in una città fraterna che al fianco degli stessi, ebbe combattuto contro il loro comune nemico.”
La domanda nasce spontanea: per quale motivo un accadimento come questo fu rimosso dalle cronache storiche? Quasi tutte le fonti ricordano in quella occorrenza, la disfatta della battaglia di Novara perché da quella sconfitta, la stessa notte, si ebbe l’abdicazione del re di Savoia e di Sardegna Carlo Alberto in favore del figlio, il Duca di Savoia, il futuro Vittorio Emanuele secondo. Ma i cronisti si guardarono bene, di riportare anche il rovescio della medaglia: le carneficine del popolo di Novara commesse dall’Esercito Regio. Quando la notizia si fece clamorosa, tutto fu ricondotto a un manipolo di sbandati e di disertori, gli stessi che furono rei d’avanti alla nazione della disfatta contro gli austriaci e i loro alleati. Ma solo Felice Venosta improntamente, additò il responsabile e con esso, l’alto comando a cui apparteneva schernendo costui, e attraverso questo alto ufficiale la sua linea di comando. Nelle itterizie di questo generale, delle sue truppe, dei sui ufficiali subalterni, si ha la mano del fratricida che ebbe commesso il fatto. Proprio quella paternità però, fu omessa, da tutti gli storici successivi fino a dopo l’ultimo conflitto mondiale; essendo a cavallo del destriero del regno di Italia, un discendente di casa Savoia. Andiamo con ordine svelando quello strappo e gli attori che furono protagonisti anche se indirettamente.
Per esercitare il diritto di cronaca dello storico nella storia, mi aiuto delle memorie di un inaspettato testimone.
“MEMORIE ED OSSERVAZIONI SULLA GUERRA DELL’INDIPENDENZA D’ITALIA nel 1848 RACCOLTE DA UN UFFICIALE PIEMONTESE CUI FARAN SEGUITO QUELLE DEL 1849 con note e ritratti”
La fonte è ufficiale, proviene dall’alto comando del Regio Esercito. In esso vengono osservate le linee di comando e la rispettiva operatività in quel momento storico per la futura Italia. Nel merito delle competenze del generale Biscaretti, si descrisse il contorno al quale dipendeva la sua autorità nel comando e a chi rispondeva per le azioni ad esse attribuite.
Il testo ufficiale, venne così vergato in TORINO 1849 impresso da GIOVANNI FANTINI nel quale tomo a p. 6 si osservava: “DIVISIONE DI RISERVA Tenente generale il Duca di Savoia al cui comando rispondevano i comandanti della Brigata Guardie, generale conte Biscaretti e il comandante della Brigata Cuneo, generale conte d’Aviernoz.
Uno stralcio che da solo non fa che acclarare una situazione ben nota: si sapeva chi fosse il generale Conte Biscaretti. Si conosceva quale brigata fosse sotto il suo comando e a sua volta chi fu l’alto ufficiale a cui doveva obbedienza, il Tenente Generale il Duca di Savoia, colui il quale, la stessa notte delle scorrerie delle soldatesche al comando di un suo ufficiale subalterno il Conte Biscaretti commesse contro civili inermi in quel di Novara, sarà nominato Re di Savoia e di Sardegna sotto il nome di Vittorio Emanuele II di Savoia.
Come a dire che, le azioni di un alto ufficiale come il conte Biscaretti si potevano ripercuotere sul futuro sovrano: uno scandalo dunque, di proporzioni regie.

Alessandro Fumia

2 comments

  1. in ogni caso non c’è peggio di uno stato maggiore sconfitto,che fa ripiegare rovinosamente le truppe,e che segna una città della madrepatria come traditrice,siamo nel novero delle inutili atroci vendette di generali ed ufficiali reazionari,con un forte odio nei confronti delle classi popolari,cosa che si ripetette,con la repressione in Sicilia negli anni post unitari,e tanto più nel comando delle truppe al fronte nella Grande guerra 1915-1918.

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