Mese: aprile 2011

La Festa degli Spampanati

La Festa degli Spampanati ripropone la Resurrezione di Gesù attraverso una singolare Processione che si snoda lungo un percorso tra le vie del centro di Messina.
Organizzata su iniziativa della Confraternita S.M. della Mercede in S. Valentino, viene così denominata poichè tradizione vuole, che a questa festa pasquale partecipassero avvenenti fanciulle del contado e che, per l’occasione, smessi gli abiti invernali, indossassero vesti in seta fiorita, dai colori sgargianti, da cui il termine spampanati.  Qui un tempo giungevano da un’atra chiesa più a monte, nella borgata di Gravitelli, i simulacri della Madonna SS. della Mercede e di Gesù Cristo risorto.

Antonio Abbate

Questo slideshow richiede JavaScript.

3 – Antonello da Messina

Malgrado siano passati secoli ed incerta appare la memoria sulle vicende storiche che lo hanno visto protagonista, si è giunti alla conclusione che il corpo di Antonello, possa essere deposto presso la chiesa di Maria e Gesù nella contrada delle “Moniali”.
Esattamente presso il campo recintato (…et istis eorum antiquum cum omnibus ad se pertinentibus hortis, videlicet nemore, atque officinis. Samperi P Messana, lib VI, p 503, n° 166) adibito a cimitero, posto nella parte orientale della piana “…Area* Cenobi Sanctae Mariae a Jesù.” Samperi P. Messana…, lib VI, p. 524, n° 230. Pertanto, situato dietro la chiesa verso ‘antica proprietà Salimpipi, al di fuori della delimitazione archeologica segnalata dai ritrovamenti dell’anno 1989. La contrapposizione  in cui si sono trovati gli storici nel passato si è incentrata, sulla impossibilità di identificare il tempio dove fu collocato il feretro del grande pittore; innanzi tutto perché della chiesa di Maria e  Gesù al tempo dei fatti ce n’erano due, in aree pressoché limitrofe, ma soprattutto, in quanto che nell’atto  testamentario lasciato da Antonello non si specificasse in quale dei due templi ricadesse la sua tomba.
Visto che dagli atti e dai documenti notarili che riguardano le commesse delle opere realizzate dal nostro pittore, non è possibile ricavare che limitate osservazioni, rimane una e una sola strada per individuare il corpo. L’analisi pittorica che fu necessaria per identificare gran parte delle sua opere, e quelle appartenute alla sua scuola, deve essere assecondata, dalla segnalazione di altri documenti che inquadrano la vita pubblica e politica di Antonello in seno alla sua città. Egli che si proclamò sempre  cives messanensis, stabilisce  nelle sue produzioni l’appartenenza alla causa di Messina; almeno, verso una  parte ben distinta di essa. Il cittadino Antonio de Antoni aveva scelto la strada da percorrere, ma, già questo viaggio si rivelò pieno di insidie. La guerra intestina in cui si vennero a trovare le genti di Messina nella seconda metà del ‘400, faceva da sfondo alle avventure più o meno avvincenti di alcuni personaggi, entrati a vario titolo nella storia della Città dello Stretto come in quella italiana, se non internazionale. Proprio in questi momenti storici, si trovano gli elementi e i documenti che testimoniano l’appar-tenenza di Antonello alla famiglia francescana dell’antica chiesa di santa Maria e Gesù superiore. La difficoltosa ricerca per identificare i luoghi in cui Antonello visse, maturando come uomo e come artista, non ha permesso di individuare una strada privilegiata: in realtà, proprio osservando i luoghi, più volte ripresi nelle sue tavole, permettono  di ricostruire ampi spaccati della sua esistenza. Con la presenza in Sicilia dell’Ordine Francescano degli Osservanti, stabilitisi per l’opera predicatoria del beato Matteo Gallo, si vennero a creare le condizioni  conflittuali che in poco meno di  dieci lustri portarono alla guerra civile Messina.
La nascita di un polo politico, nella comunità di santa Maria e di Gesù governata dagli Osservanti, fin dal 1425, (1) creò le condizioni che generarono due partiti: quelli legati alla causa dei popularis, e quelli riconducibili al capitolo della Cattedrale.Durante la presenza del beato Matteo d’Agrigento  non solo fu istituita la casa di santa Maria e Gesù (2), ma si dotò quella struttura con una serie di privilegi che di fatto la resero indipendente dalla chiesa madre di Messina. (3)
Nella comunità degli osservanti  si forgiarono numerosi ed illustri personaggi messinesi di quel tempo. Basti ricordare la famiglia dei Calafato in cui militava la santa Eustochia, la famiglia Porco, imparentata ai Calafato; entrambe possedevano numerose proprietà in città, ma, soprattutto presso la pieve di santa Maria la Scala e quella della fiumara san Michele.
La famiglia Mallono, alla quale si riconducevano tutti i notai che lavoravano e dipendevano dal suo uffico: Tommaso Andriolo (socio di Francesco Mallono), Santoro e Antonio Azarello, Raniero de Donato, Matteo Pagliarino, Andrea de Baxilico, Giovanni de Agatha, Gerardo e Giovanni Bulichi riconducibili alla famiglia dei mastri degli Antoni fra cui, numerose volte incaricati alle notifiche delle opere e faccende dello stesso Antonello. Gli Ansalone, nella figura di Bartolomeo e dei suoi discendenti. Tutti personaggi che si legarono alla causa dei popolari di Messina e al partito di Giovanni Mallono, figlio del notaio Francesco, alfiere di una schiera di giovani che pagheranno a caro prezzo la scelta di vita a cui si abbracciarono, portandoli alla morte, o alla fuga da Messina per avere salva la vita.Anche Antonello che condivideva lo stesso sentimento, verosimilmente fu costretto a fuggire dalla sua città. Molti osservatori hanno sottolineato il comportamento del nostro artista, rimarcando la sua assenza dalla Città dello Stretto fra gli anni che vanno dal 1465 al 1471. Gli eventi cruenti del 1464 che ebbero uno strascico immediato fino a quattro anni dopo, segnalati nel processo Mallono, evidenziano come il partito inquisitorio dei vincenti, ebbe a continuare un’azione, atta a snidare gli ultimi popolari, ancora spalleggiati dall’ordine degli Osservanti (4).
Questa notizia, straordinariamente importante, rivela che a Messina, esistesse una sorta di albo professionale dei maestri e degli artisti, ricondotti alla  comunità francescana di contrada san Michele e rilancia un legame fra Antonello da Messina e la famiglia di santa Maria e Gesù.
In quelle due opere di Antonello da Messina segnalate prima,  appare identificabile, un linguaggio misterioso quasi mimetico, riconducibile a un sistema filosofico espresso per i grandi gonfaloni, seguendo  uno schema e un sistema iconografico riconducibile al Transito Romano, spiegando l’interpretazione dello “Psicopompo”. Nel 1446, quando gli Osservanti si insediano nella chiesa di san Paolo, stabiliscono la nascita  di un’entità morale alla quale i messinesi si riconducevano per dare vita a un movimento popolare risanatore. Antonello nato  e cresciuto nel quartiere  dei Sicofanti, vuole immortalare quel luogo, dove i confrati  predicavano e dove l’entusiasmo popolare, farà germogliare i migliori frutti della  gente di Messina in quegli anni. Tutti si riconducono al padre per essere redenti: tutti perseguono la strada natia, da dove acquisirono la fede. Proprio da quel luogo Antonello, Giovanni Mallono e la stessa Eustochia Calafato, sentono il bisogno di appartenere a Messina;  imprimendo nella terra e nelle sue pietre, una presenza importante e distintiva. Anche il nostro pittore ricorderà il luogo natio, proprio in quel gonfalone che fungerà da prototipo, durante la prima parte della vita artistica,  rivelando nello schema iconografico, pure un valore topografico, così come era abituato a fare, e dipingere  nelle sue tavole, vedute e monumenti della sua città.

* Q. Septimius Florens Tertullianus, Apol. Lib II, …”Area”: luogo designato per la sepoltura

(1) I primi terziari che seguirono le impronte del  beato Matteo,   furono i  fraticelli  della  comunità di san Michele al Tirone, i quali fin dal 1418 costituirono la prima comunità formata da 8 elementi. Essi rifondarono il plesso di santa Maria del Carmelo dedicandolo a san Michele  costruendovi un refettorio e un noviziato, dove si insegnava ai ragazzi i primi rudimenti della vita clericale; ben presto con l’insediamento degli Osservanti nel 1425, fu aperta una scuola, nella quale si imparava anche fra le varie materie la filosofia. Nel  1426 l’intero insediamento fu chiamato quello di santa Maria e di Gesù.

(2) Il plesso Francescano conosciuto come quello di Maria e Gesù, presso contrada di san Michele, sarà successivamente identificato di  “ susu  “ solamente dopo la fabbrica del secondo plesso francescano di santa Maria e Gesù inferiore 1463. In quanto, da un documento datato 1429 (l’atto notarile della signora Mariola sposa di Tommaso Patti), manca l’appellativo di susu, rivelato in alcuni documenti successivi alla doppia presenza dei plessi francescani. Pertanto, quando negli atti si nomava il toponome di santa Maria e Gesù senza specificare se fosse, quella superiore o quella inferiore, il riferimento generico, identificava la più antica abitazione.

(3) Il plesso di santa Maria e Gesù in san Michele in pochi anni, si trasformerà in un ente morale ed economico, capace di attrarre ingenti patrimoni che facevano gola alla controparte politica, la quale aveva stabilito il suo ufficio d’opera alla matrice di santa Maria la Nova. Nel 1425, su invito del beato Matteo, la comunità  fu esentata dal Capitolo dell’usura ecclesiastica. Nel 1432 presso  la struttura degli Osservanti,  fu istituito il primo ufficio della Maramma; tre anni più tardi con eguale indirizzo si costituì la Maramma alla Cattedrale. Ma non solo. Il 17 novembre del 1435, scomodando il Pontefice Eugenio IV, Matteo Gallo riuscì a fare esentare il plesso di santa Maria e di Gesù dal pagamento della  quarta canonica ai Vescovi di Messina, divenendo di fatto indipendente ed autonomo.

