Mese: maggio 2012

“L’Autobus” – Un libro di Domenica Barbaro

Domenica Barbaro è nata a Messina nel 1965. Dopo un diploma, un marito (ex), due figli si è messa a lavorare assommando: promoter biscottini-merendine, un bar-tabacchi (cassiera), promoter contratti telefonia, assicurazioni, agenzia disbrigo pratiche automobilistiche, agenzia immobiliare, lavoratrice socialmente utile… e finalmente sei anni fa è riuscita a coronare il sogno della sua vita: guidare un autobus. All’Atm (azienda trasporti municipalizzata), in 13 anni di lavoro negro, è riuscita a scalare le vette: dalle pulizie fino al comando (dell’autobus). In questo libro non fa null’altro che riportare tutto quanto le è accaduto durante lo svolgimento del suo servizio. Ed Armando Siciliano, noto editore di volumi storici messinesi, ha voluto scommettere su un “Manuale di modi di dire, proverbi, imprecazioni in puro dialetto popolare siciliano”. In copertina, una foto degli anni ’50 che ritrae il vecchio tram (collezione Saro Armone). Un volume di 160 pagine che inizia con una dedica: “All’Azienda Trasporti Municipalizzata, ai miei colleghi, alla mia Città con l’auspicio di un futuro migliore”.
Di piacevole lettura, scorrevole, simpatico e molto dettagliato nella descrizione dei particolari: “Immaginate un autobus che circola nell’ora di punta, gremito di gente. Un penitenziario su ruote, al cui interno si lanciano, non appena si aprono le prte, valanghe di persone: ‘nu munnizzaru! E’ la calca il paradiso per palpeggiatori e borseggiatori che ritrovano, in un colpo solo, sia la folla sia il target: le donne (o altro….).
La storia della “mano morta” è vecchia quanto quella dei rapporti umani. Una mano invisibile ti sfiora? In principio credi sia dovuto a un moto di inerzia degli arti, lasciati indolenti in balìa del movimento dell’autobus. Cerchi di sgusciare via timorosamente, ma il tizio, tenace, ammuffito, cuttu e mala cavatu, rimane incollato con l’attack alle tue prosperose terga (viene effettuata, naturalmente, una selezione spontanea delle terga da palpare)!
Allora (se le tue terga sono state prescelte) ti volti verso di lui con la facci di milli culura e gli lanci un’occhiataccia della serie: “Cosazza fitusa, chi ffai, ‘u jadduzzu? Nu nn’ai abbentu?”
Lui? Niente. Sfacciatissimo, bedda pumata ppi li caddi, come un angelo disceso dal cielo, fa l’indianu. Mi cci veni ‘na botta i sali! Il molestatore ci prova sempre. Non si pone problemi, ‘a smania nu’ fa stari quietu. Se la donna tace, la sua mano (!) avanza. In caso di reazione, fa ‘nu sautu ‘ntall’aria comu nn’ariddu e arrispunni: «Sta parrannu cu mia?». «Baciannicchiu, chi ti pari ca mi manciu ‘u pani arreti ‘u cozzu?»- Che puoui fare? Dove puoi rifugiarti in un mezzo che ha capienza per novanta persone e ne contiene duecento? Ti resta solo da tirargli ‘nu bellu muffittuni a ‘ncasciari. Megghju cummattiri cu centu mariola ca cu ‘nu babbu.”
Infine, nella quarta di copertina, la foto dell’autrice corredata da una sintetica descrizione del libro:
«Avverti un intimo bisogno di sfioramenti, di leggeri tocchi, lascive e voluttuose carezze che si rifugiano sulla pelle, mani golose che si posano e si acquietano sulle rosate carni, mentre stille di sudore ti rigano la schiena? Sfiorarsi, toccarsi e comunicare sono un’occasione per recuperare il piacere della sensibilità tattile.
Ami sentire un cuore che batte contro la tua schiena, il caldo alitare sulla nuca, il suo profumo?
Ti piace respirare e percepire gli odori più vari che, penetrando nella gola, entrano furenti dalle narici, si fanno spazio sino ai polmoni per poi scorrere nelle vene? Con il respiro, la vita conosce il suo inizio e cammina verso la sua fine. Il respiro racconta qualcosa di te, il tuo modo di percepire il mondo.
Ti piace entrare, uscire, salire, scendere, ondeggiare su te stesso?
Sali sull’autobus! Ogni tua fantasia si compirà!.

“L’autobus” – Armando Siciliano Editore – € 15,00

Equivoci storici: il generalfeldmarshall Kesselring a Messina nel 1942 ?

