Mese: settembre 2011

Vittorio Emanuele II, il Re Bomba postunitario – La rivolta del sette e mezzo, Palermo 16-22 settembre 1866. Quando si predica bene e si razzola male

Questi  alieni liberatori piemontesi, trentini, lombardi ungheresi e chi più ne ha più ne metta alla faccia dell’italianità tanto sbandierata. Questi portatori di democrazia, progresso e civiltà nel sud “cavernicolo e arretrato” abitato dagli zulù, ma che non esitarono a reprimere a cannonate il popolo in rivolta.
Strano per una monarchia  perfetta e democratica come quella sabauda e una gruppo di potere massonico, che da anni criticavano i borbone per  aver soffocato nel sangue (a detta loro) la rivoluzione del 1848 , ma che poi non esitarono ad usare gli stessi metodi, ovvero le artiglierie da  terra  e mare per spegnere nel sangue la rivolta di Palermo nel 1866, contro coloro i quali qualche anno prima erano comunque considerati  con grande  “patriottismo“” i “fratelli siciliani””. Dove sta la differenza? Chi erano e cosa chiedevano i  cittadini rivoltosi, molti dei quali ex garibaldini ed ex borbonici, se non diritti e pane, a  fronte della povertà e delle promesse non mantenute ??
Eppure l’unica risposta fu il ferro e la polvere  delle granate, a cura di uno stato ed un governo  che  alla prima occasione dimostrarono bene  il perché fossero giunti in Sicilia nel 1860 con accordi e inciuci vari, per mezzo di un utile idiota che si pentì in ritardo di ciò che fece. Ovvero allo scopo di occupare il territorio e il potere; null’altro.
Questa è una delle tante vergogne italiane tenute debitamente sottaciute e nascoste dalla arrogante  e ignorante storiografia, asservita al potere.

Armando Donato

Testimonianze storiche del nostro recente passato: Lo sbarramento stradale sud di Campo Italia

Potrebbe sembrare un semplice  piccolo agglomerato di casupole o una serie di strutture sconosciute, ma si tratta di manufatti militari componenti lo sbarramento stradale posto a difesa di una importante via interna che permette l‘ingresso a Messina dalle colline di Campo Italia (già Piano dei campi e Campo inglese) in direzione Annunziata.
Con una difesa a 360 gradi lo sbarramento permetteva non solo di controllare i due sensi  (ovest- est e viceversa) di provenienza di tale tracciato, ma nel contempo affacciarsi sulla strada sottostante che collega la zona di Campo Italia- Curcuraci con le Masse, e sorvegliare l’ingresso all’ormai dismesso deposito munizioni di artiglieria nonché la batteria doppiocompito  MS724 poco distante.  Lo sbarramento, corrisposto sul versante nord da un’altra serie di opere aventi lo stesso scopo, sorge ad un quota s.l.m. di 450 metri  circa e si compone di ben cinque distinti manufatti, nello specifico:

-una postazione circolare monoarma leggera con annessa postazione circolare controcarro in barbetta;
-una postazione per arma leggera a pianta quadrangolare mimetizzata da abitazione civile;
-una postazione controcarro protetta a pianta quadrangolare mimetizzata da abitazione civile;
-una postazione circolare monoarma  leggera
-una postazione circolare a pozzo in barbetta del tipo tobruk con plinto centrale per arma pesante.

