Mese: dicembre 2011

28 Dicembri du ‘908

‘E cincu e rutti i dda matina
quannu lu suli ancora durmia
arreti ad Asprumunti nivateddu
la terra si muviu cu scuncassu
avanti e arreti e poi suttasupra
comu na pezza chi ‘nto ventu vola
scassannu sta città e la vicina
Reggiu e Missina soru di lu strittu
scasaru ‘nterra c’un tronu bestiali
e poi u mari puru si mittiu
a cumplitari l’opira infirnali
ferri pitrami macerii e purvirazzu
lamenti e grida ad ogni cantunera
e tanti morti chi non pozzu diri
mai truvati sutta li li so casi
durmiva la città e li so genti
chi da lu sonnu alla morti trapassaru
e tanti chi scampati alla ruina
ammenzu ‘e casi rutti si truavaru
comu pigghiati di nu sturdimentu
isavunu li mani e l’occhi a lu firmamentu
comu pi diri a Diu… chi cumbinasti ?
Quali piccati fici sta Missina
chi scumpariu ‘nta sta mala matina
e poi li fiammi chi abbruciunu i palazzi
li casi e chiddu chi ristau
na manu nira poi sinni calau
comu a mucciari tanta malavista…
e poi quannu l’opira era finuta
li navi russi ‘nto strittu traseru
e li succursi pi primi purtaru…
ma ora chi parramu di sta storia
videmu sta città ricostruita
cu genti nova poi ripopulata
cu pocu amuri sempri guvirnata
senza travagghiu e senza primavera
li giuvini chi vannu sempri fora
luntanu senza spiranza i riturnari
mentri cu poti fari surdu pari
e soddi cunta senza ripusari…
pinsannu comu autri poi truvari…
ma surgi pigghia in manu a to’ bannera …
stinnardu anticu di lu Gran Mircì
rivota sta calmanza sciruccusa
chi lissa porta e genira apatia
ripigghia’nta li mani la to’ storia
ripensa in grandi e fai la facci dura
pi riturnari a essiri rigina
terra d’amuri travaggiu e libirtà.

antonio cattino 27 Dic.2011

Una scoperta interessante

Durante una delle tante ricognizioni sul territorio messinese, a cura del gruppo Festung Messina, nel 2003 nella zona collinare nord di Messina fu fatta una interessante scoperta, che ci riporta al tragico sisma del 1908.
Si tratta infatti di una struttura sepolcrale dedicata ad una  vittima del terremoto,  moglie di un facoltoso cittadino che volle ricordarla con tale manufatto, ornato di lapide esterna e una interna riportante  un bellissimo epitaffio firmato da Ettore Lombardo Pellegrino; distrutta dai soliti atti vandalici ma sapientemente ricomposta da una qualche “anima pia”.
E’ un scoperta interessante, praticamente sconosciuta, di certo importante testimonianza  del nostro passato, ma purtroppo ubicata in una realtà la quale,”sic stantibus rebus”, in merito ai Beni Culturali di ogni ordine e grado, di cui il nostro territorio è ricchissimo, nulla è capace di fare, al di la delle chiacchiere in pompa magna e delle costose quando sterili manifestazioni e pubblicazioni, lasciandosi sfuggire importanti occasioni di sviluppo economico attraverso lo sfruttamento sostenibile delle attività culturali, tramite le tante testimonianze tangibili che secoli e secoli di storia ci hanno lasciato.

Armando Donato M.

Un’interessante lapide nella Cappella della famiglia Picardi a Barcellona Pozzo di Gotto

L’architetto Filippo Imbesi, in una meritoria raccolta di lapidi presenti nella città di Barcellona Pozzo di Gotto, segnala un’interessante lapide nei pressi della via Bellinvia, luogo in cui sorge una cappella privata fatta realizzare dalla famiglia messinese Picardi nella seconda metà del XIX secolo.
Ormai il piccolo edificio risulta compresso tra i palazzi moderni e non svolge più le originarie funzioni di culto. Al suo interno sono custodite le lapidi commemorative di Paola Picardi e del marito Carlo Broggi (1881 – 1968), architetto razionalista, progettista anche del Palazzo dell’INA di Roma (1920) e del Quartier Generale delle Nazioni Unite di Ginevra (1937).
Nel prospetto principale della cappella è inserita invece la lapide in questione. Quasi certamente quest’ultima proviene da Messina, presenta al centro il classico stemma Francescano con le due braccia incrociate e la croce al centro, ai lati due tondi: una  Madonna con Bambino e  dall’altro lato un San Francesco.
Al centro invece reca la seguente epigrafe:

AQUAE S(ANCTAE) MARIAE DE IESU EX
ACT(IS) NOT(ARII) ANTONY MANGIANTI AN(NO) 1476

Acque di Santa Maria di Gesù. Dagli atti del notaio Antonio Mangianti nell’anno 1476