Imbattutomi in un articolo di storia, circa la “LA FESTA DELLA MARINA MILITARE CELEBRATA A MESSINA IL 10 GIUGNO 1942. La cerimonia e la consegna delle onorificenze nelle cronache del tempo a Messina,” visibile sia nella rivista Moleskine che su internet al seguente link, ho notato errori macroscopici circa le didascalie di alcune foto.

http://www.sullerottedilepanto.it/storia_show.php?id=4

In modo particolare quelle in cui è ritratto un alto ufficiale della luftwaffe in tenuta estiva bianca, indicato come il feldmaresciallo Kesselring (e non KesseRling), quale comandante del II° fliegerkorps (corpo aereo).
Si tratta di gravi inesattezze, in primis perché si riconosce già ad occhio, dalla fisionomia e da altri particolari, che  il generale ritratto non è Kesselring, il quale è risaputo per chi si occupa di storia militare IIGM, che nel 1942, dato anche il grado (massimo della gerarchia militare tedesca, secondo solo a quello di reichsmarshall, appositamente istituito  per Goering), non comandava il II° fliegerkorps bensì la luftflotte 2 (della quale il II° fliegerkorps faceva parte), con sede  a Frascati.
Kesselring oltre al comando di tale flotta area, all’epoca aveva altri incarichi ed era  oberberfelshaber sud, ovvero comandante in capo forze tedesche nel settore sud.
Fatti i dovuti confronti, risulta palese che non si tratta di Kesselring, ma potrebbe verosimilmente essere il general der flieger (pari a generale di corpo d’armata) Bruno Loerzer, comandante del II° fliegerkorps, con sede  a Taormina dal 1941 (in sostituzione del X° fliegerkorps).
Quindi nel 1942 il generalfeldmarshall Kesselring non era affatto presente alla cerimonia oggetto dell’articolo, essendo invece piuttosto significativa la visita fatta in città dal reichsmarshall Goering nello stesso anno.
E’ bene inoltre indicare a titolo informativo, che il console generale (pari a generale di brigata) della MVSN De Lillo, era il comandante del 1° gruppo legioni Milmart, con sede  a Messina, nel quale era inquadrata la 6^ legione (console Tomasello) incaricata della gestione in massima parte delle batterie di artiglieria della Piazza di Messina.
Inoltre l’ammiraglio di squadra Barone era sia il comandante della Piazza MM di Messina (in cui aveva base la III^ divisione navale), che a capo del Comando Militare Autonomo della Marina di Sicilia.
Non ci si deve infine stupire del fatto che a Messina nel 1942 si potessero tranquillamente celebrare cerimonie del genere in pieno giorno. Infatti in quell’anno, seppur con maggior intensità rispetto al 1940 e 41, le incursioni aeree erano ancora effettuate solo in notturna dalla RAF, la quale, a parte i pericoli dovuti alla contraerea e alla caccia italotedesca, è noto che non azzardasse attacchi diurni, a causa dell’impiego di macchine e strategie non in grado di eseguire azioni del genere in sicurezza, così come invece avverrà a partire dal gennaio 1943 con l’arrivo dell’USAAF e relativi bombardieri quadrimotori pesanti strategici da alta quota.

