Mese: gennaio 2012

Annibale Maria di Francia e la poesia

Un aspetto della personalità di Sant’Annibale Maria di Francia spesso sottovalutato o tenuto in poco conto è quello relativo alla sua attività poetica. E’ vero che questa passa nell’immaginario comune in secondo piano rispetto alle opere caritative e alle virtù cristiane esercitate dal canonico messinese, ma è pur vero che costituisce anche un elemento importante della sua formazione culturale e religiosa.
In un libro di poesie dal significativo titolo di «Fede e Poesia», pubblicato a Oria nel 1926, presso la Tipografia Antoniana dell’orfanotrofio da lui fondato, lo stesso Padre Annibale in una breve prefazione spiega il suo rapporto con la poesia ed espone i punti fermi della sua poetica.
Raccontava come fin dall’età di nove anni avesse cominciato a comporre versi e che egli stesso ritenesse questo suo interesse ereditato dal padre (che non conobbe mai perché morto quando lui aveva appena due anni) che aveva studiato i classici e aveva anche scritto poesie, e dalla madre che possedeva un buon gusto poetico. All’età di sedici anni ebbe come insegnante il poeta messinese Felice Bisazza che giudicava pari ai più grandi poeti moderni, distinguendo a quel  punto i poeti “moderni” dai “contemporanei”, coloro che hanno per capofila Carducci. Ed è proprio contro la poetica di Giosuè Carducci che il poeta Annibale Maria di Francia scaglia la sua critica, scriveva infatti:

«[…]perchè ho sempre ritenuto e ritengo, che Carducci, sia stato un dotto, uno scrittore, un letterato, ma non un poeta. Gli mancò quella che dicesi scintilla del genio; oltre che non ebbe il cuore capace dell’amore del bello, perché scettico, antireligioso, fino ad inneggiare a Satana, che fu il suo ideale! In una parola: egli non nacque poeta  volle esserlo a tutta forza: ebbe la monomania di esserlo, e si dedicò a verseggiare; il che, per altro, non è cosa impossibile per uno studioso ed erudito. Da lui venne poi una degenerazione in poesia; poiché non si cercò più il sentimento nobile, gentile, spontaneo; ma, distrutto il principio religioso, smontata la base del sentimento estetico, soppresso il puro ideale, era inevitabile che la poesia scendesse troppo basso, anche nella forma!
Ed è una pietà o una indignazione, leggere certi componimenti in versi che non sono affatto versi, ma prosa divisa in linee, senza metro, senza ritmo, senza concetti poetici. Paragonerei questa scuola veramente barbara, al suono confuso e discordante che si trarrebbe da un cembalo, sul quale si gettassero a caso le mani, battendo e ribattendo i tasti. Povera gioventù che ritiene come stile poetico tale foggia di scrivere![…]»

«[…] Ho scritto parecchi componimenti in poesia da giovinetto, perché ne sentivo l’estro, e ancor di più quell’intimo e indefinito sentimento del bello, del puro e dolce amore di tutto ciò che è buono e santo. Avviene che ciò che si sente con un po’ di poesia, si ama di estrinsecarlo in quelle forme poetiche che rispecchino l’interno sentimento.[…]»

Quindi, secondo Padre Annibale, quando cominciano a mutare gli intenti, quando  cioè il fine non è più la ricerca di sentimenti spontanei e quindi naturali, di conseguenza anche l’arte poetica degenera provocando uno scadimento di qualità. E Carducci veniva considerato da padre Annibale il punto di partenza di questa degenerazione, avendo egli per primo rinunciato a cercare il bello nel suo inno a Satana.
Lo stesso Padre Annibale non si riteneva degno di essere paragonato al suo maestro Felice Bisazza ma era comunque figlio di quella scuola di poesia che ricercava il Bello e l’armonia, sentendosi erede della tradizione plurisecolare della poesia italiana. Non poteva far altro che proporre un modello di poesia antitetico a quello dei suoi contemporanei.
L’analisi della degenerazione della poesia, e potremmo aggiungere dell’arte in generale, appare organica. Padre Annibale infatti individuava un preciso processo di decadimento che oggi chiameremmo dei “piani inclinati”, tendente cioè a andare verso il basso:

«[…] Ma dove si è giunti in fatto di idee e di poesia? Dal verismo, al più erotico sentimentalismo, e da questo al sensualismo. Così la poesia che, al disopra di ogni arte bella, ha la missione di educare, di muovere, di entusiasmare, è diventata ludibrio del pervertimento delle idee, dei costumi, della lingua![…]»

E’ proprio questa crisi del mondo contemporaneo, che rintraccia anche nella poesia, che Annibale Maria di Francia vuole combattere con i suoi versi, ed è questo l’unico motivo che lo spinge a pubblicarli accettando le richieste dei suoi orfani che  da tempo avevano raccolto molti dei suoi componimenti poetici.

«[…]Ma non pretendo che ricordare ai giovani che prima del Carducci e compagni, c’é stata una poesia italiana che tutti, i quali abbiano un briciolo di genio poetico e di vero sentimento artistico, debbono mettersi d’innanzi, se vogliono riuscire a qualche cosa. Sia pure che si rifugga dall’imitazione servile, e che si voglia eseguire l’impulso di nuove ispirazioni; ma bisogna formarsi il gusto al bello estetico e poetico. E che gusto può formarsi con le odi barbare del Carducci e compagni? con la pornografia dello Stecchetti? con l’arruffamento del Rapisardi, e simili? Il gusto vero può formarsi sui nostri poeti Italiani dell’epoche della Letteratura classica e romantica. Ivi é robustezza di verso, eleganza di lingua, frase poetica, immaginazione, cuore, elevazione, poesia.[…]».

Così l’azione caritativa di Padre Annibale è presente anche nelle sue poesie che si trasformano in una sorta di apostolato culturale. La poesia e l’arte divengono quindi campo di battaglia e strumento privilegiato di educazione in cui la ricerca del Bello equivale ad aprire una via verso Dio.
Infine Padre Annibale, in questa sua breve prefazione distingueva tra i suoi componimenti quelli letterari, «che conservano una forma ed uno stile non andante e popolare, ma piuttosto elevato e poetico», da altri componimenti come novene per santi e preghiere che non potevano essere classificati come letterari per il loro stile umile e popolare. Riferendosi a queste ultime rime concludeva:

«[…]E forse queste cosucce, perché dirette al sacro culto e all’onore dei Santi del Signore, mi saranno di maggior profitto pel bene della povera anima mia, e qualche volta mi parranno più belle di tante altre, tinte della mia vanagloria!».

