Mese: agosto 2011

Considerazioni su La Corte Cailler etnografo

Gaetano La Corte Cailler

Gaetano La Corte Cailler, nella sua poliedrica ed inesauribile attività di erudito, presenta diverse sfaccettature: non si sa veramente quale sottoporre come la più rappresentativa.
Fu cultore d’arte, bibliofilo, musicista, etnografo, cultore di storia patria. Basta scorrere la bibliografia delle sue opere presentata per materia dal Bottari in “Archivio Storico Messinese” (1933) per rendersi conto della vastità di interessi di questo Messinese che sulla sua città tutto annotava: opere d’arte, manifestazioni popolari, politiche, tradizioni popolari. E questo amore per Messina fa di lui un ricercatore attento; egli conserva e annota tutto, dalla locandina al biglietto del tram, dall’invito ad una festa ad un delibera municipale, dal manifesto al trafiletto del giornale.
Al popolo egli si avvicinò con un distacco aristocratico ed, in questa dimensione, ci presenta nei suoi diari le manifestazioni popolari. Gaetano La Corte Cailler fu il “Visore” della sua epoca. Più che le sue pubblicazioni, per la conoscenza del Nostro sono preziosi i diari manoscritti conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Messina. Essi vanno, con pause a volte di mesi, a volta di un intero anno, dal 1893 al marzo del 1912. Leggendoli si ha la sensazione che non siano i diari di La Corte Cailler ma di “una città”.
La Corte Cailler era presente e parte attiva a tutte le manifestazioni popolari e culturali di Messina. Fu socio della Filodrammatica “Pietro Cossa” (se ne conserva un invito ad una festa di beneficenza), dell’Accademia Peloritana, da cui ebbe l’incarico di riordinare la Biblioteca (5 giugno 1899), redattore del giornale “L’Ordine” (5 giugno 1899) e contemporaneamente è presente, con i suoi articoli, in tutti i giornali dell’epoca quali “L’Imparziale”, “L’Iride Mamertina”, “L’Aquila Latina”, “Politica e Commercio”, “Corriere di Messina”, “Fede e avvenire”, “Il Risveglio” ecc.
Ma veniamo alla parte che interessa particolarmente le nostre ricerche: le tradizioni popolari, l’etnografia. Una parte interessante dei diari è quella che riguarda le processioni che vengono descritte in tutti i particolari. Sfogliamo qualche pagina: 25 Giugno 1898, pago 25 e segg. “Ricorrendo ieri San Giovanni si fa una sontuosa festa lungo la via dell’Ospedale e Cardines. Inizia stamattina con lo sparo di grosse bombe e durerà tutto domani, con festoni, bandierine e lumi colorati”.
Segue (1898):” … la Festa della Giudecca è davvero bellissima, con bandiere, festoni e tre palchi di musica in uno dei quali suonerà la banda del 94 o Reggimento diretta dal Maestro Ettore Ricci. La festa comincia alle Quattro Fontane e ha termine allo sbocco di Via Varese ove c’è un fuoco pirotecnico grandioso, in piazza Giudecca all’angolo sinistro salendo si presenta un bell’ altare con un quadretto di San Giovanni… per questa festa il Pastificio “Città di Messina” diretto dai Sigg. Arnò e Caliri distribuì ai poveri 120 razioni di pane da 1/2 Kg”. La descrizione integrale del manoscritto ci immette direttamente visualmente in una festa di cento anni fa.
Si potrebbe continuare all’infinito perché infinite sono le notizie che ci propone il nostro autore. Però quale di questo materiale utilizzare? Pochi ricordano, ad esempio, che al Monte di Pietà si faceva il giro delle “Quarant’ore” con grande partecipazione di popolo (2 gennaio 1899). Altra processione quella del Cristo Risorto con la Madonna che viene incontro al Figlio col vestito bianco e non con quello nero dell’Addolorata (2 aprile 1898). Iconograficamente è un momento della Resurrezione che si riscontra in diversi paesi della Sicilia. A San Cataldo, per esempio, (prov. Caltanissetta) i “San Pauluni” , 12 Apostoli enormi, con la testa grossa, vanno incontro alla Madonna prima vestita di nero ad annunziare la morte del figlio, poi vestita di bianco ad annunziare la Resurrezione.
Ma veniamo alla Fiera e alla Festa di Mezz’agosto. La Corte Cailler scrisse moltissimo e vi è una precisa bibliografia in merito.
Voglio soltanto, in breve, ricordare un avvenimento riportato nel quaderno IX del Diario riguardante il “Ceppo” della “Bara”, ceppo che in quell’epoca (1905) era custodito in S. Maria Alemanna. Scrive il La Corte: “Un tale Marino ottenne dal R. Commissario di togliere il “Ceppo” della “Bara” dall’Alemanna e di riporvi la Carrozza Senatoria. Il Ceppo fu portato accanto l’antica fontanina, al Muriceddu, e lasciato lì all’aperto …. Alcuni politicanti allora assoldano alcuni pregiudicati e fanno correre la voce che la Madonna, indignata dal trattamento fatto al suo “Ceppo”, comparve in sogno ad un giovanetto ammalato di tisi. Venne stampato un foglio volante e, verso le 4 di mattina, il popolo, aizzato dai pregiudicati, traina il ceppo preceduto da una bandiera con lo stemma di Messina e lo riporta all’Alemanna. Tenta di buttare fuori le carrozze senatorie ma per fortuna il ceppo non poteva più entrare perché la porta era stata ristretta e bisognava abbattere l’arco … il popolo riporta il Ceppo davanti al Municipio nella piazza dove c’era gran folla. Gli animi si scaldano, sopravvenne però un temporale, il Ceppo ricollocato a posto e la Madonna fu contenta … “.
In tema di “Corsi e Ricorsi” oggi si può dire che il problema sorto allora del Ceppo si ripropone. Infatti  a pag. 4 de “La Gazzetta del Sud” del 9 Giugno 1983 una lettera firmata dal “Comitato Vara” che fa presente che il Ceppo, che risale al 1535, è ospitato sotto una tettoia di tubi Innocenti assieme ai cassonetti della N.U. alla fine di Via Fata Morgana lato monte. Questo insieme, ceppo e N.U. evidentemente è poco gradito.
Per quanto riguarda la festa di Mezz’Agosto in Messina il La Corte Cailler, dopo il terremoto del 1908, curò la pubblicazione del prezioso volume Feste di Mezz ‘Agosto per la Città risorta, sotto gli auspici del Governo Nazionale Fascista 13-14-15 Agosto 1926 (Anno III), sottotitolo: Il Ferragosto in Messina attraverso i tempi – Storia – folklore, per Gaetano La Corte Cailler – Editrice Tip. F. D’Angelo e Figlio – Messina, Via Annunziata Is. 330. In questo volumetto, oltreal programma dei festeggiamenti, gli elenchi dei componenti i Comitati per le Feste, l’appello alla cittadinanza (luglio 1926), leggiamo: “La Notificazione di Mons. Angelo Arcivescovo che inneggia alla festa come celebrazione di rinascita”, e la copia della delibera per il restauro della Var e dei Giganti. Lo scrittore passa quindi alle ricerche storiche.
Non stiamo qui a riportare cose note. Ricordiamo tuttalpiù le manifestazioni collaterali della Festa quali gli “Apparati” delle strade, i Carri allegorici con canti e suoni, le Corse dei Palii alla Marina, le Regate nel porto, le Corse dei “barberi” (1663), cioè dei cavalli fatti venire dalla Barberia, ai cui fianchi erano attaccati dei pungiglioni. A tali corse si assisteva dai balconi della Palazzata. Le famiglie dei nobili erano invitate dal Sindaco a godersi la corsa dal Palazzo Senatorio. Animatissimo il passeggio con le “luminarie” e i “trasparenti” (quelle pitture che collocate sugli sbocchi delle vie e, illuminate a tempo, riuscivano di magnifico effetto). I “trasparenti” venivano eseguiti da pittori valenti quali ad esempio Michele Panebianco che nel 1863 dipinse l’Arrivo della Sacra Lettera.
Altra attrattiva: la Galera, un naviglio costruito a spese del clero e fatto navigare in una grande vasca ovale di 55 mt. Che si allargava nel piano di San Giovanni (Villa Mazzini).
Il “rullu di tammuri” che si vendevano dappertutto rallegrava la festa e i “tammurari” facevano affari. Il La Corte Cailler riporta una poesia di Micio Bossa:

“Sunnu liganti assai li tammureddi
chi vinninu, missinisi, stamatina … “

Un vecchio poeta Letterio De Matteo precisa:

“Tu vidi ntra sta festa i Mezzaustu
tutti li fimminazzi ncappiddati
e puri li mugghieri d’u spazzinu
chi fanno mbrogghi di tutti i lati
ppi nesciri e vidiri lu Fistinu.”

