Giorno: marzo 29, 2011

I due bassorilievi di Montanini nel Museo Regionale di Messina

Martino Montanini, Presentazione al Tempio, marmo, Messina, Museo Regionale (depositi)

Nella storia artistica del Cinquecento meridionale si colloca Martino Montanini, allievo e collaboratore di Montorsoli, attivo a Messina tra il 1547 e il 1559, morto a Firenze nel 1562.
Le poche notizie in Vasari e nella storiografia messinese non chiariscono il percorso dello scultore, noto per un piccolo corpus di opere documentate e per alcune attribuzioni, tra le quali  i due bassorilievi conservati nel Museo Regionale di Messina, con la Presentazione al Tempio e la Guarigione di un indemoniato, legati stilisticamente alle opere note.
Nel primo Cinquecento messinese, dominato dagli scultori toscani come i Mazzolo, da Antonello Gagini, da Antonello Freri, autori di opere per una committenza laica ed ecclesiastica ben nota (come il Vicerè de Acuña) si inserisce Giovanni Angelo Montorsoli, autore, tra il 1547 e il 1557, delle più importanti opere, come l’Apostolato nel Duomo, le Fontane di Orione e del Nettuno, la chiesa di San Lorenzo, la Lanterna del porto e varie altre. L’intensa attività dello scultore si svolge con l’aiuto di abili scalpellini e marmorari e la collaborazione del suo allievo e nipote Martino Montanini, toscano, giunto a Messina con il maestro da Roma, dopo la collaborazione alle opere di Genova e di Napoli (monumento funebre a Jacopo Sannazzaro nella chiesa di Santa Maria del Parto).
Tra le opere conservate di Montanini è la tomba di Andreotta Staiti e dei due figli del 1553 (Messina, Museo Regionale); del 1559 è la statua di Santa Caterina di Alessandria per Forza d’Agrò; del 1559 è documentato un intervento di restauro del campanile del Duomo, colpito da un fulmine. Nell’Apostolato del Duomo, Montanini aveva scolpito la statua di San Paolo, con i bassorilievi della predella (perduti). Nel 1558, dopo la partenza di Montorsoli, riceve la nomina di capomastro scultore del Duomo e lavora fino al 1561, anno della partenza per Firenze, dove muore nel 1562.
Francesco Susinno (1724) sottolinea la peculiarità dello stile di Montanini: “la maniera tenuta da Martino nel fare le statue fu assai vicina all’usanza e regole degli antichi”. Tra le poche opere dello scultore possono collocarsi (per affinità stilistica con Santa Caterina di Alessandria) i due bassorilievi del Museo Regionale di Messina, che bene testimoniano l’adesione al classicismo montorsoliano e la conoscenza delle opere di Bartolomeo Ordoñez, Bartolomeo Ammannati, Girolamo Santacroce, Giovanni da Nola e dei maggiori protagonisti del Manierismo in pittura come Pontormo e Polidoro. La qualità stilistica delle due opere rivela nel Montanini uno dei protagonisti del Manierismo meridionale, accanto al maestro Montorsoli, anche per la colta sintesi tra “lineare” e “pittorico” nelle figurazioni che si addensano nello spazio.

Martino Montanini, Guarigione di un indemoniato, marmo, Messina, Museo Regionale (depositi)