Antonino Teramo

Bicentenario – commemorazione 17 / 18 settembre 1810. Retroscena di uno sbarco annunciato

Sbarco Napoleonico in Sicilia - Immagine tratta dal sito: http://cronologia.leonardo.it/gariba2/ima44.jpg

Nelle istanze celebrative, del tentativo di sbarco di forze napoleoniche a Messina, si vanno delineando scenari imprevisti; dove gli attori di una complicata vicenda, hanno creato l’avvenimento che noi oggi ricordiamo. L’eroica resistenza del popolo Messinese, si pensava, animato da spirito patrio condiviso dalla Nazione di Sicilia e dalla medesima Casa Regnante Borbonica, in realtà, divenne un atto politico che ebbe a provocare, uno stillicidio di azioni, dall’una e dall’altra parte delle alleanze che custodivano il destino di Trinacria. Infatti, man mano che venivano esumate, nuove carte ed altrettanti aneddoti, sui responsabili e sugli attori di quel conflitto, sempre dicevo, si andavano a svelare retroscena inimmaginabili. Le cronache del tempo e gli studi storici successivamente, gettavano nuova luce sugli accadimenti siciliani del primo ventennio del XIX secolo; dove diveniva sempre meno chiara, la posizione della Corona di Borbone in Sicilia. Se in un primo tempo si andava a glorificare, l’incredibile difesa dei contadini dei villaggi presso Messina che da soli, erano riusciti a tenere testa a una delle divisioni dell’esercito di Re Gioacchino, giustificando con molti se ed altrettanti ma, le iniquità sfortunate, e le coincidenze impreviste ricadute sull’impresa franco-napoletana andata in malora, successivamente, volendo trovare una motivazione plausibile e condivisa nella storia, si incominciò ad indagare, sulla situazione politica e sulle adesioni di molteplici fazioni, che a vario titolo, presero parte allo storico avvenimento.
Nelle giornate tardo estive di quest’anno, in alcuni appuntamenti, l’Associazione Amici del Museo di Messina, fatta sua la ricorrenza e la memoria storica accaduta esattamente 200 anni or sono, ha motivato le rispettive iniziative sul territorio delle Forie di Mezzogiorno, cercando di fare attenzionare al vasto pubblico, il destino dei villaggi di questo vasto territorio e della sua gente, recentemente colpita da imprevisti lutti e da preventivati dissesti idrogeologici. Noi, abbiamo puntato il dito nella storia, indicando nel passato, una soluzione per il presente, passante attraverso: il lavoro, il sacrificio e le iniziative di questa gente incredibile. Sempre per nostra iniziativa, abbiamo immaginato un percorso didattico per favorire, quella spinta emotiva, andata smarrita per i fatti da poco cruentamente verificatosi, sopra queste comunità fraterne. Quindi, dopo avere improvvisato un canovaccio, sul quale porre le basi di una collaborazione, fra il nostro gruppo e la gente dei villaggi, stiamo procedendo a costruire una strada di crescita storico intellettuale per mostrare cosa sia in realtà, il territorio in oggetto e come questo nella storia, abbia saputo ritagliarsi uno spazio di legittimità istituzionalizzata. I fatti, i comportamenti, l’onestà e la condivisione di valori e di un destino comune, sono alla base della cultura di questa straordinaria gente. Per essa stiamo costruendo la strada del sapere; un piccolo contributo nella nostra città, nel nostro territorio provinciale da tempo, un argomento lontano da questi camminamenti. Ricordare il passato per dare forza al presente, attraverso le glorie della memoria. E grazie a questa combinazione, favorire con l’aiuto di tutti, una crescita nella coscienza dei giovani e successivamente, di tutto il popolo oggetto di tali sventure. La ricostruzione, deve essere accompagnata dalla dignità, vilmente messa alla pubblica gogna, dall’Italia e da pseudo cittadini che si dicono italiani. Abbandonati a se stessi, profughi in casa loro, sentono il bisogno, di essere aiutati non solo materialmente, ma anche socialmente. Noi diamo il nostro contributo, attenzionando prima, nei residenti e speriamo, nella gente siciliana che cosa hanno fatto i padri di questi figli nel passato per tutta una nazione, un tempo chiamata Sicilia.
Il mio ruolo nel gruppo a cui appartengo, rimane quello di ritrovare documenti; andati perduti, dimenticati, smarriti nella caotica messe di notizie che ci giungono dal passato. Il mio compito quindi, è di cercare la verità. Quella condivisa, lontana dalle iperbole costruite da testimoni, quasi sempre interessati e parti in causa degli stessi avvenimenti storici. Per tanto, dopo avere recuperato un grande quantitativo di documenti, sfaccettando le storiche giornate del 17 e del 18 settembre del 1810, dando voce a tutti quelli che avevano contribuito a formare la memoria, ho potuto farmi una idea degli accadimenti. Tutti hanno detto la loro, mi riferisco a coloro i quali, a vario titolo, hanno partecipato all’impresa dei contadini di Messina. Le fonti francesi per parte Napoleonica e Murattiana oppure, le testimonianze dei corpi militari alleati: siano essi i famigerati e temuti fucilieri Scozzesi del 21 mo reggimento di istanza a Messina; o dei relativi battaglioni di assalto Tedeschi, mercenari al servizio della Corona di sua Maestà Giorgio III. O addirittura le milizie civiche di Messina e il popolo minuto che ricordava e ricorda ancora quei fatti non che, le fonti di Ferdinando re di Napoli oppure, quelle della regina sua consorte; tutti preciso, hanno avuto modo di dire la loro. Fino a poco tempo fa, si pensava che un semplice avvenimento come questo, fosse stato registrato da qualche avventuriero o da qualche affaccendato burocrate. In realtà, anche se limitato temporalmente, proprio per la sua eccezionalità, venne ricordato con forza da numerosi testimoni. E le ricostruzioni aprioristiche, venute avanti nei decenni successivi, danno una idea, come i fatti su esposti, vennero a vario titolo enfatizzati.
Specificatamente a quello a cui si attiene, il sotto titolo di questo carteggio, vediamo come si mossero i vari attori, prima durante e dopo, i fatti registrati nel tentativo di sbarco filo napoleonico a Messina.
Concentro questa ricostruzione temporale, su precisi documenti, legati alla ricostruzione di Niccolò Palmieri: il quale riuscì a recuperare molte testimonianze, ma non ebbe modo di pubblicarle personalmente per l’avvenuta morte. Furono pubblicate alcuni anni dopo e lasciarono con quella edizione, un nugolo di polemiche che perdurarono, e furono partecipate, nei caffè accademici per molti decenni successivi. Come per esempio, i fascicoli di un giornale Napoletano, che dava voce a verità ancora scomode perfino decenni dopo, quando Alessandro Dumas, venuto in possesso, di numerosi numeri, li ebbe commentati: in questi documenti, registrati nel periodico dal titolo “l’indipendente” vennero segnalati a suo tempo, molte lettere autografe di Re Ferdinando e dello Stuart, Comandante supremo, delle forze militari Britanniche stanziate nel Regno di Sicilia. Ma anche altri saggi ed altrettante aneddotiche, formate dal Balsamo, da Francesco Paternò Castello, da Alessandro Dumas come su detto e da numerosi altri ancora. Insomma, in questi carteggi, appare palese, il mutare della politica, delle convenienze degli attori in causa. Per tanto, nell’ottica dei rivoltosi, degli insorti, dei partigiani, del governo legittimo e dei difensori, ognuno aveva tenuto forme, stato d’animo e comportamenti discutibili. In tutto ciò, si ergevano due figure pittoresche e nel contempo storiche; sua Maestà, la Regina Maria Carolina e Giovanni Stuart. Dai comportamenti di entrambi, si inscena una romanzo storico a puntate. Fatti e personaggi purtroppo, tutti realmente vissuti, e realmente vittime degli intrighi di palazzo, dell’una e dell’altro attore principale, da me raffigurati in questa mio improbabile accenno di commedia.
