Giorno: agosto 29, 2011

Luigi Rizzo

Nato a Milazzo, in provincia di Messina, l’ 8 ottobre 1887, apparteneva a una famiglia di grandi tradizioni patriottiche e marinare:
-suo nonno si era arruolato nel 1848 tra i militi della « Patria risorgente »;
-suo zio, appena diciassettenne, aveva seguito Garibaldi sbarcato coi Mille a Marsala;
-suo padre (da comandante) e il fratello maggiore appartenevano alla marina mercantile.
Da quel verde promontorio, il piccolo Luigi aveva cominciato a guardare il mare e dalla famiglia aveva assorbito la tradizione patriottica. A già 8 anni si trovava a bordo come a casa propria. Dieci anni più tardi conseguiva la licenza d’onore presso l’istituto nautico di Messina.
A vent’anni fu ammesso all’Accademia Navale di Livorno per la frequenza del Corso Allievi Ufficiali di Complemento e l’anno successivo conseguì la nomina a Guardiamarina. Cominciò la sua carriera di navigante nel 1910, prestando servizio come capitano e pilota alle dipendenze della Commissione internazionale dei Danubio, a Sulina, in Romania.
Un giorno uscì a salvare un piroscafo che stava per naufragare durante la tempesta, meritando la prima medaglia al valore civile e nel 1912 ebbe la promozione a Sottotenente di Vascello della Riserva. Partecipò al conflitto Italo-turco (1911-1912) per il controllo della Libia.
Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale, fu tra i primi a prestar servizio volontario nella Regia Marina, dal giugno 1915 alla fine del 1916, dando da subito dimostrazione di importanti azioni eroiche, per le quali fu anche definito da Gabriele D’Annunzio “il corsaro” e “l’affondatore”.
Nel 1916 aiutò il comandante della piazza, capitano di fregata Alfredo Dentice di Frasso, nel cercare di rendere inoffensiva una torpedine austriaca che si era arenata sulla spiaggia. Servì ad accrescere il prestigio dell’Italia e gli valsero la sua prima medaglia d’argento al valor militare.
Per il sangue freddo e l’intraprendenza, fu ben presto trasferito nella neonata squadriglia di difesa marittima, sezione di Grado, prendendo parte a varie missioni di guerra con i gradi di comandante. Iniziò una lunga serie di scorribande notturne nel golfo di Trieste, in faccia alla città che trepidava per essere a sua volta liberata.
Durante un’azione contro quattro torpedinieri austriaci catturò… un dentice decapitato dall’esplosione di una bomba proprio a pochi metri dal suo Mas (motobarca o motoscafo armato silurante).  Al ritorno, ornò la preda con fiocchi tricolori e la inviò al duca d’Aosta, popolarissimo comandante della III Armata, la cui ala destra era schierata fino a Grado.
Nel maggio 1917 cattura due aviatori austriaci finiti in mare con un idrovolante ammarato per avaria, rimase impassibile col suo motoscafo sotto il fuoco incrociato di batterie e aeroplani nemici.
Tra un’impresa e l’altra, ebbe poche ore di permesso per sposare la fidanzata e, subito dopo, accompagnando all’imbarco su un mezzo per Venezia la sposa, tornò al comando dei suoi Mas poiché era in atto un’offensiva austriaca.
L’obiettivo in programma era tra i più ambiziosi: centrare coi siluri la corazzata “Wien”, orgoglio della flotta austroungarica, che difendeva la rada di Trieste pronta a minacciare le nostre unità.
Rizzo si preparò con cura, passando notti di perlustrazioni, di prove e rilevamenti. Infine, al comando del Mas 9, la notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917 penetrò nella rada di Trieste. Centrata da un paio di siluri, la «Wien» esplose, cominciando subito ad affondare. Il giovane comandante, tornato indenne alla base, ebbe accoglienze trionfali, la prima medaglia d’oro al valore militare e la sospirata, anche se ritardata, luna di miele.
Nello stesso mese, per le missioni compiute nella difesa delle foci del Piave venne promosso tenente di vascello per meriti di guerra, ottenendo il passaggio in s.p.e. (servizio permanente effettivo).
Nel febbraio successivo partecipò con Costanzo Ciano e Gabriele D’Annunzio alla beffa di Buccari, riprendendo con le incursioni e le snervanti attese notturne.
Il 10 giugno 1918, al largo di Premuda, vi si svolse un’altra azione leggendaria: l’attacco e l’ affondamento della corazzata Szent István (Santo Stefano). Per tale azione, Luigi Rizzo venne insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, che rifiutò in quanto di ferventi idee repubblicane. La decorazione venne perciò tramutata in Medaglia d’oro al valor militare con R.D. 27 maggio 1923.
Servì a vendicare la tragedia di Caporetto e l’umiliazione di Lissa, (in cui morì lo zio di Rizzo), stabilendo la nostra superiorità navale sugli austriaci, che avevano avuto la supremazia e si stavano preparando a dare la definitiva spallata sul Piave.
Esplose un entusiasmo popolare verso quest’uomo che, con due gusci di legno, era riuscito a penetrare nello schieramento di una possente e numerosa squadra di giganti d’acciaio, silurando due di quelle corazzate che orgogliosamente si definivano dreadnoughts (“che non teme nulla”), affondandone una uscendone illeso e irridente.
L’importanza di quell’evento viene ogni 10 giugno sottolineata in tutta Italia con la cosiddetta Festa della Marina. Il suo Mas 15 viene tuttora conservato a Roma, al Museo Storico del Risorgimento di Piazza Venezia (al Vittoriano).
Al termine del primo conflitto mondiale si ritroverà nuovamente, al fianco di Gabriele d’Annunzio quale volontario fiumano nel 1919.
