Giorno: agosto 7, 2011

Il “Maestro di piazza” a Messina

Nel settecento a Messina, esisteva una carica particolare, una sorta di sceriffo, garante dell’ordine, del decoro civico, dell’igiene e di super visore dei prezzi e delle speculazioni.
Notizie relative a questa carica, si hanno già sul finire del XVI secolo: per la quale era consuetudine, di proporre allo scopo, uno dei giurati uscenti. Agli inizi del XVIII secolo, durante i primi anni, ritroviamo la carica, del Mastro di Piazza.
Il suo ruolo era basato, di presidiare le vie e gli slarghi cittadini, dove il popolino svolgeva le rispettive attività quotidiane. L’aneddotica storica sul ruolo di questo sovrintendente del civico palazzo, è molto ricca soprattutto in questo inizio di secolo, dove la città era risorta, dopo la fase critica dei rivolgimenti antispagnoli. Attraverso la cronaca del Cuneo, è possibile di rintracciare la figura di questo Mastro di Piazza, dove ce lo descrive in maniera netta.
“…costui andava spesso per le piazze pubbliche sopra un cavallo, per dar reparo all’inconvenienti e disordini che vi erano: fare stare li botegari nel loro sito e in quel luogo e quanto gli ne toccava e gli era stato assegnato; ordinare che le piazze stiano con ordinanza e fossero tenute nette e pulite. E se da botegari o facchini non era obedito, provedeva alla carcerazione.”
Egli praticamente, aveva un potere e una libertà d’azione, tipica delle moderne forze dell’ordine. Qusta organizzazione , era riuscita a inculcare al popolo, il dovere di rispettare le regole essenziali evitando che i comportamenti collettivi, potessero nuocere alla collettività: l’angusto spazio urbano, entro il quale prendeva luogo la città, e l’alta concentrazione demografica, le strade strette e tortuose, soffocavano il libero scambio dall’esterno della città verso l’interno, ostacolando il transito fra i calli sempre più angusti. L’igiene, altro cruccio, in realtà civiche come Messina, era un bene irrinunciabile, capace di cagionare la salute pubblica se per le molteplici condizioni di disagio, non la si imponeva. Ecco che, la posizione di potere e di merito riscosso dal Mastro di Piazza, poteva portare quel funzionario a degli eccessi. Sempre il Cuneo nella sua cronaca ci descriveva:
“…[il Mastro di Piazza] passando dalla piazza dell’Uccellatore vidde un vendegalline che spiumava una gallina fuori dalla sua bottega e aveva sporcato la strada. Gli diede ordine che annettasse e pulizzasse quanto aveva sporcato; ritornò a passare di li a buona pezza e vedendo che il luogo era più lordo di prima lo sgridò, lo riprese; e come non hai annettato, li disse: questo luogo anzi è peggiore. Il gallinaro invece di parlarli mite, li rispose impertinente. Il Mastro di Piazza stizzatosi, con un colpo di pugnale lo privò di vita.”
Una scena simile è certamente forte anche ai giorni nostri. Ma l’uso delle armi era alquanto necessario, in un’epoca in cui il sopruso, era visto come una regola, quasi un diritto: e questo gendarme particolare che aveva avuto il privilegio dell’abito senatoriale, si sentiva in dovere di applicare una legge, a volte sopra le parti poiché, in essa vedeva il principio della autorità, intesa a ragione, a vantaggio di tutti, contro il tornaconto di pochi.
Ma, il vero cruccio dei cittadini che avevano a che lagnarsi di questo funzionario, erano le multe che questi subivano, sulla loro mancanza: quella di non mettere la “ cintura di sicurezza.”
Un aspetto della modernità che può salvare anche la vita all’automobilista, quando incappa alla guida della sua autovettura, nella mancanza della cintura di sicurezza. Infatti, al tempo dell’ufficio del Maestro di Piazza v’era anche questa funzione, quello di fare rispettare quest’obbligo. Messina possedeva nel passato tanti record, e fra quelli, vi era pure, l’imposizione dell’uso della cintura di sicurezza trecento anni prima della sua invenzione.
Sempre dalla cronaca di Giuseppe Cuneo:
“…ha di più il Maestro di Piazza per ufficio, che le cavalcature che entrano nella città vadino con il loro freno o capestro e che non stijno ferme sole, acciò non faccino danno e ritrovandole cossì, o che fermate hanno [ la corda del freno disciolta] e non tenuta a mano o legata a qualche porta, sono in pena di pagare poca somma di denari. Li poveri villani spesso spesso capitano in questa disgraziata pena.”
Altro che un mal vezzo moderno; a Messina, portare la cavalcatura con la cintura slacciata né era la regola. E quella miseria di tassa pecuniaria di poca entità, ripetuta troppe volte nel tempo, era diventata una vera e propria piaga sociale.
Se dessimo a Cesare, quel che è di Cesare, dovremmo convenire che il mestiere di Maestro di Piazza era una grande responsabilità.