Dopo che, i cittadini dei villaggi di Mili marina, Galati, Briga sottana e Briga soprana, di Santo Stufano, di Molino, di Itala, di Scaletta e di Giampilieri presero le armi, imbracciando ogni sorta di attrezzo improvvisato in offesa, dopo che le donne i vecchi, i giovinetti, infoltirono le file dei custodi, delle vedette e dei profughi, dopo tutto questo, un esercito armato e comandato di tutto punto, venne sbaragliato, cacciandolo dalle sue posizioni: ferito, spaventato, morto, stordito, accerchiato, venne a perdere quello che essi, avevano cercato in una notte senza Luna, l’effetto della sorpresa. Le campane dei Villaggi posti a meridione di Messina, sembravano impazzite, scosse da mani irriverenti che suonando le campane a stormo, accompagnavano il movimento del popolo, invasato in atteggiamenti che non furono ritrovati negli aggressori. Proprio questo tipo di risposta, era l’effetto manco immaginato, dalla polizia segreta che collaborò con gli agenti di Murat fin dal mese di maggio dello stesso anno. Quando decine e decine, di sbiaditi figuri si andavano aggirando, per i vicoli e per i sentieri del territorio offeso, chiedendo per il loro bene, di abbandonare la causa regia, e tradire i comuni nemici Inglesi, appoggiando la venuta di Re Gioacchino che li avrebbe liberati dalla schiavitù. Si chiedeva a un popolo civile di incivilizzarsi. Ai braccianti e al territorio, di abbandonare il certo per l’incerto. Ai credenti di non credere ora che i Francesi e i suoi sudditi, rinnegavano la chiesa e i suoi uffici. Insomma si chiedeva l’impossibile pensando di essere assecondati. A dispetto del territorio del Regno di Napoli, la Sicilia era Nazione. E la sua gente cittadini nazionalizzati. Quegli stessi Siciliani che da quando si crearono i fatti politici, della cacciata di Re Ferdinando da Napoli, si ritrovarono a convivere con gli esuli Partenopei, giunti in massa, come cavallette nel loro territorio a dettare regolamenti e leggi. Il popolo Siciliano quindi, doveva appoggiare chi, già da tempo, si comportava da padrone e non da ospite, favorendo la penetrazione e l’insediamento, di gente ancora più autoritaria di quella che dimorava nel proprio seno patrio. La reazione fu esplicita e niente affatto confutabile. La Sicilia aveva scelto il Re Ferdinando, come sovrano e fautore del proseguimento, delle attribuzioni nazionali. Il popolo come la nobiltà Siciliana parteggiava per S.M., fino a che, il diritto di Nazione veniva riconosciuto e rispettato. Gli Inglesi erano presenti per questo. La gente di Messina non fu per essi un problema e pur se diffidente non fu cospirativa. In realtà presso la Città dello Stretto, si concentravano i dissidenti Napoletani filo Borbonici. I quali non tardarono ad accettare il volere politico, dalla loro amata Regina, Maria Carolina. La nobildonna, sorella di Maria Antonietta e figlia di sangue imperiale della potente madre Austria, continuava a pensare in grande, malgrado i gli occorsi della guerra nelle alterne fortune. La presenza delle milizie francesi a Napoli, causa di un intrigo, combinato da Ferdinando con gli Inglesi, e dalle azioni di Bonaparte, irriverente contro i grandi Stati e i relativi regnanti, ebbe a portare la guerra in casa dei Borbone delle due Sicilie. Furono proprio questi balletti politici, le scelte relative alla politica estera del re Ferdinando, ad attirare l’ira di Bonaparte. Perduto il regno, adesso assoggettato al Dittatore Murat, fuggì riparandosi in Sicilia. E con l’aiuto degli Inglesi, vi tenne testa alle truppe di Bonaparte che già invadevano l’Europa continentale ed erano pronte alla conquista dell’Europa insulare. Maria Carolina che in un primo tempo, aveva appoggiato il profilo politico financo europeo di tutti i regni, di coalizzarsi contro il temuto imperatore di Francia, dopo le nozze di questo Generalissimo con la nipote di lei, divenne accondiscendente verso Napoleone, cercando con le lusinghe, di portarlo al suo partito. Per lungo tempo si è creduto, che alcune voci, si accentravano sul complotto della moglie contro il Re Ferdinando, fossero pure illazioni, difficilmente assecondate e provabili, si moltiplicarono. Ma la necessità di mostrare realmente, che l’avventura politica della Regina di Napoli, fosse quella proferita dai nemici della stessa corona, furono circoscritte in lontani e minuti atelier intellettuali. Fino a poco tempo fa, pur sospettando la congiura della nobildonna di sangue Austriaco, in pochi erano riusciti a smascherare il suo piano. Fino a che però, tutto venne a galla per opera di un alto ufficiale Inglese; il quale, al vertice di un ramo dell’esercito e della milizia militare ad esso riconosciuta, riuscì con breve lasso di tempo, a creare una sua fitta rete di informatori, che svelarono un pericoloso gioco di potere. Il Colonnello Coffin, Maestro Generale del Quartier dell’Armata Inglese, seppe recuperare un fitto schieramento di traditori, provenienti dalle fila della Regina, che custodiva l’insano progetto, tramando alle spalle del marito e degli stessi Inglesi, per rovesciare il governo dell’isola favorendo in ogni modo, l’impresa dei Francesi. La discesa del Murat, per certi versi, fu un tocca sana per questa nobildonna. La reazione del popolo9 Siciliano, che con gran sorpresa, praticamente da solo, era riuscito a far naufragare siffatto progetto, ne provocò il lei contro questi ignari sudditi, un odio furente che non ebbe termine successivamente. Ella fu, un nemico per la Nazione Siciliana e una abile e nuova Penelope, la tessitrice. Ma più i giochi si fecero estremi e più facile fu per gli Inglesi prima, e per i Siciliani successivamente a smascherarla. Avvenne che, per la cupidigia di questa signora, suscitando l’ira del Parlamento di Sicilia, scavalcato nelle attribuzioni governative, promulgò l’emanazione di un decreto legge, aumentando dell’un% gli aggravi commerciali dei traffici degli isolani. Favorita dal partito degli esuli Napoletani, che erano una minaccia per la stessa corte, schiva di atteggiamenti che potessero mettere in discussione i patti con re Giorgio III, spinse questi ultimi, ad infoltire il partito della regina e quindi, quello di Napoleone, per addivenire, a una nuova dimensione politica. I Napoletani puntavano a ritornare nel loro Regno non da esuli, ma da governanti. E per ottenere tutto ciò, vedevano negli intrighi di Maria Carolina con Bonaparte, l’unica soluzione possibile. Lui soltanto poteva scacciare il Murat dal trono senza che questi potesse opporsi. Ma il piani di costoro fallirono e il Capitano delle forze marine di polizia, Andrea Rossarol pagò per tutti. In realtà furono scoperti a decine; tutti nobili dei casati Napoletani esuli in Sicilia e dimoranti a Messina. I quali rivestivano tutti le insegne di Maria Carolina. Tanti dicevo vennero scoperti. Ma per volontà Britannica accondiscesa a mesta soluzione, cercata dal Principe di Belmonte Giuseppe Ventimiglia, ambasciatore di Sicilia a Londra, venne risparmiata la Regina e molti cospiratori a danno del Rossarol. Ma non per questo, la scaltra Carolina abbassò le sue pretese, così che, anche in barba agli accordi e ai nuovi patti, fra il suo consorte Ferdinando e gli Inglesi, furono di nuovo minati dal comportamento disperato di Maria Carolina.
A tutta questa ricostruzione storica, si aggiungono una serie di missive, scambiate fra lo Stuart, il marchese Cirello ministro degli affari esteri di Ferdinando e il Re stesso con le forze Britanniche non che, altre lettere, ritrovate dal controspionaggio Siciliano e Britannico, nelle mani di molti traditori. Ma soprattutto, sono riuscito a recuperare, la prova provata, dello scambio epistolare, nel passato solo ipotizzato e mai provato, fra Bonaparte e la regina Maria Carolina. In particolare ho scoperto una lettera di Napoleone e due lettere della scaltra regina del regno delle due Sicilie.

