Mese: novembre 2011

Maestranze, uffici, rappresentanze del Senato di Messina

L’organizzazione della Mastra Senatoriale a Messina, prevedeva tutta una serie di dipendenze atte, al buon funzionamento della cosa pubblica: organizzazione che venne meno, dopo i fatti della rivolta contro la corona di Spagna. Il Senato di Messina, era strutturato essenzialmente allo stesso modo di altre realtà civiche nel regno ma, si differiva dagli altri, utilizzavano più numerosamente personaggi, legati all’ufficio senatoriale. Pertanto, ritrovare un numero cospicuo di Assessori e Procuratori a quel tempo, voleva essere di monito a tutti coloro che riscuotevano nell’isola pari dignità. Gli Assessori, erano in realtà, uomini di legge e appoggiavano i Senatori nelle competenze e nelle procedure pubbliche. I Procuratori erano intesi tutti come,  i prestatori d’opera che portando le insegne senatoriali, avvisavano e presiedevano i luoghi preposti all’autorità: essi, sostanzialmente erano 6 suonatori di trombette, 6 suonatori di piffero, 6 pavonazzi, 2 mazzieri, 2 segretari, un cappellano e un banditore, tutti salariati dal Senato di Messina. Le insigni memorie patrie cullate dai messinesi nel tempo, hanno sempre meravigliato l’opinione pubblica moderna; in quanto Messina, ebbe anticipato i tempi  nella modernità, operazioni uffici e rappresentanze, applicate in molti settori della società civile. Già nel settecento, i medici e i sanitari che operavano nel distretto della Città dello Stretto, si erano dotati di procedure mediche e di attrezzature all’avanguardia per l’epoca. Molti osservatori e altrettanti viaggiatori, avevano notato che presso le fabbriche della chiesa di Porto Salvo, esisteva un ufficio che svolgeva un ruolo importante: quello di catalogare, individuare e segnalare il morbo o l’epidemia, presente all’occasione sul battello posto alla rada. Essi, non solo utilizzavano particolari strumenti per l’indagine sul corpo delle donne e degli uomini, ma usavano disinfettarsi con una mistura a base di olio ed erbe medicamentose. E’ questa notizia bisogna crederlo, diventa alquanto rilevante, nello studio delle metodiche igieniche, in un tempo in cui, si era lontani dalla relazione igiene, causa e prevenzione dalle malattie.

Una  particolare cerchia di maestri fonditori della Zecca di Messina, esisteva presso il Casale di Contesse. Furono insigniti nientemeno che dall’imperatore austriaco Carlo V, perché ritenuti abili  nella fonderia: stavano presso il Casale, in un apposito luogo, dove operavano quattro fonderie: nelle quali battevano i prototipi, li vergavano, li tagliavano in pezzetti, li ricuocevano e li biancavano. Da queste officine, passavano a quelle dei Rifilatori. Questi tecnici della lavorazione della monetazione a Messina, erano riconosciuti fino alla metà del ‘700, fra i più abili del regno nella loro arte. Essi avevano come strumenti principali: la bilancia, il peso e la forfice(forbice). Stavano in una officina presso il rispettivo bancone pieno di pietre, dov’era fissato il conio con l’impronta dell’aquila e l’impronta della testa del re.  Essi, frapponevano fra i due conii, un pezzetto di metallo, dove veniva battuto fortemente e contemporaneamente sulle due facce, almeno due o tre volte. Successivamente alla fine del ‘600 gli storici, li ricorderanno come stampatori o conisti.   L’organizzazione sanitaria a Messina, rivestì una grande importanza nei secoli, in una città che accoglieva grosse quantità di derrate alimentari e numeroso naviglio. Ricadeva presso le fabbriche della chiesa di santa Maria di Porto Salvo, l’ufficio della Sanità, quello della deputazione degli ufficiali medici e il capitolo e l’archivio degli ordini assistenziali e del lazzaretto. Inoltre, si trovavano in luogo, magazzini dove si collocavano il carico posto in quarantena e le servitù per l’equipaggio se, trattavasi di nobili mentre, il resto della truppa e i passeggeri, rimanevano sulla rada. Il tempo di controllo normalmente era di 40 giorni, ma, questo limite, variava da caso a caso e poteva anche raddoppiarsi se, si sospettavano tracce di epidemia. La popolazione non poteva avere contatto con il lazzaretto e i magazzini dove si stoccava il carico: ritenendo questo luogo potenzialmente pericoloso, le autorità avevano creato un sistema di controllo originale ed efficace allo stesso tempo. Si era stabilito che si dovesse pagare il custode e i deputati del lazzaretto per 6 tarì ogni giorno. Si ché, alcuni credevano, che l’eccessivo zelo in materia di Sanità a Messina, fosse indotto più dal facile guadagno, che da una effettiva necessità. In realtà, i tempi di quarantena potevano dilatarsi per il doppio di tempo e anche di più; questo soggiorno era  una caratteristica di Messina e quasi mai, delle altre metropoli ricadenti   sul mare.