La lapide, evidentemente collocata sul prospetto della cappella in epoca molto successiva, ricorda la presenza delle acque di Santa Maria del Gesù, attraverso gli atti redatti dal notaio Antonio Mangianti nell’anno 1476. E’ proprio questo notaio ad essere il collegamento con la città di Messina: ad Antonio Mangianti infatti nel 1479 il celebre pittore Antonello da Messina detterà il suo testamento chiedendo di essere seppellito appunto nella chiesa di S.Maria del Gesù.
A questo punto possono nascere delle riflessioni: se infatti la lapide proviene da Messina (come ragionevolmente si è portati a credere) è interessante notare come alla denominazione del convento non sia affiancata la dicitura “superiore” o “inferiore” esattamente come nel testamento di Antonello. Questo dato darebbe ragione a coloro che identificano la chiesa della sepoltura di Antonello con la chiesa di Santa Maria del Gesù superiore, in quanto la costruzione di quella inferiore, iniziata nel 1463, probabilmente non era  ancora stata ultimanta negli anni ’70 dello stesso secolo.
Altri spunti possono venire dalla ricerca delle acque di cui si parla nella lapide.  Solo come punto di partenza di studi, certamente da condursi in modo più approfondito su documenti d’archivio, si può notare che un indizio proviene da una “Guida per la città di Messina” stampato nella tipografia di Giuseppe Fiumara nel 1841 in cui si può leggere della presenza di una sorgente di acque termali proprio accanto al monastero di Santa Maria del Gesù (da identificarsi in questo testo con quello superiore in quanto vi è descritto tra le altre cose anche il monumento Staiti citato da Gallo). Vi si legge infatti: “Nel fondo attaccato a questo convento, si vedono tuttora i ruderi d’ un antico edificio, che serviva di bagno pubblico , a causa delle acque termali, che ivi scorrevano in abbondanza”. Aggiungendo a conferma la citazione di un erudito del XVII secolo (Reina) che in quel luogo ricorda le rovine di antiche terme e lo sgorgare di un’acqua calda che veniva usata dai conciatori di cuoio.
Ovviamente tutto quanto proviene da antichi eruditi va verificato ma questo appena accennato può essere un utile punto di partenza per le ricerche d’archivio che potrebbero fugare ogni residuo di dubbio sulla provenienza messinese (comunque da accertare per evitare facili entusiasmi) e forse potrebbero anche rilevare le circostanze in cui, probabilmente nel XIX secolo o nei primi anni del XX secolo, la lapide fu portata dalla famiglia Picardi a Barcellona Pozzo di Gotto per abbellire la facciata della loro piccola cappella.
Un altro adeguato approfondimento, per quanto consentito dai documenti superstiti, può esser fatto sulla figura del notaio Antonio Mangianti che ritroviamo come rappresentante della città di Messina al parlamento di Catania del 5-23 settembre 1478 e che è probabilmente lo stesso che nel 1494 andava a vendere dei panni ad Alì (come ricorda Salvatore Tramontana in “Antonello e la sua Città”, Sellerio, Palermo 1999 p. 22 nota 21 e p. 59).
In definitiva questa lapide può essere un buon punto di partenza per un approfondimento che potrebbe portare a interessanti considerazioni riportando in vita un brandello di storia finora sconosciuto.
Si ringrazia Filippo Imbesi per la segnalazione e per gli utili suggerimenti.