Dunque un corposo gruppo di opere in calcestruzzo non armato, edificate tra il 1942 e il 1943 nell’ambito del fronte a terra messinese, da considerarsi l’ultimo sistema difensivo eretto a Messina in ordine cronologico.
Procedendo ad una seppur semplice analisi degli elementi componenti lo sbarramento, è importante evidenziare la presenza del lungo (circa 30 metri) tunnel alla prova ipogeico attivo (cioè dotato di feritoie orizzontali per la fucileria) che collega due delle quattro  opere; ovvero la prima circolare a nord (n 4) e la prima a pianta quadrangolare (n 2) quasi a ridosso della strada lato nord, la quale è accessibile soltanto dal tunnel che porta direttamente alla camera di sparo, un tempo raggiungibile tramite  una scala collegata ad una pedana. Il tunnel è dotato di tre distinti ingressi; uno  dalla postazione circolare più a nord (n 2), uno laterale nel  tratto di tunnel  che divide le due opere a pianta quadrangolare, e uno presso la seconda opera a pianta quadrangolare (n 3, al cui interno si notano ancora gli incavi per il posizionamento del tipico “elefantino” da 47/32, che però ha un ingresso a parte sopra il tunnel stesso).
La postazione circolare con annessa piazzola controcarro in barbetta (n 1 e 6), posta dall’altra parte della strada  è invece a se stante e dotata di doppio ingresso protetto, mentre il piccolo tobruk (n 5) con plinto centrale per arma pesante, ingresso  a trincea e vano munizioni, si trova poco più ad ovest delle opere a pianta quadrangolare, e sorveglia la vallata sottostante intesa come potenziale via di penetrazione.
Questo sistema di comunicazione, insieme al mascheramento da abitazione civile, con tanto di finti terrazzini e alloggiamenti per porte e persiane, era studiato per offrire protezione in una zona esposta soprattutto alla vista aerea, nonostante la colorazione mimetica una volta presente e l’aggiunta di mascheramenti artificiali. Ciò dava la possibilità ai militi di accedere alle opere in tutta sicurezza spostandosi da un punto all’altro dello sbarramento.
L’ubicazione del singole opere ben trincerate e da considerarsi elementi puntiformi, non è certamente casuale ma studiata per una efficace  difesa  a giro d’orizzonte, grazie ad una posizione perfettamente e tipicamente strategica e defilata, in modo da attirare e sorprendere nel proprio settore di tiro  l’eventuale intruso.
Lo sbarramento stradale di Campo Italia rappresenta un unicum nel suo genere circa le opere messinesi, nonché un piccolo capolavoro di architettura militare moderna, ben studiato, costruito (viste le rifiniture a dir poco perfette) e tutt’oggi integro, così come buona parte del patrimonio fortificato messinese di tale tipologia.
Inoltre lo strategico luogo in cui sorge, da sempre  significativo dal punto di vista storico, è tra i più fortificati in assoluto, poiché sommando a quelle già citate, le altre varie opere (in parte del suddetto sbarramento nord) ivi edificate tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, risultano in totale:

-tre postazioni circolari a pozzo del tipo tobruk;
-due postazioni circolari controcarro in barbetta;
-una postazione controcarro in casamatta;
-cinque  postazioni circolari monoarma leggera;
-sei osservatori;
-una batteria da 75/27;
-una batteria d.c. da 76/ 40.

Ma volendo considerare le opere che quasi come una corona, sorgono nelle immediate vicinanze (poche centinaia di metri), a ulteriore protezione dell’area in questione, luogo di accesso alla città nonché potenziale obiettivo nemico e quindi adeguatamente difeso,  sono da aggiungere:

-due postazioni circolari monoarma leggera in zona Portella Arena,  a sud-est;
-una postazione circolare pluriarma, due postazioni circolari monoarma  e una postazione circolare controcarro in barbetta in zona Faro Superiore- Guardia,  a est ;
– una postazione circolare pluriarma,quattro postazioni monoarma, una postazione circolare controcarro in barbetta, una postazione controcarro in casamatta, una postazione del tipo Tobruk, in zona Faro Sup- Papardo, a est –nord est;
– tre postazioni circolari monaorma e una postazione del tipo Tobruk con aggiunta di soletta, in zona Trivio-Castanea, a ovest.

L’insieme di tali manufatti corrisponde  dunque ad una cospicua parte del fronte a terra di Messina, edificato in pieno secondo conflitto mondiale e composto in massima parte da opere ancora perfettamente integre e visitabili, in un contesto paesaggistico- ambientale di grande rilievo.

Armando Donato M.