Le cornici con festoni di frutti e foglie sono rese con sintesi geometrica e abilità di “incastro” delle forme (mele, limoni, melagrane, uva) secondo i modelli di Rossellino e Benedetto da Maiano nella chiesa di Monteoliveto di Napoli, ripresi da Santacroce e Giovanni da Nola nella stessa chiesa.
Le figure dei vecchi con lunga barba ricordano alcune figure dell’Adorazione dei Magi di Bartolomeo Ordoñez nell’altare Caracciolo della chiesa di San Giovanni a Carbonara di Napoli o particolari dei rilievi della Tomba Bonifacio nella chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli (dello stesso Ordoñez). Le teste dei due cherubini riprendono la delicata bellezza eburnea dei modelli toscani. Nella incerta destinazione delle due opere (provenienti dalla chiesa di San Francesco) si ricostruisce attraverso frammenti un contesto di luoghi e di fatti che le fonti locali non aiutano a chiarire.
Come per le due belle allegorie della Fortezza e della Vittoria (o Pace), provenienti dalla stessa chiesa di San Francesco ed oggi nel Museo di Messina, potrebbe tornare l’ipotesi di un riferimento ai “lavori” compiuti nel 1554 per volontà del Viceré de Vega nella chiesa di San Francesco, anche per la “realizzazione di un sepolcro marmoreo sotto la tribuna maggiore” che riunisse le spoglie della Regina Elisabetta e dei figli Federico re di Aragona, Guglielmo e Giovanni duca di Randazzo.
L’ipotesi di un incarico al Montanini per lavori di decorazione dell’altare maggiore o per la creazione di due altari sarebbe accettabile data l’importanza dello scultore nella scuola di Montorsoli e per la sua vicinanza agli ambienti francescani, testimoniata anche dalla tomba Staiti per la chiesa di Santa Maria di Gesù Superiore dei Frati Minori Osservanti (1553),  e dalla Santa Caterina di Forza d’Agrò, per i Frati Conventuali. I lavori nella chiesa di San Francesco si svolgevano nel clima di intensa attività della città, documentata anche dall’arrivo di carichi di marmo nel 1557 e nel 1558 per le imprese dei marmorari Giandomenico Mazzolo e Lazzaro di Pietro Formento (e con spese per recuperare in mare 139 pezzi naufragati per il maltempo: “chi lu mari et lu tempu li havia assuttirrati”).
Nell’attività di Montanini a Messina si inserisce anche la statua di San Benedetto per la chiesa del monastero benedettino di Montalto (oggi nel giardino della chiesa), animata da intensa forza espressiva nel volto con la lunga barba, che ritorna in varie altre figure, riprendendo il modelle delle opere napoletane di Bartolomeo Ordoñez. Nella scelta iconologica di temi (Redenzione, Grazia, Salvezza), come la Presentazione al Tempio e la Guarigione di un indemoniato, Montanini fa vivere il suo universo formale, ispirato alle statue classiche, al Laurana, ad alcune opere di Pontrmo e di Polidoro e alle opere napoletane di Ordoñez, Santacroce, Giovanni da Nola. La rigidità delle prime opere viene superata in una nuova tensione lineare che crea il movimento dei panneggi, disposti in pieghe “rotanti” o complicate; una sottile abilità tecnica anima i volti in espressioni di meraviglia, adorazione, contemplazione, in un complesso gioco di luci e ombre.
Nella scena della Presentazione al Tempio, in una raffinata cornice mistilinea, la figura della Vergine è costruita con una linea “serpentinata”, con un mantello sollevato in pieghe concentriche che sfiorano l’orlo della cornice. Il vecchio Simeone è raffigurato con la lunga barba nel volto, in adorazione, con la tunica e il mantello in pieghe complesse. La piccola figura del Bambino è colta nel gesto realissimo di aggrapparsi al braccio della Madre. I due uomini a destra sembrano commentare con lo sguardo e con i gesti il momento solenne del racconto evangelico.
Nella Guarigione di un indemoniato, la fanciulla a destra si volge nella sua “fuga danzante” con un ultimo sguardo alla scena; al centro la figura di Cristo, sui gradini della soglia di un tempio, benedice e libera l’uomo nudo, coperto da un leggero mantello , con i polsi legati da una cordicella (secondo il Vangelo di Luca).
Le solenni figure di vecchi con la lunga barba assistono alla scena in preghiera; a destra un apostolo (forse Pietro, dal profilo massaccesco) si ferma in atto di sorpresa; sull’orlo della cornice a destra una bambina sembra giungere con curiosità, vestita di leggeri panneggi. Nella varietà dei volti ritornano echi della scultura lauranesca, del grande classicismo romano e meridionale, al quale si era ispirato anche Montorsoli. Nello spazio le figure si addensano nel sapiente gioco di luce ed ombra.
Una straordinaria abilità tecnica dà vita al complesso mondo formale di Montanini, uno dei protagonisti del Manierismo meridionale, nell'”autunno del rinascimento”, che presto porterà nuovi frutti.

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Messina 1963: il Giro dei Monti Peloritani

E’ risaputo che uno dei periodi più vivi attraversati da Messina fu senza dubbio quello degli anni Sessanta. In quel periodo infatti, al contrario di oggi, diverse erano nell’arco dell’anno, le manifestazioni di un certo rilievo in vari settori. Non ultimo quello motoristico per appassionati e amatori.  In tale ambito era infatti  frequente l’organizzazione di varie gare, dedicate ad automobili o motocicli.
Una di queste gare fu “il Giro dei Monti Peloritani”, organizzata il 5 maggio del 1963 dal Moto Club Peloro (con sede in via G. Bruno); si trattava di una manifestazione motociclistica di regolarità per i tesserati FMI o CTSN.
Il regolamento composto da 17 articoli, indicava in particolare una tassa di iscrizione pari a lire 1000, e stabiliva tutte le modalità della corsa, dall’iscrizione  ai controlli e verifiche pre, durante e post gara.
Il tragitto prevedeva 4 passaggi sull’itinerario: Messina (partenza alle ore 8 dal viale della Libertà, ristorante Miramare), San Rizzo, Ponte Gallo, Granatari e Messina (arrivo), per un totale complessivo di 208 km.
Le categorie ammesse era suddivise in  6 gruppi distinti in cilindrate e media oraria:
A- motocicli fino a 50 cc
B- motocicli oltre 50 cc sino a 75 cc, scooters sino a 100 cc;
C- motocicli oltre 75 cc sino a 100 cc, scooters sino a 125 cc;
D- motocicli oltre 100 cc sino a 125 cc, scooters oltre 125 cc sino a 175 cc;
E- motocicli oltre 125 cc sino a 175 cc, scooters oltre  175 cc;
F- motocicli oltre 175 cc
Una bella manifestazione che certamente raccoglieva l’adesione a vario titolo di sportivi, cittadini e forestieri; testimonianza di un passato sportivo ormai lontano e non più attuabile a causa, apatia istituzionale a parte, degli ovvi motivi legati alle eccessive potenze  e prestazioni dei mezzi moderni in relazione ai tracciati.

Armando Donato