Antonino Teramo

La sfida dei cento cavalieri

La storia a volte, nasconde retroscena, negati ai più e favorisce, nei racconti, vicende fantastiche, celate in epiche celebrazioni. Accadde fra le altre faccende, dopo la guerra del Vespro, che ognuno raccontasse i fatti, come meglio gli convenisse, stendendo sugli accadimenti di quel tempo, una coltre fitta e difficile da diradare, dopo i primi anni di quegli occorsi tempi. Perciò, in quella zuppa, in molti intinsero il velenoso pane, scarlatto e di vermiglie tonalità, davano ragione agli uni oppure, agli avversi convitati. Si celebravano fin dagli inizi del trecento, durante la guerra occorsa nei novanta anni successivi, alla guerra del Vespro, tumultuosi giochi di guerra; dove in alterne fortune, primeggiavano sui mari del Mediterraneo, a volte gli aragonesi e le rispettive schiere, a volte gli angioini e i loro alleati. In questo difficile momento storico, ognuno raccontava, come meglio poteva, le vicende dei propri pupilli, lasciando la verità, come orpello e i fatti bellici, come riscontro a seconda degli incerti risultati, nel momento in cui si palesavano. Per questo e per tanti altri motivi, nell’intricato momento storico in cui molti vissero, si ricordava ciò che si voleva ricordare. In una incerta cronica del partigiano Villani, la penna festeggiava trionfi mai avvenuti e sconfitte risultanti vittorie, nelle sue lucrose pagine di storia; rammentando fatti, accadimenti e stratagemmi, a secondo del gusto e del momento. Sicché, recuperando un racconto che di storico ne ebbe alcuni accenni, traviò le risultanze, mettendo sul suo piedistallo, uno dei più discussi sovrani del momento, Carlo Primo D’Angiò. Uno dei più invitti principi della storia per la Sicilia che raccolse, dietro i suoi febbrili affanni per soggiogare i siciliani piani di guerra e di molestia; pervaso da notti insonni e febbrili contumelie. Messina, la città che di quel regno, in molte lettere dimostrava di amare, venne a ribellione, dopo che tutto un popolo di Sicilia, fece della sua gente francese macello. E lui per somma clemenza, pose d’assedio in disfregio della misericordia umana, la sua amata Messina. Per questo vilipendio, fu onorato con moneta pesante; e in molti consessi, tutti celebravano il coraggio degli impavidi messinesi, fuorchè il bravo Villani, sempre partigiano, sempre un suddito cortese verso il Casato degli Angiò. Raccontando si fervidamente, quello che più gli conveniva e quello che in cuor suo sperava.
In questa sua frenetica ritrosa memoria, un giorno scrisse, di un cavalleresco incontro, dove l’insulto, suo caro amico e fedele compagno lasciato libero ed invadente nelle pagine che componeva contro gli aragonesi e contro la Sicilia, divenne un cruccio assai morboso, vedendo lucciole per lanterne. Un fatto o un sogno, raccontare di una disfida di impari memoria, quando a contrarsi in campo neutrale, si incontrarono 100 cavalieri, di entrambi gli schieramenti che alla vittoria degli uni, secondo i patti celebrati al cospetto del Papa Martino, si sarebbero macchiati di infamia i perdenti. Tanti furono veduti dal Villani, schierarsi volontariamente al fianco di Carlo: tanti per non esagerare, i cavalieri che si schieravano gagliardamente al fianco di un sovrano, ricordato come abile corruttore di giovani principi, comprati con moneta sonante e dirli servitori leali. Mentre di contro, il povero Pietro D’Aragona, a stento raccoglieva con se, quei cavalieri degni di questo nome. Pochi, fra gli italiani e fra i francesi di Filippo suoi vassalli, altrettanti del suo paese e il resto i più ardimentosi fra i Siciliani e con essi, alcuni che si distinsero nel sacco di Messina. E per dimostrarli nemici della chiesa, gli affiancò un principe del Marocco, un infedele, lasciando sospeso quel giudizio in quelle righe pruriginose.
Così, in un linguaggio pomposo, ricordava il Villani, queste memorie.
Come lo re Carlo e lo re Piero d’Araona s’ingaggiarono di combattere insieme a Bordello in Guascogna per la lenza di Cicilia.
In questi tempi essendo lo re Carlo con tutta la sua baronia a corte di Roma, nella città di Roma e dinanzi a papa Martino e a tutti i suoi cardinali, avea fatto appello di tradigione contro a Piero re d Araona, il quale gli avea tolta l’isola di Cicilia e che il detto re Carlo era apparecchiato di provarlo per battaglia al detto re Piero, mandati suoi ambasciadori alla detta corte a contrastare al detto appello e a scusarsi di tradigione, e che ciò ch’avea fatto, era a lui con giusto titolo e che di ciò era apparecchiato, di combattere corpo a corpo col re Carlo in luogo comune onde si prese concordia, sotto sacramento in presenza del papa, di fare la detta battaglia Ciascuno de detti re con cento cavalieri, i migliori che sapessero scegliere a Bordella in Guascogna, sotto la guardia del balio ovvero siniscalco del re d’Inghilterra di cui era la terra con patti che quale de detti re vincesse, la detta battaglia avesse di questo l’isola di Cicilia con volontà della Chiesa; e quegli che fosse vinto, s’intendesse per ricreduto e traditore per tutti i cristiani e mai non s’appalesasse re disponendosi d’ogni onore. Per la qual cosa il detto re Carlo si tenne molto per contento, desiderando la battaglia e parendoli avere ragione e invitarsi a lui de migliori cavalieri del mondo d’arme per essere alla detta battaglia per parte più di cinquecento e feciono apparecchio la maggiore parte Franceschi e Provenzali, e alcuno altro baccelliere d’arme nominato d’Alamagna e d’Italia e di Firenze, se ne proffersono assai. E simile al re Piero d’Araona s’invitarono molti cavalieri i più di suo paese e alquanti Spaglinoli e alcuno Italiano di parte ghibellina, e alcuno Tedesco del legnaggio di Soave e il figliuolo del re di Marocco saracino si profferse al re d’Araona e promise se si volesse di farsi cristiano quello giorno. E partissi di Cicilia con molti cvalieri suoi figli e lasciovvi don Giacomo suo secondo figliuolo per re e egli n’andò in Catalogna per essere a Bordella alla detta giornata. E iI detto re Carlo, lasciò Carlo prenze suo figliuolo, alla guardia del Regno e partissi di corte per andare a Bordello, e passò per Firenze a dì 14 di marzo nel detto anno 1283 e da’ Fiorentini fu ricevuto con grande onore e fece in Firenze otto cavalieri tra Fiorentini Pistoiesi e Lucchesi.

Alessandro Fumia

Cannoni di Grotte: riconosciuta ufficialmente l’errata attribuzione alla marina britannica