Alessandro Fumia

IL SANTO CON LE FRECCE – San Sebastiano, protettore della peste, nella tradizione religiosa locale e siciliana

“San Sebastiano” – VII secolo Mosaico di autore sconosciuto conservato nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma.

San Sebastiano, (dal greco sebastos = venerabile) martire di Roma, dove figura tra i protettori della città insieme ai santi Pietro e Paolo, è uno dei più famosi martiri della tradizione ecclesiastica occidentale. Viene ricordato per la prima volta nella Depositio Martyrum, inserita nel Cronografo dell’anno 354, che pone il suo anniversario il 20 gennaio e che indica come luogo della sua sepoltura il cimitero in catacumbas sulla via Appia a Roma.
S. Ambrogio ritiene che Sebastiano sia di origine milanese, mentre altre notizie dedotte dalla Passio Sancti  Sebastiani, attribuita a Sant’Ambrogio, ma opera di autore del V secolo (riconosciuto da molti nel monaco Arnobio il Giovane) si desume che egli è oriundo di Narbona in Francia, ma educato a Milano (probabile città di origine dei genitori). Un’ulteriore diffusione del suo culto in periodo rinascimentale fu attribuito alla “Leggenda Aurea” di Jacopo da Voragine (1230-1298), uno scritto di scarsa fattura che fondeva tra loro vari elementi narrativi religiosi, uniti a dicerie e leggende popolari. Da tutte queste fonti si evince che Sebastiano fu un cristiano attivo in Roma al tempo di Papa Caio (283-296), che lo avrebbe nominato difensore della chiesa (Defensor Ecclesiae) per aver aiutato i suoi compagni di fede, ma fu particolarmente apprezzato anche dagli imperatori Diocleziano e Massimiano che, ignari della sua fede cristiana, lo avevano nominato capo della prima coorte delle guardie imperiali. Sebastiano si sarebbe prodigato in favore dei cristiani in carcere, operando miracoli, opere di carità e conversioni tra la nobiltà romana e curando la sepoltura dei martiri. Scoperto dagli imperatori, fu condannato al supplizio delle frecce. Denudato e legato a un palo, fu trafitto dalle frecce dei suoi stessi commilitoni, che lo colpirono in tutte le parti del corpo tanto da sembrare un riccio (ut quasi hericius videretur). Ritenuto morto e abbandonato sul luogo del supplizio, fu soccorso dalla pia vedova Irene, che lo avrebbe curato fino al pieno ristabilimento della salute. Rifiutati gli inviti alla fuga suggeritigli dai compagni di fede, Sebastiano avrebbe provocato gli imperatori attaccando la fede pagana, venendo così condannato da Diocleziano a morire fustigato nell’Ippodromo del Colle Palatino. Il suo corpo sarebbe stato gettato nella Cloaca Massima. Apparso in sogno alla matrona Lucinia, Sebastiano indico’ il luogo in cui giaceva il suo corpo, chiedendo di essere sepolto nel cimitero in catacumbas, all’entrata della cripta degli Apostoli Pietro e Paolo (dal IX secolo Basilica S. Sebastiano).
Nell’iconografia popolare il santo, a causa del primo supplizio subito, divenne colui che protegge gli uomini dalla peste (depulsor pestis, come si legge nella Passio), perché sin dalle origini più remote le frecce furono legate simbolicamente alla peste. Secondo la mitologia, infatti, fu Apollo a mandare la peste tra gli uomini con frecce mortifere, come racconta anche Omero nell’Iliade.

Statua di San Sebastiano (XIII secolo) custodita a Melilli. E’ la piu’ vecchia statua del santo di tutta la Sicilia

Nonostante gli storici pongano la data della morte di San Sebastiano tra il 303 e il 305 (anni in cui Diocleziano, prima di ritirarsi a vita privata nel suo palazzo di Spalato, promulgò quattro editti contro i cristiani), il suo culto si comincia ad affermare solo a partire dal VI secolo, parallelamente alle prime pestilenze di una certa portata di cui si abbia cognizione storica. Un notevole impulso alla diffusione del suo culto fu lo smembramento, presunto o reale, delle ossa del suo corpo che furono traslate in varie zone dell’Italia centro-settentrionale e dell’Europa, e utilizzate come segno di protezione dalle epidemie.
San Gregorio Magno, intorno al 602, scrisse nei suoi Dialoghi di essere stato testimone di molti miracoli al semplice tocco delle sue reliquie.
Paolo Diacono, nella Storia dei Longobardi, riferisce che la peste del 680 cessò quando fu intitolato a San Sebastiano un altare nella Chiesa di San Pietro in Vincoli. Lo storico ci informa anche di una traslazione delle reliquie del Santo a Pavia, in occasione di quella stessa pestilenza. Altre traslazioni di reliquie sono attestate nell’826, sotto il pontificato di Eugenio II (che ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons), e sotto Gregorio IV (che traslò l’anno successivo il resto del corpo nell’oratorio romano di S. Gregorio, sistemando il capo in un prezioso reliquiario). Tutte le reliquie furono poi definitivamente ricomposte nell’antica cripta da Onorio III (1218).
Tutto ciò favorì una grande diffusione del culto di San Sebastiano con la dedicazione di chiese e con la compilazione di raccolte di miracoli.
In questi secoli (VI –XIII) prevarranno sacre rappresentazioni del santo visto come un vecchio, con vesti di militare o cavaliere, talora con una corona nelle mani, per esaltarne le doti di grande paladino. Ciò avveniva soprattutto per divulgare un esempio di cristianità nei secoli delle Crociate.

I nuri di Palazzolo Acreide

La vara di San Sebastiano trainata di corsa dai “nuri” a Mistretta

In Sicilia le tracce più antiche del culto di San Sebastiano riportano al 1347, quando, in occasione della terribile epidemia di peste bubbonica che colpì tutta l’Europa, il santo fu proclamato compatrono e protettore di Palermo.
Questa epidemia fece diffondere una grande devozione per San Sebastiano poiché il santo, legato a una colonna e colpito dalle frecce, veniva considerato il simbolo dell’umanità trafitta dagli strali della peste. E’ attribuibile a questo periodo la preghiera latina (della quale esiste anche una variante dedicata a San Rocco) che invoca la sua protezione dal contagio: SANCTO SEBASTIANO, FAC ME AB OGNI CONTAGIONE SECURUM (San Sebastiano, rendimi immune da ogni contagio).
Nasce proprio in quest’occasione la sacra rappresentazione di Sebastiano giovane, raffigurato nella scena del suo primo supplizio e caratterizzato dall’attributo della freccia, elemento comune a tutte le opere che da allora in poi lo rappresenteranno. Essendo un santo di origine narbonese, si può dedurre che il suo culto fu introdotto in Sicilia da quel gruppo di Longobardi che, scesi nell’isola al seguito di Ruggero I, si stabilirono poi in Val Demone. Fu però con l’avvento della dominazione spagnola (XV secolo) che il suo culto subì una grandissima espansione, poiché in tutta la Spagna il santo era, ed è tutt’oggi, molto venerato.
E’ proprio a questo periodo (1414) che si fa risalire, secondo la tradizione, il ritrovamento sulla spiaggia di Stentino (Augusta) dell’attuale statua di S. Sebastiano (poi venerata a Melilli).
A Siracusa, dove il santo è patrono insieme a S. Lucia, la primitiva chiesa di San Sebastianello fu costruita per devozione nel 1449, in occasione di una pestilenza di quegli anni.
Ad Avola la chiesa del patrono San Sebastiano, ubicata nel quartiere delle Balze, risale all’anno 1450.
A Palazzolo Acreide il culto del santo si fa riferire alla pestilenza del 1455.
A Palermo, in seguito a una pestilenza, gli furono intitolate due chiese, una vicino al porto (1482) e una presso il quartiere militare (1493).
Attraverso i Nebrodi, il culto del “santo con le frecce” si diffuse anche nel versante orientale della Sicilia (dove esistono oggi circa metà delle chiese a lui intitolate di tutta l’isola) in seguito all’epidemia di peste del 1575/1578, di gravità paragonabile a quella del 1347. Molti comuni (tra cui Barcellona P.G ., Gaggi e Mistretta), proprio in quegli anni, come ringraziamento per lo scampato pericolo, lo elessero patrono.
Un grande impulso alla diffusione del culto di San Sebastiano, tra il XV e XVI secolo, fu dovuto soprattutto all’operato di numerosissime confraternite a lui intitolate (nelle Relationes ad Limina del 1594 sono presenti numerosissime Confraternitates Sancti Sebastiani, in numero nettamente superiore a quelle intitolate ad altri santi). Molti altri comuni, in occasione di altre pestilenze, lo elessero successivamente patrono (Ferla e Mongiuffi Melia).
Solo a Tortorici e Maniace il santo divenne patrono a causa del cosiddetto diluviu, la disastrosa alluvione del 1682.
La notevole libertà di culto che si venne a generare in Sicilia alla fine del XVI secolo (limitata da papa Urbano VIII nel 1630) e la profanazione a Soisson delle sue reliquie a opera degli Ugonotti nel 1564 (salvate poi, come vuole la tradizione, da una donna che le restituì nel 1578), favorì la comparsa in Sicilia di moltissime sue reliquie, sulla cui veridicità esistono molti dubbi (vale la pena ricordare in tal senso la processione di ben 21 reliquie del santo avvenuta il 9 agosto del 2000 in occasione dei festeggiamenti di San Sebastiano a Palazzolo Acreide, in cui confluirono molti doppioni di ossa del santo).
Il culto di San Sebastiano cominciò a perdere importanza verso gli inizi del XVII secolo, soprattutto perché cominciò a diffondersi il culto di San Rocco, altro santo che nell’iconografia siciliana ha il privilegio di proteggere dalla peste.