Alessandro Fumia

Un contributo di Armando Donato sul Bollettino “Armi Antiche 2011, Italia 150”

E’ stato pubblicato nel mese di ottobre “Armi Antiche 2011, Italia 150”, il bollettino dell’Accademia di San Marciano di Torino (Chiaromonte editore), importante associazione di studiosi di storia militare, armi antiche, vessillologia, uniformologia e altre discipline collegate alla storia militare. Fondata nel 1951, l’Accademia di San Marciano dal 1953 pubblica annualmente il Bollettino “Armi Antiche”. Unico in Italia in tale settore e ritenuto tra i migliori in tutto il mondo, come attesta la sua presenza nelle biblioteche dei maggiori musei, istituti e dipartimenti d’Europa e d’America, esso accoglie articoli di ricercatori italiani e stranieri, spesso tra i maggiori collezionisti ed esperti di armi antiche, ordinari e conservatori di armerie. Quest’ultimo bollettino è dedicato, come si evince dal titolo, al centocinquantesimo anniversario dell’Unità politica d’Italia. La storia militare, l’aspetto militare della storia, ha rivestito un ruolo importante sia nella formazione dell’identità italiana in epoca moderna sia nei fatti che portarono alla costituzione di uno stato unitario nel 1861. L’approccio degli studiosi è, come specificato in un articolo introduttivo, «trattando le fonti sine ira et studio (come del resto la metodologia della ricerca storica impone), sicuramente senza rumori che attirino particolarmente l’attenzione» (p.6).
Si trova così in questo bollettino, stampato a Torino e diffuso come già detto in tutto il mondo tra gli esperti del settore, un consistente saggio dello studioso messinese Armando Donato dal titolo “Artiglierie ad avancarica a Messina; Storia e caratteristiche” che tocca da vicino la nostra città trattando dei tre cannoni navali ad avancarica recuperati dall’Amministrazione Comunale di Messina nel gennaio 2010 tra le sabbie di Capo Peloro.
E’ bene ricordare a tal proposito, prima di iniziare a parlare dello studio di Armando Donato, che l’ipotesi circa l’uso di questi cannoni da parte delle truppe garibaldine a Capo Peloro, è stata avvalorata in una “scheda tecnica” a cura del Museo Storico di Forte Cavalli, divulgata da  stampa e media  locali nonché  in varie manifestazioni in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
A conclusione di tale scheda tecnica veniva comunque affermato: «Riteniamo comunque che a nulla giova disquisire sulla proprietà militare dei cannoni di Capo Peloro e su chi ne fece un ultimo uso». Affermazione che di fatto lasciava aperte problematiche di epistemologia della storia riguardo il  fine di ogni ricerca storica: se in definitiva sia importante o meno la ricostruzione della verità dei fatti. In ogni caso Armando Donato, pur tenendo presente la “scheda tecnica” e per nulla accennando a tale frase (qui riportata per ricordare al lettore gli studi già condotti fino ad ora sui tre cannoni recuperati) comincia una propria ricerca, condotta con metodo e perizia tecnica, che trova suo compimento nel saggio in questione che si trova da pagina 37 a pagina 87 del bollettino dell’Accademia di San Marciano.
Armando Donato offre una puntuale analisi dei tre cannoni partendo dal basilare esame dei contesti storici, dei luoghi e l’approfondimento di alcune tematiche emerse durante la ricerca. Il saggio propone una credibile ricostruzione delle origini di tali artiglierie, attraverso precise considerazioni su misure e marchi presenti, sulla storia dei luoghi del recupero e la difficoltà di individuare una appartenenza certa in assenza di indizi chiari. L’autore data i reperti al periodo tra la fine del XVII e i primi decenni de XVIII secolo, escludendo l’utilizzo garibaldino a causa della loro vetustà e inutilità nel 1860. A tal proposito l’autore chiarisce la questione con un’ampia digressione sulle vicende risorgimentali a Messina e a Capo Peloro, riportando un gran numero di fonti e dettagli tecnici utili. Questo ampio spaccato sui fatti risorgimentali costituisce una sorte di “saggio dentro il saggio” offrendo anche una bella ricostruzione, dal punto di vista militare, della storia dell’abitato di Torre Faro e relative fortificazioni, sin dagli ultimi decenni del Seicento. L’autore inoltre, invitando alla cautela in assenza di prove certe in un settore molto delicato e complesso come quello delle artiglierie ad avancarica, affronta alcuni nodi difficili da sciogliere o forse che si riteneva a torto già sciolti con troppa facilità, come la questione dell’occlusione delle bocche, l’identificazione dei resti dello stemma con corona reale presente sul più grande dei tre cannoni, la decifrazione dei marchi e dei segni presenti sulle artiglierie, spesso non documentati dai comunicati ufficiali. Proprio in questi punti le tesi di Armando Donato si distanziano in modo significativo da quelle esposte nella già citata “scheda tecnica”, offrendo un quadro molto più complesso e completo.
Sarebbe impossibile in una recensione elencare e descrivere con precisione i risultati della ricerca di Armando Donato, non si può dunque far altro che rimandare alla lettura del saggio tenendo presente la scientificità con cui è stato realizzato. La notizia, certamente non irrilevante, è quella di un interesse crescente verso la nostra città e la relativa domanda di cultura e notizie storiche da parte di realtà scientifiche lontane.  Interesse purtroppo non accompagnato da un adeguato supporto da parte delle istituzioni locali che spesso si approcciano con superficialità a tematiche culturali.
Per le artiglierie in questione ad esempio l’autore segnala un restauro superficiale e l’errata ricostruzione degli affusti. Auspica inoltre una maggiore e reale valorizzazione e fruizione sia di queste come delle altre artiglierie presenti in città, spesso in stato di abbandono all’aperto, esposte all’azione erosiva degli agenti atmosferici, piuttosto che in un adeguato museo tematico.
In conclusione si consiglia la lettura del saggio sia ai cultori di storia militare sia a coloro che volessero avvicinarsi alla  storia per comprenderne la complessità, e notare come anche da reperti solo apparentemente marginali possa esser prodotta cultura in modo serio, chiaro ed efficace.