La spettabile U.O. XII- Beni Storico Artistici e Iconografici della Soprintendenza di Messina, ha recentemente approvato la richiesta per la sostituzione dei cartelli che erroneamente indicano come britanniche, quelle che in realtà sono due artiglierie navali della marina borbonica, visibili lungo la riviera nord di Messina in zona Grotte. Dunque per la prima volta a distanza di vari decenni dal ritrovamento, è stata  ufficialmente riconosciuta la corretta appartenenza borbonica dei cannoni.
La segnalazione supportata dell’apposito studio a cura di Armando  Donato (coadiuvato nelle specifiche operazioni di  misurazione dei pezzi, dai giovani studiosi  Antonino Teramo e Giovanni Arigò) era stata fatta nel mese di ottobre su iniziativa del MoVimento  5 Stelle, rappresentato da Gabriele Lando.
Adesso la parola passa al Comune, ente competente anche per un eventuale restauro, ed al quale sarà inviata una nuova comunicazione con relazione aggiornata.
Si ricorda che l’art. 9 della Carta Costituzionale, promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Nello specifico il D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42. (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) tutela i beni in oggetto, con  agli artt. 1, 6, 7 (valorizzazione  e funzioni e compiti in materia), 10 (oggetto della tutela) 20 (protezione e conservazione), 21 (spostamento), 29, 30, 38 e 40 (conservazione, obblighi conservativi, accessibilità al pubblico, interventi conservativi), 101, 111, 112 (fruizione dei beni culturali e  le attività di valorizzazione), 118 (promozione e attività di studio e ricerca), 119 (diffusione della conoscenza del patrimonio culturale) e 120 (sponsorizzazione dei beni culturali).
Ci auguriamo che il Comune di Messina accolga la richiesta della sostituzione dei cartelli. Iniziativa che pur nel suo piccolo sarà utile a dare un bel contributo circa questi due beni di interesse storico, che rappresentano un significativo e tangibile esempio del mondo politico-militare, commerciale e industriale di oltre duecento anni or sono, e testimoniano alcuni importanti momenti storici vissuti da Messina in quanto luogo strategico di importanza capitale, nel contesto politico- economico e bellico europeo.

Armando Donato M.

1941-1943: gli abbattimenti degli aerei alleati nell’area dello Stretto, ad opera della contraerea e della caccia italotedesca

Come già accennato  e documentato  in varie occasioni, il secondo  conflitto mondiale è da  considerarsi uno dei più tragici ma nel contempo significativi periodi della storia di Messina; fonte di innumerevoli notizie e fondamentale  base per studi e ricerche. Periodo ancora a noi vicino, quindi ricco di testimonianze umane, documentali ma anche architettoniche, date le tante opere protagoniste di quei fatti, ancora oggi perfettamente integre.
Uno degli aspetti più significativi è quello relativo  alle incursioni aeree a cura dell’aviazione prima inglese (1940, 41 e 42)  e successivamente anche americana (1943). Messina infatti fu sin dall’inizio della guerra (la prima incursione avvenne nel luglio 1940) un  obiettivo primario,  in quanto importante Piazza marittima, punto strategico circa i trasporti nel mediterraneo quindi di  approvvigionamento bellico e successivamente obiettivo finale dell’ Op. Husky, ovvero lo sbarco alleato in Sicilia.
Allo scopo di fornire notizie storiche interessanti  mediante l’elaborazione dei dati estrapolati dai bollettini di guerra ufficiali raccolti in vari volumi dell’USSME, sarà inserita una inedita e sintetica scheda cronologica, relativa  al numero degli aerei angloamericani perduti durante i numerosi attacchi nell’area dello Stretto tra il 1941 al 1943,  a causa della contraerea o della caccia italotedesca, la cui organizzazione ed azione furono sempre importanti se non determinanti ai fini della difesa, in modo particolare nel 1943.

Numero aerei abbattuti anno 1941

11 settembre: 1
10 novembre: 1
5 dicembre: 5
Totale: n 7 aerei

Numero aerei abbattuti anno 1942

27 febbraio: 1
27 aprile: 1
28 maggio:  4
31 maggio: 1
1 giugno: 1
7 giugno: 1
8 luglio: 1
Totale: n 10 aerei

Numero aerei abbattuti anno 1943

27 gennaio: 2
30 gennaio : 4
31 gennaio: 2
9 febbraio: 1
21 febbraio: 2
25 marzo: 2
7 aprile: 3
12 aprile: 1
13 aprile: 1
29 aprile: 2
1 maggio: 9
7 maggio: numero imprecisato
10 maggio: numero imprecisato
11 maggio: 1
14 maggio: 4
18 maggio : 1
22 maggio: 3
25 maggio: numero imprecisato
26 maggio: 6
7 giugno: 4
14 giugno: 2
19 giugno: 2
20 giugno: 3
22 giugno: 2
23 giugno: 2
26 giugno: 18
28 giugno:2
29 giugno: numero imprecisato
6 luglio: numero imprecisato
14 luglio: numero imprecisato
15 luglio: 6
17 luglio: 5
24 luglio: numero imprecisato
27 luglio: numero imprecisato
28 luglio: 1
3 agosto: 2
7 agosto: 1
12 agosto: 3
15 agosto 11
Totale: n 108 aerei

Totale generale: n 135 aerei

Il totale degli abbattimenti è di almeno 135 aerei alleati di vario tipo (dai caccia monoposto ai grossi quadrimotori). Le cifre più terrificanti  per l’aviazione alleata sono però quelle relative al 1943, con almeno 108 aerei abbattuti in 8 mesi e picco massimo nel mese di giugno con 35 aerei abbattuti in 9 distinte incursioni.
Il 1943 fu un anno decisivo circa gli equilibri politici e militari, in relazione all’attacco all’Europa tramite lo sbarco in Sicilia. Dall’analisi delle cifre dei tre distinti anni si evince infatti un volume di incursioni crescente e nel 43 uno sforzo bellico non indifferente, nel tentativo di interdire le operazioni nemiche nello Stretto e nelle ultime fasi della campagna di Sicilia, di bloccare e impedire la ritirata ordinata in Calabria dell’esercito italotedesco, facilitando l’avanzata delle forze di terra con l’obiettivo di chiuderlo a Messina. Operazione non riuscita e pagata a caro prezzo sotto molteplici aspetti.