(4) A.S.P. Proton. Registro 66, carta 88r – Il guardiano dei fratelli della chiesa di santa Maria di Gesù, scrivendo al Viceré  il 6 marzo 1468, lo invita a sopprimere  il patibolo delle forche che fu innalzato di rimpetto alla detta  ecclesia, in quanto dava molto sconforto alla sua  comunità.
C.M.Rugolo p. 49, nota 15- Mastro Antonio di Lu Re il sarto, ebbe a testimoniare che il Mallono Giovanni, fosse un confratello degli osservanti di san Paolo; la quale era la sede delle maestranze dei maestri cioè, di tutti quelli che prestavano la loro opera  all’ordine francescano, riconducibile al plesso di Ritiro.
Essendo la detta chiesa di san Paolo, passata già nel 1446 al governo del  plesso di santa Maria e di Gesù, tutti gli ordini francescani furono posti sotto il controllo dei superiori, presenti presso quella struttura di san Michele; infatti grazie a un documento specifico, si comprende meglio come si costituì l’agglomerato delle famiglie degli ordini e delle confraternite francescane a Messina.
Il 20 luglio del 1447, il Pontefice Nicolò V, emette una bolla in onore della famiglia francescana messinese “ Pastoralis Offici “ che da quel momento in poi a Messina, saranno identificati come i “ Penitenti di san Francesco “; pertanto, così come  evidenzia il documento segnalato dalla Rugolo, sul conto delle maestranze dei maestri  del 5 settembre del 1468, si stabilisce un limite datativo. In cui si può dimostrare, come i rapporti che erano tenuti fra i committenti: ( gli ordini religiosi) e portatori d’opera (pittori, intagliatori, incisori, ricamatori e scalpellini) fossero, legati da uno scambio e da un legame che faceva capo alla figura del beato Matteo, e alla sua famiglia di santa Maria e Gesù  superiore.