Antonino Teramo

Il Commercio ed i flussi finanziari a Messina nel Medio Evo

La grandezza di una città  come Messina, è dovuta alla intraprendenza dei suoi cittadini; almeno in questo, si distinguevano i nostri antenati dai rispettivi discendenti. Lo spirito di iniziativa, l’avventura e l’organizzazione dei messinesi, è uno strano ricordo se paragonato all’inerzia dei giorni nostri. Come se a dividerci nella storia, ci sia stata ben più di una motivazione. Lo spirito di un tempo, è stato assolutamente perduto; ed oggi, quei tempi, quel passato glorioso non possono che farci, non poca invidia. L’orgoglio invece, è l’unica soddisfazione che ci resta: quello di ricordare una città alla quale, ispirarsi con la speranza che un giorno, riusciremo ad emulare quelle potenzialità. L’industria dello zucchero messinese, ha origini antichissime ed è legata alla coltivazione della canna da zucchero proveniente dall’Oriente. La prima ipotesi storica legata allo sfruttamento e alla prima produzione in maniera estensiva della canna da zucchero, si ha nelle prime quattro decadi del XIII secolo. Non esistono documenti al momento per appurare le ipotesi sul tema, mentre viceversa, esiste un documento datato  all’anno 1272  per il quale è possibile individuare, l’origine e il controllo commerciale dello sfruttamento, di numerose materie prime di stanza e produzione a Messina: canditi, pipi, zafarana, cannella, ciodi i caloffiru, e zuccaru.
Gli ambasciatori di Messina, chiedevano ed ottenevano dal re Carlo D’Angiò, di aggiornare l’uso della misura di peso del cantaro francese, con  il rotolo siciliano di 33 onze e mezzo. Una necessità avvertita in questo mercato più che altrove, visto il gran numero di scambi e commesse che non avevano paragone in nessun altro emporio del Mediterraneo centro-orientale, se non a Barcellona di Spagna.  I ricavi che provenivano dal commercio dei “duzzeri”, è cosa abbastanza nota in Sicilia; meno noto è invece, il rapporto che legava i pasticceri e i confettieri siciliani ai messinesi.  Da una nota scritta a margine in un documento, conservato nel Fondo Nuovo presso la Biblioteca Tommaso Cannizzaro, e una carta conservata nel Fondo Antico dei manoscritti della Biblioteca Regionale di Messina, vengo a conoscenza che, il re di Spagna, attraverso le gabelle ricavate dalle paste e dai rottami di zucchero, aveva imposto in Sicilia, un vero e proprio decalogo ai “duzzeri” sulle rispettive produzioni. Di fatto, i regolamenti che ricadevano sulle qualità della materia prima, usata per la realizzazione delle leccornie, dimostrava come anche in questa parte del regno, si erano verificate quelle speculazioni arcinote sulla terra ferma. Messina veniva ricordata in quel   lasso  storico,  come  la  patria  della “pignolata, delle turti di marzapano e cucuzzata,” fatte di zucchero di musturetti (la lavorazione per essiccazione dei fichi secchi).  Nella speculare ricerca delle fonti inerenti, la commercializzazione delle leccornie in Sicilia: alle quali fanno capo, le produzioni dei confettieri e dei pasticceri, bisogna ricordare il ruolo di Messina  nel regno. La produzione della canna da zucchero, dei lavorati e trasformati ( musturetti) e del miele, aveva sede nella Città dello Stretto già nel XV secolo. Questa commercializzazione della materia prima cioè lo zucchero, era un prodotto di esportazione messinese in tutta Europa. La produzione della canna da zucchero, veniva controllata a Messina, dalle nobili famiglie dei Romano e degli Stayti, a tal punto, che  le caracche veneziane, adottate nel trasporto e preferite a quelle genovesi meno capienti, facevano incessantemente rotta su Messina, come l’unica vera area di produzione industriale in tutto il Mediterraneo. E per i due secoli successivi, il commercio e la lavorazione di questa materia prima, facevano capo al regolamento della Giurazia della capitale commerciale del regno di Sicilia.  