Mese: maggio 2011

L’infiorata Sampietrese del “Corpus Domini” a San Pier Niceto

Per un giorno la natura si spoglia dei suoi colori più belli e una pioggia di fiori e petali profumati invade le strade serpeggianti del centro collinare. Per un giorno i campi di spogliano del giallo lussureggiante delle ginestre, gli orti del profumo inebriante del rosmarino. Per un giorno San Pier Niceto diventa un giardino…un paese in fiore.
Mani sapienti, accostano, intrecciano, compongono secondo un disegno prestabilito, e creano… I fiori dai petali setati, dalle sfumature striate di bianco, di porpora e rosa, di giallo e violetto, diventano corolle riunite, rotonde e compatte in una miriade di strati sovrapposti, accostate le une alle altre a formare nastri danzanti nei tappeti barocchi, in una profusione di colori e profumi dal fascino antico e ammaliante…
Per un giorno, a San Pier Niceto, la bellezza e lo splendore della natura, l’arte e l’abilità dell’uomo si sposano e diventano “tappeto” di lode al Creatore che, sotto forma di Pane, si dona a noi e passa per le strade…..
Anche quest’anno l’appuntamento ormai stabile con l’Infiorata Sampietrese del Corpus Domini si rinnova.
Il recupero di questa splendida tradizione popolare del ‘700, che sopravviveva nell’usanza di cospargere di rosmarino, ginestra e petali di fiori le strade lungo le quali si snodava la processione con Gesù Eucarestia, si deve all’iniziativa di un sampietrese, il Dott. Giuseppe Donia, che dodici anni fa trasformò il tratto centrale del tradizionale tappeto realizzando raffigurazioni di simboli Eucaristici, alternati a composizioni barocche, con garofani, ginestre, bouganville e rosmarino: il suo amore per i fiori, l’arte e la cultura si è concretizzato nella costituzione dell’Associazione La Fenice, di cui è Presidente e i cui componenti sono da sempre l’anima, lo spirito e le braccia dell’Infiorata. In poco tempo il loro entusiasmo ha coinvolto tutta una comunità. Nasce così il miracolo “artistico” dell’Infiorata del Corpus Domini, che giunge ormai alla sua tredicesima edizione…13 anni caratterizzati dall’impegno infaticabile di uomini, donne e bambini che nel progetto comune di recuperare le tradizioni sentono l’orgoglio di appartenere ad una comunità vitale…13 anni che hanno reso quell’idea “in germe” una manifestazione sempre più conosciuta .
Nata come sentimento di fede, l’Infiorata è diventata anche una manifestazione d’arte suggestiva ed emozionante: gloria di fiori e di colori, che vanno dal bianco ai toni più intensi del porpora, passando attraverso tutte le sfumature del rosa, e ancora dal giallo, all’arancio, al verde. Visto dal piede della salita, il tappeto così sapientemente creato si mostra come una distesa variopinta e istoriata, che lo sguardo abbraccia improvvisamente e totalmente.
Chi non ha mai visitato l’Infiorata del Corpus Domini difficilmente riesce a percepire la magnificenza e lo splendore di un evento in cui arte, fede popolare e tradizione convergono e si fondono: magie di colori, splendore di corolle e leggerezza di petali eleganti e frastagliati, vellutati e corposi, uniti a creare forme aggraziate in contrasto cromatico, alla ricerca di armonie compositive e fregi d’arte. Tutto ciò per stendere un tappeto “ricamato” coi colori della natura a gloria del Creatore.
Negli anni passati abbiamo visto la partecipazione degli Istituti d’arte di Milazzo e Capo d’Orlando, del Liceo artistico “A. M. Di Francia” di Messina, del Centro arti della Dott.ssa Caterina Alfieri, direttrice artistica dell’Infiorata, e di valenti artisti che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. Nel 2008 il gemellaggio culturale tra l’Infiorata sampietrese e un’altra rinomata e antica tradizione rurale di Sicilia, gli Archi di Pasqua di San Biagio Platani (Ag), ha proiettato l’Infiorata verso l’apertura ad altre esperienze e tradizioni popolari.
L’edizione 2009 ha veduto la partecipazione dei maestri infioratori sampietresi alla manifestazione “S.Stefano in fiore” che ha avuto luogo a Santo Stefano di Camastra il 22, 23 e 24 Maggio: un gruppo di infioratori, infatti, ha collaborato con L’Associazione Culturale Margalena e l’Istituto regionale d’Arte “C.M.Esposito” nella realizzazione di quadri infiorati che hanno riprodotto i motivi decorativi tipici della ceramica di produzione locale. La collaborazione è stata ricambiata con la realizzazione di due tappeti durante l’Infiorata sampietrese 2009 ed è stata rinnovata nel 2010.
Infatti, anche quest’anno le collaborazioni e gli scambi che si sono rafforzati negli anni arricchiranno l’Infiorata del Corpus Domini 2010, che vuole rendere omaggio a Caravaggio sulla scia delle iniziative che ovunque nel mondo ricordano il genio della luce a 400 anni dalla morte.
Oggi San Pier Niceto è tra i protagonisti del panorama culturale in Sicilia, soprattutto per merito di tutti i sampietresi, per l’infaticabile impegno dell’Associazione La Fenice, e la fattiva collaborazione di privati ed Enti pubblici.
“…Ad usi più nobili gli stessi fiori, sfrondati e sminuzzati contraffanno le più nobili pitture ne’ colori nel resto dell’apparenza.[…] rappresenterà la carnagione della faccia bruna il garofano ricamato. La rosa dipingerà le guance, formerà le pupille degli occhi il fiore scuro, che dal turchino tira al nero. Nobiliterà le vesti, e arricchiralle col colore pur cilestro il fiore che chiamiamo sperone di cavaliere, e ’l papavero selvatico di color rosso e ‘l garofano dello stesso colore, o con l’oro suo la ginestra, o con la mortella la verdura.[…] Biancheggeranno le nuvole con la rosa damaschina, o col gelsomino.”
(Giovan Battista Ferrari, “De florum cultura”, 1633: descrizione della prima Infiorata fatta in Vaticano il 29 giugno 1625)