Alessandro Fumia

2 – Quasi per volontà Divina

Le ricerche storiche che abbiamo indirizzato su Antonello da Messina,  e sullo studio del fondo in cui ricadeva l’antico complesso dei carmelitani, ha prodotto una serie di prove documentali attentamente analizzate, che ci hanno permesso d’individuare una cronologia storica.
I nuovi documenti per  lo più atti notarili, permettono di decostruire e ricostruire la storia del sito.(fig. 1)    Innanzitutto, la cronologia che ha interessato il plesso di santa Maria del Carmelo, così come viene segnalata nei testi storici più conosciuti, vedi l’Iconologia della Santissima vergine redatta da Placido Samperi, così come documenti meno importanti scritti da altri, stabiliscono  una serie anche cospicua di congetture, non spiegate dagli stessi autori nel passato.
Pertanto, prima di stabilire una strada conoscitiva, abbiamo avuto l’accortezza di fare un piccolo esercizio, raffrontando il nostro materiale con quelle affermazioni: redatte da autori vissuti secoli fa, le cui opinioni fanno capo alle ricerche e ai documenti, di chi si è giocato impunemente la reputazione, assegnando al fato l’ultima speranza.
Quello che salterà agli occhi dei lettori, stabilisce un atteggiamento. Noi, ci affidiamo a documenti inattaccabili da qualunque critica, vagliando tutta una serie di atti notarili, frutto dello studio e delle fatiche di esperti dottori come: il Penet, La Rugolo, il Ciccarelli, il Bruno ed altri. Loro, presuntuosi, hanno dato voce a fonti incontrollabili, di cui gli effetti sono tutti da verificare e che per assurdo, frutto di diatribe interminabili nel passato: quando, il Samperi autore dell’Iconologia, il Buonfiglio della sua Messana, il Gallo degli Annali di Messina attaccavano il Pirro, autore palermitano e delatore per antonomasia della nostra città, usando senza rendersene conto, il materiale degli uni contro, il materiale degli altri. Gli argomenti portati nella costruzione delle vicende per la individuazione,  del sito della chiesa di santa Maria e di Gesù superiore e della tomba di Antonello, sono sterili poi ché, non tengono conto delle critiche dei messinesi rispetto al Pirro.   Ci rendiamo conto che sia più semplice copiare tutto, in barba alla correttezza e a un’etica, che dovrebbe essere  insita nell’uomo,  soprattutto nello storico, portatore di verità e non di menzogne, ma, questa correttezza, non è necessaria oggi giorno. Per fortuna un tempo, la verità storica, era alla base della credibilità: una sensibilità che i nostri illustri studiosi del passato, hanno sempre eccepito, prova ne siano, le decine di volumi redatti sulla vicenda della Madonna della Lettera contro chi asseriva il contrario. Quindi, nulla di nuovo? Manco a dirlo, adesso  si cambia. Oggi si segue questo profilo, dove la superficialità la fa da padrona, un tempo si fatto metodo era contrastato,  mentre adesso ne è la regola.   Lo spirito storico incarnato  in coloro che  difendono le memorie patrie, attraverso l’uso e non la mistificazione dei documenti, viene percepito come arretratezza; riassunta negli elaborati degli storici corretti visti come nemici, invidiosi, se non addirittura spergiuri e traditori.  Forza dei media, e di chi crede si conoscere quello che non è dato sapere, neppure agli  storici in gamba. Noi, non siamo tuttologi della storia patria, ma, commentatori che cercano molte volte riuscendovi, di specializzarsi in argomenti, avendo una buona conoscenza della nostra storia. Di solito i tuttologi, sono quelli che cercano una scorciatoia verso il risultato finale. Un tempo li chiamavano scansa fatiche e nel ramo “ Canta storie. “
Adesso li appellano divulgatori di storia patria; come se con l’elegante termine, si voglia acclarare, lo status superiore di chi se ne fregia: oseremmo affermare, lasciamo  alla gente onesta l’ultima parola.  Concludendo questo doveroso inciso, passiamo alla storia: permettetecelo, quella segnalata dalle carte che la raccontano.
La necessità che abbiamo sentito, non era causa della correttezza come detto prima, ma, soprattutto, una necessità sentita dal dovere di fare chiarezza.
Quindi, dando voce alle fredde carte ancora oggi esistenti, abbiamo ricostruito senza aggiunte, la cronologia più ovvia. Innanzitutto, la tradizione ricorda i Padri Carmelitani, i quali  fondarono il complesso di santa Maria del Carmelo; ad essi, succedettero alcune donne che seguivano la regola Cistercense. E proprio queste donne, qualche secolo dopo, vendettero agli Osservanti di san Francesco, il terreno e le rispettive proprietà. Da un atto notarile segnalato nella raccolta (Alibrandi Pergamene at. 51) datato il 2/ 10/ 1410, si apprende che, il monastero di santa Maria del Carmelo, fosse situato presso la contrada “ delle Moniali.“
L’allusione evocata dal toponimo, sigla la presenza in luogo di più entità religiose, presenti in un limitato contesto territoriale. In seguito al vaglio di altre carte, il nome della contrada, è nominato santa Maria la Scala in fiumara san Michele.
Il dubbio che si era fatto strada in noi, all’inizio della indagine,  svelava una nuova verità, sunto dell’allegorico toponimo prima citato.
Con l’individuazione di un nuovo documento segnalato dal Bruno, inerente l’atto notarile del regio notaio Giovanni De Marco del 13/ 01/ 1410, venimmo a conoscenza che la struttura  carmelitana e cistercense,  era appellata proprio con quel doppio nome: ritrovando i confini nel medesimo atto, sotto  il toponimo  di santa Maria del Carmelo presso flummara san Michaelis, e di di sancta Maria del Carmelo presso flummara santa Maria de Scalis.
Praticamente, seguendo i riferimenti dei due documenti, il monastero in cui sarà sepolto Antonello, era situato presso l’intersecazione  delle due fiumare.
Le date non mentivano, 8 anni prima che gli Osservanti ne chiedessero l’uso, il complesso ricadeva in un’area dove oggi, “quasi per volontà divina” ricade l’omonima parrocchia di santa Maria e Gesù di Ritiro. Quindi situata all’opposto rispetto al sito in cui ricadono i ruderi, giacenti sul corso dell’antica fiumara san Michele, adesso viale Giostra. Ma, se vi erano due ecclesie in periodi verosimilmente diversi, quando si procedette alla costruzione delle fabbriche degli attuali ruderi?  Allo stato dei nostri studi, abbiamo individuato una fonte molto importante; fatta stampare dal Municipio di Messina nel lontano 1902. La Guida, intitolata Messina e dintorni, evidenzia, come solo pochi decenni fa, si era perfettamente a conoscenza, dei fatti che raccontavano la vita del rudere oggi, oggetto di scavo e di indagine.  Alle pagine 381 e 382, si segnalava la cronistoria del monumento di santa Maria del Gesù superiore; in queste pagine infatti, osservando la realizzazione borbonica della Strada Nuova (oggi via Palermo) realizzata fra il 1826 e il 1838, si definiva presso il suo asse naturale dell’allora fiumara di santa Maria la Scala, alla distanza di 2 km a monte della via Garibaldi, il complesso degli Osservanti, nel quale, era stato sepolto Antonello da Messina. La piccola ma succulenta sintesi, dei fatti storici che hanno interessato il territorio adiacente il complesso su edotto, stabiliva quanto segue: nel sobborgo nominato del Ritiro, sull’alveo della fiumara di santa Maria la Scala era situato, il complesso di santa Maria e Gesù superiore: gestito agli inizi del XV secolo, dai Minori Osservanti di san Francesco e dai primi padri Carmelitani fondato nel lontano 1166. L’antica chiesa, fu completamente distrutta dall’alluvione del 1863. L’attuale ( cioè, i ruderi oggetto di scavo archeologico) venne rifatta  dalle fondamenta al tetto, di sana pianta nel 1886. Nella guida si affermava nel 1902: all’uopo, non si conserva nulla di antico se non, una statua di Antonello Gagini del 1500, ritrovata nel sito del vecchio complesso fra le sue sabbie, a partire dal 1897. Mentre, da un opuscolo del Museo Civico dell’anno 1906, si segnalava che, i marmi delle scultoree tombe della famiglia La Rocca e della famiglia  Staiti, entrambi datati e fatti realizzare nel 1553, segnalati da molti viaggiatori e fra essi dal Dennis nel 1857, furono recuperate dal complesso distrutto nei giorni successivi, la terribile alluvione del 1863. Da questi documenti si deduce, l’errore madornale in cui sono caduti, i cosidetti esperti storici. Costoro, per la loro superficiale condotta, hanno innescato un meccanismo quasi delittuoso, seguito in buona fede dal politico. Il quale credeva di fare cosa assolutamente gradita e giusta alla collettività messinese, nell’innescare, l’iter che ci dovrebbe condurre al recupero del manufatto. L’errore grave secondo noi, è stato, nell’intestare tutto il cantiere alla Memoria di Antonello. Sicuramente questo comportamento, necessitava a garantire alla proposta (fatta a suo tempo negli ambienti regionali), una certa celerità alla pratica proveniente da Messina; come di fatti, è accaduto. Questa nostra ricostruzione, volutamente tenuta in questi anni sotto traccia, per approfondimenti e per ulteriori raffronti, circolando malgrado tutto, in alcuni atelier intellettuali siciliani, si intende praticamente pubblicata. Sarebbe oltremodo scorretto lasciar cadere la cosa, favorendo ugualmente lo scavo. In fondo, si tratta di denaro pubblico, formato dai contribuenti siciliani tutti. Per tanto, sarebbe bene che la politica a Messina, si attivasse cercando un rimedio, altrimenti, ingiustificabile sarebbe un comportamento diverso. Ritornando alla ricerca e alla cronistoria che la riguarda, per mostrare i meccanismi che la compongono, poniamo all’attenzione dei suoi futuri lettori, i documenti importanti su cui è strutturata questa ricostruzione temporale del monumento.
Riprendiamo il filo del discorso tralasciato prima, sul conto del complesso carmelitano. L’anno 1268, l’ordine maschile di quella regola che ebbe a fondare il complesso, cedette i terreni, gli uffici, la biblioteca, le stalle e le aule religiose, ad alcune pie donne che volevano seguire la regola cistercense.