Altra particolarità del “Fistinu” era la “Cavalcata Storica” (pag. 21, voI. cit.), già effettuata la prima volta nel 1902, che ripropone una delle ricche cavalcate dei Cavalieri della Stella, ordine fondato nel 1595 per la difesa della città contro i turchi.
A ricordo di quest’ordine, abbattuto il Palazzo Brunaccini, nel cui vasto atrio i Cavalieri si esercitavano, resta la bella “Baretta d’argento col Sacro Capello”. Corona degnamente la festa il tradizionale pranzo di Mezz’Agosto a base di “galletti”:

Poveri bestii
poveri nnucenti
Pi vui la genti
non ha pietà (Micio Bossa 1903)”.

La pasta “ncaciata”, i “nzuddi” (biscotti a base di farina, mandorle e zucchero) e il mellone coronano felicemente la festa.
La “Vara” distrutta dal terremoto del 1908 venne rifatta da un vecchio messinese sopravvissuto, certo Letterio Santoro, antico meccanico della Vara, successo al padre che a sua volta era stato il custode del montaggio dei pezzi.
Di La Corte Cailler, in tema di tradizioni popolari, è utile ricordare un suo articolo Burle, facezie e motti di monelli in Messina nel sec. XVII, Palermo, Tipi del Giornale di Sicilia, 1902. Questo libretto è nato dallo studio da parte del La Corte Cailler dei manoscritti dell’Abate Giuseppe Cuneo:
Avvenimenti della Nobile città di Messina occorsi dallo 15 Agosto 1695 nel quale giorno si promulga la Scala Franca con le tavole infine delle cose notabili. Dai 4 Volumi manoscritti del Cuneo il La Corte ha attinto notizie che noi a nostra volta recepiamo e trasmettiamo come in una catena … culturale. Quale sarà stato il primo anello?