Nel 1920 avanzò domanda per essere dispensato dal servizio attivo, con il grado di capitano di fregata. Tornato a indossare gli abiti borghesi, ebbe vari incarichi di prestigio nelle fila della marina mercantile: da presidente della società di navigazione Eolia di Messina (nel 1929) a presidente dei Lloyd Triestino. Si dedicò alla moglie e ai figli (Giacomo, Guglielmina, Giorgio) nella sua casa a Pegli, ma nel suo petto pulsava sempre il cuore del guerriero.
Nel 1936 si offrì volontario per la campagna in Africa Orientale, per il conflitto Italo-Etiopico ricevendo in cambio la nomina ad ammiraglio di divisione per meriti eccezionali.
Ricevette dal Re Vittorio Emanuele IlI il titolo di conte di Grado e le chiavi della città, che da secoli non erano state offerte ad alcuno, con Regio Decreto di Concessione del 25 ottobre 1932, e RR.LL.PP. del 20 giugno 1935. Il predicato di Premuda venne aggiunto al titolo comitale di Grado con R.D. motu proprio di Concessione del 20 ottobre 1941.
Il 10 giugno 1940, scoppiata la seconda guerra mondiale, ebbe il comando dei caccia‑antisommergibili, con il grado di ammiraglio di squadra nella riserva navale. Si vide puntualmente bocciate le sue documentate proposte per organizzare scientificamente la lotta contro i predatori degli abissi: mancavano i mezzi. Ai colleghi ripeteva che Napoleone per vincere sosteneva servissero in guerra, tre cose: denaro, denaro, denaro.
Promosso ammiraglio di squadra nella Riserva Navale, l’8 settembre 1943 quale presidente dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico, divenuto di dominio pubblico l’avvenuto armistizio con gli alleati, ordinò di far affondare le navi mercantili « Duilio » e « Giulio Cesare » per evitare che cadessero in mano ai tedeschi.
Fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Klagenfurt, dove apprese che il figlio Giorgio, ventiduenne, comandante di una squadriglia Mas, era rimasto ucciso da una bomba di stukas durante i drammatici giorni dell’armistizio. Il leggendario eroe della grande guerra, fedele al governo legittimo, era un prigioniero «scomodo » per i nazisti, che 4 mesi più tardi lo destinarono al campo di concentramento di Hirschegg, vicino al lago di Costanza.
Un lager per ospiti illustri quali Nitti, la duchessa d’Aosta, Irene  di Grecia e Anna di Francia. Ebbe il conforto d’essere raggiunto dalla figlia Guglielmina, che aveva chiesto e incredibilmente ottenuto il «   privilegio» di dividere le sue sofferenze.
Liberato nel maggio 1945 dalle truppe francesi del generale De Lattre de Tassigny, trovò in Italia più ostilità che braccia aperte. Dovette perfino subire un processo di epurazione con l’accusa, risultata del tutto infondata, di aver tratto profitto dal regime fascista. Inutili amarezze dopo tante sofferenze e un continuo, disinteressato prodigarsi per il paese.
Seguiranno per Rizzo anni di amarezze e di solitudine: dapprima, l’arresto durante l’occupazione tedesca per aver difeso i Cantieri triestini e i loro lavoratori, la prigionia e il confino in Austria; quindi, dopo la guerra, il procedimento davanti alla Commissione per l’epurazione, concluso con il pieno proscioglimento e il riconoscimento da parte della Marina militare di un comportamento “conforme alle leggi dell’onore”. Ma resteranno la perdita delle cariche, l’isolamento, l’oblio: un solo articolo di giornale in occasione del trentennale di Premuda, e poi più nulla.
Subì in silenzio, senza provocare scandali, sfogandosi soltanto con gli amici rimasti tali. Certo, nessuno avrebbe mai potuto distruggere il suo passato. Passò gli ultimi mesi della sua vita a Roma per curarsi da un male, con l’aiuto del professor Raffaele Paolucci, protagonista con lui e il maggiore del genio navale Raffaele Rossetti dell’affondamento nel porto di Pola della corazzata austriaca  « Viribus Unitis » (1 novembre 1918, nel porto di Pola).
In un primo momento sembrava una piccola e banale lesione. Si accertò, invece, l’esistenza di un tumore al polmone e bisognava asportare. Dopo l’intervento l’ammiraglio si riprese con rapidità, poté alzarsi e passeggiare, telefonare al nipotino Francesco, figlio di Guglielmina, a Milazzo. Disse: «Provo la stessa sensazione di quando rientravo alla base coi mio Mas dopo essere stato sotto il fuoco dei nemico ».
Purtroppo, nei giorni successivi venne preso da crisi invincibili di sonnolenza. Il tumore aveva raggiunto il cervello. Due mesi dopo l’intervento chirurgico, Luigi Rizzo morì il 27 giugno 1951, chiudendo la sua vita nel silenzio. A Milazzo, per i funerali, c’erano tutti i suoi compagni superstiti, sia della prima sia della seconda guerra mondiale. Qualche mese prima diceva:
“Meglio morire una volta per tutte che questo lento e penoso morire di ogni giorno. Qualcuno mi rimprovera di non essere morto sul campo di battaglia, ma è proprio lì che io avrei preferito morire, sul mio MAS, magari subito dopo l’affondamento della Santo Stefano, piuttosto che assistere a ciò che oggi vedo in tutte le piazze italiane…” E di rimando Paolucci gli rispose “Ma tu non morirai mai perché tu sei la storia della Marina Militare di questi ultimi trent’anni e la storia non si può cancellare con un tratto di gomma.”
Per capire quanto siano state grandi le sue celebri imprese, riassumiamo il seguente lungo curriculum ricco  di premi e decorazioni ricevute in Italia e all’estero, con alcune motivazioni.