Da quella datazione si conosce che, l’ordine cistercense, ivi insediato per opera di suor Frisa, abbia governato il plesso, mantenendo quel fondo  per decine d’anni fino all’acquisto degli Osservanti. Osservando gli atti che celebrano, il persistere delle claustrali in sito, favorisce una precisazione:  tutti i documenti trattati dal 1268 al 1410, ci dicono con una certa precisione, che il luogo era identificato come quello delle Moniali in contrada santa Maria de Scalis in flummara san Michaelis.[1] Cioè, in un punto preciso del territorio del borgo san Leo, dove i due corsi d’acqua si incontravano e si incontrano a tutt’oggi. Le indicazioni temporali proposte dal Samperi nella sua Iconologia, non sono del tutto esatte;[2] viceversa, quelle stesse indicazioni rivisitate anni dopo, attraverso il vaglio delle carte dallo stesso autore, e replicate nella sua seconda opera intitolata Messana, dimostrano,  come lo studio più approfondito dell’autore gesuita, avesse prodotto alcune incongruenze. Questa osservazione, tende a spiegare il contenuto delle notizie esposte nella Iconologia, in rapporto al luogo, situato presso la flummara san Michaelis in un modo pregiudizievole. Infatti, come precisa il documento segnalato da: (Alibrandi Pergamene at 48 del 02/ 01/ 1392), nel plesso in oggetto, persistevano l’ufficio abbaziale e il convento, ancora dopo il presunto abbandono delle clarisse che lo avevano destinato a grangia: una dipendenza del monastero di Montalto sito  sulla Capperrina.
Il Samperi nell’Iconologia affermava: “…su impulso dell’Abbatessa suor Florita Campolo, l’anno del Signore 1389, chiedeva ed otteneva dal sommo Pontefice Urbano VIII di spostarsi presso il claustro di Montalto”.
Viceversa il nostro gesuita anni dopo, si correggeva, sottolineando ed osservando, con diversa datazione la segnalazione siglata nella Iconologia; questa volta, puntualizzando,  che l’atto fu rogato l’anno del Signore 08/ 11/ 1381; quindi, 8 anni prima quando, le monache, si erano spostate a Montalto. Significativa è questa precisazione, la quale dimostra come, molte delle verità espresse nell’Iconologia, fossero frutto di memorie orali, e molte volte false, avendone preso le distanze nella sua successiva opera della Messana. Ciò significa, che il complesso delle informazioni, redatte nella pubblicazione del 1644, venivano rivedute radicalmente in quella successiva; ma data alle stampe post mortem un secolo dopo. Queste carte, dimostrano, come sia inverosimile e fraudolento continuare a resistere, sulla posizione primitiva per garantire uno scavo archeologico che non dovrebbe neppure partire.  Stesso destino seguivano i luoghi, dai quali si collocavano le presenze, presso gli appositi fondi abitativi. Perdurando questa incerta lettura, sulla storia del complesso di santa Maria del Carmelo, non è possibile stabilire con precisione assoluta,  ne la tempistica degli atti e neppure l’identificazione dei luoghi. Portare avanti la cronaca storica, così com’è per favorire l’identificazione del luogo di scavo, significa bruciare risorse in barba alla buona fede e a chissà cos’altro.  Si può perciò affermare, che il tomo dell’Iconologia adottato sull’argomento, come una mappa catastale, non possiede quelle caratteristiche, dal quale si possono individuare, le certezze storiche richieste per perorare la veridicità dei documenti: riportati a suffragio delle speculazioni pro sepoltura di Antonello da Messina. Ciò non significa che tutta l’opera del Samperi edita nel 1644 sia inaffidabile, ma in rapporto al tema sulla identificazione, del complesso di santa Maria del Carmelo, pecchi di superficialità ed inconsistenza storica. Adesso, in quest’ottica, i fatti incominciano a svelarsi con maggiore chiarezza.
Con l’identificazione di un ulteriore successivo documento,  si incominciava a delineare un nuovo fronte. Ma, siamo certi, commentavamo fra di noi che nell’area in questione, ricadessero alternativamente, ordini religiosi non “stanziali” che gestirono il fondo ecclesiastico? Quando ci imbattemmo nella carta 42 delle pergamene tradotte dall’Alibrandi, incominciammo a notare, nella costruzione fatta dal Samperi sulla sua Iconologia, delle vere e proprie crepe strutturali. Certamente, le pergamene a differenza delle citazioni storiche del nostro gesuita, (il quale si contraddice e si corregge più volte con la sua seconda pubblicazione), dimostrano come i dati che il Samperi apporta siano instabili.
Tutte le ricostruzioni storiche, esercitate da numerosi autori che si sono cimentati nella specificità della individuazione di documenti, per giustificare la comunione fra il complesso di santa Maria del Carmelo e gli attuali ruderi, fondano le rispettive pietre d’angolo, sullo studio di quelle notizie riportate nella Iconologia, e che lo stesso autore sconfesserà nella rispettiva opera della Messana.
Inoltre, dovendo dare maggiore forza a tutta questa esaltante individuazione di pseudo prove, sull’ubicazione dell’avello, dove ricadrebbero le spoglie di Antonello, si tralasciano fatti concreti; scegliendo alcuni indizi, poggianti sull’atto del notaio Bufalo, datato l’ 8/ 09/1263 che da solo, non basta a giustificare nulla storicamente parlando, insomma  una ricerca fondata sul niente.
Perciò, abbiamo sentito la necessità di individuare il luogo, per quanto fosse possibile farlo, in cui potevano ricadere gli edifici del complesso carmelitano.
Dopo aver fatto alcune considerazioni, presso l’area segnalataci dagli atti su esposti,  che collocavano chiesa e convento  vicino l’incrocio delle due fiumare. Grazie all’individuazione di ulteriori documenti, osservando gli atti su cui si inserivano tutta una serie di coordinate e di proprietà titolate a numerosi personaggi, abbiamo individuato un  piccolo agglomerato di  case, forse un  borgo formato da: una sparuta di case murate, di stalle, di un palmento, e altre costruzioni di servizio inerenti il possedimento della  nobile famiglia trecentesca dei Salimpipi. Così, in particolare, giovandoci un atto notarile, quello studiato dal Ciccarelli, datato il 24/ 08/ 1333, verificammo la posizione dell’appezzamento; il più importante per estensione ed ubicazione, ricadente  presso tale incrocio segnalato prima. Ed esteso dal limite occidentale, delimitato dal confine della fiumara san Michele e da quello orientale (quest’ultimo limite trovato in un altro atto della famiglia), delimitato dal confine della fiumara di santa Maria la Scala. Descrivendoci una realtà che prendeva via, via, corpo anche grazie all’ennesimo atto notarile, questa volta datato  nel settembre del 1316, rilanciando l’idea di un piccolo borgo presso la contrada delle Moniali, forse addossato allo stesso complesso religioso del Carmelo. In questo caso, forti dei due documenti, oltre ad altre notizie, segnalate da alcuni studiosi palermitani e non solo, sulla proprietà dei Salimpipi, governatori di Messina sotto gli Svevi, possiamo dare più forza alle nostre eccezioni. Per assurdo, ritrovare come attori e detentori di questi luoghi, la più ricca e facoltosa, e potente famiglia della prima metà del ‘300, può dirsi a ragione che è un vero colpo di fortuna. Sta di fatto, proprio attraverso questa discendenza: dal nonno Martino Salimpipi, fratello di Bartolomeo e cugino di Nicolò, e del rispettivo nipote Maynitto, si può supporre la vicinanza di questa terra al convento tema della discussione. Ma, andiamo per ordine.
Il Samperi, nella sua Iconologia ci dice che, i Carmelitani giunsero a Messina nell’anno 1200:  una data secca, di solito suggerita per ipotesi e non da documenti, in quanto non si fa riferimento né a indizione, ne al giorno o al mese, verosimilmente un’acquisizione di fonte orale.
Viceversa, sempre il Samperi nella sua Messana, cambia totalmente opinione, dimostrando quello che pensavamo; questo gesuita dichiarerà forte di una pergamena, un fatto completamente diverso. Egli osservava che, l’atto costitutivo fu siglato nell’anno del Signore 06/ 12/ 1173, dal sovrano Guglielmo il Buono, sulla presenza nel sito studiato di detti Padri Carmelitani.
E ancora da notare, il documento presente nel fondo VIII Arch. V. 38, p. 18,  conservato fino agli anni quaranta ante guerra mondiale, un contratto datato 09/ 01/ 1295 dove si precisava, sindacando sul complesso di santa Maria del  Carmelo, che:
“…dicti Sindaci, pro parte et nomine dicte Universitatis, et eadem ipsa Universitatis dedit tradit et assignavit Sorori Iohanne, venerabili Abbatisse monialium monasteri sancta Maria de Carmelo superioris …”
Ciò a dire: il luogo di santa Maria del Carmelo, governato dall’abbatessa Ianna, è riconosciuto dalla giurazia come ente morale attivo, riscuotendone onore. Esso, viene appellato il superiore anche se fuori città, essendo, l’inferiore disabitato già allora dai reverendi padri Carmelitani. A questo punto abbiamo molte carte in mano. L’individuazione forsennata vista in quei ruderi come quelli di santa Maria e Gesù, esercitata in questi ultimi anni, e sostenuta da scritti sterili, poggianti su affermazioni che sono state ritirate, da chi per primo nel ‘600 le mise in circolazione, sono state riprese come autentiche dai nostri divulgatori di storia patria. Usando le loro parole rivolte a noi: studiosi poco seri, li hanno portati al risultato che è sotto gli occhi di tutti. Almeno, di tutti coloro che leggeranno documentandosi sui veri accadimenti.
Per tanto, ve lo diciamo rammaricati, i ruderi di santa Maria e Gesù superiore non appartengono alla chiesa quattrocentesca; né, tanto meno, il Cantiere della memoria antonelliana, non vedrà la riesumazione del corpo del noto pittore messinese.
Quella famosa ecclesia, così quanto l’altrettanto scuola francescana allestita dagli Osservanti, e neppure la biblioteca, dove si conservavano i documenti e i rogiti che tanto sgomento hanno recato a generazioni di nostri antenati, non hanno nulla a che vedere con il sito tanto pubblicizzato. La nostra città, un giorno forse, ritroverà le spoglie di Antonello e quelle di illustri personaggi, non ultimo il governatore di santa Eustochio Calafato, il nobile Bartolomeo Ansalone:  il quale anch’egli, seguace del beato Matteo Gallo, in punto di morte affermerà: ” di essere sepolto nudo con l’abito dell’ordine in fossa comune  nel complesso delle moniali, là dove era sepolto Antonello degli Antoni.”