Statua di San Sebastiano venerata a Palazzolo Acreide

Statua di San Sebastiano (XVII secolo), venerata a Barcellona P.G.

San Sebastiano è festeggiato in Sicilia in moltissimi modi che, per rassodate tradizioni popolari, sono pervenuti in molti casi fino ai nostri giorni. La festa religiosa cade il 20 di gennaio, giorno in cui è celebrato in modo contenuto e sommesso, per poi essere degnamente rifesteggiato in molti comuni in estate, con manifestazioni in cui ad aspetti folkloristici si uniscono elementi della tradizione religiosa locale.
Uno degli elementi che accumuna gran parte di queste manifestazioni nasce dalla constatazione che è l’unico santo cristiano martirizzato nella sua totale nudità. Questa credenza ha generato la famosa processione dei “nuri”(i nudi), praticata a Melilli, Avola, Limina, Tortorici, Maniace, Mistretta e Palazzolo Acreide, cioè fedeli del santo che portano la vara vestiti di bianco (a volte con fasce rosse a tracolla) e scalzi. Quest’usanza prende origine dall’imitazione del martirio del santo, in cui il colore bianco delle vesti e i piedi scalzi richiamano la nudità del primo supplizio. Nella Sicilia occidentale, fino agli inizi del secolo scorso, in occasione della festa del santo, i fedeli adulti di moltissimi comuni si davano appuntamento interamente nudi per fare un pellegrinaggio a Melilli, suscitando l’indignazione delle autorità ecclesiastiche, che intervennero nel 1908 tramite il Vescovo di Noto Mons. Blandini, il quale sospese a divinis i parroci delle chiese locali, dichiarando indecente tale usanza. La Curia ha così operato anche in molti altri comuni siciliani, in alcuni dei quali sopravvive oggi solo la processione a piedi scalzi (Acireale e Cerami).
Un altro elemento comune delle processioni è il pane (simbolo della vita cristiana, presente in moltissimi altri culti, come ad esempio per S. Antonio, San Biagio e Santa Lucia) che, sfornato nelle forme più varie e benedetto, viene distribuito ai fedeli (Tortorici, Melilli e Palazzolo Acreide.). La tradizione popolare vuole che il pane simboleggi, nel caso di San Sebastiano, il fatto che egli abbia sfamato i prigionieri e i poveri di Roma.
Altro elemento comune è ancora l’alloro (l’albero al quale si crede che il santo sia stato legato nel primo supplizio), che, riunito in mazzetti, viene portato in processione (Melilli, Cerami, Tortorici e Maniace).
Un ultimo elemento sono i zagareddi o nzareddi, cioè nastri colorati lunghi dai tre ai cinque metri (generalmente rossi o gialli), che vengono sparati in aria all’uscita della vara del santo (Palazzolo Acreide, Mistretta e Melilli). Essi rimandano alla tradizione religiosa siciliana dove, fino alla fine del XIX secolo, erano semplici nastrini legati ai polsi che, benedetti il giorno della festa di San Sebastiano, venivano mantenuti fino a quando non si consumavano, poiché si credeva avessero il potere di scongiurare il contagio dalla peste (presenti anche nel culto di San Rocco).
Nei numerosi paesi siciliani che organizzano manifestazioni celebrative per San Sebastiano emergono, soprattutto per i festeggiamenti estivi, alcune particolarità di rilievo.
A Mistretta i devoti depongono in chiesa gli ex-voto, pesanti torce di cera, abbellite con immagini sacre, successivamente depositate sulla vara che contiene le reliquie del Santo, la quale sarà poi portata in processione a spalla e di corsa da centinaia di giovani che durante il tragitto si danno il cambio.
A Mongiuffi Melia, fino al secolo scorso, il santo era festeggiato con una novena e un inno composto da vari dialetti siciliani e latino, segno di molte influenze etniche.
Ad Avola, nella processione, i fedeli recano con loro dei fiori votivi, che saranno poi in parte depositati nelle tombe dei cari defunti.
A Maniace, i festeggiamenti prevedono che durante la processione della statua del santo si compiano alcuni giri attorno alla croce celtica che si trova nel cortile del castello di Nelson. Tali giri ricordano che in passato la città aveva conosciuto il dominio feudale (con essi il popolo vuole simboleggiare la richiesta al duca di allentare il suo potere).
A Melilli i devoti spesso si recavano a contemplare la statua del Santo (al grido di semu vinuti i tantu luntanu, prima diu e poi sam bastianu) con le parti intime coperte da mutandoni, per sciogliere i loro voti.
A Palazzolo Acreide  i genitori mostrano i loro figli (fino ad un massimo di due anni) interamente nudi al santo, per dimostrarne l’innocenza. I loro vestiti sono offerti al santo e gli stessi genitori li ricomprano elargendo cospicue offerte.
A Tortorici, una settimana prima della festa, si svolge “a bura” il falò di infiorescenze di ampelodesmo sulle cui fiamme i giovani saltano spargendo brace  ovunque.
A Francofonte la festa presentava fino all’inizio del secolo scorso aspetti molto discussi: schetti e maritati si contendevano il fercolo del santo, spingendosi fino allo scontro fisico. Per queste caratteristiche la festa era diventata addirittura un appuntamento per la resa dei conti tra i più facinorosi del paese: ogni disputa sorta durante l’anno veniva risolta col detto: “a Sammastianu ni videmu!”. Di questi scontri (eclatante quello del 1861, quando schetti e maritati, dopo essersi malmenati, si unirono contro un gruppo di soldati che si era dato da fare per sedare la rissa, i quali a loro volta per difendersi ricorsero all’artiglieria), oggi sopravvive solo a ricordo un’atmosfera chiassosa durante la processione.
Ciò che caratterizza la festa di San Sebastiano a Cerami è la preparazione ai festeggiamenti veri e propri, che si protrae per circa un mese, durante il quale donne e uomini, a piedi scalzi, si recano ogni sera in chiesa per implorare il santo.
A Buscemi la vara viene portata in corsa al suono della marcia dei bersaglieri.
A Barcellona P.G., nonostante la notevole solennità dei festeggiamenti, sopravviveva fino ai primi decenni del secolo scorso un aspetto curioso: era costume, infatti, colpire con i ceci la statua del santo in processione. Questa strana usanza ricorda alcuni culti della Sicilia occidentale, dove colpire il santo con pane, pietre, fiori significava liberarsi dei peccati.
In altri comuni il santo viene festeggiato esclusivamente con una celebrazione liturgica e con una processione molto contenuta (Gaggi e Limina).