Pertanto, l’industria saccarifera si andava sviluppando a Messina, di secolo in secolo, mantenendo vivo il ricordo, di un commercio molto redditizio anche, in ambienti europei e mediorientali. Malgrado ciò, la ricerca delle cose buone di un tempo, mi ha portato ad osservare un carteggio, posseduto dalla congregazione dei confettieri siciliani e fra essi, anche dei messinesi. Nel documento risulta chiaramente il riferimento ai “duzzeri” della Città del Faro con l’intenzione di disciplinare proprio in questa città, i regolamenti presenti nel resto dell’isola, e in particolare a Palermo. Già nel cinquecento questi comportamenti, erano vagliati dalle autorità regie, in quanto che, la materia prima cioè lo zucchero, sviluppava tutta una serie di interessi, dai quali ne godevano molti frutti tantissimi enti. Pertanto, sullo zucchero: sia come alimento grezzo, sia come alimento preparato (rottami), sia come alimento trasformato gravavano, numerose gabelle e dazi. Che davano l’idea di una città opulenta, mai sazia e che diversificava le sue produzioni commerciali, in molti campi, sempre favorita dallo zelo della sua gente.  L’organizzazione erariale veniva gestita da ufficiali controllati dal Senato di Messina. Essi erano organizzati in maniera tale, che ognuno potesse controllare l’operato dell’altro e che, allo stesso tempo, non si verificassero raggiri e ruberie; questi ufficiali venivano salariati in modo cospicuo, affinché non fossero tentati a far di cresta sui guadagni. L’ente preposto alla raccolta e alla conservazione delle tasse e delle imposte, si chiamava “ La Tavola Pecuniaria.”
Questo organismo si trovava  presso il Palazzo Senatorio, e il popolo soleva appellarlo con il nome di Banca: in quanto si trattava di una vera e propria banca. Gli ufficiali erariali preposti al suo funzionamento, esigevano tributi in tutto il Val Demone: da ogni ponte, da ogni porta, da ogni torre e guardiola, dove si collocava un limite o un passaggio.  Gli attendenti di questa Tavola Pecuniaria erano 3 governatori: un nobile, un cittadino e un mercante di casa aperta (una sorta di cambia valuta). Ai quali, si assoggettavano altri 3 funzionari contabili controllati dai suddetti attendenti. I contabili dicevo erano: un cassiere di origine gentile, (che disponeva di mille onze, tenute in cassa e fuori cassa);  un notaio della Tavola, il quale gestiva il registro delle segnature (un vero e proprio giornale di cassa), e un controscrittore cioè, un segretario, atto alla registrazione del computo (una sorta di ragioniere). A questi ufficiali delle Tavola, seguiva  un Servente in Tavola(una sorta di maggiordomo): il quale aveva il compito di gestire i locali della Tavola Pecuniaria, conservando le chiavi. Ed era individuabile ed individuato, attraverso la sua livrea rossa. Sempre nello stesso edificio, si conservava il tesoro che era normalmente stipato in un forziere di legno di quercia, rinforzato con cerniere di ferro. La cassa, veniva ricordato, era di notevoli dimensioni, ed appariva come un vero e proprio armadione.