Armando Donato M.

Lu Carnasciavali di Missina

La memoria storica del carnevale a Messina, mantiene particolari peculiarità; questa festa, le cui origini si perdono nel tempo, è stata sempre oggetto di curiose soluzioni.
Le prime tracce storiche della festa del carnevale, sono segnalate nelle pagine delle rime, componimenti poetici romanzate, presenti nella cerchia dei cantori messinesi, nella corte dello Svevo Federico II.
Di poi, col passare delle stagioni, si è sentito sempre un crescente bisogno, di codificare, un sistema, un linguaggio distinto e distintivo; talmente sentito, da lasciare una traccia rimarchevole, in pagine e pagine del bel vivere nostrano, descritto nelle corti e nelle signorie italiane. Una delle prime testimonianze che celebrano “la recita del carnevale” seguendo un cerimoniale ossequioso e moderno, dove era ricercato il gusto del bello anche in rapporto ai bagordi della folla, si ha già nel 1576. Le cariche civiche di Messina, avevano il compito di organizzare gli eventi; un po’ come accade oggi, a questi incontri, si dava un indirizzo politico favorendo tutta una serie di trovate e stratagemmi, organizzati dal gruppo di potere che soprintendeva la città.
Le fonti storiche di Messina, osservano come in una linea di confine, l’inizio di un nuovo programma culturale, meno abbottonato che in passato, allontanandosi da una strada ancora legata a concetti religiosi tipicamente clericali: non che il teatro, primo fra tutte le forme di espressione, ne fosse lontano o imbottigliato in sistemi linguistici antiquati fra i siciliani anzi, quello messinese seppe sempre anticipare i tempi e le mode nell’isola: ma, in pieno Rinascimento, anche Messina, si apprestava ad abbandonare le antiche cerimonie religiose, abbracciando il tema frivolo della festa. Con tutti quei vantaggi che la stessa celebrazione acconsentiva per l’epoca e la situazione politica del tempo. La Città dello Stretto più di tutte le consorelle del regno di Sicilia, favorita da una opulenza derivata dai suoi traffici commerciali, si apriva al mondo, attraverso i canali principali del gusto, del nuovo, attrezzati nelle corti italiane. Infatti, alcuni documenti rilevati dal sistema festivo messinese durante il carnevale, annotano modelli tipicamente fiorentini o veneziani.
Storicamente, l’origine di questa fase culturale viene fissata proprio agli inizi del cinqucento, accostata alla fase politica in cui Messina riconosce come sovrano Carlo V; ma le carte, storicamente parlando, fissano nuovi schemi in rapporto alla recita giusto appunto, già a partire dal 1573 dove, si abbonda di espressioni volgari, triviali, sconcezze serbatoio del volgo: licenziosi programmi aperti a una società peccatrice, slegata dai concetti rigidi e protocollati voluti dal clero sempre pronto ad ammonire l’uomo se si allontanava dal vecchio per il nuovo. In quel preciso momento storico, dove la città satura di gioie, di orgoglio civico, di vittoria sotto le insegne di Don Giovanni e vicina ai bagordi del trionfo sul barbaro invasore, proprio in quel momento dicevo, venne colpita dal morbo, da contingenze vecchie ed inattese, fino ai giorni in cui, proprio dal nobile La Rocca, e dalla sua cerchia famigliare, notevolmente radicata nei meandri e negli uffici del Senato, dava un nuovo impulso al bel vivere alla spensieratezza.
La peste, abbattutasi sulla città aveva lasciato segni inconfutabili, gettando nello sgomento molte famiglie e in città altrettanti lutti, stentando a ritornare alla vita. Non mancavano occasioni per ritornare al quotidiano prima dell’epidemia: ma la gente, sdegnata dagli odori di morte che si percepivano in ogni angolo, in ogni via, non riusciva ad accettare la gioia del vivere e le bellezze della vita. Da che, un nobiluomo, quali fu Don Paolo La Rocca, si diede ad organizzare un simposio mascherato con sfarzo e con lusso, come da tempo non si ricordava più in città. Ecco una breve cronaca di quei giorni, dove appare la forza positiva e lo spirito intraprendente dei Messinesi:
“…nel carnevale del 1576, una commedia rappresentavasi in Messina con apparati da degradarne i più belli, che sino allora s’erano fatti. Don Paolo La Rocca, onde festeggiare, il ritorno di coloro che la peste del 1575 aveva fatto allontanare, dalla città, e per fare deporre loro le vestimenta di lutto, diede la cura della commedia a una Compagnia di comici detta degli Uniti; che allora cominciavano ad andare per l’Italia e fuori, rappresentando commedie e tragedie.
Or venuta la sera dell’ultima domenica di carnevale, scrive chi la vide, si trovarono essere ottima- mente apprestati: così per la scena che la commedia come gli ordini delle segge per gli spettatori, in ampia e capacissima sala. D’ogni intorno, di finissimi e vastissimi panni di razza adornata, e di molte ed artificiose lampade illustrata, che di odorato liquore il lume nutrendo, molto splendore ed odore in ogni parte mandavano. Questa sala era in guisa di bello teatro formata, da un capo della quale era collocata la scena, nel cui frontespizio appariva le sembianze di una gran città formata maestralmente da ingegnosi legniaiuoli, e da ottimi pittori con disegno d’ottimo artificio di prospettiva eccellentemente adombrata. Fra i convitati e le donne, si vide tant’oro ed argento, tanti fregi di perle e di gemme adornati che in questa città ancora veduti non furono. Intorno a un’ora di notte, si fece cader come piovendo dal cielo, dall’alto della sala, arredata di tele di color turchino raffigurato, con vaga distinzioni di maggiori e di minori stelle, una moltitudine di piccole carte nelle quali si leggeva un sonetto, composto dallo stesso Don Paolo.”