La popolarità di San Sebastiano ritorna anche in molti detti popolari che collegano il santo al freddo invernale (ciò perché il popolo siciliano fu sempre colpito dal contrasto stridente tra le nudità del santo e i rigori invernali).
Alcuni di essi più conosciuti così recitano:
A san Bastianu a nivi è ghianu ghianu;
Ora chi vaci lu nuru pi li stradi,/ non è ttantu luntana a nui la stati
Uno dei detti popolari (originario dei comuni di Tortorici e Maniace) che invece racchiude elementi caratteristici del suo culto, così recita: “San Bastianu, cavaleri ranni / cavaleri di Diu senza disinni / quannu lu ‘ssicutavanu i tiranni / sutt’on peri di dauru mantinni; / calaru l’angjleddi cu li parmi / dicennu: Bastianu, ‘cchianatinni. / Lassa l’oru, la sita e li panni: / la grazia di lu cielu ‘nterra scinni…” In esso si accenna al dauro (l’alloro), albero al quale il martire sarebbe stato legato per essere trafitto dalle frecce dei soldati romani, all’oro e alla seta indici della ricchezza che Diocleziano voleva offrirgli e alle vesti di cui venne privato nel suo martirio.
Altri detti popolari rimarcano una forma di pomposità e grandezza legata al culto del santo, per il quale ogni manifestazione di devozione era giudicata riduttiva.
Infatti a Palazzolo Acreide si usa dire ma cà fari a Chiesa di Sam Mastianu?, a Melilli e cu è, Sam Bastianu?; molto simili al detto barcellonese  ma chi è u brazzu i Sam Bastianu? (riferito alla reliquia cittadina).

La tradizione gastronomica legata alla festa di San Sebastiano assume contorni diversi a seconda del comune in cui il santo è festeggiato.
Ad Acireale e Ferla torroni bianchi e paste di mandorla; a Melilli torroni bianchi; a Palazzolo Acreide, Tortorici, Maniace torroni neri e mandorle; a Cerami e Mongiuffi Melia torroni e mandorle coperte da una crosta di zucchero.
L’unico elemento con un forte linguaggio simbolico é la giaurrina (dolce di origine araba, a base di zucchero e miele) venduta durante la festa del santo a Barcellona Pozzo di Gotto. Essa viene stirata a strisce longitudinali che vorrebbero, nella tradizione locale, simboleggiare le freccie.

Foto di Bruce Weber per un costume di Gianni Versace del 1992

Scena tratta dal film TV “The Martyrdom of Saint Sebastian”, diretto da Petr Wiegl nel 1983

Le raffigurazioni artistiche del santo in Sicilia alludono tutte al suo protettorato dalla peste. Non esistono opere nella cultura siciliana che lo ritraggono alla vecchia maniera, anziano, barbuto e vestito con i ricchi abiti del palatinus (tutte soprattutto dell’Italia centrosettentrionale). Il Rinascimento lo reinventa santo nudo, scegliendo il momento in cui è già stato spogliato e legato per far da bersaglio alle frecce.
Molte opere lo ritraggono in sacra conversazione con S. Giobbe, S. Rocco e S. Rosalia, altri martiri che vantano protettorati dalle epidemie. In altre opere prevale la sua glorificazione attraverso gli angeli che portano la corona del martirio e le palme, in direzione di una bellissima Madonna (la Gloria di San Sebastiano di Olivio Sozzi a Melilli, il S. Sebastiano di Giuseppe Conti a Barcellona). Molti polittici lo inquadrano con la Madonna e qualche altro santo locale (si tratta di ex voto commissionati dalla comunità per la fine della peste).
Quasi tutte le sue statue (Melilli, Palazzolo Acreide, Maniace, Cerami e Limina) lo raffigurano con caratteristiche effeminate molto evidenti (ciò perché i suoi fedeli furono da sempre attirati dalla nudità del martirio e dalla sua figura di giovane efebo), mentre raramente prevalgono aspetti più rigidamente seri (tra cui la statua di Maniace). Molte tele minori sono dedicate ai suoi miracoli (tra le quali emergono quelle di Limina, Avola e Maniace), altre lo raffigurano con il dito rivolto al cielo (in segno di risposta alla domanda fattagli da Diocleziano: scegli il tuo Dio o i miei dei?), in altre  ancora è intento a dare l’eucaristia ai primi cristiani nelle catacombe.
Il martirio di San Sebastiano ispirò  moltissime rappresentazioni teatrali e opere letterarie. Infatti, il santo fu uno dei protagonisti del romanzo Fabiola di Nicholas Wiseman (1854) e la sua vicenda fu ripresa, con toni decadenti ed estetizzanti, nel Le martyre de Saint Sebastien di Gabriele D’Annunzio, musicato da Claude Debussy nel 1911. Quest’opera teatrale suscito’ gli anatemi delle gerarchie ecclesiastiche poiché si accennava a un presunto rapporto  di omosessualità tra San Sebastiano  e  l’imperatore Diocleziano (in quell’occasione il vescovo di Parigi scomunico’ tutti i cattolici che vi avevano partecipato). Fu probabilmente da quest’opera che Derek Jarman prese lo spunto per il film Sebastiane (1977), che riprese con toni più accentuati la presunta omosessualità del santo (e che scatenò di pari modo la censura del film). A esso seguì nel 1983 l’unico film serio finora realizzato, dal titolo The Martyrdom of Saint Sebastian (Il martirio di San Sebastiano), diretto da Petr Wiegl.
A livello locale vale la pena ricordare per l’alta qualità raggiunta il dramma Il Sebastiano, del mistrettese T. Aversa, pubblicato a Palermo nel 1643; l’opera in vernacolo Il Martirio di S. Sebastiano (di P. Livrera e B. Filetto) dei primi anni del ‘900;  e il dramma teatrale San Sebastiano di Narbona, realizzato a Barcellona P.G. nel 1957, con la regia di Michele Stilo e con interprete principale l’attore Alberto Lupo.
La figura di San Sebastiano é stata, soprattutto negli ultimi anni, filtrata nell’immaginario collettivo per le vie più impensate. Infatti, l’immagine del santo fu sfruttata in moltissimi campi: dalla pubblicità (famosa quella di una nota marca di scarpe, che propose nel 1984, in un manifesto pubblicitario, un modello legato al palo, trafitto dalle frecce e con le scarpe da tennis), alla politica (un assessore comunale, nei primi anni 90, defenestrato dai suoi stessi membri di partito, fu paragonato dalla stampa locale a San Sebastiano, trafitto dalle frecce dei suoi stessi commilitoni); dalle manifestazioni di protesta (in uno sciopero a Palermo alla fine degli anni 80, i lavoratori di una cooperativa si “travestirono” da San Sebastiano, paragonando le frecce ai torti da essi subiti) alla moda (Gianni Versace, nei primi anni 90, propose un  costume da bagno maschile ispirato al primo martirio del santo).

