Mese: luglio 2011

La panificazione a Messina

La questione della panificazione a Messina, ha avuto alti e bassi, dove la popolazione più volte ebbe sospettato che i giurati, se non lo stesso Senato cospirassero verso il popolo. La querelle della speculazione sul commercio del frumento, aveva lasciato numerose testimonianze speculative in ogni tempo. Una lacuna dovuta alle continue necessità, provocata dall’infelice posizione geografica della città del Peloro, povera di latifondo e terreni da coltivare, portando più volte sull’orlo della rovina la sua popolazione.
Gli echi di tanta tribolazione, e i dissapori fra la plebe e il governo furono costanti. La memoria diventa più alta se accompagnata dal canto, così che, la ripetuta cantilena, si riproponeva ogni volta che la gente avvertiva più bisogno di questa merce.

Focu dattigghiria di Rraineri
Arditi a tutti fe li catipani,
E alli giurati mi ccinccappa a frevi
Chi nunni vonnu crisciri lu pani.

Sunnu uniti cu li panitteri
nunza e menza ndi levunu di pani,
cci fannu lu frabbullu a li so mugghieri
supra lu sangu di li cristiani.

Il 18 maggio 1669, il Senato di Messina impose ai panettieri, di vendere il pane a peso e non a coppia. Poiché i compratori, dovevano restare contenti; mentre il venditore non soggiaceva a un simile richiamo, speculando sulla forma che poteva prevedere, una pagnotta media e una alquanto piccola.
Agli inizi dell’anno 1702, fu concesso alla popolazione di potere panificare in casa per il proprio uso. Malgrsado ciò, le speculazioni non cessavano. Nel 1753, il Senato di Messina, si assunse l’onere, di panificare privatamente punendo quei panettieri che si ostinavano in quella frode.

