Giorno: agosto 24, 2011

Sant’Annibale Maria Di Francia

Nacque a Messina il 5 luglio 1851, morendovi la mattina del 1 giugno 1927 presso la sua residenza di campagna in contrada Guardia, per una congestione cerebrale.
Era il terzo di quattro figli di una nobile famiglia messinese (il padre era il cavaliere Francesco di Francia, marchese di Santa Caterina dello Ionio, Vice Console Pontificio e Capitano Onorario della Marina reale Borbonica, la madre era Anna Toscano, figlia del Commissario Guglielmo e di Donna Matilde dei Marchesi di Montanaro).
Dopo la morte prematura del padre, quando aveva solo 15 mesi, fu affidato alla zia dove trascorse l’infanzia fino a che non venne a mancare anche la zia per una epidemia di colera che nel 1859 colpì la città di Messina. A 7 anni venne trasferito presso il Collegio dei Gentiluomini dai Padri monaci cistercensi del convento di S. Nicolò di Messina, dove insegnava lo zio paterno, per poter iniziare gli studi.
Probabilmente fu dopo aver concluso brillantemente il periodo di studi, a 17 anni, durante una sosta in preghiera  dinanzi al Santissimo Sacramento esposto solennemente nella Chiesa di San Giovanni di Malta, che si soffermò a leggere le seguenti frasi presenti nel Vangelo secondo Matteo:  “La messe è molta, ma gli operai sono pochi: pregate dunque il Padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe”.
Fu così che avvertì in lui la chiamata “improvvisa, irresistibile e sicurissima” al sacerdozio, come una risposta alle ansie che da tempo coltivava in sé, rinunciando a tutti i suoi beni per dedicare la sua vita a diffondere la Parola di Dio ed aiutar i più bisognosi.
L’8 Dicembre 1869 Annibale Di Francia veste l’abito Ecclesiastico con il fratello Francesco. Nel gennaio 1878 fondamentale fu l’incontro che ebbe con Francesco Zancone, in un vicolo di Messina. Avvicinandosi al povero mendicante cieco, cominciò ad interrogarlo, chiedendogli come si chiamasse, dove abitasse e se conoscesse Dio. Proveniva dal quartiere Avignone, (nei pressi dello Zaera) che era allora il più degradato quadrilatero di Messina, formato di catapecchie a pian terreno e abitato da 200 poveri, tra cui numerosi bambini, erano dediti all’accattonaggio. Gli fece scivolare nel cappello alcune monete, promettendogli che sarebbe tornato a trovarlo molto presto.
Un mese dopo fu ordinato sacerdote nella Chiesa di Santa Maria dello Spirito Santo di Messina, insieme al fratello minore Francesco, mentre a Roma si stava aprendo il Concilio Vaticano.
A 30 anni, successe allo zio nella direzione del settimanale “La Parola Cattolica”. Stampò il bollettino “Dio e il Prossimo”, per meglio propagandare tra i fedeli la preghiera per le vocazioni e la devozione a Sant’Antonio.
Divenne Canonico Statutario della Cattedrale e Prefetto dei Chierici esterni del Seminario. Scrisse e compose inni e cantici, con oltre 14.000 versi. Partecipò a vari Congressi Eucaristici presentando il carisma del Rogate ed il rapporto Eucaristia-Vocazioni-Sacerdozio.
Lavorando a tempo pieno, seppe raccoglier così i soldi necessari per acquistar una per una le casette di Avignone, ridandone miracolosamente vita, pur tra molte difficoltà e nella diffidenza di alcuni, con diverse iniziative quali:
-istituì la “Caldaia del povero”, per la somministrazione di un piatto caldo giornaliero ai poveri che vi accorrevano;
-inventò le “Passeggiate di beneficienza” per la città per raccogliere cibo e vestiario per i diseredati;
-difese la causa dei poveri con un appello “La caccia ai poveri”, inviato a sostegno dei mendicanti, a tutti i giornali cittadini;
-rinverdì l’antica tradizione del “Pane di Sant’Antonio”.
In quel quartiere vi avviò le scuole di arti e mestieri e fondò le prime organizzazioni caritative a favore dei bambini e dei poveri. Fondò l’8 settembre 1882 gli Orfanotrofi femminili e, dopo poco più di un anno, quello maschile, definendoli Istituti Antoniani, in onore del santo.