Messina tra Ottocento e Novecento

Alla fine dell’800, quando Gaetano La Corte Cailler cominciò ad operare, Messina viveva una delle sue piu brillanti stagioni.
Si era da poco pervenuti all’Unità d’Italia e, malgrado la perdita del privilegio del Porto Franco, la città era in grande sviluppo. Città non grande, strettamente a misura d’uomo (contava 147.106 abitanti all’alba del secolo, mentre la più grande città d’Italia, che era Napoli, ne contava 547.503).
Lo speciale regime di franchigie aveva attirato molti capitali stranieri che avevano reso la città un vero e proprio emporio commerciale. I diversi banchi privati favorivano ogni iniziativa commerciale ed industriale, consentendo appunto che attività, già artigianali, venissero ad assurgere a vere e proprie attività industriali. Oltre all’industria della seta si ebbero veri e proprii opifici industriali per la lavorazione dei filati e tessuti di cotone, concerie, saponifici, fabbriche di cremor di tartaro, di estratto di sommacco (legate strettamente all’industria conciaria), alimentari come pasta e biscotto per le navi, letti in ferro ed in rame, mobili, guanti, finimenti in cuoio, carri e carrozze, ecc. A questo si aggiunga il movimento portuale che vide il suo massimo splendore, proprio nell’ultimo ventennio del secolo, con una marineria, anche velica, che portava lavoro per tutti.
È oggi impensabile ed indescrivibile, la massa di lavoro e di benessere che ne ricavava la città che era tutta protesa attorno al suo porto. Le necessità erano immense e c’era lavoro per tutti. Le navi si dovevano rifornire dagli alimentari alle verdure fresche, cordami, vernici, parti metalliche, vele e bandiere, fanali; insomma una infinità di prodotti che sarebbe impossibile descrivere.
Altra massa di lavoro veniva dalle opere pubbliche che si andavano realizzando. Si era posto mano al piano regolatore Spadaro con la creazione dei quartieri nuovi che erano quelli dal Piano di Terranova sino al torrente, poi via Santa Cecilia. Era tutta la zona nuova, allora creata attorno a piazza San Martino, più tardi detta Piazza Cairoli. Si erano costruite le ferrovie sicule: Messina/Giardini/Catania e la più impegnativa Messina/Cefalù/Palermo con i grandi lavori del Ponte sul Camaro, Galleria Peloritana, Ponte Gallo; mentre erano in corso i lavori per la realizzazione dei Magazzini Generali, del Bacino di Carenaggio (il primo costruito in Sicilia) e si terminavano i grandi lavori delle fortificazioni umbertine che guarnivano di “forti” tutte le colline del messinese e della dirimpettaia costa calabra. Si costruiva anche l’acquedotto della Santissima.
L’hinterland o retroterra di Messina era la Calabria. Tutti indistintamente i prodotti della Calabria affluivano a Messina per essere manipolati o semplicemente commercializzati per trovare collocazione oltremare.
Come accennato, si costruirono i Magazzini Generali ed il Bacino di Carenaggio, che sono stati realizzati nella città a spese dello Stato per indennizzare la stessa dalla perdita del porto franco. Si volle celebrare il completamento dei Magazzini con la grande esposizione che risultò una rassegna dell’ operosità di Messina.
La città era anche piazzaforte di prima classe per cui era presente una forte guarnigione, base navale,. ecc. compreso un fiorente Collegio Militare che veniva soppresso poco prima del 1908.
Era tale il prestigio che godeva Messina all’inizio del secolo da venire scelta quale sede del II congresso dei Sindaci d’Italia che, auspice il sindaco Martino e sotto la Presidenza del Sindaco di Milano, si tenne nel 1902 nei grandi saloni della Società Operaia. Proprio in quella occasione, il Comune si rese promotore della edizione di quella Guida che doveva divenire famosa e preziosa, perché rappresentò il canto del cigno di Messina, prima di sparire per sempre. E tale Guida fu dovuta, principalmente, all’opera di Gaetano La Corte Cailler del quale ci occupiamo.
Egli si muoveva nell’ambiente che è stato solo tratteggiato.
Ambiente tranquillo di una città onesta di gloria ed immersa nel benessere. Città ricca di opere d’arte accumulatesi nei secoli per cui si pensava a renderla sempre più bella ed accogliente trasformando piazze, sistemando ville, tracciando nuove strade e cercando di recuperare e conservare ai posteri quanto veniva a rendersi disponibile a seguito dello scorporo dei beni monastici per cui una massa ingente di opere d’arte si rese disponibile e permise l’incremento del Civico Museo di San Gregorio dove operò largamente appunto il La Corte. Proprio nel 1900 nacque, sotto i migliori auspicii questa Società Messinese di Storia Patria che vide fra i suoi fondatori proprio il La Corte Calller il quale iniziò, già nel suo primo numero, la collaborazione nella gloriosa rassegna sociale. Altri parlerà a questo riguardo, altri dirà quale è stata la collaborazione data dal La Corte al sodalizio che ebbe per primo Presidente il Prof. Giacomo Tropea, nonché collaboratori del livello del Prof. Oliva, di Lodovico Perroni-Grande, del barone Giuseppe Arena Primo, Giacomo Galatti, Gioacchino Chinigò, Giacomo Macrì, Virgilio Saccà, il notaio Luigi Martino e Francesco Guardione.
Come detto, la città era a misura d’uomo ed il La Corte vi si muoveva a suo agio. La vita si svolgeva tranquilla in uno spazio circoscritto. L’orgoglio cittadino era la cosidetta “palazzata”, celebre in tutto il Mediterraneo. Questa era una fila di sontuosi ed armoniosi palazzi, formanti un tutt’uno, in quanto fra loro collegati con le cosidette “porte” che lasciavano libero il passaggio a tutte le vie che dal centro cittadino scendevano sino al mare.
La “palazzata” era relativamente recente in quanto ricostruita – e peraltro non completata -dopo il disastro del 1783 che aveva distrutto quella precedente, opera di Simone Gulfi e di Iacopo Del Duca che aveva realizzato il Palazzo Senatorio. In essa avevano sede i più importanti ufficii aventi attinenza con il porto; varii alberghi (Trinacria, Bellevue, ecc.) nonché lussuosi appartamenti abitati dai pili facoltosi cittadini nonché dalla residua nobiltà. Tutto era improntato ad una signorilità che incuteva rispetto.
Davanti alla Palazzata vi era un magnifico mercato coperto, interamente costruito in ghisa nel 1864 ed in detto mercato, le dovizie del mare non inquinato e la ricchezza delle campagne circonvicine, facevano affluire ogni ben di Dio e “fare la spesa” per i messinesi era un vero e proprio rito.
Lungo la cosidetta “Marina” sorgeva la maestosa fontana del Nettuno e, davanti al portone del Palazzo Municipale, c’era un elegante sbarcatoio semicircolare, tutto bianco di marmi ed adornato di due grandi leoni ricavati dai basamenti dei distrutti monumenti a Carlo III e Francesco I.
La sistemazione l’aveva curata l’architetto Giacomo Fiore.
Vi passava la tranvia Messina-Barcellona, mentre la cittadinanza ottenne di non farvi passare la più ingombrante ferrovia per Palermo, deviata mediante il “curvone” di Gazzi, alle spalle della città, per cui si rese appunto necessaria la costruzione del Ponte sul Camaro, la grande Galleria Peloritana ed il viadotto di Ponte Gallo. Le spese furono notevoli, ma si salvò una delle zone più belle del mondo, di allora.
Le strade interne erano una più bella dell’altra: via Garibaldi che andava dal Largo delle Anime del Purgatorio sino a poco oltre Piazza Ottagona con la bella fontana di Carlo Falconieri piazzatavi nel 1842. La Chiesa delle Anime del Purgatorio, di patronato della famiglia Loffredo, era prospiciente alla esistente abside dei Catalani e chiudeva la via Garibaldi dal lato Sud. A Nord finiva, come detto, a Piazza Ottagona che non avendo subito spostamenti è uno dei punti di riferimento tuttora validi.
Poco a monte scorreva il corso Cavour o Strada del Corso come si continuò a chiamarla. Strada un po’ tortuosa, ma ricca dei negozii più eleganti e che seguiva presso a poco l’attuale tracciato. Andava dalla villa Mazzini al Ponte Ospedale, dove appunto, c’era un primo tratto coperto del Torrente Portalegni.
Dal Largo delle Anime del Purgatorio, proprio all’altezza dei Catalani, partiva la lunga e popolare Via Cardines che aveva bonificato l’antica Giudecca. Intersecava leggermente a sbieco la via I Settembre, formando il grazioso quadrivio delle Quattro Fontane che lo avevano realizzato fra il 1600 ed il 1700 gli artisti Buceti, messinese, e Magnani, toscano ed altri.
Andando verso sud, la Via Cardines, lasciava sulla destra la vecchia Porta della Zecca, già gloria dei Messinesi e subito dopo c’era il Tempio di San Filippo Neri. Nell’annesso collegio, dopo lo scorporo dei beni monastici, venne allogato l’Istituto Tecnico Jaci, mentre i filippini nella sagrestia della Chiesa tenevano un piccolo osservatorio astronomico che a mezzogiorno in punto lasciava scendere una nera palla che serviva da segnale all’artigliere che dalla Cittadella lasciava partire un colpo di cannone per dare l’ora esatta.
La strada proseguiva sino al Tempio della Maddalena dopo aver lasciato sulla sinistra il Grande Ospedale e proseguiva verso la periferia sud.
A monte del Corso Cavour c’era la via Monasteri (ora XXIV maggio) che era la strada principale della Messina medioevale.
Lungo il suo corso sorgevano varie chiese e conventi racchiudenti tesori d’arte inestimabili, tanto da indurre, alla fine del 1700, il pittore Filippo Hackert, venuto qua a ritrarre il porto per incarico di Ferdinando I, a scrivere un volumetto sui tesori d’arte che aveva visto nella città appena uscita dal disastro del 1783.
Venendo da Nord c’era la Chiesa di San Matteo con la grande cupola del Maffei poi la Casa Pia, la Chiesa e Convento di San Francesco d’Assisi le cui absidi furono riprodotte in più di un quadro di Antonello da Messina che abitava in quei pressi. All’angolo con il piccolo torrente Boccetta c’era la cinquecentesca Chiesa di Santa Maria della Scala dalla bellissima facciata bugnata. All’angolo opposto c’era l’ottocentesca Chiesa di Santa Chiara ivi trasferita dalla zona di Terranova dopo i fatti del 1848 ed era opera di Leone Savoja. Più avanti, Chiesa e Convento di Montevergine, più avanti ancora il Monte di Pietà, mentre nel lato mare c’era il Teatro della Munizione, vero tempio messinese dell’arte e che ospitò fra l’altro Vincenzo Bellini.
Proseguendo ancora verso sud, attraverso un vico letto si accedeva alla terrazza e quindi al Convento ed alla Chiesa di San Gregorio. Non grande, ma di una bellezza ed una ricchezza, veramente rare. Le tarsie marmoree erano veramente favolose e tutte opera di botteghe messinesi. Lo scorporo dei beni monastici aveva trasformato il convento in scuole e museo, dove appunto già operava il La Corte Cailler. Dalla terrazza antistante tale chiesa, si vuole che Wolfango Goethe, si sia ispirato per la famosa ballata della “Mignon”.
La più grande piazza cittadina era quella del Duomo, tutta cinta di palazzi bellissimi ed adornata dalla esistente fontana di Orione la quale venne ivi collocata nel ‘500 in perfetto asse con la via Austria (ora I settembre). Oggi può sembrare fuori posto, ma non lo è, anche perché faceva pendant con il monumento a Carlo II distrutto nel 1848. Il vero “salotto” di Messina era la piazza del Municipio, priva di monumenti perché quelli esistenti erano stati rimossi, ma sistemata a palmizi provenienti dalle piti belle ville di Messina; e tornando verso nord c’era la piazzetta di San Giovanni di Malta e c’erano naturalmente le vie e piazze popolari, il magnifico Viale Principe Amedeo, la Piazza Vittoria con a fianco il Giardino a Mare o Chalet come amavano chiamarlo i messinesi. La città era splendidamente illuminata a gas e già apparivano le prime artistiche lampade elettriche. C’erano sempre aperti i due grandi Teatri (Vittorio Emanuele e Munizione) nonché teatri minori, specie estivi, e le prime piccole sale cinematografiche.
Purtroppo il 1908 doveva dare un colpo mortale a tutto.
In pochi secondi ogni cosa doveva cambiare a seguito della sparizione di ricchezze immense e tesori d’arte inestimabili.
Tutto fu travolto sino al risorgere della città baraccata che andava occupando tutti gli spazii liberi e tutta la zona sud del vecchio perimetro abitato. I vari comitati di soccorso fecero a gara nel dare aiuti. I primi insediamenti si ebbero nella zona di San Martino dove sorse Michelopoli dal nome del deputato clericale Micheli. Sorse il grande baraccamento detto degli” americani”, le baracche svizzere, le baracche romane, il quartiere Lombardo, i vari orfanotrofii (Lombardo, Regina Elena, ecc.) e poi, la scuola Verona-Trento, l’Ospedale donato dal Piemonte e così di seguito.
Il La Corte si mosse nella nuova Messina. Lottò disperatamente con i “ricostruttori”. Egli che da vero messinese vedeva distruggere con la dinamite quanto non aveva distrutto la natura, scrisse centinaja e centinaja di articoli. Inveì contro tutti, si battè per la conservazione della palazzata, per la conservazione, almeno del palazzo municipale. Scrisse contro chi fece distruggere con la dinamite San Giovanni di Malta, annotando scrupolosamente che si era fatto in modo di far esplodere le mine verso l’interno della chiesa per non lasciare traccia di quanto vi esisteva. Annotò pure con entusiasmo i passi che si facevano per la ricostruzione, quando veniva tracciata una strada, quando veniva inaugurato un nuovo ricostruito palazzo od una chiesa sino a quando, in ancora relativamente giovane età lasciava tutto, ma almeno ha avuto la fortuna di veder ricostruito il Duomo dopo l’avvenuto ripristino delle feste di mezz’agosto per le quali si era energicamente battuto.