Alessandro Fumia

Il Monte Dinnammare

Il Monte Dinnammare (1130 mt), è il monte più importante della catena dei monti peloritani, esso ospita sulla sua cima il santuario della Madonna detta Bimaris,poichè dall’alto del Monte si gode uno stupendo panorama che spazia dallo stretto di Messina,ai due mari, lo Jonio a Est, ed il Tirreno ad Ovest.
Precedentemente vi era forse un Tempio di  Nettuno…in quanto i peloritani erano nominati e conosciuti come i Monti Neptunii, esso invece il Monte veniva chiamato in epoca Romana Mons Porphyrionis, per il suo colore brunastro specie nelle giornate di umidità, colore dato dalle rocce ferrose di cui si forma il Monte.
Sul suo Nome attuale, che risente di una cieca e sprovveduta italianizzazione operata dai cartografi militari piemontesi, “Infatti, lo stesso monte intorno al III secolo d. C. aveva specificatamente un nome, ricordato addirittura da alcuni scrittori dell’antichità, nominandolo come il mons Porphyrionis, alias il monte rosso bruno immaginato, portatore di tempesta; in quanto, durante la perigliosa navigazione nello Stretto di Messina, appariva possente, lugubre e maestoso, tingersi di un color rossastro indice di arcane maligne sensazioni. ANTENNAMMARE” c’è da dire che si farebbe bene a chiamarlo Tinnamare o Dinnammare, ciò per seguire sia la tradizione storica popolare, sia per accogliere i recenti studi e ricerche storiche
PRENDENDO SPUNTO DAL LIBRO LA VARA a Messina di Alessandro Fumia e Franz Riccobono, alla nota 7 con riferimento al nome Dinnamari ossia un nome Mariano della chiesa Bizantina presente in esso già a partire dal VI d. C.: la voce è antichissima in quanto, si compone della combinazione di due radici nominali il Dinna (si scriveva Thynna utilizzando la lettera greca theta) e particolarmente rivolta ai fedeli di Maria Vergine (quelli dipendenti all’antico popolo dei Thyni) cioè i Bitini, segnalati con il nome latino medievale che sarà quello che ne celebra la nazionalità = Bìtini. Associato al nome della Madre di Dio all’uso siriano la Mar-i ossia, Maria: ottenendo in tal modo il relativo Thynna mar-i quindi, traducibile in Maria dei Thyni cioè, Maria regina di Bìtinia.
E’ interessante sapere, riferisce lo Storico Alessandro Fumia, che a Cumia superiore esiste un quadro della Madona sotto l’appellativo di Maria regina di Bitinia del primo settecento, di cui non si conosce nè la storia nè il motivo per il quale, si ricorda quella chiesa con l’istesso valore epitomiale. Ebbene, quel quadro e la sua storia, sono legate a un eremo mariano del VI secolo d.C. a quanto sembra dimenticato da tutti; hanno perduto la memoria e con essa, il valore nominale dato al nostro monte. Oltretutto, si incomincia a nominare il monte stesso con l’appellativo ntinnamari, specificatamente come il luogo del santuario, utilizzando la particella avverbiale dialettale di ‘n che specifica lo stato in luogo, presente in alcune postille duecentesche e vergati con questo utilizzo, da Bartolomeo de Neocastro alcuni scritti. Infatti, lo stesso monte intorno al III secolo d. C. aveva specificatamente un nprenome, ricordato addirittura da alcuni scrittori dell’antichità, nominandolo come il mons Porphyrionis, alias il monte rosso bruno immaginato, portatore di tempesta; in quanto, durante la perigliosa navigazione nello Stretto di Messina, appariva possente, lugubre e maestoso, tingersi di un color rossastro indice di arcane maligne sensazioni.
Vi è, anche, una tradizione storica popolare, delle valli della Zona Sud: il conquistatore arabo di Messina “Al Din Al Marrar”, che sarebbe poi il GRIFONE della leggenda dei Giganti Mata e Grifone, nell’atto di sbarcare a Gazzi (Al Gaziz: la Vittoria), vide già dal mare questo monte maestoso e selvaggio, se ne innamorò tanto, che dettò di voler essere sepolto, dopo la sua morte ai piedi dello stesso monte, cosa che avvenne per cui il monte avrebbe preso il nome del Condottiero defunto “Al  Din Al Marrar” sicilianizzato “Din ‘a Mmari”, ma questa sarà stata una invenzione dei mussulmani allora imperanti a Messina.
Il monte Dinnammare e il monte per antonomasia di Messina – e’ un simbolo della città, la festa che si celebra nella prima metà di agosto e’ un evento atteso da tutti i villaggi ed i quartieri che sono ubicati alle falde di esso o lungo le fiumare che dal monte nascono.
Il quadro della madonna di Dinnammare viene custodito per tutto l’anno nella chiesa di Larderia ed in agosto,viene portato a spalla, in processione silvestre al santuario di Dinnammare.
La leggenda dice,che il quadro fu portato a riva da due delfini,e raccolto da pescatori di Larderia,fu sistemato nella chiesetta di Dinnammare a protezione dei villaggi pedemontani e della stessa città di Messina e del suo stretto ma poi per ragioni di sicurezza, a causa di un trafugamento, fu sistemato a Larderia.
Qui poi per tutto il mese di Agosto si succedono veri e propri pellegrinaggi di giovani, prevelentemente che marciando tutta la notte, per sentieri antichi e selvaggi, raggiungono verso l’alba la cima del monte, i della zona valle del torrente Gazzi Bordonaro, sono quelli della “Cruci ‘i Cumia” e “dill’acqua frisca” che io ho percorso per alcune volte…. “C’è da fare una considerazione, i messinesi dei villaggi Sud, sono figli diretti del monte, anche a Gazzi, al Dromu, a San Cocimu, al Santu e Pammara, Burdunaru, San Fulippu, Santa Lucia e poi i Cammari, San Paulu, San Paulinu, Bisconti, i Kumii ecc., si sentivano tali.
Allora assistiamo nei fatti, con questi pellegrinaggi alla sovrapposizione di antiche pratiche religiose pagane e pre-pagane degli albori della vita nel sito messinese, è il ritornare alla natura, riscoprire i sentieri, le piante, i ruscelli, i sentieri,gli animali, gli uccelli, le voci ed i silenzi del Monte Padre e Divinità, che da vita con le sue acque, i suoi frutti i suoi animali, è il pellegrinaggio che i Sicani ed Siculi delle valli torrentizie facevano ai Numi naturali,e principalmente all’anima del Monte che era Orione, che dalì lanciò la Falce che si saldò alla riviera messinese formandone il porto; poi alla Ninfa Peloria, di cui sicuramente esisteva sul monte almeno un altare, o a Nettuno durante il periodo Romano, od al “Nume Ignoto” che raccoglieva tutte le antiche divinità e credenze, oramai dimenticate. I pellegrinaggi dei messinesi delle valli del Dinnammare, ripercorrono quegli antichissimi sentieri, ed entrano in simbosi ed in comunione con il Loro Monte – Padre, da almeno 5000 anni.
Chi può, vada alla festa che si celebrerà la seconda Settimana di AGOSTO!!!
Una tradizione che ha sconfitto anche lo iato del Terremoto del 28 Dicembre del 1908 E CHE CONTINUA NEL POPOLO.