Francesco Lo Sardo

Francesco Lo Sardo

A nome di tutto il gruppo degli imputati siciliani, dichiaro che noi siamo fieri di essere processati per la nostra attività comunista. Questo processo dimostra che i lavoratori del mezzogiorno non sono secondi a quelli del settentrione nella lotta contro il fascismo. Almeno mi sia concesso di dire che sono orgoglioso di essere processato perché comunista, che sono orgoglioso di portare dinanzi a questo tribunale trenta anni di attività politica spesa al servizio dei lavoratori dell’Italia meridionale“.
Se andiamo a piazza del Popolo, con grande sorpresa troviamo delle tabelle con su scritto piazza “F. Lo Sardo”, convinti che il comune abbia sbagliato percorriamo la rotonda e andiamo avanti, senza neanche chiederci chi sarà mai questo Lo Sardo. In effetti il comune ha sbagliato di grosso, perchè ad un personaggio del genere nn puoi dedicare una piazza col nome già radicato dal corso degli anni, meriterebbe qualcosa di più. Solo che di più Messina non gli può dare, sapete perchè? Perchè Francesco Lo Sardo fu un comunista, di quelli storici, il primo deputato comunista venuto dalla Sicilia. Che abbia combattuto una vita intera al fianco dei contadini e dei poveri nessuno lo ricorda, che sia stato l’unica persona vigile contro il mangia mangia della ricostruzione nn lo ricordano neanche, in una città massone, bigotta, destrofila e collusa come Messina ci ricordiamo solo che era un comunista, allora meglio non esagerare, ricordiamolo in maniera soft così nessuno potrà dirci niente…
Francesco Lo Sardo nacque in provincia, a Naso precisamente, il 22 maggio del 1871, da una benestante famiglia borghese che impose gli studi clericali presso il seminario di Patti. Lui però nn essendo avvezzo a quel tipo di situazione alla fine decise di spostarsi verso Messina, studiando al liceo prima e frequentando poi brillantemente la facoltà di Giurisprudenza. In quel periodo il giovane Lo Sardo prese coscienza delle proprie idee, decise di privarsi delle ricchezze familiari ed assieme al caro amico Giovanni Noè diventò subito personaggio di spicco della scena anarchico-socialista di una città all’epoca molto fervente politicamente. Fonda sia un giornale, “Il Riscatto”, che il primo circolo anarchico di Messina, affianca i contadini nella loro lotta contro lo sfruttamento dei “baroni”, si unisce al movimento dei fasci siciliani (ricordiamo che all’epoca i movimenti dei “fasci” erano di ispirazione socialista), organizzando operai e contadini fondò il Fascio Operaio Siciliano e per questo a soli 23 anni viene arrestato per la prima volta e confinato nelle isole Tremiti. Il suo primo esilio durò solo 4 mesi, studenti, professori e qualche deputato nazionale, con una petizione popolare riuscirono a far scarcerare Lo Sardo, che rientrato a Messina, riuscì finalmente a laurearsi, una volta diventato avvocato, dedicò la sua intera professione a difesa di poveri, oppressi e sfortunati, anche per questo veniva ancora visto come sovversivo ed arrestato nuovamente nel 1898. Venne recluso per un breve periodo nel carcere di Napoli, restò quindi sotto il Vesuvio anche fuori dal carcere per continuare la sua battaglia, continuando a scrivere per “Il Riscatto” cambiando però posizione, passando dalle idee puramente anarchiche a quelle di un socialismo più organizzato e vicino alle lotte contadine.
Addentare la pietra che ci colpisce senza toccare la mano che l’ha lanciata.
Nel frattempo Lo Sardo mise su famiglia con la quale decise di tornare a Messina agli albori del 1903, nella nostra città continuò senza sosta la sua lotta al fianco delle classi più deboli, sia da letterato che da avvocato, il terremoto del 1908 privò Lo Sardo dell’amatissimo figlio Ciccino, la tragedia lo segnò ma nn ne attenuò lo spirito battagliero, i sui articoli denunciarono di continuo come la chiesa e la borghesia messinese chiudessero sempre un occhio alle speculazioni che le imprese del nord operavano in fase di ricostruzione, inimicandosi buona parte della scena politica messinese. Sue erano le lotte anche contro l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, ecco perchè suscitò stupore il suo arruolamento volontario del 1915, la guerra fu crudele con lui, pagherà per tutto il resto della sua vita le conseguenze di una grave ferita al petto sul Col di Lana. Tornato nel 1916 a Messina, a capo della camera del lavoro, guiderà le occupazioni delle terre incolte da parte dei contadini, facendosi così notare dal regime fascista che dal 1919 inizierà a perseguitarlo per la sua attività a favore delle classi più bisognose. In quegli anni Lo Sardo abbandona le idee socialiste perchè deluso dai programmi e dalla risposta iniqua che i socialisti diedero al regime, si iscriverà al partito comunista diventandone un elemento di spicco, nel 1924 con un plebiscito di quasi diecimila voti, un utopia per un oppositore ai tempi del fascismo, verrà eletto alla camera dei deputati e ricordato come il primo comunista siciliano. Nonostante l’immunità parlamentare, il regime fascista che aveva sempre ostacolato l’attività politica di Lo Sardo lo arresterà nel 1926, per aver aderito alle direttive che il partito Comunista ha diramato dal congresso di Lione, in Francia, spostandolo da un carcere all’altro: Messina, Catania, Roma, Sassari, Oneglia e tante altre. A Turi, nei pressi di Bari, condivise la prigionia con Antonio Gramsci, Lo Sardo pur gravemente malato si rifiutò di ascoltare i consigli del compagno di cella e di chiedere la grazia, “Hanno voluto la carne? Si prenderanno anche le ossa” fu la risposta di Lo Sardo. Fu trasferito per l’ennesima volta al carcere di Poggioreale, a Napoli, dove trovò la morte il 30 maggio del 1931, morte che passò inosservata in Italia, ma che ebbe grande risalto in Francia, dove il quotidiano “L’Umanitè”, appena appresa la notizia (un mese dopo circa) dedicò addirittura l’apertura della prima pagina, dopo averne precedentemente seguito e documentato la prigionia.
Di Lo Sardo troviamo note, ricordi e biografie un pò in tutto il paese, la sue lotte civili sono state fonte di ispirazione non solo alla classe dirigente comunista che venne fuore nel dopoguerra, di lui si occuperanno in seguito anche grandi statisti di ispirazione cattolica, ma non avendo letto questa notizia da una fonte confermata, preferisco evitare di citare nomi.
Nella sua città in pochi sanno anche che sia esistito, sarebbe giusto riabilitare la sua figura di grande messinese, indipendentemente dal credo politico, perchè Lo Sardo ha passato la vita lottando non per quelli di sinistra o per quelli di destra, ma semplicemente lottando per il popolo.