Armando Donato Mz

Le origini del nome Brasile, sono paternità di un messinese

La ricerca a volte, segnala straordinarie scoperte. Nella affannosa ricostruzione delle origini toponomastiche, dei luoghi geografici, è da notare una singolare scoperta. Le origini del nome dello stato sudamericano più esteso, il Brasile, sono legate alle annotazioni di uno dei più grandi cartografi di Messina Giovanni Martines. Secondo quanto ebbe osservato lo studioso e scrittore inglese Johns Hopkins nel suo: Modern Linguage notes, pubblicato come primo volume nel 1890 a pagina 106, stigmatizzando sulle condizioni etimologiche del nome dello Stato del Brasile, precisava l’assoluta mancanza di certezze storiche. Infatti, fin dal tempo in cui, i primi esploratori giunsero sulle coste di quel paese, non ebbero il modo di individuare nelle prime carte, un nome principale. Brasilia era nome fittizio, assegnato a un territorio niente affatto vasto, ma limitato e assoggettato a un fiume, le cui foci furono scoperte nell’anno 1500 dallo spagnolo Vicente Yanez Pinzon. Gli aborigeni incontrati dopo la presa di possesso ufficiale del paese che ebbe inizio l’anno del Signore 1532 chiamavano, la grande foresta Amazzonica allora estesa su quasi tutto il Brasile con una voce, che i portoghesi tradussero in Matas, la madre, poi conosciuta come Mata Atlantica. Esistevano presso la parte settentrionale delle coste brasiliane, delle isole, segnalate in alcune carte inglesi del 1580 col nome di Brasile; così ricordate e vergate, nella successiva pubblicazione dell’inglese Ser However 1598. Nè può dirsi attendibile, la spiegazione che vuole identificare il nome brasil da una particolare pianta, discendente della famiglia delle Fabaceae e che i nativi chiamavano Pau Brazil. Secondo alcuni studiosi del XVII secolo, il nome derivava dalla voce portoghese brasa che significa “rossa”. Per spiegare in tal senso, l’osservazione fatta su un particolare tipo di pianta dalla infiorescenza rossastra dal legno durissimo. Ma ovviamente, le origini portoghesi del nome non possono viaggiare di pari passo con la scoperta di un paese che assunse, i rudimenti di un lessico neolatino, se non dopo la prima fase della sua conquista, iniziata come anticipato nel 1532. Da ciò si osservava, le origini del nome, dovevano provenire da altri fattori, probabilmente legati ai primi viaggi. Infatti, si associano alla visitazione delle coste del futuro paese dell’America Latina, le esplorazioni di Amerigo Vespucci, italiano che nel 1499 si era imbattuto casualmente in questo grande territorio. I rudimenti etimi potrebbero dipendere da questa fase ricognitiva. La presenza del Vespucci, propone una origine legata al complesso mondo degli esploratori italiani. Nella mischia dei quali, i messinesi ebbero grandi rappresentanti. Negli stabilimenti messinesi ben presto, si fecero largo, delle carte davvero ragguardevoli già nel 1558. Le quali negli anni successivi, furono eseguite nuovi esemplari sempre meglio curati. Sarà sempre Johns Hopkins a segnalare che, dalle carte di Giovanni Martines cosmografo messinese, nella edizione del 1578, si osservava sopra tutto il paese sud americano, il toponome di regno des Brasil. Probabilmente, l’origine del topo nome scovato nelle soluzioni del cosmografo messinese, dipende da una locuzione, ben presente nella terminologia giuridica latina con attinenza, alla gestione di grandi latifondi di proprietà di un principe, qualunque esso sia. Infatti la voce bratilianus che altri conieranno come brasilianus era il latifondo, dato in locazione a coloro che lo occupavano in nome di un signore. Simbolicamente, il vocabolo bratiliano, viene suggerito in un documento napoletano del 1309 con la valenza appena segnalata. Quindi, come era già accaduto al tempo di Colombo e come accadeva ogni volta si scoprisse un nuovo fondo, queste terminologie accompagnavano, le formule giuridiche per individuare alcuni territori o parti di essi, praticamente ritenuti disabitati. Ma comunque, fonti di un patrimonio delegato a un sovrano. Sembra che, in mancanza di un nome preciso e condiviso, l’esperimento proposto dal cosmografo Martines, indicante quel vasto territorio come il Brasil, sia una soluzione all’origine di un nome, oggi largamente utilizzato e condiviso, nell’identificazione del più grande stato sudamericano.