(tratto dal volume 41° della Società Messinese di Storia Patria, a cura del Prof. Vittorio Di Paola)

Carlo Falconieri, architetto e critico d’arte

Nato a Messina il 20 ottobre 1806, fu un grande architetto e critico d’arte, di fama riconosciuta in tutta Europa.
Figlio di Natale Falconieri, commerciante, e Marta La Conti, mostrò già da giovane l’interesse sia per gli studi letterari (seguendo gli insegnamenti del fratello maggiore Giuseppe), che per quelli artistici, in particolar modo per il disegno e per l’architettura.
Compì i suoi primi studi a Messina, formandosi presso la scuola «Regio Collegio Carolino» del pittore Letterio Subba. Quando nel 25 marzo 1821 Messina insorse ribellandosi alla sovranità borbonica, il giovane ribelle e avventuriero non esitò a partecipare alle prime sollevazioni liberali.
Appena ventenne, Falconieri si segnalò da subito come uno degli allievi di maggiore talento, ottenendo la nomina a socio ordinario nella classe di lettere e arti dell’Accademia Peloritana.
Nel 1828 debuttò come scrittore d’arte, pubblicando a Firenze un sapiente e dettagliato studio su un affresco del Seicento del pittore Andrea Suppa, conservato nella chiesa messinese della Santissima Annunziata dei Teatini (Dissertazione sopra un dipinto a fresco di Andrea Suppa). Per il Falconieri fu l’inizio della sua intensa e polemica attività di pubblicista, oltre che di teorico e critico, rivolta su temi architettonici e storico-artistici, che s’affiancherà all’attività di architetto per tutto l’arco della sua vita.
Dotato di un ingegno eclettico e vivace, pronto a recepire le novità e i mutamenti del gusto, aderì alle poetiche neoclassiche, interpretate con misura e rigore, adattandole alle tendenze del neogotico.
Nel 1830 si trasferì a Roma per perfezionarsi negli studi architettonici e per esercitarsi nel disegnare le antichità classiche e i più celebrati monumenti del Cinquecento.
Tra i suoi primi lavori si ricordano una ricca serie di studi sui monumenti antichi di Roma (il Pantheon, il teatro di Marcello, il Colosseo, le terme di Caracalla, l’arco di Tito, la colonna Traiana, i templi della Concordia e della Fortuna Virile, ecc….) e su alcuni palazzi (palazzo Massimi, Farnese, alla Cancelleria, ecc….), oltre ai disegni di interni di chiese e dei più famosi monumenti funerari del Medioevo e del Cinquecento esistenti a Napoli.
Inseritosi ben presto nell’ambiente artistico e letterario romano, il Falconieri strinse amicizia con il pittore Camuccini, esponente autorevole del neoclassicismo di derivazione accademica.
Collaborò insieme agli architetti Francesco Gasperoni e Giuseppe Servi alla fondazione de “il Tiberino”, giornale d’informazione e critica artistica che aveva l’intento dichiarato di difendere il neoclassicismo e condannare il romanticismo “che minaccia dì attossicare la pianta della nostra arte”.
Nel 1833 progettò un cimitero monumentale a Napoli e mai realizzato, improntato ai rigidi canoni dell’architettura neoclassica, con un largo uso di colonnati, emicicli, cupole emisferiche ed altri elementi decorativi di derivazione classica.
Durante la sua permanenza a Napoli, continuò la sua attività di scrittore: “Memoria intorno il rinvenimento delle ossa di Raffaello Sanzio”,“Memoria intorno alla vita e alle opere di Bartolomeo Pinelli” (1835) e “ il Ponte di Rialto in Venezia” (1838).
Nel 1838 il Falconieri partecipò al concorso per il progetto per la costruzione del primo grande teatro in Sicilia, denominato “Santa Elisabetta di Messina” (in omaggio alla regina Elisabetta di Aragona), oggi Teatro Vittorio Emanuele. Vi presero parte anche altri architetti messinesi quali Mallandrino, Brigandi e Subba, ma fu poi il napoletano Pietro Valente ad aggiudicarsi l’incarico, appoggiato dal presidente della commissione Antonio Niccolini, uomo di origine toscana ma napoletano d’adozione.
Durante la realizzazione del suddetto teatro, Carlo Falconieri vi lavorò comunque, pur con la nomina ad “architetto dei dettagli”. Nel giro di pochi anni, però, gli vennero affidati dal Municipio di Messina diversi altri lavori (forse per intervento diretto del governo borbonico).
Scrisse a Messina nel 1840 un testo monografico “Ricerche intorno al bello dell’architettura dedotte dall’estetica, dalla storia, e dai monumenti “, inserendo brevi riflessioni sullo stato di allora dell’architettura in Italia. Nel 1842, fu incaricato dal Senato di progettare una “macchina”, in stile neogotico, per eseguire i fuochi pirotecnici, in occasione dei solenni festeggiamenti per i 18 secoli di devozione della città di Messina al culto della Madonna della Lettera.
Nello stesso anno progettò una fontana monumentale celebrativa, posta inizialmente a piazza Ottagona in borgo S. Leone (oggi piazza Juvarra), in marmo. Finita di realizzare l’anno successivo, dopo che fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1908, venne rimossa dall’ubicazione originaria e trasportata in frammenti al Museo nazionale per essere poi restaurata nel 1957. Spostata nella piazza Basicò, dove si trova tuttora, venne denominata Fontana Falconieri.
Riprendendo lo schema cinquecentesco a vasche sovrapposte, ha una vasca centrale, di forma ottagonale, contornata da altre quattro piccole vasche sormontate da figure mostruose in ghisa con il corpo di cavallo marino e con le teste, rispettivamente, di uomo, di uccello, di pesce e di leone. Al centro un alto basamento marmoreo, riccamente ornato con motivi fitomorfi, sorregge una vasca più piccola sulla quale si erge una stele con elementi decorativi compositi.
Carlo Falconieri progettò altre opere per Messina, molte delle quali sono purtroppo andate distrutte col terremoto del 1908, fra cui si ricordano:
-il palazzo del Peculio Frumentario, con prospetto ad emiciclo;
-il tempietto di stile ionico (1839), a pianta rotonda, destinato ad accogliere al centro il monumento a Francesco Maurolico (1857) dello scultore messinese G. Prinzi, realizzato all’interno della villa Flora, oggi denominata villa Mazzini;
– la villa–castello che realizzò per Tommaso Landi nel 1847, su un’altura che dominava il Torrente Boccetta.
Quest’ultima opera è tuttora esistente, sebbene alquanto rimaneggiato e soffocato da costruzioni di epoca recente e rappresenta forse la sua opera messinese più bella.
Si tratta di una sorta di originale villa in stile neogotico di derivazione siculo-catalana, come egli stesso chiarisce in una lettera al committente del 1872, caratterizzata dalle merlature, dalle lesene traforate e dalle torricelle esagonali agli angoli del corpo centrale dell’edificio, in cui sono chiaramente ripresi alcuni elementi decorativi da edifici quattrocenteschi taorminesi e da alcune bifore gotiche del Duomo di Messina.
I lavori di costruzione di questo villino furono eseguiti solo in minima parte sotto la sua direzione; proseguiti da altri dopo il 1847 e fino al 1850 e poi sospesi per un lungo periodo fino a che nel 1872 alcuni particolari, come la scala interna, vennero studiati e realizzati dall’architetto messinese Savoja con l’approvazione del Falconieri.
Proprio in quel periodo riaffiora in lui ancora una volta la sua indole ribelle di autentico patriota e, nel 1848, è fra le barricate a combattere durante i moti rivoluzionari messinesi antiborbonici.
Con la restaurazione borbonica, fu costretto a fuggire in esilio prima in Francia e poi, per circa quattro anni, andò a risiedere a Londra. Accompagnato dai suoi intensi studi e ricerche, pare che Falconieri eseguì lavori a Buckingam Palace e che progettò anche un imponente e scenografico cimitero che non fu mai realizzato.
Ritornato in Italia, passò alcuni anni tra la Liguria e il Piemonte, realizzando parecchi edifici pubblici e privati a Genova e Torino. In particolare, vinse il concorso bandito dall’Accademia Albertina di Torino per la costruzione del progetto del teatro lirico di Savona, i cui lavori, iniziati nel novembre 1850 sotto la direzione dell’architetto savonese Cortese, vennero portati a termine nel 1853.
Fu inaugurato nell’ottobre del 1853 con l’”Attila” di Giuseppe Verdi e intitolato a Gabriello Chibrera (1552 – 1638), massimo poeta savonese.
Centro di tutte le attività musicali di Savona, il teatro è caratterizzato da un’imponente facciata neoclassica. Il prospetto del teatro è dominato da un imponente pronao a due ordini con frontone decorato da altorilievi, che introduce nell’atrio, scandito da colonne doriche, e nell’ampia e armoniosa sala, con forti colonne corinzie che delimitano il boccascena. La sala è a ferro di cavallo con tre ordini di palco e loggione.
Il governo nazionale gli affidò successivamente l’incarico di Ispettore generale del Genio civile, in qualità di ingegnere architetto, e lo nominò membro del Consiglio superiore dei Lavori pubblici.
Quando, per ordine di Napoleone III, Firenze divenne la capitale del Regno d’Italia, fu necessario preparare un’aula sulle rive dell’Arno ai deputati ed ai senatori. Il Ministro dei lavori pubblici Stefano Jacini affidò a Carlo Falconieri, con decreto del 24 novembre 1864, la commissione di dirigere e sorvegliare i lavori di adattamento del Palazzo Vecchio e del Teatro Medici agli Uffizi, sedi delle due Assemblee legislative e di altri uffici governativi (Ministero degli Esteri, Prefettura, Corte d’Appello, Corte suprema di Cassazione, Direzione del Lotto).
Tale incarico gli suscitò invidie e gelosie nell’ambiente fiorentino, tanto che venne accusato di “falsità strumentale” , sebbene i lavori fossero stati eseguiti nei tempi prescritti e rispettando gli impegni di spesa.
Nel 1865 stampò nella tipografia della Gazzetta di Firenze un opuscolo “Intorno alla novella Camera dei Deputati, ragioni di Carlo Falconieri”, dove ammise che, nel concepire il suo disegno dell’aula parlamentare, “Firenze non fosse altro che una tappa per condurlo a Roma, al sospirato compimento delle nazionali aspirazioni”.
Per avere commesso frodi e peculati nel dirigere tali lavori, venne arrestato, processato e condannato dalla corte d’assise di Firenze a tre anni e mezzo di carcere, con sentenza del 21 agosto 1867.
La sua posizione era stata aggravata dal tentativo di corruzione di un funzionario della prefettura, incaricato dell’inchiesta, e della fuga con la quale aveva cercato, senza riuscirvi, di evitare l’arresto. Il ministro Jacini ottenne la condanna per diffamazione di un giornale che aveva tentato di coinvolgerlo nello scandalo. Dopo una lunga controversia legale con il Regio Demanio, la Corte dei Conti rigettò il ricorso del Demanio, scagionandolo da ogni accusa.
In quella occasione più di 800 messinesi (intellettuali, politici e cittadini comuni), in segno di stima e di affettuoso sostegno, sottoscrissero un attestato di solidarietà all’illustre concittadino, che lo stesso Falconieri ricambiò, nella dedica della “Vita di Vincenzo Camuccini…”, sua ultima pubblicazione data alle stampe a Roma nel 1875, con queste parole:
“Alla diletta patria Messina che sdegnosa guardò il lutto del suo vecchio esule artista oggi su di lui lieta riversa un tesoro di affetto pel recuperato onore questo umile lavoro nella piena del cuore commosso offre riverente e consacra”.
Non si hanno altre notizie della sua attività fino alla morte, in quanto molti dei suoi progetti sono andati dispersi. Rimangono però le testimonianze scritte e le poche opere realizzate che consentono di inserire la personalità del Falconieri, fra le più interessanti, nel campo architettonico dell’Ottocento, in ambito meridionale.
Morì a Roma il 15 marzo 1891, trovando sepoltura nel Campo Verano, lontano dalla sua Messina, a cui egli era fortemente legato e verso cui riuscì comunque a donare un forte ed operoso contributo.