La festa, raccoglieva consensi nella popolazione messinese, e nei secoli, divenne motivo di competizione, a volte anche di gareggiamento vero e proprio fra i villani o i cittadini, favoriti, dagli accorgimenti apportati dal Senato messinese; il quale, aveva introdotto, una serie di pregi ovvero, dei premi anche in denaro per favorire nuove trovate e stratagemmi, galvanizzando il popolo nella festa. Il teatro, come ebbi a dire prima e i suoi molteplici aspetti, era un finissimo espediente politico: a Messina, così come in tante altre città italiane, la rappresentazione teatrale, oltre a favorire il diletto del popolo, dal più abbiente al più miserevole suo cittadino, nascondeva secondi fini e secondarie occasioni.
Una maschera secondaria ottocentesca, era il Pacchianu o la Pacchina a secondo del sesso: non si sa con certezza, il ruolo ne i vestimenti, ma, si è certi nel collocare questa caricatura nella Città dello Stretto. Così anche, sono segnalate altre caricature, note a suo tempo in tutta la Sicilia, tristi personaggi vissuti a Messina: o come gli intellettuali siciliani osservano, prototipi di gente relegata in virtù di particolari attività, a un luogo piuttosto che a altra città. Se non che il Vigo segnalava a Messina in un sonetto, una caricatura tipica del messinese, inteso dal popolo Scorcia’mpisi. Mentre, nei suoi casali, veniva ricordato una variante dello stesso prototipo messinese, per altro segnalata dal Pitrè che la collocava bel borgo di Gesso. In città ormai, aperta ai baccanali, veri e propri festini, dove l’occasione favoriva istintive soluzioni, col passare dei secoli, si erano sviluppate, vere e proprie scuole di pensiero. L’abbondanza alternata alla carestia, aumentava il senso critico dei messinesi verso chi pilotava il rispettivo destino, galvanizzando la ciarla, o la satira; e con essa, si accresceva nella gente, la voglia di individuare un capo espiatorio, si offriva l’occasione, di deridere la sfortuna, la mala sorte e il carnevale adesso, era la vittima privilegiata, era l’occasione. In questi sollazzi, dove il potente era alla pari dello straccione, dove l’uomo era sullo stesso piano della donna se celati dalla maschera, tutto era possibile, tutto accadeva. Ma, se da un verso, il carnevale era sentito come momento liberatorio di immaginarie catene, la caricatura, presente nella festa, permetteva di vanificare la quaresima, di allontanare la penitenza. La fame restava tale in tempo di festa o di novena. Il riso leniva le gravità della vita, eccone la futuribilità, eccone l’occasione. Sia nelle strade quotidianamente, sia fra le mura domestiche del signore, la caricatura carnascialesca, viveva di vita propria, libera di esistere malgrado i precetti religiosi o municipali.
Il teatro concentrava e favoriva il manifestarsi del carnevale anche fuori da schemi programmati. E la dove, questo aveva la possibilità di esistere, la dove la società si dava all’oppio della risata, solo in quei luoghi, l’espressività veniva proiettata alle massime potenze. L’attore, principe delle scene, era un araldo potente, un anfitrione nocchiero di una festa passata, se si era in quaresima o un fine poeta, se si era pronti a celebrarlo.
Adesso, il carnevale era la vita stessa e per essa, poteva assecondare nel ludibrio di una scena il proprio io, a dispetto delle regole. Nell’uomo del passato, valicare i confini delle regole, era un potere, avvertito per elevarsi o per compiacersi a dispetto del rispettivo destino. La maschera dunque, non era soltanto una forma di espressività, ma diventava, motivo di libertà. E la potevi trovare in tempo di carnevale o durante tutto l’anno, purchè si lasciava prendere, purchè si concedeva alla fantasia del volgo. Messina, come tante altre realtà italiane, assecondando questi schemi, era riuscita a ritagliarsi un posto nelle prime file dei regni della penisola. Essa stessa era divenuta una maschera, un modello da imitare o da invidiare. Il gergo messinese, era apprezzato e riconosciuto come un idioma importante fra le voci linguistiche italiane. Fonte di ispirazione per i suoi e fra gli stranieri, un modello linguistico da imitare nelle botteghe teatrali. Così che, autori, musici, compositori crearono scene, canti e melodie, pensando in messinese, musicando in messinese. Era il trionfo della municipalità, la consapevolezza di essere al contempo emporio e regno, città e clique di vita. Essere messinese voleva dire, appartenere a un modello vincente, positivo. Essere messinesi voleva divenire, sinonimo di rispetto e orgoglio civico, tutti valori perduti