[1] La contrada delle Moniali, è il toponimo antico di Ritiro. Questo nome, era legato agli anni in cui, i padri Carmelitani fondarono il complesso 1166. Successivamente, quando i Francescani giunsero in luogo, seguendo gli insegnamenti composti, da fra Elia, chiamarono i luoghi in cui dimorarono Ritiro.

[2] Il raffronto portato avanti in questa parte della relazione, puntano lo sguardo, verso quei documenti, segnalati nella ricostruzione storica di Nino Principato; quella che ha favorito secondo noi, l’imput che porterà allo scavo archeologico. Il noto studioso, favorisce completamente, la traccia  samperiana, ripescata e strutturata nel tomo della Iconologia.

1 – L’ordine del francescani osservanti, nella vita di Antonello da Messina

L’annosa questione sull’individuazione della tomba in cui riposa Antonello da Messina, può dirsi ancora irrisolta.
Da qualche  tempo si segnala questa sepoltura, presso le rovine della chiesa di santa Maria e di Gesù del Ritiro, sulla riva occidentale del torrente Giostra, alias san Michele; per la quale, gli Osservanti si spesero, nella seconda metà del XVI secolo, nel governarne il complesso e tutte le rispettive dipendenze. Questa ricerca punta il dito, verso gli ambienti economici, politici e sociali, che animavano la gente della città di Messina nel ‘400.
Con la presenza in Sicilia dell’Ordine Francescano Osservante, per l’impulso e l’opera del Beato Matteo di Agrigento, si vennero a creare le condizioni di conflitto, fra il popolo sempre più vessato e la nobiltà feudataria, che a vario titolo governava sulla città; e generando una corrente politica, abbracciata anche dal nostro pittore.
Da una parte schierati troviamo: le vecchie oligarchie, che occupavano le cariche di comando della Giurazia, del Consolato del mare, delle Magistrature minori e l’alto clero della Città dello Stretto. Mentre dall’altra parte troviamo i “ Populares “ il cui zoccolo duro era composto dai mercanti, armatori, artigiani, artisti, professionisti, notai, accuditi e spalleggiati dai confrati dell’ordine dei Francescani Osservanti.
Il nocciolo della questione era l’economia, in forza della quale si muovevano interessi notevoli allora come oggi.
L’azione del Beato Matteo di Agrigento, che tuonava contro chi affamava il popolo, allontanandosi da Dio, rompeva di fatto un equilibrio secolare; la fame provocata dalle carestie, le epidemie pestilenziali, la ricchezza, strozzata da un aggravio di tasse sempre più esose, e una morale dileggiata dallo spreco, in tempi di recessione alimentavano lo zelo religioso dei seguaci del Beato.
Per questo stato di cose, la contrapposizione politica fra i due schieramenti fu inevitabile, degenerando in una guerra civile sanguinosissima.
L’opera del Beato Matteo, fissava dei paletti ben precisi nella società messinese dell’epoca, facendo leva sullo spirito cristiano degli indecisi, attraverso la predicazione del nome SS di Gesù.
Durante gli anni che precedettero la rivolta del 1464, grazie alle opere dei Francescani Osservanti, e alla propaganda fide, dei seguaci della venerazione del nome SS di Gesù, si era instaurata in Sicilia, e in modo particolare a Messina, una corrente spirituale fra i cosiddetti Populares, talmente radicata, da rasentare un eccesso cultuale.
Chi si ritrova a praticare la regola ispirata dal Beato Matteo, non solo segue i precetti della chiesa in maniera scrupolosa, ma, adotta, tutta una serie di comportamenti che allontanano l’individuo dalle tentazioni materiali.
Così, si potevano trovare mercanti che vendevano merci a basso costo, (1)   professionisti che accettavano compensi modesti, artisti che lavoravano con tariffari ridotti, armatori che aggravavano il costo del trasporto sulle robe della nobiltà, per accantonare decime da elargire agli ospizi e ai bisognosi; insomma, si verificò per l’epoca, una moderata azione sociale che prevedeva attraverso il carisma della carità, di sollevare le pene dei più afflitti.
Questa visione della vita non fu accettata dai potenti a cuor leggero.
Col passare degli anni, durante i quali l’ordine Osservante  divenne sempre più forte politicamente e finanziariamente, lo scontro fu una conseguenza ineludibile.
Quando il Beato Matteo giunse a Messina, nell’autunno del 1425, la popolazione contava 25000 abitanti: il popolo afflitto e derelitto dalle guerre e dalla fame, doveva subire perfino la pratica dell’usura ecclesiastica.
Lo stesso Beato chiedeva alla madre chiesa  ed otteneva per la gente di Messina, d’invalidare un capitolo di detta pratica; “ CUM GRANDISSIMA FATICA DI  SUSTANZA, INVALIDA CAPITULO DI LA USURA CHI ESTI CONTRA LA ORDINAZIONI DI LA SANCTA MATRE ECCLESIA. “
Dal fondo francescano che riguarda il faldone sulle prediche che il Beato ha enunciato a Messina, è rimasto ben poco.
Della sua opera predicatoria, si possono ancora argomentare tre argomenti, contenuti in altrettanti libri: i Sermoni, i Mercantia e il nome del SS Gesù.
I sermoni raccomandano ai fedeli, di rispettare il prossimo, come viene affermato nelle Sante Scritture; l’oggetto, che suscita l’invito del Beato, riguarda il mal vezzo dei commercianti che amavano speculare sui guadagni, alzando oltre misura i prezzi, in dispregio della situazione disgraziata in cui versava il popolo, mettendo a rischio il mondo delle professioni.
Durante la sua presenza a Messina, si era verificata una grave speculazione sul frumento e sul grano; ma, quello che faceva inveire allo scandalo, era la questione del tacco alto portato dalle donne di Messina.
Il lusso delle donne messinesi, era divenuto un grosso problema che riguardava la morale e  l’ordine pubblico.
In quella situazione disperata, in cui versava gran parte del popolo, lo sfarzo sfrenato delle signore benestanti, contrastava con la disperazione di molte madri.
Questo contrasto, costituì, un motivo della propaganda del Beato a Messina; la gente esortata al pentimento confessando i peccati, si esaltava con le prediche del fraticello francescano, condividendo la causa e abbracciando la regola degli Osservanti.
Ma, l’esaltazione religiosa dei messinesi si accrebbe moltissimo, quando il Beato Matteo di Agrigento, incominciò a predicare sul SS nome di Gesù.
In questa città  l’adorazione al nome del Signore, raggiunse livelli di glorificazione, molto più alti rispetto che altrove.
Nel 1426 e nel 1428, fu imposto a una nave, il nome di Sancta Mariae e di Jesus (2)
Questi fatti, denunziano l’alta risonanza che ebbero le predicazioni del Beato Matteo d’Agrigento a Messina sul tema cristologico.
Come accadeva spesso in quegli anni, la devozione e la stima si materializzavano sotto molti aspetti; allora, in quella fase storica, le disagevoli condizioni di vita in cui versava il popolo di  Messina, la raccolta di denaro e di beni immobili, solleticò il palato di numerosi enti e di altrettanti buontemponi.
Grazie al contributo delle prediche del Beato, la chiesa di Santa Maria e di Gesù del Ritiro, acquisì molte sostanze, e l’ordine dei Francescani Osservanti e i beni da esso controllati, né ebbero grande giovamento.
Fin dal 1428 al 1432, si ha notizie di una considerevole stima attribuita al plesso di Santa Maria e di Gesù di contrada san Michele: le donazioni, i lasciti, le assegnazioni di enfiteusi, di alimenti e di privilegi fu cospicua. (3)
I rapporti tenuti fra la Giurazia di Messina e la sua Cattedrale, sono documentati fin dal XV secolo; questi rapporti, evidenziano la volontà del ceto medio alto  e della nobiltà, a mantenere un alto profilo tassativo sulle rendite e sui guadagni soffocando l’economia.
Dimostrando, se c’è ne fosse stato bisogno, un particolare appetito economico che inevitabilmente, generava un potere non indifferente, pronto a tutti gli accordi possibili e a qualunque azione anche cruenta per mantenere quel potere.
Cosa che di fatti avvenne con la guerra civile del 1464, a causa della quale, per alterne fortune, i perdenti furono costretti all’esilio per avere salva la vita tanto che, osservando la partenza di Antonello dalla sua città natale, forse fu questa la  causa della sua “fuga.”
Come è stato detto in precedenza, nel 1432 fu istituita la Maramma del plesso di Santa Maria di Gesù di Ritiro.
Questo ente morale, sarà uno dei motivi di conflitto fra gli ecclesiastici Conventuali e gli Osservanti, trascinando molti attori nella mischia dall’una e dall’altra parte.
Difatti con la costituzione di quella Maramma, tutto il flusso finanziario che passava sotto il controllo dell’oligarchia governativa, fu amministrato da altre mani più misericordiose, calmierando il mercato e i comportamenti.
Con la Bulla Pontificia del 12 marzo1446, del Papa Eugenio IV, si dava mandato, ai conventuali di Santa Maria di Gesù di contrada san Michele, di prendere possesso della chiesa e dell’oratorio dei terziari francescani di san Paolo della piana dei Sicofanti; determinando l’entrata dell’ordine degli Osservanti in città con gli effetti derivanti del caso. Antonello ricorderà queste vicende, in una delle sue prime opere.
L’autorizzazione del Sommo Padre ebbe come effetto immediato, una ritorsione dei ceti medio bassi contro il potere politico di Messina, galvanizzando lo spirito del popolo, pronto ad impinguare le casse e gli uffici di Santa Maria e Gesù di susu in un modo tale, che apparve come un vero e proprio depauperamento delle entrate e delle tasse dei cives sulla cittadinanza.
Dall’autunno del 1432 alla primavera del 1435, il re Alfonso detto il magnanimo si trasferì a Messina, ufficialmente per controllare la dote della regina Giovanna e gli eventi che provenivano da Napoli.
Ma, dagli atti che egli compì, e dalle soluzioni che cercò di mettere in atto, sambra che la presenza del re spagnolo, puntasse a mitigare il clima nefasto  che si respirava a Messina in quegli anni.
Il 17 novembre 1435 il Beato Matteo, incontrò presso la Santa Sede il Pontefice Eugenio IV, ottenendo dal Santo Padre, che da quel momento in avanti, il convento e i confratelli di Santa Maria e di Gesù di contrada san Michele, dovessero essere esentati dal pagare la quarta canonica ai Vescovi di Messina. Di fatto, gli Osservanti ottennero l’assoluta indipendenza dalla chiesa di detta città, ricevendo come moneta di scambio dalla Giurazia e dal potere politico, il più completo disprezzo, condannando tutti i cittadini che a vario titolo si schieravano con la Maramma  degli Osservanti.
Alla Maramma di Santa Maria di Gesù, furono legati tutti i Populares che a vario titolo operavano in città, attraverso le commesse dell’ordine degli Osservanti, e la famiglia degli Antoni  faceva parte di quella mischia.
I primi terziari che seguiranno  i passi del Beato Matteo di Agrigento, acquistarono il 3 luglio del 1418 dalle monache Cistercensi, il terreno e gli immobili di santa Maria del Carmelo, poi chiamata  di Santa Maria e di Gesù.
Da questa comunità di educatori si conosce ben poco: all’origine era  formata da 8 fratelli, provenienti dal convento dei santa Maria del Monte Oliveto, dove, in tempi successivi gli Antoni, realizzeranno  il loro gonfalone.
Si presume che essi, venuti a conoscenza della predicazione di san Bernardino da Siena, il quale nutriva una stima particolare verso Messina e il culto alla Madonna della lettera, abbiano potuto apprendere l’adorazione al Santissimo nome di Gesù. Creando le basi necessarie affinché, la struttura da essi governata, potesse accogliere i fratelli che, soggiogati dal carisma del Beato Matteo, lo accompagneranno  con i suoi 12 discepoli presso il complesso predetto, gia durante i primi anni in cui il frate Osservante predicava 1425.
La presenza dell’ufficio della Maramma presso il convento di Ritiro, è il fatto nuovo, nella ricerca dei documenti per l’individuazione della tomba di Antonello degli Antoni.
Questi rapporti, sono da studiare e sottolineare, in quanto evidenziano la sindacatura delle arti e dei mestieri, verso i contratti e le commesse, tenute in modo esclusivo dagli attori lavoratori con gli attori committenti.
In tale ufficio, si vengono a creare quelle condizioni contrattuali per lo svolgimento delle commesse, verso le quali partecipano a vario titolo, le maestranze specializzate del secolo XV.
Le professioni che più di altre ebbero a giovarsi della costituzione dell’ufficio della Maramma, presso il plesso di Santa Maria e di Gesù, sono quelle che ruotavano attorno al mondo delle aule ecclesiastiche dove era necessario, riconvertirle al nuovo corso di fede; ripristinando gli arredi del culto con commesse mirate al soddisfacimento dello scopo.
Se nel passato, queste contingenze vennero soddisfatte dall’ufficio della Maramma della Cattedrale, adesso gli scalpellini, i mazzoni, gli intagliatori, i pittori ed altri mestieri atti allo scopo, potevano assolvere la loro opera, in favore del popolo grazie agli Osservanti.
Fu così radicato l’uso dell’ufficio della Maramma del convento del Ritiro, che in quel periodo storico compreso fra il 1425 al 1464, le commesse soddisfatte a Messina, per le realizzazioni di lavori da parte di enti religiosi, fu a vantaggio dell’ordine Francescano Osservante, rispetto a tutte le altre realtà religiose presenti in città.
Tanto che Giovanni de Antonio, il  padre di Antonello detto il mazono, realizzò i lavori che gli sono attribuiti dalle fonti documentate, esclusivamente con l’ordine degli Osservanti, e lo stesso Antonello, nella prima parte della sua carriera, lavorò in modo esclusivo con lo stesso ordine francescano.
Nell’atto testamentario formulato il 14 febbraio 1479 da Antonello da Messina, è da sottolineare la sua esclusiva volontà, quando esprime il desiderio di essere sepolto con l’abito degli Osservanti, e che al seguito della sua salma, nessun’altro doveva partecipare alle esequie se non i confrati predetti fino all’avello, posto presso la chiesa di Santa Maria di Gesù. Lo zelo religioso espresso dal grande artista non fu un caso isolato.
Un avvenimento come cento altri, accaduto in quegli anni, giustifica la stessa volontà espressa da Antonello, in favore degli Osservanti. Un effetto dell’entusiasmo suscitato dallo zelo religioso, viene bellamente evidenziato, nella volontà di una concittadina di Antonello rimanendo su quella posizione. Infatti, riprendendo l’osservazione fatta prima, donna Mariola Patti, nella qualità di erede del marito Tommaso Patti, il 4 novembre 1429, donava alle suore del III ordine francescano di Messina, una grande casa, sita nella Mastra ruga, da destinarsi ad oratorio ed abitazione delle suore clarisse, riservandone l’amministrazione a favore delle stesse.
Apponendo come unica ma imprescindibile condizione, il passaggio delle clarisse all’ordine degli Osservanti; nel qual caso l’atto era valido, ma, se le stesse, si sarebbero rifiutate di abbandonare l’ordine Francescano Terziario, la casa si sarebbe   dovuta vendere, elargendo il ricavato non all’ordine Terziario, ma, al convento di Santa Maria e di Gesù di contrada san Michele. (4)
In due opere antonelliane si coglie, l’adesione del nostro artista all’ordine del Beato Matteo: in quella del tempio di san Michele sotto il colle Mactagylfoni 1457,  e in quella di sancta Maria extra moenia conosciuta come il polittico di San Gregorio è datata 1473.
Nella prima, che è andata perduta, ma, dalla quale si capisce che divenne da archetipo, per le committenze nei primi anni della carriera, si descriveva uno schema, dal quale si può già allora, individuare una sua adesione alla causa degli Osservanti.
Appurato  che le opere della prima fase pittorica di Antonello, erano delle commissioni, in cui il committente decideva la disposizione delle immagini, e l’indirizzo iconografico, le geometrie e l‘impronta iconografica, sono frutto dell’esperienze e della genialità di Antonello.
Non solo era importante la cromatica, la luminosità, la prospettiva e il soggetto espressivo al quale si apportava il pittore, ma, la definizione delle forme e delle dimensioni ortogonali, erano il risultato con il quale, l’artista proponeva la sua invenzione degli spazi.
Il linguaggio geometrico scelto da Antonello a forma di delta, adoperato negli schemi pittorici in alcune opere del ‘400 e del ‘500, ebbe un primo utilizzo, negli schemi della scuola di Giotto.
Ebbene, con l’uso di un sistema filosofico quali era l’allusivo tema a delta, cioè, la disposizione delle immagini che si dovevano interpretare partendo dal vertice verso il basso, dimostra una volontà di mimetizzazione di un pensiero, evidentemente politico che non poteva oppure,  non voleva che venisse esternato. (5)
Lo stesso pensiero che secondo il mio avviso è espresso da Antonello da Messina, nella prima tavola di san Michele, (6) lo ritroviamo, anni dopo, in piena età matura, nel polittico di san Gregorio; osservando quello strano rosario posto ai piedi della SS vergine Maria.
La posizione innaturale in cui è composto il rosario sul posatoio ai piedi della Madonna, allude a un significato per nulla misterioso.
Questa posizione dei grani che pendono in numero maggiore, rispetto a quelli appoggiati, determinerebbe la caduta del collare al suolo.
Sembra invece che l’artista, volesse indicare un altro valore, intrinseco al culto di Maria  attraverso la figura di san Gregorio il predicatore.
Il tema della conversione alla parola del Signore, viene evocato non solo dalla figura di Gregorio, ma, istantaneamente, viene dimostrato con quel singolare rosario.
Salta all’occhio un segno, come di scrittura, la vocale u, ma, è una vocale maiuscola, forse quella di Urbs? Nelle abbreviazioni latine, la vocale maiuscola della U, evoca la città di Roma: il tema della conversione attraverso gli stessi simboli, ricorda, e vuole ricordare, un accenno alla lettera paolina scritta ai romani e non solo; Antonello con quel simbolo ci segnala, la conoscenza di un’iconografia ripescata negli ambienti e negli atelier artistici di Roma.
Ebbene, seguendo questo ragionamento e collocando alla posizione delle perle sul posatoio un eguale significato, scorgo un’approssimativa, ma, efficace associazione con i capitoli e i versetti della lettera ai romani, tramite i valori, Rom II,4- IV, e III,22. Non vi dico la sorpresa, quando mi accorgo che il significato non solo è calzante, ma, diventa, una vera e propria invocazione al nome SS di Gesù; un tema molto caro ai seguaci degli Osservanti. Seguendo l’ordine descritto dai grani in quel collare, quasi fosse uno schema a rebus, traduco e pongo il contenuto dei rispettivi versetti nell’ordine predetto.
Rom II,4- …ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?
Rom IV- …che diremo dunque di Abramo nostro antenato secondo la carne?
Rom III,22- …la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione… La giustizia di Dio, fa chiamare il Cristo, l’uomo santo il Giusto. Le predicazioni del Beato Matteo, si basano sulla giustizia d’avanti al Signore a cui tutti gli uomini devono aspirare. La regola del giusto prezzo, invocata per la prima volta a Messina, sarà ripresa ed adottata nelle prediche in tutti gli altri luoghi in cui Matteo andrà. La giustizia come valore assoluto, si pone in colui che è venuto a salvarci in questo mondo, purificandoci dal peccato Col IV,11, è uno degli epitomi rivolti al nome di Gesù, il Giusto. Nel 1446, quando gli Osservanti si insediano nella chiesa di san Paolo, lanciano un messaggio ai potenti di Messina, descrivendo con la parola di Paolo nel nome del Giusto, quale sarà la loro missione evangelica in quegli anni; “portare con gli esempi descritti nel Vangelo, la giustizia e l’equità in mezzo agli uomini.” I comportamenti che scaturirono da quell’indirizzo, nel nome del Giusto, hanno forgiato nel nome della regola degli Osservanti, credenti come Antonello da Messina. Chi si è convertito a quei modelli di vita, chi ha operato con quella  verità radicata nel proprio essere, non poteva che immaginare, di dimorare nella casa  di Santa Maria e di Gesù, che ha dato vita a quella scuola di pensiero, e nel suo avello, trovare la pace a cui aspirava fin dalla fanciullezza.