ONORIFICENZE ITALIANE

·Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
·2 Medaglia d’oro al valor militare:
“Per la grande serenità ed abilità professionale e pel mirabile eroismo dimostrato nella brillante, ardita ed efficace operazione da lui guidata, di attacco e di distruzione di una nave nemica entro la munita rada di Trieste “;
“Comandante di una sezione di piccole siluranti in perlustrazione nelle acque di Dalmazia, nella notte del 10 giugno 1918 avvistava una poderosa forza navale nemica composta di due corazzate e numerosi cacciatorpediniere e, senza esitare, noncurante del grande rischi, dirigeva immediatamente con le sezioni all’attacco. Attraversava con incredibile audacia e somma perizia militare e marinaresca la linea fortissima delle scorte, e lanciava due siluri contro una delle corazzate nemiche, colpendola ripetutamente in modo da affondarla. Liberarsi con grande abilità dal cerchio di cacciatorpediniere che da ogni lato gli sbarravano il cammino e, inseguito e cannoneggiato da uno di essi, con il lancio di una bomba di profondità, lo faceva desistere dall’inseguimento danneggiandolo gravemente.»
·4 Medaglia d’argento al valor militare :
«Per le numerose prove di arditezza e di iniziativa date durante varie azioni guerresche in mare come osservatore di idrovolanti e perché, avendo ricevuto ordine di recare ad una squadriglia di torpediniere delle informazione sull’ubicazione di galleggianti nemici, si offriva di pilotare la squadriglia stessa in una importante azione guerresca, contribuendo col suo ardimento e la sua abilità tecnica alla buona riuscita dell’operazione in Alto Adriatico” ;
«Per essersi trattenuto con un motoscafo sotto il tiro delle batterie nemiche,non curando il vivo fuoco d’artiglieria e gli attacchi dall’alto per effettuare la cattura di aviatori nemici in Alto Adriatico”;
«Per le belle qualità militari dimostrate nelle numerose missioni di guerra compiute in ventinove mesi di servizio presso la difesa di Grado come comandante di una squadriglia MAS e per il contegno calmo, sereno e sprezzante del pericolo tenuto durante il ripiegamento lungo il litorale Nord Adriatico”;
«Comandante di unità sottile dava prova di sereno coraggio nell’audace attacco al naviglio nemico nella lontana e munita baia di Buccari nel febbraio 1918” – in commutazione della medaglia di bronzo al valore militare concessa con R.D. 21-5-1918 per lo stesso fatto.