Nel 1885 inaugura la prima tipografia, stampando la «Preghiera al Cuore SS. di Gesù per ottenere i Buoni operai alla Santa Chiesa”.
Il 1° luglio 1886, dopo due anni di fervorosa ed intensa preparazione, inaugura la prima chiesetta del quartiere; il 19 marzo 1887 fondò la Congregazione delle Suore Figlie del Divino Zelo, per poter diffondere il messaggio di Gesù e invitare alla vocazione. Dieci anni dopo fondò quella dei Padri Rogazionisti (dal verbo latino Rogate). Cercò di coinvolgere anche il clero, (organizzando nel 1897 una Crociata di Preghiera per le Vocazioni con l’istituzione della “Sacra Alleanza”), e il popolo con la “Pia Unione della Rogazione Evangelica”(1900).
Tra il 1902 e 1903 fonda le prime case in Sicilia, a Taormina e Giardini.
Nel 1908, pur vedendo sotto le macerie quel che erano state tutte le sue opere, distrutte dal terremoto, decise di non arrendersi, continuando la sua missione, senza risparmio di forze e mezzi, con lo scopo di aprire più orfanotrofi possibili in quasi tutta Italia (Oria, Trani, San Pier Niceto, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Altamura, Padova e Roma).
L’11 luglio 1909 Padre Annibale è ricevuto in udienza privata dal Papa San Pio X, il quale gli concede il permesso di poter inserire nelle Litanie dei Santi l’invocazione: Ut dignos ac sanctos operarios in messem tuam copiose mittere digneris, Te rogamus, audi nos.
L’ 8 aprile 1921 l’Arcivescovo di Messina, Mons. Letterìo D’Arrigo, benedice la prima pietra dell’erigendo Tempio della Rogazione Evangelica, che verrà inaugurato 5 anni dopo (quello che ora è chiamato Santuario di Sant’Antonio), prima chiesa ricostruita in muratura dopo il terremoto e dedicata alla Preghiera per le Vocazioni.
Il 4 maggio 1921 Padre Annibale viene ricevuto in udienza particolare dal Papa Benedetto XV, che si volle iscrivere quale «Socio» della Pia Unione della Rogazione, chiamandosi «Primo Rogazionista».
Il 6 agosto 1926 l’arcivescovo di Messina Mons. Angelo Paino con due decreti distinti approvò le sue Congregazioni Religiose. Nel giorno della sua morte, avvenuta l’anno successivo, un anziano esclamò: “Si è chiusa la bocca che non disse mai no!”.
La salma fu condotta nel Tempio della Rogazione Evangelica a Messina e vi rimase per 3 giorni fino alle solenni esequie, celebrate da monsignor Paino, seguite con una partecipazione popolare spontanea, immensa e commovente per le vie della città di Messina. La salma fu poi tumulata nel Tempio e oggi esposta alla venerazione dei fedeli sotto l’altare dell’Addolorata.
Furono in tanti a chiederne la sua beatificazione e canonizzazione, ma solo al termine della guerra, il 21 aprile 1945, Mons. Angelo Paino poté aprire il “Processo Informativo Diocesano”.
Altri processi diocesani si aprirono a Oria (in provincia di Brindisi) e a Foggia. Il 19 gennaio 1979 la Santa Sede aprì il “Processo Apostolico”, per verificare se la fama di santità accertata fosse accompagnata dall’eroicità delle virtù. Una volta che ciò fu documentato, il 21 dicembre 1989, la Santa Sede emise il decreto che permise a Padre Annibale di esser dichiarato “Venerabile”.
Il 7 ottobre 1990 Giovanni Paolo II lo proclamò Beato, grazie ad un miracolo a lui attribuito in favore di una giovane brasiliana, Gleida Danese, additandolo alla Chiesa intera quale “Campione di Santità e Testimone di Carità”.
Con la guarigione miracolosa della piccola Charisse Nicole Diaz, a Iloilo (Filippine), dopo 36 giorni di degenza per meningite batterica, attribuita alla intercessione del Beato Padre Annibale, si avviò quel processo che portò il 16 maggio 2004 Giovanni Paolo II ad iscriverlo ufficialmente nell’albo dei Santi, così com’era stato richiesto dalla sua gente il giorno della sua morte.
Oggi le Congregazioni della Figlie del Divino Zelo e dei Rogazionisti, sono presenti nei cinque Continenti per proseguire la missione iniziata dal suo santo fondatore.