(1) In quegli anni in cui il Beato si ritrovò a Messina, scoppiò uno scandalo; un sacerdote dell’Ordine Conventuale Ecclesiastico, moralmente corrotto, ebbe a comprare una grossa quantità di grano, ancora verde a basso costo dalla vicina Calabria. Poiché il grano in quel periodo aveva un  basso costo alla salma, questo speculatore, aspettò che il costo salisse per guadagnare di più. Conosciuto il misfatto da parte di un armatore messinese, aderente alla causa dei Populares, non che seguace degli Osservanti, comprò anche egli una grossa quantità di grano, vendendolo a un costo di gran lunga inferiore, impedendo quella speculazione.

(2) A. Amore, Roma 1976 …”MESSANENSIS CONIATIONIS BETAE EUSTOCHIAE CALAFATO …POSITIO” p 120 , n° 1

(3) I notai che avevano abbracciato la causa dei Populares, ebbero un grande lavoro al tempo di questa contingenza, vedi gli atti del notaio Tommaso Andriolo 28 febbraio 1428, foglio 780, e gli atti del notaio Francesco Mallono 14 ottobre 1432, foglio 239v

(4) A.Amore, op, cit., in questa casa, sorse il monastero di Monte  Vergine. Ibidem – Le clarisse che furono oggetto della donazione, che accettarono di assoggettarsi all’ordine degli Osservanti, sono le suore di santa Maria dell’alleanza. Le quali, nel 1454,vendettero di buon grado quella casa alla Beata Eustochio Calafato che vi fondò il suo ordine, sotto la regola dell’abbate di santa Maria e di Gesù di Ritiro, mentre le stesse  costituirono il loro tempio e l’annesso oratorio, presso la contrada dei Sicofanti, di fronte alla chiesa di san Paolo.

(5) Antonello, oltre ad essere il precursore di una tecnica innovativa per l’epoca, amava adottare, un linguaggio alto, che non esito a definire geniale. Nell’opera di san Michele di Messina, quello per intenderci, che servirà da prototipo per la realizzazione degli altri gonfaloni in quegli anni, afferma la sua totale conversione alla causa degli Osservanti.
Per i greci il delta,  può significare attraverso il vocabolo deltoV, il  testamento. Nella seconda formulazione con lo stesso vocabolo, si descrive il significato di un  tema pittorico: l’icona è, il flusso liberato dall’alto, dipingendo sulla tavola le immagini sacre, seguendo proprio questo pensiero –  Eikóna χeuma  ὲkluse  kak  deltwn   tόn  tupon  hjanisen  Anth. Plan. 4,125

(6) Mika el: chi è come Dio? Michele, uno dei 7 angeli posto ai piedi di Dio, viene riconosciuto fin dall’antichità cristiana, come il protettore del popolo. Egli guiderà il popolo e lo difenderà in  eterno dai suoi accusatori Enc. Bib.vol. IV

Una verità provata e scomoda in grado di bloccare lo scavo archeologico programmato del cantiere Antonelliano

Un articolo denuncia, quello che vi stiamo per proporre, sunto delle osservazioni, di chi come me e il professor Franz Riccobono, hanno segnalato troppe volte in passato, gettando lo sguardo su uno scavo particolare. Malgrado la nostra buona volontà e l’impegno di tanta gente, prodiga a cercare il vero per il vero, malgrado la stampa, abbia stigmatizzato, una soluzione niente affatto quantizzata,  malgrado le segnalazioni su una memoria costruita male, malgrado tutto questo si è giunti a una passo di non ritorno. Uno scavo archeologico che nelle intenzioni della politica, punta a recuperare una intera zona, come quella di Giostra. Le intenzioni di partenza erano buone. La politica per una volta, si faceva promotrice di una iniziativa come poche, esercitate in una città come Messina. Purtroppo però, malgrado le buone intenzioni, malgrado la straordinaria buona volontà, al primo mutar di vento, sono affiorate posizioni incredibili. Ci si è indirizzati verso un muro contro muro, con esposizione di muscoli: con rappresentazioni di scenari inverecondi, giungendo agli insulti e alle velate minacce in quanto, una parte fra gli storici non erano d’accordo con lo scavo.  Fin dal primo momento in cui, un articolo di CENTONOVE, del 5 ottobre 2007 a pagina 42, a firma di Manuela Modica e Reneto Milazzo davano voce a posizioni contrapposte all’individuazione dell’area di scavo, mostrando discrepanze e disfunzioni in una memoria niente affatto spiegata, si è giunti alla conclusione, che lo scavo sa da fare. In barba a qualunque criterio di prudenza, e con una arroganza senza pari, si è proceduto a segnalare l’area, quella della memoria antonelliana. Non si era mai visto in passato un comportamento come questo: iniziare uno scavo archeologico per cercare una memoria perduta come quella della sepoltura del grande pittore messinese; quando nessuno dei nostri scrittori del passato, seppero individuarne con certezza il luogo in cui ricadessero le spoglie mortali. L’incerta ubicazione della tomba, che non agevolava l’identificazione del plesso di santa Maria e Gesù di susu o di jusu, ebbene, si andava a programmare qualcosa che sapeva già di scoperto. Che si palesava come già avvenuta. Una stravaganza che poteva avere un senso, qual’ora gli enti preposti al recupero del bene, fossero concordi che tutte le notizie poste in essere, vagliate da un corpo di ricercatori e di studio, ponderando molte variabili, consenzienti programmassero quello scavo. In barba a qualunque buon senso, e forti del parere contrario di non pochi storici ed intellettuali che dissentivano, e delle professioni che non avallavano, si è proceduti spediti verso la spesa confermata e cantierabile di 650000 euro (Gazzetta del Sud articolo del 30 maggio 2010).  Se le cose stanno così, se le certezze sono state ponderate, e se in questa città nessuno sembra vedere, ascoltare, giudicare ebbene, il lavoro degli onesti è cosa vana. Pertanto, avendo osservato in questi anni, la pochezza di una non coscienza critica, l’apatica presenza civica di una città programmata al suicidio, vogliamo girare al fato e ai posteri l’ardua sentenza. Ci sarà mai un Salomone a sentenziare le sventure di Messina? Noi malgrado tutto, ancora ci speriamo. Per tanto,

“REGALIAMO AL POPOLO DI INTERNET, LA STORIA DEL VERO PLESSO DI SANTA MARIA E GESU’ SUPERIORE, DOVE SI CREDE, FU SEPOLTO ANTONELLO DEGLI ANTONI.”