dalla nostra gente da secoli. In questo momento della storia, Messina, aveva saputo ritagliarsi in questa forma d’arte, notevoli rappresentanti. Le maggiori compagnie teatrali, come in un ricco cartellone, prendevano con il modello mascherato, il genere teatrale da porre in scena. E se nell’aristocrazia veneziana e fiorentina si parlasse messinese, nessuno si scandalizzava. E se, fra le mura di Ferrara o a Cremona o nella dotta Bologna si applaudivano comici e buffoni che prosavano in dialetto messinese, nessuno si arrovellava l’animo. Era un modello alla moda, da imitare, da portare nel convivio fra gli amanti, era espressione ed espressività nel contempo. Nella commedia dell’arte, già a partire dai primi albori, potevano coesistere le notissime maschere di Pulcinella, Pantalone, Arlecchino con la nostra Giovannello; quest’ultima era la maschera di Messina. Cortese ed intrigante, sbarazzino ed insolente, il Giovannello, fu un modello di servo in scena, adoperato dalle compagnie romane, napoletane e venete di quegli anni. Il modello messinese, veniva animato nel simpatico simposio della commedia, mettendogli in bocca, parole e versi tipiche del linguaggio messinese. Non solo un modello di costume, non solo una pezza variopinta, ma anche un prototipo, un modello riepilogativo e riconoscitivo del faccendiere, dell’intrigante mercante visto e ripreso, dalla quotidianità, dalle attività che contraddistinguevano i messinesi fuori dal rispettivo contesto territoriale. Gli intellettuali messinesi, seppero lasciare, grande dimostrazione di se, nelle proprie trovate, nelle rime, nelle composizioni distinguendosi, in opere originali e alla moda; riuscendo a trattare materie complesse per l’epoca, dove uno dei primi e principali ostacoli, fu il linguaggio costretto nel seno di un idioma, dove la battuta e il motteggiare in siciliano, napoletano, veneto o messinese, restava comprensibile nell’italico suolo, o sfuggiva degradandosi in terre straniere o in Europa. Anche qui, un grande autore figlio di Messina, seppe portare un esempio della duttilità linguistica della sua gente: la quale, abile nel commercio e fra i banchi di impavidi e scaltri mercanti, provenienti da ogni parte del mondo, albergando nei lidi dello stretto, seppe cantare la follia della sua gente in tanti modi, con nuove trovate e stratagemmi lessicali e in lemmi differenti.
Gli attori e le maschere, erano frutto di una cultura all’avanguardia in Sicilia; e Messina in questo, seppe sempre distinguersi.
Il canto popolare nella ricorrenza della festa, portava con se contingenze mai vane: celebratissimo nel XVII secolo, il grande Jossi da Messina, preso a modello da altri autori dialettali italiani e fra i clerici messinesi anche il religioso padre Rao, ne infoltiva le schiere di un civico consesso. Essi come tanti altri, favorirono quelle compagnie teatrali, affamate di soluzioni, di novelle di scene, . A Messina in questi anni, giravano numerose compagnie di teatro ambulante, favolosi in scena e semplici allo stesso tempo che tanta magica ilarità distribuivano agli astanti.
La forza dell’ode si fondeva a quella della quartina in rima, utilizzando versi in bassa lega e trovate di grande respiro; tutto un fagotto, ben acconcio, ben fatto, risultato del tema, della festa aperta a strane stravaganze, a improponibili solfeggi. Durante il carnevale ci trovavi la poesia popolare uniformata al ramo dialettale, uniformandosi al linguaggio del posto attraverso le maschere della compagnia dell’arte. A Messina, i suoi attori, sapevano cimentarsi in schemi diversi, favorita da questa disposizione d’animo della sua popolazione, sempre portata a godere dello scambio di nuove esperienze. Il suo popolo capace di altezze sconosciute in altre realtà nell’iisola, sapeva cimentarsi in tutte quelle condizioni che esaltavano la maschera, il genio pazzerello ed estroverso della sua gente. Una delle figure carnascialesche più controverse, era quella del Pasquino. Ci trovavi versioni reggiane, parmensi, romane, ma anche messinesi.
La cultura popolare della Città dello Stretto e i suoi rappresentanti, erano riusciti nel tempo, a creare un modello culturale a cui identificarsi, modificandolo ed accrescendo in nuovi prototipi sia lessicali che figurativi, forte non solo di una tradizione burlesca, ma anche di testi e di invenzioni, apportate da emeriti ed illustri cittadini.
Dalle cronache dei viaggiatori più o meno famosi sulla ricorrenza del carnevale messinese, si colgono descrizioni straordinarie, che ci aiutano a comprendere la meraviglia degli ospiti e il brio della popolazione. Nel febbraio del 1847, H. Colburn funzionario regio britannico, presente a Messina, durante un suo sopralluogo in Sicilia per affari, descriveva sbalordito quello che la gente era in grado di mettere in piazza.