Alessandro Fumia

Pino Campolo da Messina

Uno dei grandi uomini dei meliores messanensis, mercante e padrone di navi, aveva fatto una grande fortuna al servizio della Repubblica di Venezia navigando i mari del Levante e commerciando con i maggiori mercanti di quelle terre. Famosa era la sua galea per le imprese compiute in particolari condizioni politiche, quando, ripetutamente, veniva segnalata la “Cocca sancta Maria.” Molti autori riconoscono a questo figlio di Messina, il merito di avere ingrandito nei traffici, un senso pratico negli affari; capacità esemplari che gli consentirono di avere salva la vita, quando Messina era attraversata da fermenti politici degenerativi. Uno dei primi attori della rivolta angioina al tempo di Chiaromonte, seppe affaccendarsi fra mille rivoli praticando il doppio gioco. Ritenuto affidabile, intraprese rapporti sempre più solidi con la potente Venezia. Forte delle amicizie e delle conoscenze giuste, ben presto ricoprì a Messina il 14 febbraio 1395, la carica di Console dei veneziani per la Sicilia; una sorta di protettorato che i veneziani riscuotevano, favorendo nei commerci, quei canali mercantili per approdare senza rischi in luoghi come il Mar Nero e attraverso la navigazione dei grandi fiumi, le contrade di Romania. Come Console di Venezia in Sicilia, ebbe la possibilità di entrare in rapporti di interesse con i mercati del centro Europa e gli opposti mercati del nord Africa. Durante il governo dei Martini, si incominciò a formare un nuovo gruppo sociale, entrando a far parte della nobiltà civica urbana, quando i mercanti di lungo corso, che ebbero ad affiancare i ceti amministrativi, entrarono nella ristretta mischia dei proprietari fondiari. In quella fase storica, prima a Messina fra i grossi agglomerati urbani di Sicilia, si originava una nuova figura, il patrizio-mercante che pratica gli affari alla vecchia maniera, in prima persona oppure delegando terzi in vece sua. Abile negli intrallazzi furono richiesti i suoi servigi. Messina più volte si servì delle sue qualità. Per questi “meriti” durante la penuria di viveri, fu eletto Collettore del grano; ricevendo alcuni poteri e lucrose sopravvenienze applicate sui traffici di questo prodotto. Egli, ricevette una onza sopra ogni salma di vettovaglia estratta da tutti i caricatori, così come segnalato nei Registri della Real Cancelleria, registro 42 carta 35r indetto il 15 luglio 1404. La sua peculiarità di mercante senza scrupoli, pronto sempre al guadagno, al punto di approfittate senza preoccuparsi più di tanto, della carestia che affliggeva la città peloritana, fa testimonianza degli occorsi accidenti che colpirono questa città nel 1392. Tanta era la necessità di alimenti della città di Messina, comprando le 112 salme di frumento di Pino Campolo, da essere pronta a vendersi perfino la catena che chiudeva il porto. In tale necessità, ottenne di estrarre secondo privilegio, anche sulle tratte gratuite, ulteriori guadagni estraendo una ulteriore rendita sulla pari quantità di frumento dai caricatori di Lentini e Siracusa. Erano talmente cospicue le sue entrate, da inventarsi perfino banchiere e mettere in soggezione addirittura, la Curia Straticozionale. In tale evenienza ottenne da quell’ufficio politico-finanziario, una gabella pari a 100 onze, applicata sulle rendite della Zecca di Messina: a sua volta, prima mutuata in forza di un prestito e poi vessata, per sovra tassazione delle rispettive rendite. Le sue doti, furono osservate dalla corona, apprezzandovi queste innate qualità di far cassa. I Martini, conoscevano fra l’altro, la sua fedeltà alla corona. Un valore morale, anche questo messo a frutto dal mai domo Pino Campolo. Infatti, divenne dilecto consiliarium della corona e responsabile dell’officium vicesecrecie di Agrigento addì 16 febbraio 1396, successivamente rinunciando alla su edotta carica. Questo comportamento, se in un primo momento suscitò straordinaria sorpresa, ben presto fu compreso e pubblicamente spiegato. Il suo fiuto innato nel mercanteggiare fu ancora di grande aiuto. La carica onorevole alla quale fu indirizzato in quel di Agrigento, fu sovvenzionata da altri interessi; per tanto, di li a poco, perdendo un privilegio troppo oneroso, abbandonando lo scomodo ufficio ottenne, non si sa per quali avventure, una cospicua percentuale del feudo di Sahuna in Val di Noto presso Lentini. E non pago del pegno, o regalia qual dir si voglia, ottenne anche il feudo in territorio agrigentino, vicino la terra di san Laurentio e santa Giordana, di Limbrichi.
Nell’anno 1400, fu inviato come ambasciatore assieme a Matteo di Bonifacio e Cola Camuglia a re Martino, portandogli i memoriali della città di Messina: “a rifiriri a lu serinissimu signuri re Martinu pi parti di la universitati. Un documento studiato da più di uno studioso, generando un grande interesse storico anche in funzione, di quei privilegi che il Giardina qualificava, erronei o addirittura falsi. In questi atti invece, datati e vergati in documenti ufficiali, quelle consuetudini vengono alla luce, in un modo tale da mortificare quelle analisi partigiane e niente affatto disinteressate, come sempre esercizio e studio palermitano. Un degno anticipo, delle richieste “storiche” esercitate dagli ambasciatori messinesi al re, si possono cogliere in alcuni punti. Meglio attenzionati al numero nove e al numero dieci, così condensati: nel punto nono, i messinesi richiedevano al re – cum zo, sia cosa chi quistu regnu sia poviru e vulissimu nui nu gabelli maximi a lu districtu di missina, avennu a pagari la sua maiestati a lu tempu di la guerra e ora pocu ki intru tucti nu si trova unu dinaru. Al punto decimo si segnala: nui richidemu o re ki nulla pirsona poza haviri privilegiu di unu né di dui anni di li offici di la chitati di Missina, ma tucti li officiali si fazinu annuatim et a scarfi quilli ki su consueti essiri facti a scarfi (essere estratti a sorte), secundu li nostri privilegi et ki non si fazanu a manu né a vuluntati. Un documento molto importante, conservato nella Real Cancelleria, registro 38, cc 44-46 addì 8 maggio 1400.
Nel testamento di Pino Campolo si intravede la sua opulenza. L’atto veramente cospicuo, risulta impaginato in molti fogli; dove un lungo elenco di eredi ebbero a spartirsi un bottino degno di un principe. Non solo gli affini di sangue ne ebbero grande ristoro, ma perfino, numerosi enti religiosi ottennero, laude elemosine e numerosi suppellettili in oro e argenti. Un grande messinese poco ricordato e fra gli illustri, stenta a farsi ricordare.

Alessandro Fumia