(Fabio Marletta)

“Peppa ‘a cannunèra”: eroina messinese

Di lei si sa con certezza che era nata a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, pare il 19 marzo 1841 (anche se c’è chi dice sia nata intorno al 1826).
Frutto degli illeciti amori di un tal Antonino Mazzeo, per molti é nota come Giuseppa Bolognari (dal nome della nutrice alla quale viene affidata in assai tenera età). Secondo un’altra versione, si chiamava Giuseppa Calcagno, avendo preso il cognome della nutrice Maria Calcagno, quando venne affidata dalla Congregazione di carità.
Non si hanno notizie precise sulla sua giovinezza e su che lavoro svolgesse a Catania (chi dice facesse la serva di un oste catanese e poi l’aiutante stalliera in una rimessa di carrozze da nolo, altri dicono facesse la postina). Pare fosse bruttissima a causa del volto sfigurato dal vaiolo. Più certe le voci che la vedevano accusata di avere rapporti con un ragazzo più giovane di lei (il “giovinetto Vanni”), per poi frequentare osterie e locali “poco adatti a una donna”, girando vestita da uomo, fumando sigari, bevendo e giocando a carte.
Prima di narrare del giorno che la vide protagonista di due gesti eroici, occorre inquadrare meglio il periodo in cui accaddero. Già nel 1860 i borbonici si erano ormai impadroniti di gran parte del Regno delle due Sicilie. La spedizione dei Mille stava ormai avanzando, percorrendo l’Italia. L’8 aprile dello stesso anno gravi tumulti scoppiarono in quasi tutta la Sicilia (a Catania, Palermo e  Messina).
In particolare, oltre tremila catanesi insorsero scendendo armati nelle strade e adunandosi nei pressi del Duomo gridarono: “Viva Palermo”, “Viva l’unità d’Italia”, “Viva Vittorio Emanuele II”.
Gli insorti e le truppe borboniche entrarono in contatto, con scontri violentissimi. Il comandante della piazza, generale Tommaso Clary, ordinò alle truppe di ritirarsi nelle caserme e nel castello Ursino. Per evitare un ulteriore spargimento di sangue, il generale borbonico e le autorità civili conclusero con una tregua. Ma fu solo l’inizio, poiché il giorno 10, a sera, la rivolta divampò nuovamente, anche se per poche ore.
L’11 maggio, con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Giuseppe Garibaldi con le sue “camicie rosse” sbarcarono a Marsala e la Sicilia si infiamma. Catania seguì con entusiasmo tali notizie e, nel frattempo, la città fu fortemente presidiata dai reparti del generale Clary.
Il 24 maggio le squadre organizzate conversero lungo la provincia, a Mascalucia, Acireale e Lentini con al comando il colonnello Giuseppe Poulet, ministro della Guerra nel 1848-49. Il 29 maggio si sparse la notizia che Palermo era in mano ai garibaldini. Nel resto della Sicilia le truppe napoletane si ritiravano verso oriente, e le province abbandonate riconoscevano il governo dittatoriale di Garibaldi.
Nella notte fra il 30 e 31 maggio una drammatica riunione si svolge a Mascalucia in cui Poulet, rinunziando al piano di far convergere contemporaneamente le tre squadre sulla città, non potendo avvertire subito le colonne attestate ad Acireale e Lentini, dovette rompere gli indugi, marciando con mille persone su Catania, privi di armi e munizioni, incuranti di contrapporsi ai circa tremila soldati di Clary, affiancati da forti squadroni di cavalleria.
All’alba del 31 maggio, mentre le campane e i tricolori annunciavano l’insurrezione, una squadra di giovani al grido di “unità e libertà” si lanciò contro i regi. Un migliaio di volontari da Mascalucia raggiunse Porta Aci: al Borgo il primo contatto con i cavalleggeri borbonici. Partono le prime fucilate mentre bandiere tricolori spuntano sui balconi. La cavalleria indietreggia precipitosamente fino a piazza Università e salda dietro e barricate attorno alle quali presto si accende una lotta accanita.
Si combatté aspramente attorno alle barricate, in via Stesicorea, ai Quattro Cantoni, nella via Mancini e nella strada degli Schioppettieri.
Peppa, che praticamente era all’inizio da supporto come vivandiera ai giovani siciliani, partecipò con molto ardore e grande intelligenza agli scontri della giornata, tanto da diventare il deus ex machina della difficile situazione. Guidati dalla popolana, riuscirono a trascinare un cannone, nascosto dal 6 aprile 1849 in un pozzo di casa Dottore, alle spalle delle truppe e a piazzarlo nell’atrio del palazzo Tornabene, a piazza Ogninella. (ecco spiegato il motivo del suo soprannome).
A un ordine secco di Peppa, gli insorti spalancano il portone e la popolana,  accesa la miccia, scaricò una cannonata contro i soldati borbonici che, colti di sorpresa tra le vie della Loggetta e Mancini e decimati che impauriti si diedero ad una fuga disordinata, riparandosi dietro le barricate tra la Piazza dell’Università e il Palazzo del Municipio, abbandonando su via Euplio Reina diversi caduti e un secondo pezzo di artiglieria.