Ricordando a tutti che quello che leggerete, non fa parte del protocollo di studio e di individuazione del monumento di santa Maria e Gesù superiore. Per tanto, tutto quello riversato qui, rimane fuori con la conseguenza che il cercato, si contrappone a queste tracce storiche. Non pochi politici, giornalisti, intellettuali hanno avuto la possibilità di leggere questo scritto, questi documenti; a Messina come a Catania, in Sicilia come nel resto di Italia. Tutti, messi al corrente della dinamica ne sono rimasti stupiti, basiti e sconcertati. Come si possa programmare una spesa, fatta di denaro pubblico evitando il confronto: evitando di confrontarsi con documenti che avrebbero messo in forte dubbio anche il tentativo di programmare una spesa. Eppure tutto ciò è rimasto fuori da qualunque calcolo,  lasciando nell’incertezza tutti quei cittadini che stanno ancora chiedendosi, perché. Perchè programmare qualcosa che potrebbe rivelarsi vana: perché rischiare di bruciare denaro sapendo che ce la buona possibilità di non trovare nulla. Per questo, solo chi ama veramente la legalità, solo coloro che sperano in una società forte possono capire questa posizione. (continua)

Alessandro Fumia

Capo Peloro prima e dopo il 1860

L’agiografia risorgimentale ha ovviamente condizionato anche la trattazione delle vicende del luglio 1860 a Messina e la breve permanenza di Garibaldi in quel di Capo Peloro. Se a ciò si aggiunge l’esclusione e/o la totale disconoscenza, spesso di natura ideologica, dei periodi storici precedenti e successivi a quell’anno, si viene a creare uno dei tanti enormi e pericolosi vuoti di cui Messina è troppo spesso vittima.
Poiché ai fini della ricerca storica e lo studio approfondito dei reperti, è piuttosto riduttivo, superficiale se non ridicolo ridimensionare la storia di questo importantissimo luogo ai soli fatti del 1860, è bene tenere nella giusta considerazione che esso fu sede di ben più antiche batterie, postazioni, trinceramenti e fortificazioni in genere, protagoniste di numerosi eventi bellici; e continuò ad esserlo sino al secondo conflitto mondiale.
Dunque è bene fare un breve excursus circa i periodi storici che interessarono Capo Peloro, partendo, per non dilungarsi eccessivamente, dalla fine del Seicento.
Nel dicembre 1674 gli Spagnoli, nell’ambito della rivolta messinese, vi effettuarono uno sbarco protetto da 15 galere che bombardarono la torre, poi conquistata con tutti i cannoni. Molteplici in tale contesto i duelli tra le artiglierie navali spagnole e i cannoni della Torre del Faro. Tuttavia il luogo fu a più riprese conquistato e perso, quindi presidiato a fasi alterne da Spagnoli, Francesi e Messinesi. Il Romano Colonna a tal proposito afferma: «e per non lasciar dell’intutto libera la campagna ai messinesi, restati già chiariti, che i francesi non portarono soldatesca bastante a guarnire la città, e guardare quella, fecero nuovo sforzo di fortificarsi nella Torre del Faro, fabbricando ivi un forte con molti cannoni, e formando in quella pianura un campo di un grosso numero di soldati». Altri testi  raccontano della costruzione nella punta del Faro «di un fortino ben guarnito con artiglieria e gente armata e stipendiata di sopra».
Nel XVIII le mire delle potenze europee, che a vario titolo e per motivi commerciali puntavano allo smembramento dell’impero spagnolo, portarono a una fase complessa di giochi e intrecci che scaturirono in quella che fu definita la guerra di successione spagnola (1702-1713/14), che si concluderà sostanzialmente col trattato di Utrecht, tramite il quale la Sicilia passerà in mano ai Savoia.
Tale situazione aveva nel frattempo consentito che i pirati inglesi, francesi e olandesi invadessero il Mediterraneo, depredando anche il naviglio vario che passava nello stretto di Messina. Alcune documentazioni infatti segnalano nel 1711 la presenza di quattro galeotte triremi spagnole ben armate, che terrorizzavano le coste calabresi, tanto che il governo di Napoli inviò due nuove galere per pattugliare le coste e scortare i convogli di grano e derrate alimentari provenienti dall’Adriatico attraverso lo stretto.
Interessante anche il periodo circa la guerra della quadruplice alleanza (1717-1720), nel quale la Spagna si contrapponeva a Olanda, Inghilterra, Austria e Francia, per il controllo del Mediterraneo. Nel 1717 la Spagna aveva invaso la Sardegna e nel contempo, insieme all’Austria, era interessata alla Sicilia nonostante Utrecht; infatti il primo luglio 1718 un contingente spagnolo forte di trentamila soldati e protetto da 22 navi, sbarcò a Palermo mentre i sabaudi evacuavano l’isola ritirandosi presso la Cittadella di Messina, che fu posta sotto assedio. Ma l’intervento della flotta inglese dell’ammiraglio Byng, che sbaragliò quella spagnola presso Capo Passero (Siracusa) nell’agosto dello stesso anno, capovolse la situazione. Gl’inizi della battaglia si erano avuti nello stretto di Messina, nella cui porzione nord era ancorata la flotta spagnola, protetta dalle batterie costiere. In seguito truppe austriache e inglesi (sbarcate anche presso la Torre Faro nell’agosto del 1719), avevano affrontato gli Spagnoli, conquistando la Sicilia, e a quelli non fu permesso di lasciare il posto sino alla firma della pace. Lo Smith nel 1814 segnala la presenza nel porto di Messina dei relitti di due navi da guerra spagnole, riuscite a riparare dopo la battaglia di Capo Passero e affondate all’ormeggio dall’ammiraglio Byng durante l’assedio del 1719, mediante una batteria austriaca appositamente armata. Ciò per evitare sia che le navi potessero tornare in patria dopo la fine delle ostilità, sia che nascessero dispute per il possesso delle prede belliche. Si trattava di un vascello da 64 cannoni, varato nel 1716 e di una fregata da 50 cannoni varata nel 1702. Una terza nave da 56 cannoni varata nel 1703 era stata catturata presso il porto di Messina dopo la battaglia di Capo Passero.
Nel 1720 fu siglato il Trattato dell’Aia che pose fine alla guerra: gli Asburgo in cambio della Sicilia rinunciarono alla Sardegna e a qualsiasi pretesa al trono spagnolo, mentre Vittorio Amedeo II di Savoia fu incoronato re di Sardegna. La Sicilia passò dunque nel 1720 agli Austriaci che vi regnarono per 14 anni, allorquando gli Spagnoli, conquistato il Meridione d’Italia, ritornarono sull’isola e nei pressi di Capo Peloro il luogotenente Marsillac sbarcò alla volta di Messina, mentre il nemico austriaco abbandonava il presidio per ritirarsi nella Cittadella.