Fabio Marletta

Centro di Studi Storici e Promozione Culturale “Virtus et Sapientia”

Il Centro di Studi Storici e Promozione Culturale “Virtus et sapientia” è un’associazione nata da un’idea di Armando Donato e di Antonino Teramo.
Lo scopo è quello di incentivare il turismo culturale e di valorizzare le risorse culturali e paesaggistiche di Messina e della sua Provincia utilizzando a pieno titolo le professionalità dei soci e di quanti si prefiggano gli stessi obiettivi e siano disposti a collaborare.
La cultura, intesa come risorsa, non è sfruttata dal settore pubblico per creare occupazione e tutelare i resti del passato. Per questo è necessario un impegno concreto di chi ha le competenze per riempire il vuoto di idee e di azioni in questo settore importantissimo che non può essere assolutamente trascurato.
Il nome dell’Associazione contiene un invito alla correttezza morale: la sapienza, intesa come conoscenza nella continua ricerca della verità, deve essere accompagnata dalle virtù per poter essere davvero completa.
Nella simbologia del logo, rappresentato in uno scudo araldico, sono concentrate tutte le intenzioni appena espresse.
L’Associazione ha come obiettivo lo sviluppo, la diffusione e l’organizzazione di attività culturali comprese quelle escursionistiche, didattiche e ricreative che concorrono a favorire lo sviluppo della cultura storica, della valorizzazione del territorio e della difesa dell’ambiente.
In particolar modo l’Associazione vuole:
– promuovere lo sviluppo del turismo culturale e la valorizzazione storico culturale del territorio di Messina e della sua Provincia attraverso la proposta di idee e mediante iniziative concrete;
– incentivare l’investimento di risorse materiali e umane per il turismo culturale;
– promuovere la cultura in ogni suo aspetto, compresa la lingua italiana ed il dialetto siciliano, le tradizioni religiose, le tradizioni popolari, la musica, l’arte, le tradizioni culinarie;
– valorizzare e conservare ma anche produrre cultura mediante l’organizzazione o la partecipazioni a convegni, seminari, corsi, incontri, escursioni, mostre e tutto quanto sia utile alla realizzazione delle finalità sociali;
– promuovere e favorire lo sviluppo dell’ escursionismo nel suo complesso, ovvero le attività relative alle visite guidate, manifestazioni escursionistiche, sentieristica, trekking, nel rispetto della natura e delle tradizioni locali, promuovendo tutto quanto necessario per assicurare l’informazione e la divulgazione;
– in modo particolare si occuperà dello studio e della valorizzazione di appositi percorsi dall’elevato contenuto storico, ricchi di testimonianze e vestigia ancora esistenti;
– effettuare studi e ricerche storiche in tutti i settori: storia e achitettura militare, araldica, numismatica e tutti gli ambiti della ricerca storica che sono utili al raggiungimento dei fini sociali;
– curare la pubblicazione di notiziari, riviste, bollettini, guide, mappe e ogni altro materiale anche in forma digitale e tramite internet, destinato a divulgare la conoscenza del territorio, dell’ambiente, dell’escursionismo e del patrimonio storico di Messina e Provincia;
– collaborare con enti e associazioni operanti nel settore culturale, storico militare e della rievocazione storica;
– eventualmente gestire e procedere alla manutenzione di immobili storici, sentieri, rifugi, manufatti, e attrezzature varie e quanto attinente alla realizzazione degli scopi dell’Associazione.
Il sito internet dell’Associazione “Virtus et sapientia”, si trova all’indirizzo: http://vesmessina.altervista.org