Il fuoco intenso dei soldati rendeva praticamente impossibile impossessarsi anche di questo secondo cannone.
Peppa, avvalendosi di un cappio ottenuto da una robusta fune e aiutata da altri popolani, riuscì a trascinarlo dalla sua parte, fino alla zona Marina.
Verso mezzogiorno, mentre gli insorti avevano quasi esaurito le munizioni, per il ritardo dei rinforzi di Nicola Fabrizi, il generale Clary cercò, con una carica di cavalleria lungo Via del Corso (l’attuale Via Vittorio Emanuele II), di aggirare la destra dei suoi avversari.
Intervenne l’eroina alla testa di un gruppo di popolani che irruppero in piazza S. Placido da via Mazza, trascinando il cannone guadagnato dai borbonici per piazzarlo sul parterre di palazzo Biscari alla Marina e lanciare qualche palla contro la nave da guerra che già bombardava la città, coadiuvata dal fuoco dei due mortai posti sui torrioni del castello Ursino.
Appena però quei popolani sboccarono sulla via del corso videro, in fondo a piazza Duomo, due squadroni di lancieri che si apparecchiavano alla carica. Temendo di essere presi, scaricarono all’improvviso i loro fucili, abbandonando il cannone già carico.
La donna si trovò sola a fronteggiare la situazione. Rimasta impavida, con grande sangue freddo escogitò un’altra mossa astuta, facendo credere che il cannone non funzionasse.
Sparse sulla punta del cannone un po’ di polvere cui diede fuoco, dando così l’impressione che il colpo avesse fatto cilecca. Attese quindi, tranquilla, che la cavalleria caricasse. I borbonici, in effetti, pensando che il cannone si fosse inceppato, mossero sicuri di riguadagnare il pezzo perduto.
Non appena si furono avvicinati di pochi passi, la coraggiosa donna diede fuoco alla carica. L’arma sparò veramente, spargendo morti tra gli assalitori.
Ciò consentì all’eroina di fuggire e di mettersi in salvo, mentre il suo giovane compagno Vanni morì, colpito da una fucilata. I borbonici si allontanarono da Catania il 3 giugno. Su tutte le torri, dal castello Ursino al castello di Aci, dal campanile del Duomo ai balconi del palazzo di città garrivano al vento le bandiere tricolori.
Vien costituita immediatamente la guardia nazionale: suo comandante è l’intrepido marchese di Casalotto, Domenico Bonaccorsi. Dieci giorni dopo la città ha un nuovo patrizio, il barone Francesco Pucci.
Dopo l’effimero successo, Clary, saputo che Garibaldi marciava su Milazzo, lasciò Catania. Dopo aver partecipato alle azioni militari di Catania, una volta ritiratesi le truppe nemiche, la nostra eroina operò come vivandiera della Guardia nazionale e prese parte all’espugnazione di Siracusa. Peppa, ormai e per sempre, soprannominata a buon diritto la Cannoniera, ebbe assegnata dal Governo Italiano, per i suoi atti di valore, la medaglia d’argento al valore militare. Lo stesso Garibaldi, con un proclama datato 5 agosto 1860, ringraziò la generosità dei barcellonesi e ” le cure gentili e delicate delle loro donne”.
Il Comune di Catania  la gratificò, inoltre, di una pensione di 9 ducati mensili, pensione che, più tardi, venne tramutata in una gratifica, «una tantum», di 216 ducati.
Peppa passò il resto della sua vita comportandosi degnamente nel nuovo ruolo assunto, felice di poter fumare la pipa e giocare a tresette nelle bettole, tra un bicchierotto e l’altro di vino paesano.
Purtroppo, caduta nelle mani degli usurai, pare avesse ceduto la pensione e quel che restava dei 216 ducati avuti in cambio del suo coraggio. Morì a Messina il 20 settembre 1900 (per alcuni, nel 1884).
Questa popolana, analfabeta e scapestrata, simbolo della partecipazione popolare spontanea all’insurrezione contro i Borboni, fu la risposta più istintiva della vendetta popolare contro i “birri”, “dazieri”, “esattori del macino”.
Di lei parlarono in termini esaltanti i corrispondenti dei giornali stranieri (Inglesi e francesi) che seguivano le imprese di Garibaldi e dalle gesta di questa donna sono nate anche recenti rappresentazioni teatrali e canzoni.
I barcellonesi le dedicarono una lapide ed un monumento, oggi situato di fronte al Municipio, (Palazzo Longano) in memoria del suo gesto eroico.
Il cannone e’ conservato nel museo civico di Catania.

Fabio Marletta

Giocando a carte nell’osteria
e con indosso vesti maschili,
Peppa ricorda con nostalgia
le sue passate gesta virili;
col viso sfatto per il vaiolo,
ella una rozza pipa di legno
fuma e ripete con voce fiera
sempre un racconto, sempre uno solo:
perché si chiami “la Cannoniera”
dacché l’Italia divenne un regno.