Francesco Mangiò

La propaganda anti napoletana

Ferdinando II di Borbone

Durante gli anni in cui, la propaganda stese il suo braccio inquisitore, sul destino del regno di Ferdinando II di Borbone prima e del sue erede legittimo Francesco II, seppe mettere in campo, tutta una serie di menzogne e di falsità, talmente clamorose che ancora oggi, vengono celebrate come verità sacrosante. Eppure, in un momento di risveglio delle coscienze, presso la camera di Torino, in una tornata del luglio 1864, la verità vera, proferita da Giovanni Raffaele, deputato siciliano, venne alla ribalta nuda e cruda. Certamente, la verità, quella dei protagonisti, messa su con arte, fu un cumulo di invenzioni. Egli proferì di questi macchingegni ai deputati che non si scomposero. D’altronde il Raffaele, quasi divertito per l’inganno arrecato, orgoglioso per i risultati ottenuti, giurava nell’aula dei suoi simili, vilmente la verità: tutto quello che è stato proferito sul conto del Regno duo Siciliano, sugli strumenti di tortura e delle persecuzioni, fu mia fulgida invenzione. E allora! Cosa è accaduto di veramente scandaloso, aggiungerebbe un acuto osservatore? In guerra tutto è permesso. Resta il fatto che una dichiarazione di guerra, non fu mai notificata. Ma si irruppe in suolo nazionale con la complicità della Francia e dell’Inghilterra per abbattere un governo legittimo. Una barbarie politica, un meccanismo perverso si era creato, che non avrebbe avuto ragion d’essere, se la giustizia degli uomini, quella vera, si fosse manifestata in quell’atroce vicenda. La menzogna fatta metodo di propaganda, si muoveva sotto le ali di un sentimento di libertà che arrecò lutti indicibili alla futura nazione Italia. Una libertà mal riposta, perché artata da nascondigli, e da imboscate. Ciarle di cortile, romanzi, invenzioni dello storico, partigianerie tutto fa brodo. Ecco come argomentavano le loro frottole, coscienti della menzogna arrecata e smascherata già a partire dal 1856, due uomini che oggi, passano come grandi eroi di questa patria: Giuseppe Mazzini e Felice Orsini.
Il primo, così decantava in turpiloqui obbrobriosi, il fu Ferdinando II di Borbone
( estratto dal suo Apostolato Popolare: una raccolta di pubblicazioni, provenienti da un giornale mazziniano ) – Pensiero ed Azione, n° del 2 – 16 maggio 1859, alla p. 264:
Rispondi, chi sei oggi? Schiava invilita, tolleri l’onta d’un re di Napoli che la storia ricorderà col soprannome di bomba, il quale flagella i tuoi figli al cavalletto, li tortura colla cuffia del silenzio e li fa morire di sete nelle carceri, nutrendoli di arringhe salate, per istrappar loro di bocca, una rivelazione; l’onta di un re che un uomo di stato inglese, Gladstone, chiamò negazione di Dio. Tolleri l’onta peggior di un prete, padre della menzogna che siede principe, sulle teste di tre milioni di italiani.
Mentre un suo degno collega, l’Orsini, mendace, truffatore, insalubre di mente, schiatto d’odio e di vizioso tormentato rancore, scatena la sua immaginazione politicamente costruita a tavolino per gettar fango, lo dirà la storia sopra un sovrano innocente. Recuperiamo dalla sua raccolta di lettere, intitolata: Lettere edite ed inedite di Felice Orsini intorno alle cose d’Italia 1862, seconda edizione, pp. 171 – 172:

Francesco II di borbone

Degno figlio di Ferdinando II è Francesco II suo figlio. Il Regno di Napoli non ha che una istituzione la Polizia. Ogni distretto ha la sua Commissione per le bastonate. Due birri Ajossa e Maniscalco regnano: Ajossa bastona a Napoli Maniscalco in Sicilia. Ma il bastone non è che un rimedio turco ed austriaco ma, il napoletano re ha una Giunta, un castigo dell’Inquisizione la tortura. Sì perfino la tortura. Uno sbirro per nome Bruno, tiene gli accusati col capo legato in mezzo alle gambe fino a che non confessino. Un altro birro chiamato Pontillo, li pone a sedere sopra una griglia ed accende il fuoco di sotto, è questa la sedia ardente. Un altro birro Luigi Maniscalco parente del capo, ha inventato uno stromento: vi si introduce il braccio o la gamba del paziente, si gira una vite e quel membro è fratturato; è questa, la così detta macchina angelica. Un altro sospende un uomo a due anelli colle braccia ad un muro coi piedi al muro, di contro ciò fatto, salta su quell’infelice, e ne disloca le membra. Vi sono le manette che infrangono le dita della mano; vi ha il cerchio di ferro che stretto da una vite si pone sul capo e serve a far schizzare gli occhi dalla fronte. Taluno spinto dalla disperazione ha potuto fuggire come fece Casimiro Arsimano: sua moglie e le sue figlie sono state prese e messe in sua vece sulla sedia ardente. E quegli che fa commettere sì orribili strazii è Francesco II, giovine di venticinque anni educato alla scuola dei Gesuiti.

Alessandro Fumia

Felice Bisazza, “il Manzoni di Messina”

Nacque a Messina il 29 gennaio 1809, da Vincenzo Bisazza, commerciante in grani, e da Angela Maria dei Baroni Marino. Nonostante la difficile situazione finanziaria in cui veniva a trovarsi il padre, riuscì a frequentare gli studi presso il Real Collegio Carolino delle Scuole Pie di Messina, diventato poi Convitto “Dante Alighieri”, riservato ai figli dei membri appartenenti all’alta società.
Felice manifestò da subito una certa predisposizione verso la poesia e a soli 15 anni, da autodidatta, decise di dedicarsi pienamente agli studi dei classici letterari, abbandonando gli studi che servivano per diventare avvocato, come voleva il padre.
Si fece apprezzare già, intorno ai vent’anni, quando nel 1831 pubblicò a Messina il suo primo volume di versi, intitolato “Saggi poetici”, per il quale ebbe numerosi giudizi positivi che lo portarono a ricevere l’onorificenza della Croce di Cavaliere da parte del re Ferdinando II delle Due Sicilie.
Nel 1832 fu il primo esponente siciliano ad aderire al nuovo movimento letterario che lentamente si stava diffondendo sia in Italia che all’estero, fino a venir definito dal Lettieri il “Manzoni della Sicilia”, per la sua facile vena romantica intrisa di sentimenti religiosi.
Animato da una autentica passione, il 27 settembre 1832, presso l’Accademia Peloritana di Messina, osteggiato dai vari scrittori classicisti siciliani dell’epoca, tra consensi e dissensi, volle propagandare quelli che erano i principi fondamentali di questa nuova corrente letteraria, allo scopo di farne promozione culturale in Sicilia e a livello nazionale, con la sua opera “Sul Romanticismo”.
Con il dilagare delle prime rivoluzioni antiborboniche, alla sua attività di poeta volle legare anche quella di giornalista. Collaborò come critico letterario per numerosi quotidiani messinesi (citiamo “L’Osservatore Peloritano”, “Il Maurolico”, “Lo Spettatore Zancleo”, “Il Faro”, “La Sentinella del Peloro”,ecc.). Divenne anche proprietario del giornale “L’amico delle donne”, insieme a Giuseppe La Farina.