Luigi Rizzo

Nato a Milazzo, in provincia di Messina, l’ 8 ottobre 1887, apparteneva a una famiglia di grandi tradizioni patriottiche e marinare:
-suo nonno si era arruolato nel 1848 tra i militi della « Patria risorgente »;
-suo zio, appena diciassettenne, aveva seguito Garibaldi sbarcato coi Mille a Marsala;
-suo padre (da comandante) e il fratello maggiore appartenevano alla marina mercantile.
Da quel verde promontorio, il piccolo Luigi aveva cominciato a guardare il mare e dalla famiglia aveva assorbito la tradizione patriottica. A già 8 anni si trovava a bordo come a casa propria. Dieci anni più tardi conseguiva la licenza d’onore presso l’istituto nautico di Messina.
A vent’anni fu ammesso all’Accademia Navale di Livorno per la frequenza del Corso Allievi Ufficiali di Complemento e l’anno successivo conseguì la nomina a Guardiamarina. Cominciò la sua carriera di navigante nel 1910, prestando servizio come capitano e pilota alle dipendenze della Commissione internazionale dei Danubio, a Sulina, in Romania.
Un giorno uscì a salvare un piroscafo che stava per naufragare durante la tempesta, meritando la prima medaglia al valore civile e nel 1912 ebbe la promozione a Sottotenente di Vascello della Riserva. Partecipò al conflitto Italo-turco (1911-1912) per il controllo della Libia.
Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale, fu tra i primi a prestar servizio volontario nella Regia Marina, dal giugno 1915 alla fine del 1916, dando da subito dimostrazione di importanti azioni eroiche, per le quali fu anche definito da Gabriele D’Annunzio “il corsaro” e “l’affondatore”.
Nel 1916 aiutò il comandante della piazza, capitano di fregata Alfredo Dentice di Frasso, nel cercare di rendere inoffensiva una torpedine austriaca che si era arenata sulla spiaggia. Servì ad accrescere il prestigio dell’Italia e gli valsero la sua prima medaglia d’argento al valor militare.
Per il sangue freddo e l’intraprendenza, fu ben presto trasferito nella neonata squadriglia di difesa marittima, sezione di Grado, prendendo parte a varie missioni di guerra con i gradi di comandante. Iniziò una lunga serie di scorribande notturne nel golfo di Trieste, in faccia alla città che trepidava per essere a sua volta liberata.
Durante un’azione contro quattro torpedinieri austriaci catturò… un dentice decapitato dall’esplosione di una bomba proprio a pochi metri dal suo Mas (motobarca o motoscafo armato silurante).  Al ritorno, ornò la preda con fiocchi tricolori e la inviò al duca d’Aosta, popolarissimo comandante della III Armata, la cui ala destra era schierata fino a Grado.
Nel maggio 1917 cattura due aviatori austriaci finiti in mare con un idrovolante ammarato per avaria, rimase impassibile col suo motoscafo sotto il fuoco incrociato di batterie e aeroplani nemici.
Tra un’impresa e l’altra, ebbe poche ore di permesso per sposare la fidanzata e, subito dopo, accompagnando all’imbarco su un mezzo per Venezia la sposa, tornò al comando dei suoi Mas poiché era in atto un’offensiva austriaca.
L’obiettivo in programma era tra i più ambiziosi: centrare coi siluri la corazzata “Wien”, orgoglio della flotta austroungarica, che difendeva la rada di Trieste pronta a minacciare le nostre unità.
Rizzo si preparò con cura, passando notti di perlustrazioni, di prove e rilevamenti. Infine, al comando del Mas 9, la notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917 penetrò nella rada di Trieste. Centrata da un paio di siluri, la «Wien» esplose, cominciando subito ad affondare. Il giovane comandante, tornato indenne alla base, ebbe accoglienze trionfali, la prima medaglia d’oro al valore militare e la sospirata, anche se ritardata, luna di miele.
Nello stesso mese, per le missioni compiute nella difesa delle foci del Piave venne promosso tenente di vascello per meriti di guerra, ottenendo il passaggio in s.p.e. (servizio permanente effettivo).
Nel febbraio successivo partecipò con Costanzo Ciano e Gabriele D’Annunzio alla beffa di Buccari, riprendendo con le incursioni e le snervanti attese notturne.
Il 10 giugno 1918, al largo di Premuda, vi si svolse un’altra azione leggendaria: l’attacco e l’ affondamento della corazzata Szent István (Santo Stefano). Per tale azione, Luigi Rizzo venne insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, che rifiutò in quanto di ferventi idee repubblicane. La decorazione venne perciò tramutata in Medaglia d’oro al valor militare con R.D. 27 maggio 1923.
Servì a vendicare la tragedia di Caporetto e l’umiliazione di Lissa, (in cui morì lo zio di Rizzo), stabilendo la nostra superiorità navale sugli austriaci, che avevano avuto la supremazia e si stavano preparando a dare la definitiva spallata sul Piave.
Esplose un entusiasmo popolare verso quest’uomo che, con due gusci di legno, era riuscito a penetrare nello schieramento di una possente e numerosa squadra di giganti d’acciaio, silurando due di quelle corazzate che orgogliosamente si definivano dreadnoughts (“che non teme nulla”), affondandone una uscendone illeso e irridente.
L’importanza di quell’evento viene ogni 10 giugno sottolineata in tutta Italia con la cosiddetta Festa della Marina. Il suo Mas 15 viene tuttora conservato a Roma, al Museo Storico del Risorgimento di Piazza Venezia (al Vittoriano).
Al termine del primo conflitto mondiale si ritroverà nuovamente, al fianco di Gabriele d’Annunzio quale volontario fiumano nel 1919.
Nel 1920 avanzò domanda per essere dispensato dal servizio attivo, con il grado di capitano di fregata. Tornato a indossare gli abiti borghesi, ebbe vari incarichi di prestigio nelle fila della marina mercantile: da presidente della società di navigazione Eolia di Messina (nel 1929) a presidente dei Lloyd Triestino. Si dedicò alla moglie e ai figli (Giacomo, Guglielmina, Giorgio) nella sua casa a Pegli, ma nel suo petto pulsava sempre il cuore del guerriero.
Nel 1936 si offrì volontario per la campagna in Africa Orientale, per il conflitto Italo-Etiopico ricevendo in cambio la nomina ad ammiraglio di divisione per meriti eccezionali.
Ricevette dal Re Vittorio Emanuele IlI il titolo di conte di Grado e le chiavi della città, che da secoli non erano state offerte ad alcuno, con Regio Decreto di Concessione del 25 ottobre 1932, e RR.LL.PP. del 20 giugno 1935. Il predicato di Premuda venne aggiunto al titolo comitale di Grado con R.D. motu proprio di Concessione del 20 ottobre 1941.
Il 10 giugno 1940, scoppiata la seconda guerra mondiale, ebbe il comando dei caccia‑antisommergibili, con il grado di ammiraglio di squadra nella riserva navale. Si vide puntualmente bocciate le sue documentate proposte per organizzare scientificamente la lotta contro i predatori degli abissi: mancavano i mezzi. Ai colleghi ripeteva che Napoleone per vincere sosteneva servissero in guerra, tre cose: denaro, denaro, denaro.
Promosso ammiraglio di squadra nella Riserva Navale, l’8 settembre 1943 quale presidente dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico, divenuto di dominio pubblico l’avvenuto armistizio con gli alleati, ordinò di far affondare le navi mercantili « Duilio » e « Giulio Cesare » per evitare che cadessero in mano ai tedeschi.
Fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Klagenfurt, dove apprese che il figlio Giorgio, ventiduenne, comandante di una squadriglia Mas, era rimasto ucciso da una bomba di stukas durante i drammatici giorni dell’armistizio. Il leggendario eroe della grande guerra, fedele al governo legittimo, era un prigioniero «scomodo » per i nazisti, che 4 mesi più tardi lo destinarono al campo di concentramento di Hirschegg, vicino al lago di Costanza.
Un lager per ospiti illustri quali Nitti, la duchessa d’Aosta, Irene  di Grecia e Anna di Francia. Ebbe il conforto d’essere raggiunto dalla figlia Guglielmina, che aveva chiesto e incredibilmente ottenuto il «   privilegio» di dividere le sue sofferenze.
Liberato nel maggio 1945 dalle truppe francesi del generale De Lattre de Tassigny, trovò in Italia più ostilità che braccia aperte. Dovette perfino subire un processo di epurazione con l’accusa, risultata del tutto infondata, di aver tratto profitto dal regime fascista. Inutili amarezze dopo tante sofferenze e un continuo, disinteressato prodigarsi per il paese.
Seguiranno per Rizzo anni di amarezze e di solitudine: dapprima, l’arresto durante l’occupazione tedesca per aver difeso i Cantieri triestini e i loro lavoratori, la prigionia e il confino in Austria; quindi, dopo la guerra, il procedimento davanti alla Commissione per l’epurazione, concluso con il pieno proscioglimento e il riconoscimento da parte della Marina militare di un comportamento “conforme alle leggi dell’onore”. Ma resteranno la perdita delle cariche, l’isolamento, l’oblio: un solo articolo di giornale in occasione del trentennale di Premuda, e poi più nulla.
Subì in silenzio, senza provocare scandali, sfogandosi soltanto con gli amici rimasti tali. Certo, nessuno avrebbe mai potuto distruggere il suo passato. Passò gli ultimi mesi della sua vita a Roma per curarsi da un male, con l’aiuto del professor Raffaele Paolucci, protagonista con lui e il maggiore del genio navale Raffaele Rossetti dell’affondamento nel porto di Pola della corazzata austriaca  « Viribus Unitis » (1 novembre 1918, nel porto di Pola).
In un primo momento sembrava una piccola e banale lesione. Si accertò, invece, l’esistenza di un tumore al polmone e bisognava asportare. Dopo l’intervento l’ammiraglio si riprese con rapidità, poté alzarsi e passeggiare, telefonare al nipotino Francesco, figlio di Guglielmina, a Milazzo. Disse: «Provo la stessa sensazione di quando rientravo alla base coi mio Mas dopo essere stato sotto il fuoco dei nemico ».
Purtroppo, nei giorni successivi venne preso da crisi invincibili di sonnolenza. Il tumore aveva raggiunto il cervello. Due mesi dopo l’intervento chirurgico, Luigi Rizzo morì il 27 giugno 1951, chiudendo la sua vita nel silenzio. A Milazzo, per i funerali, c’erano tutti i suoi compagni superstiti, sia della prima sia della seconda guerra mondiale. Qualche mese prima diceva:
“Meglio morire una volta per tutte che questo lento e penoso morire di ogni giorno. Qualcuno mi rimprovera di non essere morto sul campo di battaglia, ma è proprio lì che io avrei preferito morire, sul mio MAS, magari subito dopo l’affondamento della Santo Stefano, piuttosto che assistere a ciò che oggi vedo in tutte le piazze italiane…” E di rimando Paolucci gli rispose “Ma tu non morirai mai perché tu sei la storia della Marina Militare di questi ultimi trent’anni e la storia non si può cancellare con un tratto di gomma.”
Per capire quanto siano state grandi le sue celebri imprese, riassumiamo il seguente lungo curriculum ricco  di premi e decorazioni ricevute in Italia e all’estero, con alcune motivazioni.