Malgrado gli eccessi della storia messinese, dove non mancano guerre, violenze e ribellioni, malgrado le sventure politiche in cui si è andata ad imbattere Messina e il passare dei decenni, dei secoli, l’industria saccarifera come quella della seta, rimarrà un punto fermo. Se nel XVII secolo le memorie dello sfruttamento commerciale, seguono le vicende dei secoli precedenti, dove i messinesi appaiono, assoluti protagonisti in questo tipo di commercio, nel ‘700 queste memorie, venivano condensate, in appositi organismi i quali, mostravano ancora come riuscivano queste professioni a riciclarsi; conseguendo meriti e privilegi sempre dotali, sempre economicamente vantaggiose. La congregazione dei confettieri di Messina, ha origini ben più antiche di quelle che le assegna il Gallo nei suoi Annali. Dalle fonti più recenti riprese da molti storici, diciamo da quasi tutti, questo organismo dei confettieri, si vide costituito nel 1752, presso la sede della chiesa  di santa Lucia al fondo dell’Uccellatore. Ma, già nel passato come si può intuire, la medesima loggia sintesi degli affari locali per lo smercio e la produzione,  dimostrava i segni di un corporativismo attivo e variegato; la contemporanea presenza di una branchia di “duzzeri” ovvero, i pasticceri, associati e legati nello stesso periodo storico, al fondaco della chiesa di san Nicolo Galtieri, getta un’ombra di mistero, sulla rispettiva presenza in città di entrambi gli organismi professionali. Anticamente, la materia prima che regolava le produzioni di alimenti, trattati con la lavorazione e la manipolazione dello zucchero, ricadeva in ambiti precisi, controllati dalla corona visto che da quella industria, il sovrano cavava numerose sostanze economiche. Ma la rispettiva presenza associata di questi validi operatori, dimostra come questa industria, aveva prodotto nei secoli una nomea distinta e distinguibile, nei piani più alti della politica, e in quelli in cui, gli stati nazionali e sopranazionali, attraverso il dinamismo del commercio messinese dello zucchero, individuavano queste categorie vincenti.
Nelle competenze del Senato di Messina, rientravano anche le mansioni della gestione delle riserve del frumento. Soprattutto, fin dai tempi delle rivolte e delle guerre civili, causate dai disordini che riguardavano proprio la gestione e la conservazione del frumento, furono istituiti, forse già a partire dal 1516 due Conservatori; cioè, due sacerdoti che agivano da garanti, salariati con 60 onze l’anno.  Erano due supervisori, i quali, dovevano garantire che tutto il frumento conservato nei depositi del Senato, servisse a sfamare i cittadini e non certamente, divenisse a cagione del popolo, un mezzo di speculazione come era accaduto in passato, prima dell’istituzione del Peculio frumentario.  Gli ufficiali preposti all’ufficio di detto ente erano 4: due nobili e due cittadini e venivano chiamati Deputati del Peculio. Ad essi, si assoggettavano 2 magazzinieri che avevano il compito di controllare il frumento assegnato ai panificatori. Esisteva anche una terza figura, detta il Rationale (alla latina), che teneva il conto delle quantità di frumento che entravano nei magazzini di questo ente, e quanti ne uscissero oppure rimanessero in quei depositi. Questo ufficiale successivamente, si serviva dell’opera di un Controscrittore; il quale,  di fatto, teneva una scrittura doppia. Questo sistema era un espediente che dava, da un lato, il controllo del quantitativo in denaro tenuto in cassa; dall’altro, era una trovata che permetteva, un indiretto controllo delle competenze del Rationale.

Alessandro Fumia