Scrisse articoli di critica letteraria, teatrale, di costume, seguiti e apprezzati. Dovette spostarsi anche a Palermo per lavorare per conto de “Il Siciliano”.
Per un breve periodo fu anche un ottimo traduttore di alcune opere, tra le quali “La Morte di Abele” (1832), traduzione dal tedesco dell’omonima opera scritta dallo svizzero Gessner e “L’Apocalisse” (1838), scritta da San Giovanni Evangelista.
Dimorò a Napoli nel 1835, collaborando con i più importanti giornali di quella città, come l’”Omnibus”, ma dovette allontanarsene dopo un anno a seguito di alcune sue allusioni in merito alla situazione della patria e al predominio borbonico.
Un’altra importante attività, forse meno conosciuta, fu quella di librettista. Scrisse, in collaborazione con validi musicisti come il Laudamo e Giuseppe Albanesi, molti libretti per musiche sacre e cantate sceniche, tra i quali:
-“Gli amori di Paolo e Virginia”, opera rappresentata al Teatro La Munizione nel 1833, riscuotendo un grande successo;
-“Il trionfo della pace”, eseguita per l’inaugurazione del Teatro Santa Elisabetta, poi diventato Teatro Vittorio Emanuele;
-“Al sangue di Cristo”, sestine cantate coralmente in alcune importanti chiese di Messina.
Del 1841 è una delle sue importanti opere, “Leggende ed Ispirazioni”, una serie di ballate aventi per argomento storie medievali siciliane, pubblicate all’epoca anche a Parigi e a Madrid.
Mentre si stava conquistando grande fama anche nel resto dell’Italia, nel 1851 ottenne la cattedra come docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Messina (uno dei suoi allievi fu Annibale Maria di Francia), venendo molto apprezzato per la sua grande capacità come insegnante e come dantista.
Diventato una personalità culturale di spicco, strinse amicizie con Vincenzo Bellini, Massimo D’Azeglio e Giuseppe Pitré. Fu socio di alcune Accademie letterarie d’Italia e Segretario perpetuo della Società Economica di Messina, un’importante istituto creato da Ferdinando II per promuovere lo sviluppo del settore agricolo e artigianale.
Nel 1858 pronunciò nell’Università di Messina un discorso intitolato “Della letteratura poetica”, in cui riprendeva le sue teorie sul moderato romanticismo religioso e moralistico, aggiornate grazie ad una maggiore esperienza di vita artistica e culturale accumulata dopo circa trent’anni.
Volle poi rendere omaggio agli uomini che si erano prodigati per l’Unità d’Italia, da lui auspicata fin da giovane. Nel 1865 partecipò alle celebrazioni dantesche, con versi ritenuti particolarmente belli.
Proprio in quegli anni terminerà di scrivere quella che sarà la sua ultima opera, “Fede e Dolore”, in cui volle raccontare il periodo in cui il colera mieteva vittime a Messina, trasparendo nei suoi scritti riflessioni particolarmente religiose.
Venne colto ben presto dal morbo, subendo con atroci sofferenze, senza affidarsi all’uso di farmaci e rifiutando fatalmente le cure dei medici. Morì nella sua Messina la mattina del 30 agosto 1867, dopo aver trascorso i suoi giorni di agonia dedicandosi alle preghiere.
Sepolto nel cimitero dei colerosi a Maregrosso, la sua salma venne poi trasferita nel Gran Camposanto, dove oggi riposa tra gli uomini illustri della città. A Messina gli furono intitolati l’Istituto Magistrale di Via Catania e una via del centro cittadino.
Divenne storica una sua frase rivolta ai suoi amici che gli consigliavano, contro il suo volere, di allontanarsi dalla città afflitta dal colera: “Dovunque io mi rifugga, la spada di Dio mi raggiungerà se egli vuole colpirmi. E se vuole colpirmi, ciò non può essere un male, perché Dio è un bene!”.