ONORIFICENZE ITALIANE

·Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
·2 Medaglia d’oro al valor militare:
“Per la grande serenità ed abilità professionale e pel mirabile eroismo dimostrato nella brillante, ardita ed efficace operazione da lui guidata, di attacco e di distruzione di una nave nemica entro la munita rada di Trieste “;
“Comandante di una sezione di piccole siluranti in perlustrazione nelle acque di Dalmazia, nella notte del 10 giugno 1918 avvistava una poderosa forza navale nemica composta di due corazzate e numerosi cacciatorpediniere e, senza esitare, noncurante del grande rischi, dirigeva immediatamente con le sezioni all’attacco. Attraversava con incredibile audacia e somma perizia militare e marinaresca la linea fortissima delle scorte, e lanciava due siluri contro una delle corazzate nemiche, colpendola ripetutamente in modo da affondarla. Liberarsi con grande abilità dal cerchio di cacciatorpediniere che da ogni lato gli sbarravano il cammino e, inseguito e cannoneggiato da uno di essi, con il lancio di una bomba di profondità, lo faceva desistere dall’inseguimento danneggiandolo gravemente.»
·4 Medaglia d’argento al valor militare :
«Per le numerose prove di arditezza e di iniziativa date durante varie azioni guerresche in mare come osservatore di idrovolanti e perché, avendo ricevuto ordine di recare ad una squadriglia di torpediniere delle informazione sull’ubicazione di galleggianti nemici, si offriva di pilotare la squadriglia stessa in una importante azione guerresca, contribuendo col suo ardimento e la sua abilità tecnica alla buona riuscita dell’operazione in Alto Adriatico” ;
«Per essersi trattenuto con un motoscafo sotto il tiro delle batterie nemiche,non curando il vivo fuoco d’artiglieria e gli attacchi dall’alto per effettuare la cattura di aviatori nemici in Alto Adriatico”;
«Per le belle qualità militari dimostrate nelle numerose missioni di guerra compiute in ventinove mesi di servizio presso la difesa di Grado come comandante di una squadriglia MAS e per il contegno calmo, sereno e sprezzante del pericolo tenuto durante il ripiegamento lungo il litorale Nord Adriatico”;
«Comandante di unità sottile dava prova di sereno coraggio nell’audace attacco al naviglio nemico nella lontana e munita baia di Buccari nel febbraio 1918” – in commutazione della medaglia di bronzo al valore militare concessa con R.D. 21-5-1918 per lo stesso fatto.

·2  Croci di guerra al valor militare  (in commutazione di altrettanti Croci di guerra al merito).
·Medaglia di benemerenza per i volontari delle operazioni in Africa Orientale 1935-1936.
·4  Medaglie commemorative :
della guerra italo-austriaca 1915–1918 (4 anni di campagna) ;
del periodo bellico 1940–43 (2 anni di campagna);
dell’Unità d’Italia;
italiana della vittoria

ONORIFICENZE STRANIERE

·Ufficiale dell’Ordine della Legione d’onore (Francia) «In seguito a conferimento di Croix de guerre»
·Croce d’argento dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
·Compagno del Distinguished Service Order (Regno Unito)
·Croix de Guerre francese del 1914–1918 (2 volte)
·Croix de Guerre belga del 1914-1918
·Navy Distinguished Service Medal (Stati Uniti d’America)
A Trieste gli è stata dedicata la diga foranea del Vallone di Muggia. La Marina Militare, fra i tanti onori resigli, ha anche dedicato a Rizzo una Fregata, mille tributi all’Eroe milazzese che vale la pena ancora ricordare, per le generazioni future.
Anche nella sua natìa Milazzo, dopo 10 anni dalla morte, il 27 giugno 1965 venne inaugurato il monumento all’Eroe ed eretto un busto nell’Istituto nautico di Messina, in cui egli aveva studiato.
L’intervista rilasciata in quei giorni dalla moglie di Luigi Rizzo, venne titolata  proprio con queste sue parole: “Era nato soldato, ma odiava la guerra tanto da non donare mai ai figli giocattoli che la ricordassero.”