La notevole popolarità acquisita nel corso di secoli da San Sebastiano (qui sommariamente trattata), rende il santo  una delle figure più venerate di tutta la Sicilia.  Anche se il suo martirio ha dato origine a espressioni figurative (sicuramente da abolire o limitare) totalmente diverse dal concetto religioso del suo supplizio e a evidenti caratteri arcaici ancora presenti nel suo culto in Sicilia, la straordinaria molteplicità di segni che San Sebastiano riesce ancora oggi a esprimere rende il santo con le frecce una delle figure più importanti dell’intero panorama religioso siciliano.

Filippo Imbesi

Recenti ritrovamenti archeologici a Rometta Marea

E’ di pochi giorni fa, la notizia del ritrovamento di resti archeologici nel piccolo paese della provincia messinese di Rometta marea. Durante i lavori di realizzazione di uno scantinato in via Fondaco Nuovo, infatti sono stati riportati alla luce, frammenti di terracotta e ceramica, risalente al I secolo d.C.. I reperti sono affiorati ad una profondità di circa 3 metri e apparterrebbero  probabilmente ad una costruzione. Diversi son stati fino ad ora i ritrovamenti nelle aree limitrofe al paese di Rometta, in una zona inscrivibile in un’area che si estende dal Capo Peloro al promontorio del Tindari, ad attestare proprio lo stanziamento di popolazioni in età augustea su tutto il tratto costiero, come dimostrato, peraltro, da altri ritrovamenti nella zona di Spadafora. In questo periodo, infatti, la vita economica pulsava nei piccoli centri urbani della costa della Sicilia settentrionale. La zona, ricordiamo, era di grande interesse, grazie al passaggio delle navi commerciali che facevano rotta per l’Africa.

fonte: http://www.assomarduk.it/reperti%20rometta%20marea.htm

Indagini archeologiche nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto

Nel mese di novembre del 2010, a seguito di alcuni lavori edilizi, mi fu segnalata l’esistenza di una tomba a grotticella artificiale ricavata nel tufo. Alcune ricognizioni nell’area portarono al rinvenimento di altre tombe site nelle strette prossimità.
I ritrovamenti effettuati, ubicati nelle prossimità del torrente San Giacomo (affluente del Longano), non erano menzionati nelle pubblicazioni e nelle ricerche archeologiche che furono effettuate nel secolo scorso nel comprensorio barcellonese per opera di Vincenzo Cannizzo (necropoli di Pozzo di Gotto), Luigi Bernabò Brea (monte Ciappa e aree limitrofe, Rodì Milici), Carmelo Famà (Maloto, Barcellona Pozzo di Gotto) e Pietro Genovese (monte S. Onofrio e Lando, Barcellona Pozzo di Gotto). La presenza di frequentazione nel periodo preistorico, protostorico e greco, che era stata rilevata in queste indagini, non aveva evidenziato l’esistenza dell’area che era stata casualmente rinvenuta.
I positivi risultati ottenuti nelle prime ricognizioni hanno indotto a eseguire indagini più estese e approfondite. Partendo dall’area limitrofa al torrente San Giacomo, le ricerche in corso hanno consentito di creare una continuità archeologica che abbraccia senza interruzione tutta la fascia medio-collinare del territorio barcellonese, secondo una direttrice di massima che, provenendo dai territori di Castroreale, Rodì Milici e Terme Vigliatore, prosegue per le contrade monte S. Onofrio, Gurafi, Mortellito, Santa Venera, torrente San Giacomo, Maloto, San Paolo, Pozzo di Gotto, Praga, Migliardo, Spadolelle e Lando. All’interno dell’area individuata, allo stato attuale delle ricerche, i rilievi e le tipologie riscontrate (tombe a grotticella, strutture megalitiche, tracce di antichissimi insediamenti e di fortificazioni, luoghi di culto e altro ancora) si presentano in molti casi uguali tra loro. I numerosi rinvenimenti effettuati (in gran parte sconosciuti) orientano verso la presenza di un antichissimo insediamento, stratificatosi nei secoli, il quale, con elementi più ricchi nella fase compresa tra l’età del bronzo (cultura Rodì-Tindari-Vallelunga) e il periodo pre-greco e greco, occupava le colline barcellonesi, proseguendo verso i territori dei comuni limitrofi.
Al comprensorio barcellonese è legato l’antichissimo insediamento di Longane, la cui esistenza è attestata dal ritrovamento di litre (d’incerta provenienza) riportanti l’iscrizione ΛΟΓΓANAION = Longanaion (raffiguranti nel diritto la testa giovanile di Eracle e nel rovescio la testa di un dio fluviale) e di un caduceo di bronzo, oggi conservato al British Museum di Londra (proveniente da un sepolcro imprecisato della Sicilia e recante l’iscrizione ΛΟΝΓΕΝΑΙΟΣ EMI HMOΣ[IOΣ] = sono [l’araldo] pubblico longanese), che furono collegati, tramite Diodoro Siculo e Polibio1, al fiume logg¦noj (Longanos), sulle cui rive, nel 269 a.C., si svolse la battaglia fra i vittoriosi Siracusani, guidati da Gerone II, e i Mamertini, guidati da Chione.
I numerosi punti oscuri delle descrizioni storiche e la mancanza di riscontri portarono numerosi studiosi a formulare varie ipotesi  sull’ubicazione del fiume Longanos, e di conseguenza a cercare di localizzare il nucleo abitato di Longane.
Tra le varie tesi ebbe maggiore credito quella dell’ingegnere milazzese Domenico Ryolo, che identificò il Longanos con l’attuale torrente Termini o Patrì. In seguito a tale identificazione, Luigi Bernabò Brea, ricercando antichi insediamenti nelle prossimità del torrente Termini, individuò, tramite campagne di scavo dirette da dirette da G.F. Carrettoni, un’area costituita da una cinta muraria e da scarse tracce di antichi edifici su monte Ciappa, nel territorio di Rodì Milici. La ceramica rinvenuta e alcune tombe a grotticella annesse all’area indicarono un nucleo abitato fin
dalla prima età del bronzo (XVIII-XV secolo a.C.), con livelli più ricchi nel V secolo a.C.. I ritrovamenti effettuati portarono Luigi Bernabò Brea ad affermare che l’area individuata corrispondeva «all’antica Longane, centro popoloso situato in posizione fortissima su un piccolo altipiano che domina la valle del fiume omonimo»2.
Negli anni ‘70 del secolo scorso, l’architetto barcellonese Pietro Genovese, a seguito dell’individuazione dei resti di un villaggio fortificato posto sulla sommità di monte S. Onofrio e di una campagna di scavi (che portò alla luce fortificazioni ad aggere del V sec. a.C. e resti di ceramica risalente al VI-V sec. a. C.), ipotizzò che i rinvenimenti effettuati corrispondessero all’antica città di Longane, data la presenza nel territorio barcellonese del torrente Longano3. Altre importanti evidenze archeologiche nell’area in questione si evincono dalle ricerche di Vincenzo Cannizzo4 a Pozzo di Gotto (che indussero Paolo Orsi ad affermare che sulla collina Oliveto «esisteva un abitato siculo colla rispettiva necropoli, la cui età viene a cadere in media nel secolo VIII a. C.») e dagli scavi condotti nel 1995 su pizzo Lando, che portarono al rinvenimento di strutture murarie di grandi dimensioni (non fortificate), con annessi frammenti fittili dell’età del bronzo e resti di abitazioni stratificate di epoca greca (VI-IV e III sec. a. C.). I ritrovamenti effettuati nel 1995 indussero l’archeologa Carmela Bonanno a formulare l’ipotesi che monte Ciappa, monte S. Onofrio e pizzo Lando facessero «parte di un sistema di fortificazioni erette a difesa di un centro ellenizzato, quale potrebbe essere Longane o addirittura Abakainon»5. Le attuali ricerche, volte anche alla redazione di una mappa e di una pubblicazione, evidenziando un’estensione archeologica che occupa senza soluzione di continuità tutta la fascia medio collinare del territorio barcellonese e di altri comuni limitrofi (mai prima di adesso rilevata), inducono a ritenere Longane una città-territorio ricadente nel comprensorio barcellonese, essendo poco probabile che necropoli, resti di fortificazioni ed elementi archeologici tra loro vicini, coevi e con identiche caratteristiche siano stati singole unità non facenti parte di un’unica entità territoriale.