Fabio Marletta

La cuffia del silenzio: una menzogna colossale

La storia ci insegna, che l’opinione pubblica, influenzata da false verità, viene fuorviata a pensare, tutto e il contrario di tutto sul loro governante; ancora peggio accadde, alla gente italiana del tempo dell’unità, quando si accingevano a commentare, le male fatte del tirannico Ferdinando II di Borbone. Fu accusato di essere un despota, un massacratore del popolo, il nemico della civiltà senza ritegno ne dolore, ne rimorso di coscienza d’avanti agli uomini o d’avanti a Dio. Per sua colpa, grave difetto, sarà ricordato il Re bomba per i fatti di Messina: quale peggiore onta per un sovrano, essere il macellaio dei suoi stessi figli. Ma la storia, quella fatta dalla gente onesta, è sovrana sopra il destino degli uomini dirà ben altro di lui. Quella storia, la lotta senza quartiere, costruita a tavolino da una accozzaglia di lestofanti: Cavour, Mazzini, Medici, Bixio e numerosi altri, hanno creato un mostro ricoprendolo di infamia. Lasciamo adesso che i fatti prendano il loro verso. Lasciamo che i testimoni degli stessi misfatti, ricordino e testimonino loro stessi, di cosa hanno contribuito a fare, sul conto di una nazione preda del furore, di una setta, chiamata società. Sia durante gli anni del “Risorgimento” che successivamente, anche decine e decine di anni dopo l’avvenuta unità, si continuerà in maniera fallace, ad affermare cose mai accadute e stragi mai realizzatesi, se non nei progetti dei mistificatori, i veri barbari di una nazione nata sulla menzogna. Un veloce resoconto di documenti, fa comprendere cosa sia stato perpetrato sull’onore di un padre della patria, e sulla memoria di questo grande ed illuminato sovrano, rispetto a un regno quello duo siciliano, mai più ritenuto nazione se non colonia dell’Italia tutta.
La tragedia di un popolo derelitto, negli anni della congiura, viene segnalata grave colpa, sull’affermazione di una autorità composta sul terrore e sul pugno di ferro. In quegli anni, fu fatta girare per i regni di tutta Europa, l’insulto peggiore, da esecrare verso uno Stato da ritenersi tale: passavano nelle cronache dei giornali dell’alta Italia, della Francia, Inghilterra, Belgio e Prussia, gravi colpe addebitate sopra la testa di Ferdinando II di Borbone. Essi commentavano intrisi di una falsa retorica, spergiuro politico, strumento diffamatorio sul conto di un esercizio sistemico alla tortura dei prigionieri, cosi detti politici, quella della famosa tortura della Cuffia del silenzio. Uno strumento questo, attribuito alla mente perversa di un sovrano e dei suoi attendenti, spingevano le folle, a chiederne la testa, come ai tempi della più famosa rivoluzione. Ecco cosa dicevano e scrivevano i diffamatori: dalla fonte, edita da Dimarzo Francesco nel 1868, intitolata: Dei cinque Regni d’Italia Voi II, pp. 208 – 209
Frattanto la stampa dell’alta Italia e quella di Francia e quella di Inghilterra che già ligia alla rivoluzione, allora era stata comprata dal Piemonte, corrotta da Don Neri Corsini mercè il prezzo di 800.000 franchi; più che più si affaccendavano nell’opera di diffamazione del governo borbonico. Era un diluvio di spudorate menzogne, cui l’armento degli uomini aggiustava tanto maggiore fede per quanto erano esse più stolte e però non venivano confutate. Parlavansi di supplizzi occulti, di orribili strumenti di tortura; ritornavonsi sopra, una già sburgiadata calunnia di certa Cuffia di silenzio, di una sedia angelica o di un trapano ardente.( 1) Quando questa atroce calunnia corso per Europa il Governo Napoletano la smentiva producendo testimoni: due Gentiluomini stranieri un Polacco ed un colonnello Prussiano che trovavansi in Palermo, ai quali fu dato di entrar soli nel carcere dove stavano i complici del moto del Bentivegna ed i quali interrogati sul modo onde erano trattati, risposero che nulla avevano a dolersi e che stavano sotto la giurisdizione del magistrato e non della polizia. Ma più che questa testimonianza, valse a sbatter la calunnia una dichiarazione ultroneamente pubblicata in tutti i giornali di Francia e del Belgio dal Signor Moreau Christophe, ispettore generale delle prigioni di Francia il quale, attestava che quella calunnia non aveva neanche il pregio dell’invenzione perocché, fra gli strumenti di tortura che sono nella Torre di Londra, egli vi avesse veduto la cuffia di silenzio, affatto simile al disegno prodotto dai giornali piemontesi. Se si commenta a qual principe servisse, il Signor Moreau e all’epoca In cui pubblicava la sua smentita l’anno cioè 1856, quando rompevansi i rapporti diplomatici con Francia, si vedrà anche meglio quanta fosse la sincerità di quella dichiarazione. Posteriormente il Dottor Raffaeli di Palermo , vantavasi in una sua lettera pubblicata dal Corriere Mercantile di Genova, di aver egli inventato quella calunnia per servir la causa della rivoluzione. E chi mai dopo gli avvenimenti del 1860 ha osato dire di essere stato sottoposto alla tortura?