·2  Croci di guerra al valor militare  (in commutazione di altrettanti Croci di guerra al merito).
·Medaglia di benemerenza per i volontari delle operazioni in Africa Orientale 1935-1936.
·4  Medaglie commemorative :
della guerra italo-austriaca 1915–1918 (4 anni di campagna) ;
del periodo bellico 1940–43 (2 anni di campagna);
dell’Unità d’Italia;
italiana della vittoria

ONORIFICENZE STRANIERE

·Ufficiale dell’Ordine della Legione d’onore (Francia) «In seguito a conferimento di Croix de guerre»
·Croce d’argento dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
·Compagno del Distinguished Service Order (Regno Unito)
·Croix de Guerre francese del 1914–1918 (2 volte)
·Croix de Guerre belga del 1914-1918
·Navy Distinguished Service Medal (Stati Uniti d’America)
A Trieste gli è stata dedicata la diga foranea del Vallone di Muggia. La Marina Militare, fra i tanti onori resigli, ha anche dedicato a Rizzo una Fregata, mille tributi all’Eroe milazzese che vale la pena ancora ricordare, per le generazioni future.
Anche nella sua natìa Milazzo, dopo 10 anni dalla morte, il 27 giugno 1965 venne inaugurato il monumento all’Eroe ed eretto un busto nell’Istituto nautico di Messina, in cui egli aveva studiato.
L’intervista rilasciata in quei giorni dalla moglie di Luigi Rizzo, venne titolata  proprio con queste sue parole: “Era nato soldato, ma odiava la guerra tanto da non donare mai ai figli giocattoli che la ricordassero.”

Fabio Marletta

Per una edizione dei frammenti della “Tabula Halaesina”

