Giorno: marzo 31, 2011

La Costardella dello Stretto di Messina

Pesce beloniforme (scombresoxaurus) della famiglia Scombresocidi caratterizzato da corpo affusolato e allungato da un becco. Lungo oltre 30 cm, presenta colorazione verde con riflessi blu sul dorso, mentre il ventre è argenteo. Si nutre esclusivamente di platon. E’ oggetto di pesca speciale per le sue carni pregiate: viene anche attirato dalle luci delle lampare e nello Stretto di Messina era catturato frequentemente con rete di circuizione con l’ausilio di una barca principale (raustina) e di una più piccola (luntru, usata come punto di partenza di arrivo nella cicuizione); un’altra barca (bacca ‘i stagghiu) veniva usata per tagliare la strada al banco e da cui venivano lanciati sassi bianchi per impaurire e fermare la corsa dei pesci.
Nello Stretto di Messina le uova di questa specie si pescano nei mesi da novembre a gennaio e nel golfo di Napoli dal mese di ottobre a dicembre. Nel gennaio-marzo già si trovano stadi giovanili lunghi 12-25 mm. In questi stadi non si nota ancora la presenza del becco che incomincia a svilupparsi solo quando hanno raggiunto i 40 mm.

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Anche tra i pesci esistono distinzioni, privilegi, gerarchie. La costardella, per esempio, se le si dovesse riconoscere uno status sociale, certamente finirebbe ad ingrossare la massa proletaria. Primo, perchè costa relativamente poco. Secondo, perchè la sua carne, saporitissima e fragrante, presenta al gusto qualcosina che non si addice del tutto ai palati delicati, quelli che puntano, sempre e dovunque, al pesce da taglio, al pesce grosso.
La costardella è piccola, fa parte dell’azzurro, è guizzante. L’aspetto richiama in piccolo, anzi in minimo, il pesce spada. Anch’essa si allunga e si assottiglia in punta di siluro. La qualità più prelibata è naturalmente quella dello Stretto. Al riguardo c’è da spendere una parola. Tutti i pesci che frequentano lo Stretto, a detta di chi se ne intende, pescatori e pescivendoli, sono di qualità diversa, superiore. Il pesce spada è inarrivabile perchè le acque, fatte sempre nuove dalle fortissime correnti, lo lavorano ai fianchi, lo levigano, lo tengono in strenuo esercizio: nulla a che vedere con quei mari caldi e stagnanti dove il pesce si dà a dolce vita e il risultato è carne flaccida, che sa di nulla. I pesci dello Stretto sono agili, scattanti, sodi come atleti. La costardella è tra questi.
Nell’immediato dopoguerra, quando le risorse dei ceti popolari non erano floride (quando mai lo sono state?), la costardella, d’estate, era la manna che veniva dal mare. E quando la pesca era particolarmente abbondante, il vocio delle strade non aveva nulla di petulante, era festa, un dilagare di contentezza. I pescivendoli non usano più bilance e stadere, buttano via tutto: gli si dà un piatto, e loro te lo ricolmano di pesce. Cento lire a piatto.
La costardella è duttile. Puoi trattarla in mille modi. Ma, com’è in ogni cosa, anch’essa, “ha la sua morte”. E la morte sua è la frittura. Frittura, si capisce, d’olio d’oliva se intendi esaltarne il gusto, rallegrarti del suo aroma: in questo è selettiva ed esigente, e non ammette altri oli, aborre i futili oli di semi.
Qualche volta si affaccia, un po’ timida in verità, la domanda se nella evangelica moltiplicazione dei pani e dei pesci ci fosse un posto per l’umile costardella. Piace immaginare che un posto per lei doveva pur esserci. E sfamare cinquemila persone anche a costardelle doveva, potrebbe essere cosa non da poco, un tripudio per tutti.

I Crocifissi messinesi del XV e XVI secolo

Bottega del Pilli, Crocifisso, sec. XVI (prima del restauro). S. Filippo Superiore - Messina - chiesa parrocchiale