Nel 1861 poi il Corriere Siciliano, pubblicava che nei sotterranei della fortezza di Castellamare, si erano trovati gli stromenti di tortura suddetti. Ma è egli possibile che le regie armi che nel giugno 1860 uscivano da quella fortezza senza lasciarvi neppur chiodo, vi lasciassero gli stromenti di tortura che venendo nelle mani della rivoluzione, sarebbero stati il più terribile argomento contro la monarchia Borbonica? Ed il Governo di Piemonte non avrebbe con gioia fatto tesoro di questi stromenti ,trovati dalle sue genti e non avrebbe fatto constatarne solennemente dal magistrato il ritrovamento per denunziarlo all’Europa civile? Avrebbe usato discrezione con chi sì crudelmente cacciava di sedia. E questa calunnia destava in processo l’avidità speculativa di certo dottor. Noni saltimbanco medicale e politico, il quale fabbricando istrumenti di tortura come quelli dei quali aveva letto, gli esponeva a Londra con clamorosi manifesti . Ma la calunnia era già vieta e confutata troppo. Però nessuno rispose allo invito del ciarlatano piemontista, laonde costui il 22 settembre 1863 vuoi per delusione, vuoi per rimorso suicida vasi.
Come certifica la fonte, edita nel 1868, la calunnia della cuffia silenziosa e di tutti gli altri strumenti di tortura, era stata smascherata, e rivelata, in una tornata del parlamento italianoi, presso la Camera dei Deputati. Eccone la fonte, edita da Paolo Mencacci nel 1891, intitolata: Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana, vol. IV. P. 124
La migliore confutazione a codeste sole romanzesche, inventate dagli scrittori e vendute alle “sette” viene data dal Dottor Giovanni Raffaele, siciliano, Deputato del Parlamento di Torino, il quale nella Camera stessa (tornata del 16 luglio del 1864) confessa e rivela, di essere egli l’inventore della famosa Cuffia del silenzio e delle torture di Sicilia.
Sulla stessa lunghezza d’onda, si allineano le affermazioni, riportate nella raccolta delle rivelazioni, edite, dallo stabilimento di Amenta nel 1863, intitolate: Rivelazioni storiche della rivoluzione dal 1848 al 1860, vol. unico, pp. 307 – 310
Era con tali modi e con tali perfidi arti che la cuffia del silenzio, come si chiamò questo strumento, fece il giro di certi giornali, e ne riempì le loro colonne, prestando argomento alle loro declamazioni. Ibidem- In Sicilia, in riferimento al nuovo strumento di tortura la Cuffia del silenzio. A tale oggetto il Giornale Officiale, dice che il De Medici, su cui si disse essere stato applicato questo nuovo mezzo di tortura non esiste, non è mai esistita.
Ma la propaganda vittoriosa nel meridione d’Italia, cerca di giustificare, sopra ogni rivelata evidenza, una menzogna svanita nelle stanze della Camera dei Deputati, ma ancora viva e manifesta, negli archivi dei giornali che costantemente adesso, davano forza all’obrobrio per non giustificare la rivolta dei Briganti. Guerra civile in vero, limitata politicamente nelle insegne, lordate pubblicamente, dell’altra propaganda, che ancora cacciava, incarcerava e sommariamente giustiziava per non offuscare il sogno dei mille, e di chi voleva assolutamente credere a quella impresa. Antonio Zobi, recuperando le menzogne, giustificandole come vere, le registrava in una sua opera, intitolata: “Saggio sulle mutazioni politiche avvenute in Italia”, stampandone il contenuto nel 1870, vol. I, p. 297 eccone un breve stralcio.
Anche l’applicazione della Cuffia del silenzio, l’abbiamo rivelata dai documenti originali, veduti nell’archivio del predetto Dicastero, dal quale pur si ricava, come alcuni resistenti a quella orribile tortura, erano quindi rinchiusi in sacchi e tuffati in mare, nella parte più recondita del golfo palermitano per renderli docili ed accusarsi nei costituti cui erano in seguito sottoposti.
L’importanza storica di queste memorie, dimostra come, molti anni dopo l’avvenuta unità, la Nazione Italia, tacesse la verità al popolo, quando le Istituzioni ne erano oltremodo informati della colossale messa in scena. Essi non solo, non fecero nulla per impedire la divulgazione di false attribuzioni, verso uno stato che di fatto non esisteva da dieci anni, ma rincaravano la dose, moltiplicando gli imbrogli e perseguitando chi osava rivelarli alla opinione pubblica. I suoi delatori, forti di una fornita biblioteca e legittimati nell’opera persecutoria, avanzavano ipotesi che diventavano certezze. E quando alcuni bene informati, incominciarono a segnalare le menzogne, smascherate nel più alto degli scanni dell’Italia, c’erano subito altri sbirri che rinnegavano anche l’evidenza. Così non ce da sorprendersi, quando si leggono le pagine di Giacomo Oddo, quando nel 1863 scriveva a p. 31 e successivamente nella ristampa del 1865 scriveva consapevole: la tortura dei secoli barbari, tutte stanno nelle mani del Maniscalco per tormentare le povere vittime, per costringerli a rivelare i compagni, per spingere l’innocente stesso a confessarsi reo di alto tradimento, onde cessar così di soffrire il bastone, o la cuffia del silenzio o la pena di essere ravvolto in un sacco e poi tuffato e rituffato in mare.

Alessandro Fumia

Ghiovi ghiovi

Questi singolari versi, che i fanciulli cantilenavano quando cominciava a cadere la pioggia, per quanto inverosimili,
evocano momenti di vita paesana d’un tempo.
Quando i buoi avevano tanta parte nel lavoro dei campi, e si usava, specie nei paesi, impastare e infornare il pane in casa.

Ghiovi ghiovi ghiovi,
l’acqua di li boi,
li boi si maritaru,
non sacciu a cu pigghiaru,
pigghiaru a Maggarita
cu na coppula di sita.
Maggarita mpastava u pani,
tutti i muschi ci annaunu ddani,
e ci annaunu a centu a centu,
Maggarita ’n avia abbentu.

*tratto dal volume “Messina: Antropologia, Letteratura, Folklore”