Quindi, a seguito della nascita del regno borbonico (1734-1861), le aree costiere siciliane furono difese già a partire dalla metà del Settecento, soprattutto a protezione delle scorrerie piratesche che infestavano il Mediterraneo. Infatti in quegli anni l’Amico descrive il villaggio del Faro dotato di una torre con «attaccata una fortezza fornita di artiglierie e custodita da un presidio di soldati sotto un prefetto». Nel 1783 la Torre del Faro era armata e definita dal De Burigny «ben munita e con presidio». Significativo l’episodio accaduto nel 1734, allorquando una tempesta scagliò sulle coste dello stretto tre navi corsare, di cui una sulla spiaggia di Capo Peloro, catturata con tutto l’equipaggio musulmano.
Nel 1799 la protezione antincursiva siciliana fu potenziata con centinaia di artiglierie per la difesa costiera, mentre la Real Marina disponeva di 86 navi varie. In realtà in quell’anno, con tutta la penisola in mano ai Francesi, fu messo in atto un vero e proprio piano difensivo della Sicilia, per cui si provvide a costruire varie barche cannoniere, a far fondere nuove artiglierie, organizzare le difese costiere e gli eserciti. In tale contesto l’area di punta Faro già presidiata da 18 artiglieri litorali nel 1792 e nel 1798 classificata come campo trincerato retto da un tenente colonnello, vide l’anno successivo l’aggiunta nel fortino del Faro di sei cannoni da 36 libbre e quattro mortai da 12 libbre e altre decine di pezzi in tutto il territorio della Piazza. Dal 1803 la Piazza di Messina (brigadiere Guillichini) poneva la sua difesa su varie fortificazioni ancora oggi esistenti, tra cui la Torre del Faro comandata da un colonnello. La Piazza di Milazzo, da considerarsi altro punto strategico, era invece nel 1803 retta da un brigadiere e nel 1807 risultavano armate quattro batterie del fronte a mare.
Con la perdita del regno di Napoli nel 1798 i Borbone si rifugiarono in Sicilia (i quali ritornati a Napoli dopo qualche anno, furono costretti nel 1806 a ripetere la fuga verso Palermo) e insieme agli alleati inglesi contrastarono il nemico franco-napoletano, il quale, disceso verso sud, si era accampato sulla costa calabra tentando di sbarcare sull’isola attraverso lo stretto.
Intensissime quindi le attività delle contrapposte flotte navali e vari gli episodi bellici tra attacchi, incursioni, cannoneggiamenti, terminati solo nel settembre del 1810 con il fallito sbarco delle truppe al comando del Murat sulle coste sud di Messina. Gli sbarchi sarebbero dovuti essere tre, di cui uno programmato a Capo Peloro, ma la reazione delle forze anglosiciliane respinse l’unico sbarco provocando il ritiro delle truppe francesi verso il nord della penisola. Intanto dal  1803 le coste del Regno erano vigilate da un totale di 419 torri litoranee servite da artiglieri litorali; nel 1806 a Messina fu costruito l’arsenale di artiglieria e nel 1808 a Messina e Milazzo (oltre alle truppe inglesi) prestavano servizio circa 500 artiglieri litorali. Il Cockburn cita nel dettaglio le tante batterie di cannoni, mortai e relativi trinceramenti inglesi (i quali posero le loro basi principali a sud,  in zona Contesse e San Placido, e a nord presso Faro e Piano dei Campi, ridenominato Campo Inglese), costruiti nel 1810 a Messina su tutta la costa della città, da nord verso sud presso Mortelle, C. Peloro, Torre del Faro, Ganzirri, Fiumara Guardia, Grotte, S. Salvatore dei Greci, Messina, Contesse e Mili. Nel 1812, subito dopo la fine della minaccia francese i presidi erano ancora armati, così come bene evidenzia la mappa del piano delle fortificazioni dello stretto, a cura del Distretto di Messina. Secondo il Purdy nel 1814 in zona erano armate due batterie costiere insieme ad artiglierie nelle torri martello coordinate dal telegrafo di Spuria. Nel 1815 la Torre del Faro era una Piazza di 3^ classe al comando di un ufficiale superiore. Nel 1833 l’organizzazione militare e la classificazione delle Piazze e forti del regno, indicava la Torre del Faro come presidio di quarta classe comandato da un capitano. Inoltre uno scritto del 1834, descrivendo il villaggio di Torre Faro, evidenzia alcune batterie di cannoni poste a difesa della Torre.
Nel 1847 la Torre del Faro era ancora un forte di quarta classe e l’anno successivo l’area in questione era dotata di «un Faro utile al riconoscimento delle navi in ingresso, posto su una torre accompagnata da un fortino quadrato ben armato». Lo stesso anno il parlamento siciliano includeva la Torre del Faro nella Piazza di Messina, dipendente dalla seconda direzione di artiglieria, inserendola tra le Piazze di quarta classe. Nel 1848 dunque, dopo l’abbandono borbonico dei presidi e il ritiro nelle fortificazioni del porto, furono i rivoluzionari siciliani ad armare, oltre a pezzi minori, quattro cannoni da 24 libbre  presso il fortino del Faro, una batteria tra la Torre di Faro e la Torre Mazzone a ovest, e altre quattro batterie tra la Torre del Faro e la Torre di Ganzirri sul versante est: in totale due pezzi da 80 libbre e venti da 24 e 36 libbre (non a caso pezzi dello stesso calibro di quelli armati in loco dai garibaldini nel 1860), che in più occasioni duellarono con le artiglierie della navi borboniche. Lo Scalchi afferma che tra la torre del Faro e Messina furono costruiti dieci fortini, ciascuno armato con quattro pezzi di grossa artiglieria. Il comandante borbonico di Messina, maresciallo Pronio, segnalava nel 1848 che presso la Torre del Faro, in mano ai rivoltosi, vi era una  batteria a pelo d’acqua e sei altri pezzi, oltre quelli già esistenti. Secondo i piani le batterie dovevano essere sorvegliate da ben 1000 uomini posti presso il forte di Spuria.. Interessante la documentazione che afferma che nel 1848 il senato di Palermo volesse far innalzare a punta Faro un monumento commemorativo. Nel settembre del 1848, dopo sette mesi di assedio della Cittadella da parte rivoluzionaria, protetto da una squadra navale forte di 286 cannoni che bombardarono le posizioni nemiche, sbarcò a sud di Messina il reggimento Real Marina, un vero e proprio reparto anfibio che consentì l’atterraggio di quattro battaglioni, i quali, insieme ai reparti del maresciallo Pronio usciti con una sortita dalla Cittadella, misero in seria difficoltà l’esercito rivoluzionario provocando l’abbandono progressivo dei presidi siciliani tra cui Capo Peloro con le sue batterie, Milazzo, lasciata alle truppe borboniche ancora munita di 24 cannoni di grosso calibro e 8 da campagna, sino a Palermo nel 1849. Alla fine dei fatti il capo della spedizione, tenente generale Filangeri, aveva preso ai rivoltosi di Messina 21 bandiere nonché tutte le artiglierie (oltre cento) e relativo munizionamento, barche cannoniere, un piroscafo armato e armi varie. Nel 1852 un ufficiale borbonico ipotizzava la prosecuzione delle batterie inglesi edificate quarant’anni prima sulla costa nord della città, in modo da unire i presidi di difesa marittima di Messina e della Torre del Faro. L’Orsini nello stesso anno descriveva l’ingresso dello stretto «chiuso da un seguito di batterie bene stabilite che si prolungano dalla città sino alla torre fortificata del Faro». Nel 1856 l’area di Capo Peloro era ancora dotata di batterie, mentre vari autori segnalano nel 1860 la presenza di artiglierie presso la torre del Faro.
Nel luglio-agosto 1860 dunque, a seguito del ritiro delle truppe borboniche, l’esercito garibaldino giunse a Messina ponendo a Capo Peloro il campo base e varie batterie di artiglieria in attesa di sbarcare sul continente e proseguire la campagna di unificazione. Esistono a tal proposito non una o due, ma decine tra documentazioni e mappe, che indicano nello specifico la tipologia dei pezzi posizionati e che da sole smentiscono alcune teorie locali.
Nel frattempo i resti dell’esercito borbonico, nonostante il blocco effettivo dei presidi e i tentativi del nemico di farli desistere o passare dalla sua parte, restarono asserragliati nelle posizioni armate della zona falcata sino al 12 e 13 marzo 1861, cedendo solo a seguito degli effetti delle potenti artiglierie piemontesi, che dal febbraio 1861 assediavano le posizioni borboniche, in modo particolare la Cittadella.
Anche dopo l’Unità il luogo in questione rimase presidiato. Infatti già nel 1863 a Torre del Faro vi era un distaccamento di artiglieria, nel 1864 la torre fu classificata opera di prima categoria, nel 1865 si provvide ad armare le batterie dello stretto con artiglierie napoletane, aggiunte a cannoni da 40 libbre rigati e nel 1866 tutta l’area di Capo Peloro fu inserita nel Piano di Difesa dello Stato, seppur con successive dismissioni,attraversando via via tutte le vicende politiche e militari successive. Il luogo rimase significativo anche nel XX secolo, inserito nei vari piani difensivi redatti nel tempo (nel 1910, 1913, 1915 e 1931) e a partire dalla seconda metà degli anni Trenta fu difeso con varie batterie permanenti contraeree, costiere e a doppio compito, alle quali, in modo particolare nel 1942-43, si aggiunsero quelle campali tedesche, mentre la sommità della torre veniva munita di stazione fotoelettrica mobile su binario e il mare era pattugliato da naviglio vario tra cui le vedette antisommergibile. In modo particolare già prima della guerra erano presenti in loco la batteria MS620 della Milmart e una da 75/27 AV ad uso Dicat insieme ad una postazione per aerofono. Dalle mappe inglesi del luglio 1943 risultavano in loco: una batteria contraerea da 90 mm, una doppiocompito da 90 mm e una costiera da 120 mm. L’ultimo periodo bellico attraversato fu dunque quello del secondo conflitto mondiale, nel quale il luogo fu spesso bersagliato dalle incursioni aeree e scelto nel luglio 43 come uno dei punti di imbarco delle truppe tedesche verso la Calabria nell’ambito dell’Op. Lehrgang, ultimata con successo nell’agosto dello stesso anno.

Armando Donato

La postazione MILMART di San Placido Calonerò.

Premesse.
Messina ha la fortuna (per nulla sfruttata) di possedere tante opere militari permanenti ascrivibili a vari periodi. Uno dei più significativi è quello che intercorre tra  la metà degli anni Trenta  e il 1943, nel quale furono edificati gli ultimi sistemi difensivi messinesi (detti fam e fat) in sostituzione di quelli ottocenteschi ormai inutili e vetusti. Tali sistemi furono di fatto utilizzati nel secondo conflitto mondiale, periodo importantissimo per la Sicilia e Messina, cronologicamente ancora vicino a noi e di cui conserviamo ancora tantissimi esempi di architettura militare contemporanea, perfettamente osservabili e che al contrario di quanto si vuole far credere, mantengono ben viva la memoria di quei fatti. Basti pensare che in quanto ad opere permanenti, nonostante siano passati vari decenni e la progressiva urbanizzazione, dalle ricerche sul campo nel solo territorio del Comune di Messina è stato rilevato ancora integro e visibile un totale di:

40 postazioni in casamatta per ami leggere o controcarro;
5 postazioni in barbetta del tipo Tobruk;
5 postazioni controcarro in barbetta;
2 ricoveri;
6 postazione per telegoniometro;
1 osservatorio principale
2 direzioni tiro
2 postazioni per aerofono;
1 postazioni per telemetro navale;
1 postazione per cannoncino c.o.;
1 batteria terrestre da  75/27 (poi c.a.);
2 batterie costiere;
8 batterie contraeree o d.c.

Fatte queste premesse, un luogo certamente significativo è la postazione di intercettazione aereonavale di San Placido Calonerò. Si tratta di una serie di varie opere sistemate a oltre 100 di quota su un piccolo promontorio di poco sottostante il monastero di San Placido. Esse erano a vario titolo deputate al controllo dello stretto di Messina e in modo particolare del suo ingresso meridionale.
Così come ricorda una targa ancora leggibile, la gestione spettava alla VI legione MILMART (Milizia Marittima di Artiglieria) al comando del console (colonnello) Michele Tomasello; ovvero un reparto della MVSN dipendente dalla DICAT, pari ad un reggimento. Alle legioni MILMART spettava principalmente la gestione delle batterie delle Piazze MM (come Messina) in collaborazione con le altre armi.
L’opera più significativa che risalta subito all’attenzione è certamente la postazione aerofonica, o meglio il “complesso segnalatore a tre mura d’ascolto a stella abbinato a postazione aerofonica” per aerofono mod. Galileo. Secondo le carte esisteva un prototipo costruito a cura e su progetto del Comando VI Legione Milmart (per tramite Dicat-Messina), presso la batteria MS620 di Torre Faro e un altro presso Campo Italia, ma l’unica opera delle tre ancora visibile è appunto quella in questione. La struttura risalente alla fine degli anni Trenta, è in ottimo stato, presenta  notevoli dimensioni e si compone di un nucleo centrale su due piani di cui uno ipogeico e uno scoperto per la strumentazione; il tutto coronato da un muro d’ascolto triplo a generatrice parabolica, utile a facilitare le attività di intercettazione aerea e in secondo luogo offrire una minima protezione (sono ben visibili i fori dei mitragliamenti e spezzonamenti aerei). L’accesso al piano sotterraneo è ad est, mentre la scala che conduce al piano superiore a nord, ciò indica che l’orientamento della struttura è a sud. La postazione conserva inoltre ancora l’originaria colorazione policroma rimasta praticamente intatta.
Tuttavia poco distante esistono altre opere di varia natura; scendendo infatti verso l’estremità del promontorio, si notato i resti di vari alloggi, baraccamenti e altre opere di servizio, mentre è ben visibile una piccola struttura dotata di scale che una volta sosteneva un altro aerofono del tipo Galileo. Procedendo più avanti ci si imbatte in un grosso pozzo circolare, utile all’installazione di un telemetro navale, con accanto una piattaforma in calcestruzzo sul quale veniva posizionata una fotoelettrica carrellata fonopuntata, cioè col fascio luminoso diretto da un graduato che riceveva i dati in cuffia dall’aerofono al quale era collegata.
Quasi accanto al pozzo vi è la piazzola per cannoncino contraereo  per la difesa  bassa a quota, mentre permangono ancora i resti di trinceramenti e altre accessori utili probabilmente per la telemetria.
Questo luogo fu in guerra uno dei più importanti in assoluto, poiché utile ad intercettare sia gli avvicinamenti navali, sia le incursioni aeree e dare con un certo margine di anticipo  l’allarme alla città e alle batterie.

Armando Donato