Fabio Marletta

Per una edizione dei frammenti della “Tabula Halaesina”

Zona Archeologica di Halaesa Archonidea

Nel rinnovato fervore degli studi e degli interessi per il mondo siceliota, significativamente testimoniato dal succedersi di Convegni, nazionali ed internazionali a Palermo, Siracusa, e Catania, ci sembra di particolare importanza riproporre all’attenzione degli studiosi della Sicilia antica, sensibili soprattutto a problemi di storia economica e sociale, l’esame di un documento, la nota iscrizione fondiaria di Halaesa 1, la cui utilizzazione si rivela, a tale scopo, fondamentale.
L’importante documento epigrafico si compone di tre frammenti di diseguale lunghezza, rinvenuti in età diverse tra le rovine dell’antica Halaesa, nella contrada S. Maria di PaIate del comune di Tusa (Messina). Il primo e più grande frammento della iscrizione fu ritrovato nel 1558: esso risultava inciso su due colonne parallele, di diseguale lunghezza (essendo la pietra mutila sia nella parte superiore come in quella inferiore), rispettivamente di 71 linee quella di sinistra, 88 linee quella di destra.
Questo frammento fu conservato per qualche tempo a Messina, in possesso di Alfonso Ruiz, Conservatore del regno e del nipote di questi, Giovanni Ventimiglia; passò poi a Palermo, nel Collegio dei PP. Gesuiti; a seguito di non chiare vicende se ne sono perdute le tracce. Oggi, per noi, è leggibile solo nell’apografo del Gualterio, che trascrisse il testo direttamente dalla pietra. Un altro apografo che ne aveva già tratto il Ruiz è andato perduto.
La tabula Halaesina, come è noto, contiene la descrizione di appezzamenti di terreno da affittare, suddivisi in lotti minuziosamente delimitati con l’accurata indicazione dei confini naturali ed artificiali: fossati, pietre terminali, alberi, colline, boschi, strade, corsi d’acqua di varia portata, ivi compreso il fiume Aleso, ed ancora edifici pubbici, privati, sacri.
Analoghe indicazioni si ritrovano in un secondo frammento, rinvenuto nel 1885 nella medesima contrada e forse non ancora perduto nel 1929. 2
Anch’esso risultava inciso su due colonne, entrambe mutile, con 24 linee superstiti in quella di sinistra e 18 in quella di destra. Oggi è anch’esso scomparso; ma è per noi ben leggibile in una splendida tavola fototipica, di grandezza quasi pari al naturale, allegata alla prima pubblicazione che, del frammento ne fece Vincenzo Di Giovanni 3.
Sembra appartenere alla medesima tabula un terzo frammento di sole 12 linee superstiti, rinvenuto, sempre nel medesimo sito, in data più recente, ma non precisata, pubblicato per la prima volta nel 1961 da Salvatore Calderone 4. Conterrebbe, a giudizio dell’editore (ed è molto probabile), «una parte delle disposizioni generali relative alle modalità di pagamento degli affitti, alle magistrature incaricate dell’esazione dei canoni, agli organi addetti all’assegnazione dei lotti o alla risoluzione di controversie» 5. A quest’ultimo più breve frammento è toccata miglior sorte che ai precedenti: è ancora visibile nelle sale del Rettorato dell’Università di Messina.
Tale importante, se pur frammentaria iscrizione, per molta parte, come si è detto, forse irrimediabilmente perduta, non ha avuto la stessa fortuna ed abbondanza di studi e di edizioni, che sono toccati in sorte ad analoghi e più celebri testi epigrafici greci. Pensiamo alle tavole di Eraclea di Lucania, alle tavolette dell’Olympieion di Locri, alle tavole di Tauromenion.
Causa ne è forse, il fatto che chi si accinge a studiarla non ha la possibilità, ed il piacere, di una immediata lettura sulla pietra, sicché più arduo e meno sicuro diventa ogni tentativo di ricostruzione e di interpretazione del testo. Eppure per la storia economica e sociale, costituzionale e linguistica di Halaesa greca e romana, riproposta all’attenzione degli studiosi dagli scavi recenti ripresi dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa ed affidati all’amico e collega Giacomo Scibona 6, uno studio globale dei frammenti della Tabula Halaesina, si impone ormai.
Dobbiamo al Prof. Salvatore Calderone il suggerimento, (alla Prof. Sebastiana Consolo Langher il successivo pronto incoraggiamento), di raccogliere tali clisiecta membra.
Ci proponiamo di offrirne uno studio sistematico e completo, che si comporrà, oltre che della edizione critica dei tre frammenti, di una traduzione italiana, tutt’oggi mancante, se si esclude il tentativo, sempre valido, ma incompleto, di Umberto Sicca 7.
Il lavoro si presenta piuttosto arduo: sebbene la descrizione dei vari lotti sia condotta sulla base di formule semplici, che si ripetono monotone, tuttavia la presenza di numerosi termini di uso molto raro, peculiari del linguaggio tecnico gromatico e, solo in minima parte, confrontabili con termini consimili, ricorrenti in ambito siceliota e magno-greco (affinità di linguaggio si riscontrano soprattutto con le tavole di Eraclea di Lucania), impone una serie di accurati controlli lessicali, i più ampi possibili, sul materiale documentario a nostra disposizione.
Tale esame, necessariamente preliminare ad ogni possibile intelligenza del testo, dovrebbe offrirei, noi speriamo, anche qualche valida indicazione per una probabile cronologia, non solo della età della epigrafe (a tal uopo, solo in parte, può soccorrerei l’esame della forma delle lettere dell’unico frammento superstite), ma, soprattutto, una cronologia dei fatti ivi contenuti.
La suddivisione di terreni da affittare, prospettata dalla tabula Halaesina, si presenta infatti come una delle tante operazioni di rilevamento catastale e di ordinamento della proprietà terriera, di cui è costellata la storia della Sicilia e della Magna Grecia fin da epoca arcaica (VI sec. a. C.). E poichè la documentazione epigrafica è frammentaria e mutila (nessuno dei tre frammenti della tabula ci ha conservato il praescriptum), nè risultano di particolare ausilio le poverissime e saltuarie notizie reperibili presso gli storici antichi, appare difficile ascrivere i frammenti dell’epigrafe ad un periodo ben definito della storia di Halaesa: le datazioni proposte oscillano tra II e I sec. a. C.
1 L’ultima edizione è in V. ARANGIO RUIZ – A. OLIVI ERI, Inscriptiones Graecae Siciliae et infimae I taliae ad ius pertine11tes, Roma 1965 (Rist. anast. dell’ed., Milano 1925), pp. 47-61.
2 Acl esso, probabilmente, fa riferimento G. M. COLUMBA, Alesa, in «Eh, II (1929)_
3 In «ASS», X, (1885), pp … 123-128.
4 In «Kokalos» VII (1961), pp. 3-15.
5 S. CALDERONE, art. cii., p. 6
6 Gli scavi di Halaesa, in «SICILIA», Assessorato Turismo Regione Siciliana, nr. 76, 1975, pp. 89-96; IID., s. v. Halaisa, in «The Princeton Encyclopedia of Classical Sites», a cura di R. STILLWELL, W. L. MAcDoNALD, M. H. McALLISTER, Princeton, 1976, p. 374.
7 Grammatica delle iscrizioni doriche della Sicilia, Arpino 1924, pp. 211-231.

Antonina Cascio, combattente e patriota messinese

Fu, insieme a Rosa Donato, altra eroina del Risorgimento, calcando la strada della ribellione popolare contro il regime borbonoico a Messina.
La città dello Stretto ha avuto nella sua storia altre donne che prestarono la loro combattività nelle lotte per la libertà: basti pensare alle leggendarie Dina e Clarenza eroine dell’assedio francese del 1282…..la canzone coeva recita proprio il ruolo delle donne in quell’assedio :

“..Deh com’egli è gran pietate
Delle donne di Messina,
Veggendole scapigliate
portar pietre e calcina.
Iddio gli dea briga e travaglio
A chi Messina vuol guastare.”

Le poche righe riguardanti Antonina Cascio sono idealmente dedicate, oltre che a lei ovviamente, alle duecento donne messinesi che la seguirono in coraggiose imprese, a prescindere dagli ideali e dalle motivazioni che le spinsero a combattere. Antonina creò un corpo paramilitare formato da sole donne, che combatté al fianco degli uomini messinesi nelle guerriglie organizzate contro i Borboni. Furono chiamate “i passiunarie” e, in una battaglia combattuta durante i moti del 1820-21, riuscirono ad avere la meglio sui soldati del Palazzo Reale, respinti a colpi di sassi e bastoni. In quell’occasione Antonina Cascio riuscì perfino ad impadronirsi delle insegne reali dell’edificio. Prese parte, sempre insieme al suo battaglione “rosa” ai moti del 1848 e del 1860 e si dice che fu tra le prime ad accogliere Garibaldi a Messina. Secondo alcune voci, la donna si spense ultracentenaria (pare avesse 108 anni) nella sua casa di Giostra, godendosi la nazione per la quale aveva a lungo combattuto.

Antonio Cattino