Antonio Cattino

La carronata di Portopalo

Il pezzo di artiglieria ritrovato qualche settimana addietro nei fondali di Portopalo di Capo Passero (SR), cosi come ben si evince dal filmato del recupero , è un carronata, ovvero una particolare e corta arma in ferro di grosso calibro a camera conica o cilindro sferica, design tozzo e uno sproporzionato rapporto volata – alesaggio  a favore di quest’ultimo.
Progettata da P. Millar e prodotta per la prima volta  nelle fonderie scozzesi Carron a partire dagli ultimi trenta anni del Settecento, con l’intento di utilizzare artiglierie più precise ed efficaci eliminando il gioco causato dal “vento” (differenza tra il diametro della palla e quello dell’anima), la carronata, utile per il tiro distruttivo a corta distanza (400- 500 m) mediante palla o granata, fu con un certo successo via via  armata in batteria su affusti a suola o a carretta in varie tipologie di navi (vascelli, fregate, corvette, naviglio minore e anche mercantili). Molteplici sono dunque i modelli e i calibri di carronate prodotte e diffuse nel tempo a cura dei vari stati, sostanzialmente utilizzate sino alla metà dell’Ottocento e oltre, seppur l’avvento dei cannoni obici mod. Paixhans e Millar ne avesse già dagli anni Venti-Trenta dell’Ottocento limitato il valore prestazionale, anche a causa di alcuni problemi e inconvenienti tecnici, da cui scaturirono le prime ordinanze ufficiali di radiazione dal materiale di artiglieria.
Diversi sono gli elementi distintivi esterni (e interni), che facilitano il riconoscimento dell’artiglieria, a parte l’originale design, la forma e le dimensioni. La carronata non ha infatti gli orecchioni; nelle artiglierie regolari, appendici laterali utili per la sistemazione sugli affusti e la variazione dell’alzo, in questo caso sostituiti da un unico sostegno cilindrico a orecchione sottostante. Inoltre la culatta è dotata sul piano verticale di un anello portabraca utile a far passare la fune per la trincatura del pezzo (ovvero assicurarlo legandolo alle murate), e adiacente al bottone di culatta, dotato di chiocciola orizzontale filettata per consentire l’introduzione della grossa vite d’alzo a manubrio.
Il reperto in questione, verosimilmente ottocentesco, non è dunque un cannone, né può riferirsi alla battaglia di Capo Passero tra le flotte spagnola e inglese nell’agosto del 1718, poiché in quelle epoche la carronata non esisteva ancora.
E’ necessario che l’artiglieria venga ripulita, pesata, misurata in tutte le sue parti ed esaminata allo scopo di rilevare il calibro, eventuali date, marchi di fusione e altri indizi che possano aiutare a identificarne le origini  e l’appartenenza, creando le basi per una credibile ricostruzione storica.