“…era tempo di carnevale, quando giunti a Messina, presso questa città, come ci dicono i marinai, ci stanno un sacco di divertimenti di carnasciavale; in italiano come in spagnolo, questa festa, serve ad annunciare una momentanea separazione dai riti cristiani, dove si può mangiare grande quantità di carne di manzo e di montone, consumando salsicce di tutti i tipi. Se questo festival deriva dalle saturnalie dei tempi romani, lasciamo agli archeologi di esprimersi in merito. In questi tre giorni di allegrie, si parla e si discute al riparo di una maschera, durante la quale tutto si trasforma in baldoria. Nei paesi cattolici del sud Europa, questo festival è atteso tutto l’anno, nel quale momento vi è concesso di vivere al di fuori delle regole. Spesso si è detto che il divertimento in maschera, non sia congeniale per noi inglesi, eleganti nei modi, scevri da chiacchiere e battute; a Messina è consuetudine, osservare gente in maschera, esercitarsi in sceneggiate, dove si azzuffano a vicenda nella strada grande, lanciandosi l’un l’altro delle prugne di zucchero, camuffati, da una grande varietà di abiti assurdi e grotteschi, ricchi di una grande quantità di sfumature di colore.”
Ripescando, nella cronaca di G. Smith del 1818, pubblicata lo stesso anno in quel di Liverpool una edizione del carnevale a Messina, dove fra le altre stranezze, l’autore non poteva esimersi, di segnalare, l’ardore dei suoi cittadini, intenti e tutti presi a contestare il sovrano, oggetto di scherno e di satira. Tanto lastimo sottolinea, ha questa gente che é pronta a scialare sopra il re, scrivendo:
“… i canti della Sicilia, sono di un carattere cupo. A Palermo e soprattutto a Messina, il popolo durante il carnevale, aveva offeso il re ritenendolo un omosessuale. Le maschere sono state protette su entrambi i lati dal popolo, mentre una folla di ragazzi lavoratori al seguito del carro satirico gridavano, viva il re; la gente non stava allo scherzo e tentava di bloccare quel carro.”
A dire la verità, il clima di quel periodo storico che si respirava a Messina, durante il regno Borbonico era ambivalente: il popolo si divideva a favore e contro. Il malcontento veniva cavalcato da alcuni e scoraggiato da altri, creando le condizioni di nervosismo e di tenzione, sempre vivi, sempre attuali. Infatti anni prima, il governo era stato costretto, energicamente a limitare i fenomeni di piazza. I messinesi, da sempre legati a un loro particolare carattere gioviale, e a un senso delle patrie tradizioni poco comune, soffrivano malamente quella condizione. Gli echi della rivolta anti spagnola erano lontani dal ricordo, come allo stesso tempo il pugno di ferro di Carlo II. Così bastava un niente per far ripiombare la città e i suoi abitanti, in un clima bellicoso.
Quello che accadde, nella ricorrenza di carnevale del 17 febbraio 1791, riportato in una lettera da Brian Hill, ci chiarisce il polso della situazione, ma allo stesso tempo, ci permette di gettare un’occhiata indiscreta, nel costume di quegli anni; dove la gente, continuava ad apprezzare nella festa, una teatralità, foriera di antiche onorificenze mai dimenticate.
“…prima di lasciare Messina per attraversare in Calabria, ho voluto osservare, gli ultimi momenti del carnevale. Le strade quel giorno erano affollate, per vedere passare il carro trionfale, che è stato ostentato attraverso il popolo, trainato da sei cavalli bellamente acconci. All’interno di esso c’erano stipate figure mascherate che offrivano dolciumi ngilippate, diffusamente alla folla; uno degli agenti, il cui compito era quello di spianare la strada, colpì un uomo indisciplinato, facendone scaturire una rissa, durante la quale, trovai fortunatamente rifugio in una farmacia, risparmiandomi dalla folla per non averne pregiudizio. Il popolo, provocò uno scandalo formandosi in due squadraccie per uccidere lo sbirro; mentre sconsolato, me ne ritornai a casa stanco di cuore.”
Sulla stessa lunghezza d’onda, alcuni decenni dopo, un altro viaggiatore inglese Sir Gorge Cockburn ricordava, le meravigliose mascherate del popolo messinese, durante il carnevale del 13 gennaio 1811, dove fra le altre cose annotava, la compostezza della genta sfilando sulla pubblica via anche durante i bagordi nella festa, scatenarsi viceversa nel chiuso del teatro, quello della Munizione, dove non esisteva all’interno di esso, durante quei giorni, ne ordine e neppure disciplina. Anche attraverso questa cronaca, ci giungono notizie interessanti sul costume durante la festa del carnevale messinese, da annotare e valorizzare.
La ricerca sulle tracce del carnevale a Messina ha dato e darà, sempre spunti di studio e di apprezzamento, vista la mole di carte che vengono segnalate, da tanti autori siciliani e non. Nella raccolta di queste memorie non manca anche la descrizione, se pur per sommi capi, e l’individuazione di una maschera ottocentesca, legata al carnevale e ripescata per qualche tempo in città, così come ci viene segnalata in una strenna del 1879: in questa raccolta, si segnalava la caricatura di “ Turi turazziu cu lu manicu di scupa.”
Apparentemente poco originale se non addirittura lacunosa la sua segnalazione, questa caricatura invece, aveva un significato preciso, rivolto a ricordare, l’antico cerimoniere che annunciava nella festa, i convitati d’alto lignaggio. Evidentemente, questa particolare figura non era sfuggita all’occhio attento del popolino.

Alessandro Fumia