Zona Archeologica di Halaesa Archonidea

Nel rinnovato fervore degli studi e degli interessi per il mondo siceliota, significativamente testimoniato dal succedersi di Convegni, nazionali ed internazionali a Palermo, Siracusa, e Catania, ci sembra di particolare importanza riproporre all’attenzione degli studiosi della Sicilia antica, sensibili soprattutto a problemi di storia economica e sociale, l’esame di un documento, la nota iscrizione fondiaria di Halaesa 1, la cui utilizzazione si rivela, a tale scopo, fondamentale.
L’importante documento epigrafico si compone di tre frammenti di diseguale lunghezza, rinvenuti in età diverse tra le rovine dell’antica Halaesa, nella contrada S. Maria di PaIate del comune di Tusa (Messina). Il primo e più grande frammento della iscrizione fu ritrovato nel 1558: esso risultava inciso su due colonne parallele, di diseguale lunghezza (essendo la pietra mutila sia nella parte superiore come in quella inferiore), rispettivamente di 71 linee quella di sinistra, 88 linee quella di destra.
Questo frammento fu conservato per qualche tempo a Messina, in possesso di Alfonso Ruiz, Conservatore del regno e del nipote di questi, Giovanni Ventimiglia; passò poi a Palermo, nel Collegio dei PP. Gesuiti; a seguito di non chiare vicende se ne sono perdute le tracce. Oggi, per noi, è leggibile solo nell’apografo del Gualterio, che trascrisse il testo direttamente dalla pietra. Un altro apografo che ne aveva già tratto il Ruiz è andato perduto.
La tabula Halaesina, come è noto, contiene la descrizione di appezzamenti di terreno da affittare, suddivisi in lotti minuziosamente delimitati con l’accurata indicazione dei confini naturali ed artificiali: fossati, pietre terminali, alberi, colline, boschi, strade, corsi d’acqua di varia portata, ivi compreso il fiume Aleso, ed ancora edifici pubbici, privati, sacri.
Analoghe indicazioni si ritrovano in un secondo frammento, rinvenuto nel 1885 nella medesima contrada e forse non ancora perduto nel 1929. 2
Anch’esso risultava inciso su due colonne, entrambe mutile, con 24 linee superstiti in quella di sinistra e 18 in quella di destra. Oggi è anch’esso scomparso; ma è per noi ben leggibile in una splendida tavola fototipica, di grandezza quasi pari al naturale, allegata alla prima pubblicazione che, del frammento ne fece Vincenzo Di Giovanni 3.
Sembra appartenere alla medesima tabula un terzo frammento di sole 12 linee superstiti, rinvenuto, sempre nel medesimo sito, in data più recente, ma non precisata, pubblicato per la prima volta nel 1961 da Salvatore Calderone 4. Conterrebbe, a giudizio dell’editore (ed è molto probabile), «una parte delle disposizioni generali relative alle modalità di pagamento degli affitti, alle magistrature incaricate dell’esazione dei canoni, agli organi addetti all’assegnazione dei lotti o alla risoluzione di controversie» 5. A quest’ultimo più breve frammento è toccata miglior sorte che ai precedenti: è ancora visibile nelle sale del Rettorato dell’Università di Messina.
Tale importante, se pur frammentaria iscrizione, per molta parte, come si è detto, forse irrimediabilmente perduta, non ha avuto la stessa fortuna ed abbondanza di studi e di edizioni, che sono toccati in sorte ad analoghi e più celebri testi epigrafici greci. Pensiamo alle tavole di Eraclea di Lucania, alle tavolette dell’Olympieion di Locri, alle tavole di Tauromenion.
Causa ne è forse, il fatto che chi si accinge a studiarla non ha la possibilità, ed il piacere, di una immediata lettura sulla pietra, sicché più arduo e meno sicuro diventa ogni tentativo di ricostruzione e di interpretazione del testo. Eppure per la storia economica e sociale, costituzionale e linguistica di Halaesa greca e romana, riproposta all’attenzione degli studiosi dagli scavi recenti ripresi dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa ed affidati all’amico e collega Giacomo Scibona 6, uno studio globale dei frammenti della Tabula Halaesina, si impone ormai.
Dobbiamo al Prof. Salvatore Calderone il suggerimento, (alla Prof. Sebastiana Consolo Langher il successivo pronto incoraggiamento), di raccogliere tali clisiecta membra.
Ci proponiamo di offrirne uno studio sistematico e completo, che si comporrà, oltre che della edizione critica dei tre frammenti, di una traduzione italiana, tutt’oggi mancante, se si esclude il tentativo, sempre valido, ma incompleto, di Umberto Sicca 7.
Il lavoro si presenta piuttosto arduo: sebbene la descrizione dei vari lotti sia condotta sulla base di formule semplici, che si ripetono monotone, tuttavia la presenza di numerosi termini di uso molto raro, peculiari del linguaggio tecnico gromatico e, solo in minima parte, confrontabili con termini consimili, ricorrenti in ambito siceliota e magno-greco (affinità di linguaggio si riscontrano soprattutto con le tavole di Eraclea di Lucania), impone una serie di accurati controlli lessicali, i più ampi possibili, sul materiale documentario a nostra disposizione.
Tale esame, necessariamente preliminare ad ogni possibile intelligenza del testo, dovrebbe offrirei, noi speriamo, anche qualche valida indicazione per una probabile cronologia, non solo della età della epigrafe (a tal uopo, solo in parte, può soccorrerei l’esame della forma delle lettere dell’unico frammento superstite), ma, soprattutto, una cronologia dei fatti ivi contenuti.
La suddivisione di terreni da affittare, prospettata dalla tabula Halaesina, si presenta infatti come una delle tante operazioni di rilevamento catastale e di ordinamento della proprietà terriera, di cui è costellata la storia della Sicilia e della Magna Grecia fin da epoca arcaica (VI sec. a. C.). E poichè la documentazione epigrafica è frammentaria e mutila (nessuno dei tre frammenti della tabula ci ha conservato il praescriptum), nè risultano di particolare ausilio le poverissime e saltuarie notizie reperibili presso gli storici antichi, appare difficile ascrivere i frammenti dell’epigrafe ad un periodo ben definito della storia di Halaesa: le datazioni proposte oscillano tra II e I sec. a. C.
1 L’ultima edizione è in V. ARANGIO RUIZ – A. OLIVI ERI, Inscriptiones Graecae Siciliae et infimae I taliae ad ius pertine11tes, Roma 1965 (Rist. anast. dell’ed., Milano 1925), pp. 47-61.
2 Acl esso, probabilmente, fa riferimento G. M. COLUMBA, Alesa, in «Eh, II (1929)_
3 In «ASS», X, (1885), pp … 123-128.
4 In «Kokalos» VII (1961), pp. 3-15.
5 S. CALDERONE, art. cii., p. 6
6 Gli scavi di Halaesa, in «SICILIA», Assessorato Turismo Regione Siciliana, nr. 76, 1975, pp. 89-96; IID., s. v. Halaisa, in «The Princeton Encyclopedia of Classical Sites», a cura di R. STILLWELL, W. L. MAcDoNALD, M. H. McALLISTER, Princeton, 1976, p. 374.
7 Grammatica delle iscrizioni doriche della Sicilia, Arpino 1924, pp. 211-231.