Elisa Abbate

La festa di Santa Rita a Messina

Santa Rita nacque intorno l’anno 1381, probabilmente nel mese di ottobre, e morì il 22 maggio 1457. L’anno di nascita e la data di morte vennero accettate ufficialmente da papa Leone XIII quando la proclamò Santa il 24 maggio 1900.
Margherita nasce a Roccaporena, a pochi chilometri da Cascia (PG), figlia unica di Antonio Lotti e Amata Ferri.
I genitori, pacieri di Cristo nelle lotte politiche e familiari fra guelfi e ghibellini, diedero a Rita una buona educazione, insegnandole a scrivere e leggere.
Già dalla tenera età Margherita era desiderosa di intraprendere il cammino che l’avrebbe portata verso la consacrazione a Dio, ma gli anziani genitori prima di morire, insistettero per vedere accasata la loro unica figlia. Mite e obbediente, Rita non volle contrariare i genitori e a soli sedici anni andò in sposa a Paolo di Ferdinando Mancini, giovane ben disposto, ma di carattere irruento. L’indole rissosa di Paolo non impedì a Rita, con ardente e tenero amore di sposa, di aiutarlo a cambiare.
Ben presto nacquero i gemelli Giacomo Antonio e Paola Maria. Con una vita semplice, ricca di preghiera e di virtù, tutta dedita alla famiglia, Rita aiutò il marito a convertirsi e a condurre una vita onesta e laboriosa. Questo fu forse il periodo più bello della vita di Rita, ma fu attraversato e spezzato da un tragico evento: l’assassinio del marito, avvenuto in piena notte, presso il mulino di Remolida da Poggiodomo nella valle, sotto le balze di Collegiacone. Le ultime parole di Paolo, vittima dell’odio tra le fazioni, furono parole d’amore verso Rita e i suoi figli.
Rita fu capace di una sconfinata pietà, coerente con il Vangelo di Dio cui era devota, perdonando pienamente chi le stava procurando tanto dolore. Al contrario i figli, influenzati dall’ambiente circostante, erano propensi e tentati dal desiderio di vendetta. I sentimenti di perdono e di mitezza di Rita non riuscivano a persuadere i ragazzi. Allora Rita arrivò a pregare Dio per la morte dei figli, piuttosto che saperli macchiati del sangue fraterno: entrambi morirono di malattia in giovane età, a meno di un anno di distanza dalla morte del padre.
Rita ormai sola, e con il cuore straziato da tanto dolore, si adoperò a opere di misericordia e, soprattutto, a gesti di pacificazione della parentela verso gli uccisori del marito, condizione necessaria per essere ammessa in monastero, a coronazione del grande desiderio che Rita serbava in cuore sin da fanciulla. Per ben tre volte bussò alla porta del Monastero Agostiniano di santa Maria Maddalena a Cascia, ma solo nel 1417 fu accolta in quel luogo, ove visse per quarant’anni, servendo Dio ed il prossimo con una generosità gioiosa e attenta ai drammi del suo ambiente e della Chiesa del suo tempo.
La sera di un Venerdì Santo, dopo la tradizionale processione del Cristo Morto, avvenne un prodigio che durò per tutti i suoi ultimi quindici anni di vita: Rita ricevette sulla fronte la stigmate di una delle spine di Cristo, completando così nella sua carne i patimenti di Gesù. Rita ne sopportò il dolore con gioiosa ed eroica forza. Salvo una breve parentesi, in occasione della visita a Roma per acquistare le indulgenze romane, la ferita rimase aperta sulla fronte di Rita fino al termine della sua vita terrena. Morì beata il giorno di sabato 22 maggio 1457.
Fu venerata come Santa subito dopo la sua morte come è attestato dal sarcofago ligneo e dal Codex Miraculorum, documenti risalenti all’anno della morte.
Dal 18 maggio 1947 le ossa di Santa Rita da Cascia riposano nel Santuario, nell’urna di argento di cristallo eseguita nel 1930.
Ricognizioni mediche effettuate in epoca recente hanno affermato che sulla fronte, a sinistra, vi sono tracce di una piaga ossea aperta (osteomielite). Il piede destro ha segni di una malattia sofferta negli ultimi anni, forse una sciatalgia, mentre la sua statura era di 157 centimetri. Il viso, le mani ed i piedi sono mummificati, mentre sotto l’abito di suora agostiniana si trova l’intero scheletro.