L’uso di ornare le chiese e principalmente l’arco trionfale delle cattedrali con croci dipinte o a rilievo, trova una grande fioritura in Sicilia nel corso del XV secolo e nella prima metà di quello successivo.
Il Crocifisso a rilievo, testimoniato dalle opere sopravvissiute e dalle citazioni archivistiche, appare più usuale lungo la fascia del versante tirrenico dell’Isola con particolare frequenza nell’area del Valdemone; esso è realizzato in legno, e misura o solo in mistura secondo i canoni diffusi dalla cultura cosmopolita del gotico internazionale menzionata in diversi studi specifici. Gli esemplari superstiti presentano soluzioni iconografiche diversificate, riferite tuttavia, unicamente all’immagine del Christus patiens, reso a braccia aperte nella tensione dolorosa del volto sofferente con il capo inclinato sulla spalla destra e gli occhi generalmente chiusi.
La produzione di questi manufatti, oggetto di culto, molto richiesti da una committenza ecclesiastica e laica siciliana, nonchè calabrese, era esercitat da più componenti appartenenti a famiglia di artisti versatili (pittori e/o scultori) documentati in carte d’archivio; rese note alcune già nel 1880 da Gioacchino Di Marzo nella sua imponente opera sui Gagini. Le successive scoperte archivistiche, qui sintetizzate in un regesto cronologico aggiornato al 2003, hanno messo in luce importanti aspetti della società artistica messinese, comprensiva dell’attività dei cosiddetti “crocifissai”, come ha già analizzato Salvatore Tramontana e come osserva Maria Grazia Militi nella disamina delle testimonianze del notaio Matteo Pagliarino relativi agli anni 1491-1493.
Da questi documenti emergono varie informazioni: la retribuzione degli artisti era effettuata in moneta aurea o argentea, secondo modalità di pagamento che prevedevano l’anticipo, il versamento di alcune rate in corso dei lavori e il saldo alla fine, talora pagato anche in natura come attesta un documento datato 1492 riguardante il magister Domenico Pilli che riceve sei salme di vino alla consegna di una icona realizzata per il villaggio di S. Nicolò alle Masse. I tempi di consegna oscillavano dai dieci giorni per crocifissi medii relevii come quello della terra Sancti Angeli Vallis Demone, oggi S. Angelo di Brolo, a un lasso di tempo di undici mesi per il Crocifisso sublevatum di Ucria o di un anno per quelli monumentali come l’esemplare del Duomo di Messina, che doveva essere di palmi otto, su croce dorata e smaltata. I prezzi delle opere fluttuavano con estrema variabilità, da una sola onza, pagata nel 1493 a Domenico Pilli per il quadro di S. Domenica di Faro, a 300 ducati d’oro per il Crocifisso del Duomo di Messina pagati dai giurati messinesi a Giovannello Matinati nel 1503.
Con un’onza soltanto, informa la Militi, venivano vendute in città tra le altre cose una barca a remi di 21 palmi (1 palmo, cm. 25,75), 2 salme di grano, (1 salma circa 270 kg.), circa 7 cafisi di olio (1 cafiso 17 litri) e circa 3 libbre di seta cruda.
Un altro particolare che traspare dai documenti è la specializzazione produttiva nell’ambito di alcune botteghe che non differisce da quella prevista dalle altre categorie artigiane della città che cominciano proprio in quel secolo a costituirsi in corporazioni come quella dei bottai; è significativo in proposito il contratto di allogazione per sei anni del tredicenne Pietro da parte dei fratelli Lazzaro e Caterina de Spano della terra di S. Agata in Calabria, rogato nel 1492 e con il quale il discretus pictor Girubino Pilli si impegnava ad insegnare l’artem pictoris et maxime sublevi et crucifixorum et demum tractare eum ut bouns et diligens pater familias et induere eum de novo vestimentis licitis et honestis.

Bottega del Pilli, Crocifisso, sec. XVI (dopo del restauro). S. Filippo Superiore - Messina - chiesa parrocchiale

Gli attributi con i quali vengono definiti gli artisti dai notai secondo il punto di vista di chi è per antonomasia testimone qualificato e pregiudizialmente fededegno sono magister, discretus magister e honorabilis magister, volendo intendere con il primo gli esponenti più qualificati delle varie e disparate categorie artigiane e con l’ultimo, i mercanti-imprenditori di grosso calibro.
Un’indagine ricognitiva condotta su territorio messinese ha fornito una conoscenza più ampia di queste opere devozionali che si possono ripartire in tre gruppi differenti per tipologia e stile e che si presentano in più casi alterate nel loro stato di conservazione, peraltro abbastanza precario come rivelano, a titolo esemplificativo, tre casi. Il primo si riferisca a un Crocifisso restaurato negli anni ’80 appartenente alla chiesa parrocchiale di S. Filippo Superiore. Il secondo riguarda il ritrovamento di un esemplare tutto sconnesso nella sacrestia della piccola cappella della Madonna della Mercede al Tirone di proprietà D’Alcontres; questo Crocifisso di misura media (croce cm. 161 x 104, Cristo cm. 118 x 103) con sei strati di ridipintura rilevati in corso di restauro, era stato depositato nella cappella privata da un sacerdote che lo aveva recuperato dopo il sisma del 1908 tra le macerie delle chiese di S. Barbara e di S. Michele, limitrofe alla cappella D’Alcontres, e ora fruibile nel museo della Cattedrale di Messina. Il terzo esempio si riferisce al recupero di un imponente Crocifisso (croce cm. 332 x 200, Cristo, cm. 198 x 180) del Duomo di Milazzo falsato nella sua volumetria originale da superfetazioni barocche con l’aggiunta di un nuovo perizoma in cartapesta, conforme alla moda del tempo, nonchè da grossolana dipintura che lo ricopriva totalmente di colore grigiastro.