NOTE: 1 Polibio, 9,7; Diodoro XXII, 13,2. Diodoro Siculo (ca. 90 a.C – ca. 27 a.C) menziona il loˆtanon potamÕn (da correggere, come evidenziato dal Mirone e da altri autori, con logg¦non potamÕn = fiume Longanos), mentre Polibio (ca. 206 a.C – ca. 124 a.C) riporta che il logg¦non potamÕn (fiume Longanos) era situato ™n tù Mulˆw pedˆw (nella piana di Milazzo).
2 L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, Il Saggiatore, Milano, 1966, p.183.
3 Pietro Genovese, Testimonianze archeologiche e paleontologiche nel bacino del Longano, in Sicilia Archeologica, rivista periodica di studi, notizie e documentazione edita dall’Ente Provinciale per il Turismo di Trapani, anno X, n. 33, aprile 1977.
4 P. Orsi, Necropoli sicula a Pozzo di Gotto in quel di Castroreale, Parma, Tipografia Federale, 1915.
5 C. Bonanno, Recenti esplorazioni a Pizzo Lando nel territorio di Barcellona P.G., in Kokalos – Studi pubblicati dall’Istituto di Storia Antica dell’Università di Palermo, Giorgio Bretschneider editore, 1997-1998, t. II 1, p. 396.

I rinvenimenti effettuati e le ricerche in corso possono essere visionate sul gruppo facebook BARCELLONA RICERCHE ARCHEOLOGICHE (http://www.facebook.com/profile.php?id=100003093194713).

E’ possibile visionare e filmare i siti rinvenuti. Contattare l’arch. Filippo Imbesi (filippo.imbesi@tiscali.it).

Il Monastero dei SS. Pietro e Paolo D’Agrò

In provincia di Messina, nella frazione di forza D’Agrò, sorge su una concrezione concava il paesino di Scifì.  Si tratta di  un piccolo paesino posto a 120 metri sul livello del mare. Il nome Scifì è di origine greca e proviene dal termine σκυφοζ che indica un tipo di coppa usata per bere, la quale  richiama  la morfologia a coppa del terreno su cui sorge il sito. In epoche successive, quindi durante la dominazione romana, il paese mantenne il nome, modificandolo in Scyphus. Scifì, dunque sorge su un antico abitato di epoca greca. Pochi sanno, che questo paesino, presenta testimonianze archeologiche. Nel 1987, fu il Professor Giuseppe  Lombardo, a portare alla luce i resti archeologici, probabilmente questi  appartenevano ad un edificio religioso, anche se in realtà i reperti vennero catalogati come resti di un antica fattoria romana di epoca imperiale. Pochi sono i resti visibili, anche perché non vi è una zona di vero interesse archeologico, l’area infatti è incolta  e la vegetazione ricopre parte dei resti. Alcuni ritrovamenti, portarono a pensare che in quel luogo sorgesse l’ antico monastero. Vennero effettuati scavi, che avvalorarono l’ipotesi del professor Lombardo e cioè che quei resti portati alla luce sotto uno strato di terra alluvionata, appartenessero all’antico monastero  di Scifì dedicato ai SS. Pietro e Paolo D’Agrò, oggi ubicato nella frazione di  Casalvecchio Siculo. Del vecchio monastero non si conosce la giusta collocazione del passato, difatti gli storici affermano che il monastero sia stato ricostruito sulla stessa area distrutta dagli arabi. Mentre gli studi del Professor Lombardo attestano che siano proprio i resti da lui trovati ad essere quelli dell’antico edificio.  Oggi l’edificio presenta  una decorazione in laterizio che richiama le antiche costruzioni del V secolo, anche se la decorazione presenta policromia e l’aggiunta di lesene, caratteristiche invece, dell’arte araba. Particolari sono gli intrecci di archi che si susseguono su tutto il perimetro dell’edificio e vivace è la policromia generata da laterizi posti di taglio, separati da uno strato di calce. Altri mattoni invece sono posti a spina di pesce misti a frammenti di lava e pomice nera, calcari bianchi e rossi provenienti dalle cave della vicina Taormina. Il monastero presenta una struttura interna a croce latina, con tre navate terminanti in tre absidi, quelle laterali sono più basse e leggermente più piccole. L’abside centrale, invece si erge maestosa, con  decorazione . In ogni abside troviamo una piccola finestra a sesto acuto. Mentre l’abside centrale presenta 4 lesene chiuse da archi a sesto acuto. L’edificio ha  due cupole;  una, posta nella navata centrale poggiante su un tamburo ottagonale, e l’altra al centro del transetto , entrambe in asse e intonacate di bianco all’interno e in rosso all’esterno. Quattro colonne in granito sostengono invece le arcate dell’edificio. L’ingresso  presenta una spiccata  policromia, costituita da due semicerchi in pietra bianca nera e rossa terminanti a sesto acuto. Il timpano, presenta invece una magnifica croce greca di colore bianco e rosso, iscritta in un cerchio, su fondo rosso. Sull’architrave, incisa in greco, vi è un iscrizione, firmata dal capomastro in cui si legge che  la ricostruzione dell’edificio fu  voluta e fatta a spese proprie  da Teostoricto catecumeno tauromenita, un catecumeno di Tauromenion, antico nome della città di Taormina. Da fonti sappiamo che nell’edifico i riti venivano pronunciati in lingua greca. Il monastero venne poi abbandonato,  difatti nel 1794 i monaci si trasferirono a Messina, in via Primo Settembre N°85, in un edificio che oggi ospita un palazzo di civile abitazione, ma che un tempo fu la sede arcivescovile. A ricordare la funzione della sede, una lapide posta sul portone principale dell’edificio.

Laura Gangemi

VOCA VOCA

Nei primi melodiosi versi, ecco indicato un “luogo di delizie”, l’amantia (da identificare forse con amantea, in Calabria), che ospita creature di fiaba. La filastrocca si recitava per calmare il bambino un po’ agitato, facendolo dondolare, vagamente simulando i movimenti del vogare e dello sciare. e scuotendolo infine vivacemente scandendo “cicchitnnera, cicchitnnera”.

Voca voca sia,
annamu a l’Amantia,
a l’Amantia c’è i belli donni
chi giocunu a li culonni,
li culonni su di sita
e Nicola si marita,
si marita a menz’o ghianu
cu la figghia du capitanu,
u capitanu potta a bannera,
cicchitnnera, cicchitnnera.

Voga voga scia, / andiamo all’amantia, //
all’amantia stan le belle donne / che giocano alle
colonne, // le colonne son di seta / e nicola si marita,
// si marita in mezzo al piano / con la figlia del
capitano, // il capitano ha la bandiera, / cicchitnnera,
cicchitnnera.