Biografia tratta dal sito http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1051&biografia=Santa+Rita+da+Cascia

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La festa di Sant’Annibale Maria di Francia

Sant’Annibale Maria Di Francia nacque a Messina il 5 luglio 1851, terzogenito del cavaliere Francesco, marchese di Santa Caterina dello Ionio, Vice Console Pontificio e Capitano Onorario della Marina reale Borbonica e dalla nobildonna Anna Toscano dei Marchesi di Montanaro, Annibale divenne orfano di padre il 10 ottobre 1852, ancor prima di compiere il secondo anno di vita e, forse, da questo luttuoso evento personale, nacque in lui quella particolare sensibilità verso gli orfani che contraddistinse tutta la sua opera.

Il piccolo orfano, conobbe anche il distacco dall’affetto materno, venendo affidato ad una anziana zia, ma nel 1859, quando un’epidemia di colera, colpì la città dello stretto, anche la zia venne a mancare ed Annibale Maria, ritornò nella casa materna. A sette anni iniziò gli studi presso il Collegio dei Gentiluomini dai monaci cistercensi del convento di S. Nicolò di Messina ove insegnava lo zio paterno Raffaele Di Francia. Intelligente e di chiarissime capacità umanistiche ad appena diciotto anni sentì fortissima la chiamata del Signore e, completati gli studi, il 16 marzo 1878 fu ordinato sacerdote.
Qualche mese prima della sua ordinazione sacerdotale, un incontro particolare segnò per sempre la vita terrena del Padre Di Francia. Il religioso era sicuramente aduso all’incontro con i diseredati ed i bisognosi, ma quel povero che aveva davanti gli aprì una nuova visione della carità Cristiana, questi era il Cieco Zancone. Quell’uomo lo mise a contatto con la triste realtà sociale e morale del quartiere periferico più misero di Messina, le cosiddette « case Mignuni» (Case Avignone) di proprietà dei Marchesi Avignone. Al di là del ponte Zaera, Padre Annibale si inoltrò nella miseria reale dei bassifondi cittadini, dove avrebbe dovuto trovare le case dei marchesi Avignone, trovò solo un quartiere di baracche addossate l’una all’altra, sporcizia, squallore e tanta disperazione e li ebbe inizio il cammino dell’opera pia di Sant’Annibale Maria. Con la paterna benedizione del suo Vescovo, Mons. Guarino, andò a vivere in quel «ghetto» ed impegnò tutte le sue forze morali e materiali, per affrancare a tutti i costi quei derelitti e, soprattutto i loro bambini da quella condizione di miseria materiale e morale ed approntò per loro, alle Avignone, una scuola per i maschietti e un asilo per le bambine. Non fu un’esperienza facile; incomprensioni, ostilità e minacce, caratterizzarono quell’embrione di carità Cristiana, ma egli superò ogni ostacolo con l’aiuto della sua grande fede, per realizzare quella che definiva:
« …doppia carità: l’evangelizzazione e il soccorso dei poveri »