Alessandro Fumia

Recensione del libro di Biagio Cardia‏: “Alla ricerca della tomba di Antonello da Messina”

Ho letto il libro Biagio Cardia, che raccoglie le varie ipotesi sull’ubicazione della tomba di Antonello da Messina. Biagio, così mi piace chiamarlo, in quanto mio “antico” compagno di scuola elementare al Principe di Piemonte, ha fatto un’opera meritoria, che si aggiunge a quelle che su questo argomento, hanno ricercato e scritto, dimostrando, lui, pittore e fotografo raffinato, il suo amore per questa città di Messina, che anche nel nome e nel ricordo del Grande Antonello, cerca vie di riscatto e di ripresa culturale, sociale ed economica, che oramai non può ritardare, pena la definitiva decadenza e marginalizzazione.
Il libro è un compendio di ricerche e testimonianze, che arricchiscono la conoscenza di chi legge sul periodo della vita di Antonello da Messina, sull’arte antonelliana, su aspetti inediti della sua vita privata ed anche famigliare, sul suo rapporto con la città di Messina e con la Religione.

Biagio Cardia

Quasi sicuramente, non si riuscirà mai a trovare una tomba di Antonello da Messina, ma, oramai, è assodato che il Grande pittore sia morto ed abbia trovato sepoltura a Messina, e questo fatto chiude per sempre l’ipotesi veneziana, sostenuta a suo tempo da Giorgio Vasari nella sua:”Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori “pubblicato nel 1550, in cui si accreditava che Antonello fosse stato sepolto a Venezia, in base ad una lapide trascritta, in cui non si evidenzia il posto di sepoltura, lapide sicuramente letta a Messina, nella chiesa di Santa Maria del Gesù Superiore, al Ritiro.A me la questione centrale irrisolta sembra questa, poichè tutto si deve imperniare sul fatto che non vi è stato mai un vero e proprio monumento funerario ad Antonello in nessuna chiesa messinese, nessuna testimonianza storica ci parla di ciò, ma…nessuno ci parla di una lapide, vicina alla sepoltura comune o alla cripta della chiesa stessa, ed allora IO FACCIO UN’IPOTESI :

IL GIALLO DELLA LAPIDE TRAFUGATA

Si sa che quando un personaggio noto o facoltoso, veniva inumato col voto dell’umiltà e della povertà, come dettò Antonello, nel testamento, i famigliari, ponevano in prossimità della sepoltura, fosse essa Cripta o fossa comune, una piccola lapide di marmo con i dati identificativi del personaggio stesso, data di nascita e morte, luogo di nascita e morte…ma se qualcuno avesse avuto l’intenzione, per ragioni di campanilismo di scombinare le carte come fece il Vasari nel suo scritto succitato, la lapide identificativa si doveva trafugare e fare scomparire, qualcuno venne da Venezia e rubò la lapide, l’asportò, poichè pensava che fosse l’unico documento pubblico attestante la sepoltura a Messina, io immagino, quasi vedo un marinaio veneziano che furtivamente asporta la listella di marmo e la fa scomparire sul legno veneziano in partenza per Venezia…
Questa potrebbe essere una spiegazione al fatto che non ci sia stata tramandata nessuna testimonianza di una iscrizione, non pensiamo ad un monumento funebre, sarebbe stato impensabile, dato che Antonello dettò il modo così umile di volere essere sepolto…questa è materia di scrittori o sceneggiatori, l’argomento e l’episodio è abbastanza suggestivo per farne un racconto o una sceneggiatura teatrale.

Antonio Cattino