Armando Donato Mozer

Capo Peloro, i cannoni-obici mod. Millar e Paixhans armati nelle batterie garibaldine nell’estate del 1860

Tra le batterie armate dai garibaldini sulla costa nord dello stretto di Messina nel 1860,  indicate nella relativa carta delle coste con tanto di quota, tipi di artiglierie suddivisibili in cannoni, cannoni-obici, obici e mortai, nonché i tipi di affusto e settore di tiro; una in particolare fa ben comprendere come i tre noti cannoni recuperati in loco nel 2010, nonostante le evidenti forzature storiche, qualora ci fosse ancora qualche dubbio e come viene sostenuto da tempo, nulla hanno a che vedere con le grosse artiglierie usate in difesa costiera garibaldina. Infatti  così come segnala chiaramente la carta, la batteria N° III armata nei pressi della zona del recupero dei tre ferrivecchi (è bene tenere nella giusta considerazione che i luoghi in cui furono armate le batterie garibaldine, erano già stati sedi di più antiche postazioni, trinceramenti e fortificazioni in genere, protagoniste di numerosi eventi bellici) si componeva di artiglierie di grosso calibro di preda bellica  napoletana, ovvero  un pezzo da 24 libbre, due da 60 libbre  e successivamente due da 80 libbre, tutti su affusti da marina. Premesso ciò, non è necessario elencare ed esibire varie documentazioni d’epoca (ne esistono decine e decine di varia natura circa le batterie armate in loco), ma basta avere un minima conoscenza nel settore per comprendere che la batteria armava i cannoni-obici mod. Millar da 60 libbre da marina a bomba (prima metà dell’Ottocento), cioè quelli della ex pirofregata Veloce (poi Tuckery) smontati dalla nave, armati a fine luglio a Capo Peloro e gestiti degli stessi pochi marinai cannonieri borbonici ammutinatisi. Gli 80 libbre erano invece i famosi cannoni -obici mod. Paixhans da marina a bomba, (prima metà dell’800) usati a Messina anche nei fatti del 1848. Il 24 libbre invece, calibro minimo utile, ampiamente utilizzato nelle batterie costiere poiché grazie al maggiore rapporto volata – alesaggio, in gittata rendeva di più dei grossi 36 libbre (armati in altre batterie), poteva essere uno dei tanti pezzi borbonici utilizzati in Sicilia già a partire dalla fine del Settecento inizi Ottocento, tenendo conto che qualsiasi regno (borbonico compreso) procedeva sistematicamente nel tempo al rinnovamento delle Piazze con nuove varie artiglierie e regolamenti sia a scopi difensivi che offensivi, eliminando quelle vetuste e inservibili. Risulta più che evidente, leggendo la carta succitata, che dunque nel 1860 per la copertura costiera contro le moderne navi borboniche, veloci (sistemi propulsivi termici ausiliari), ben protette e armate per il tiro a lunga distanza (ad es. la pirofregata Borbone), erano necessarie grosse artiglierie quantomeno simili e di uguale potenza, non certo i tre pezzi in questione, da considerarsi come piccola e antica ferraglia inservibile e inefficace, progettata in epoche remotissime, rispondente ad esigenze superate da secoli avendo caratteristiche e prestazioni “ridicole” rispetto alla tecnologia di metà Ottocento.  I cannonieri garibaldini che di certo non erano pazzi suicidi, al fine di proteggere le coste da navi nemiche a dir poco pericolose, applicarono questi semplici e ovvi concetti, armando artiglierie il più possibile adeguate all’epoca, nonostante evidenziassero già i limiti prestazionali  per via dell’età (20- 40- 80 anni) e fossero  considerate vetuste per via dell’utilizzo di più moderne artiglierie. L’argomento è molto vasto e complesso, tuttavia in tal  caso per chiarire il tutto sono più che sufficienti queste poche righe. Minimo sforzo- massimo rendimento.
Armando Donato