Il 20 febbraio 1927, Annibale Maria Di Francia celebrò l’ultima Messa, il 15 marzo  1927 ricevette l’unzione degli infermi e morì il 1 giugno 1927 all’età di 76 anni, nella sua casa di Fiumara Guardia, dove sorge il Santuario della Madonna della Guardia.
A Messina la festa di sant’Annibale viene celebrata il 16 maggio di ogni anno con particolare solennità, dal momento che la città dello Stretto è il luogo nel quale il Santo delle vocazioni ha impegnato l’intera sua vita al servizio dei poveri e dei piccoli nella realizzazione del comando di Gesù “Pregate il Signore ella messe perchè mandi gli operai”. La basilica-santuario del S. Cuore e di sant’Antonio di Padova è il cuore delle manifestazioni religiose. Inoltre, in preparazione alla festa, gli alunni del Liceo Artistico, Scientifico e la scuola Primaria e Secondaria di 1° grado dell’Istituto scolastico Paritario Canonico Annibale Maria Di Francia delle Figlie del Divino Zelo, con la partecipazione degli infioratori di S. Pier Niceto, hanno realizzato la III infiorata messinese con tappeti floreali in onore di sant’Annibale verso la piazza del popolo. In mattinata, è stato anche distribuito il “Pane Padre Di Francia” e, a sera, la processione con la reliquia del cuore e l’esibizione della Banda Musicale di Larderia.

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Lo scultore Ovidio Sutera

I decenni della ricostruzione dopo il tragico terremoto del 1908 e dopo il secondo dopoguerra furono caratterizzati da una notevole presenza culturale in città. Letterati, architetti e artisti contribuirono in modo determinante alla ricostruzione, arricchendo Messina di palazzi pubblici e privati, di ville, di chiese, di monumenti, di piazze che nonostante gli anni trascorsi ancora oggi rappresentano stabilmente il volto della città. Per quanto riguarda gli scultori, molto attivi sia nell’ambito dell’edilizia, cioè nelle decorazioni dei nuovi palazzi, ma anche nell’arte funeraria, nei monumenti o nell’arte sacra,è possibile ritrovare nomi degni di nota e tra questi scultori affiora la figura di Ovidio Sutera.
Nato a Buenos Aires il 28 febbraio 1914 da genitori siciliani, dopo una prima formazione al seguito del padre Giuseppe, affermato scultore, si trasferisce a Roma nel 1936 dove intraprende gli studi artistici presso la scuola libera di nudo, segue in seguito anche i corsi serali dell’Accademia di Francia, essendo infineammesso ai corsi di scultura dell’Accademia di Belle Arti. Nel corso degli studi prende parte attivamente alla vita culturale romana partecipando a manifestazioni artistico-culturali.
Nel 1937 lascia Roma e si trasferisce a Messina per lavorare nello studio del padre, nella stessa città a partire dal 1942 si dedica all’insegnamento del disegno nella scuola media.
Si distingue nel panorama culturale Messinese come uno degli scultori più prolifici: partecipa a un considerevole numero di mostre collettive regionali e nazionali, molte sue opere sono sparse per la città ed alcune passano anche lo stretto di Messina.
Da non trascurare neppure i suoi componimenti poetici, pubblicati dal 1937 nella rivista “Il Marchesino”, altri suoi versi sono invece raccolti nel libro autobiografico “Sculture e poesie” pubblicato a Messina nel 1966 (da cui sono tratte le immagini di questo articolo) a cui segue un’altra raccolta pubblicata sempre a Messina nel 1979: “La voce delle pietre”. Entrambi i volumi comprendono anche un ampio corredo fotografico che documenta la vasta produzione artistica e possono essere un punto di riferimento per intraprendere seri studi su questo artista dimenticato.

Antonino Teramo